venerdì 3 gennaio 2025

Maalox

 

Per chi volesse ingurgitare il primo Maalox dell’agno…anno!



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Economia

 

La democrazia in mano al big business (e ai grandi evasori)
DI STEFANO BARTOLINI
Professore di Economia Politica all’Università di Siena
Tasse pesanti sulla classe media e tagli a sanità e istruzione: questa è la realtà in molti Paesi europei, dove i conti pubblici in sofferenza impongono manovre severe, con gravi ripercussioni sulla stabilità sociale e politica.
Una soluzione consiste nell’ampliare la base imponibile tassando multinazionali e super-ricchi, i cui enormi patrimoni sfuggono. Secondo il Tax Justice Network, il gettito perduto ammonta a 212 miliardi di dollari per i Paesi ricchi, mentre a livello globale si tratta di 492 miliardi: circa 348 per lo spostamento di profitti all’estero e 145 per l’occultamento di ricchezza offshore. Le multinazionali eludono le tasse grazie a manovre contabili che permettono loro di pagarle nei paradisi fiscali: una delle soluzioni proposte è imporre di pagare le tasse nei Paesi dove si vendono beni e servizi. L’Onu e l’Ocse stanno lavorando per raggiungere un accordo internazionale in questa direzione. Fin qui tutto sembra sensato: i Paesi ricchi avrebbero molto da guadagnare e la torta è grande abbastanza da risollevare anche le finanze di molti Paesi a basso e medio reddito. Ma questa storia ha un finale a sorpresa. Non ci sarà una tassazione equa delle élite perché i Paesi ricchi si oppongono: Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Israele, Giappone e Corea del Sud, e i Paesi europei si accodano. Molti credono che le élite economiche sfuggano alle tasse grazie ai paradisi fiscali, ma la realtà è che i paradisi fiscali sono la foglia di fico che nasconde l’opposizione dei Paesi ricchi alla tassazione delle grandi potenze economiche. Come si spiega questo, se va contro gli interessi nazionali? Gli studi dimostrano che le multinazionali e i super-ricchi esercitano un’enorme influenza sulla politica occidentale. La democrazia è in mano al big business. Non è sempre stato così: per molti decenni, dal secondo dopoguerra, le democrazie europee hanno prodotto decisioni a beneficio di ampie fasce di popolazione. Ma oggi siamo scivolati in quella che Colin Crouch chiama “postdemocrazia”, un sistema in cui il potere politico è concentrato nelle mani di un’élite economica. Gli attuali sistemi politici dei Paesi ricchi mantengono le apparenze democratiche (elezioni, libertà di parola…), ma falliscono nel loro scopo originario: allargare la partecipazione popolare. Questa involuzione spiega la crisi di fiducia nella democrazia. Dunque la spiegazione dell’opposizione autolesionista dei Paesi ricchi è semplice: le decisioni politiche non vengono prese nell’interesse della maggioranza, ma dell’élite economica. Il boicottaggio della tassazione delle multinazionali è forse l’esempio più spettacolare di postdemocrazia. Come siamo arrivati a questo punto? La globalizzazione ha mutato i rapporti di forza tra politica ed economia. Gli Stati sono sottoposti al ricatto del capitale transnazionale e, per attrarlo, accettano sconti fiscali e abbassano gli standard di protezione del lavoro e dell’ambiente. Un altro fattore cruciale è il finanziamento della politica: le campagne elettorali, sempre più costose, richiedono grandi risorse economiche e le grandi imprese sono finanziatori ideali. Questo legame rende la politica molto sensibile ai loro interessi. Il risultato è un sistema politico che non protegge gli interessi nazionali.
La narrazione dominante è che le alternative sono due: democrazia e autocrazia. Ma è una narrazione pericolosa. Secondo il Rapporto del Censis del 2019, il 48% degli italiani vorrebbe “un uomo forte al potere”. Tendenze simili si registrano in molti altri Paesi europei. Il discredito della democrazia attuale porta acqua al mulino di quella che viene presentata come sua unica alternativa: l’autocrazia. L’importante sarebbe capire che le alternative in realtà sono tre: la postdemocrazia, l’autocrazia e la democrazia. Quella vera.

Contro corrente

 

La Scossa
di Marco Travaglio
Anche stavolta, come negli altri nove semolini di fine anno, il presidente Sergio Mattarella è riuscito a non dire praticamente niente. Perciò, come le altre volte, ci eravamo riproposti di non dire niente sul niente che ha detto lui. Poi abbiamo scoperto dai giornaloni che, pur senza dirle, aveva detto un sacco di cose. Il Corriere ne è rimasto talmente elettrizzato da segnalare in prima pagina la “scossa di Mattarella”; invece Repubblica ha preferito puntare sulla “scossa di Mattarella”, mentre la Stampa ha optato per “la scossa di Mattarella”. Il mondo è bello perché è vario. Escludendo che le migliori gazzette facciano tutte lo stesso titolo in ossequio alle veline del Colle (non sarebbe da loro, né da Colle), la singolare sintonia ha due sole spiegazioni possibili: 1) che i quirinalisti siano immuni dall’effetto-anestetico che il sermone quirinalizio sortisce su tutti i comuni mortali (da cui il nuovo record di ascolti a reti unificate); 2) che confondano il cloroformio con l’alta tensione e, se vedono un tizio che dorme, pensino fra sé e sé: “Questo deve aver preso la scossa”.
Noi, temendo di esserci persi nel dormiveglia qualche passaggio particolarmente ficcante, ci siamo rivisti l’intera omelia. E in effetti abbiamo scoperto notizie sconvolgenti. “La notte di Natale a Gaza una bambina di pochi giorni è morta assiderata”: il presidente non ha spiegato il perché, ma poco dopo ha denunciato il “mutamento del clima”, quindi dev’essere stato per quello. “La stessa notte di Natale feroci bombardamenti russi hanno colpito le centrali di energia dell’Ucraina per costringere la popolazione al buio e al gelo”: ecco, lì si è capito chi è stato ed è una fortuna che a Gaza non ci siano feroci bombardamenti israeliani da 15 mesi, sennò avrebbero potuto morire ammazzati anche altri 45 mila palestinesi. “La nostra Costituzione indica la pace come obiettivo irrinunziabile, che l’Italia ha sempre perseguito”: quello doveva essere l’angolo del buonumore, infatti includeva il monito a “evitare che vengano aggrediti altri Paesi d’Europa”. Tipo la Serbia, bombardata nel 1999 per 11 settimane da un governo vicepresieduto da Mattarella. “Colmare le distanze fra Nord e Sud”, “I giovani sono la grande risorsa del nostro Paese”, “Un’attenzione particolare richiede il fenomeno della violenza”, “Preoccupa il diffondersi di alcool e di droghe” e non va affatto bene ammazzare le donne e truffare gli anziani: ma neanche calpestare le aiuole, parlare al conducente, fare il bagno in mare subito dopo mangiato, cose così. Altro che scossa: una folgorazione via l’altra. Poi, cinque secondi prima della mezzanotte, è arrivato il messaggio di Angelo dei Ricchi e Poveri. E noi, senza offesa per nessuno, avremmo tanto voluto irrompere nel teleschermo per abbracciarlo.

giovedì 2 gennaio 2025

Guarda guarda!



Toh, guarda chi c’è…(ho avuto lo stesso sussulto di frate Guglielmo da Baskerville allorché scoprì il passaggio per la biblioteca segreta dell’abbazia «di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome»)

Propositamente

Da un possessore della "tendenza patologica alla procrastinazione" come me, il nuovo anno, come tutti i "nuovi anni", mielosamente, provoca un rigurgito, stile bebè, di buoni propositi, di traguardi pacchianamente già irraggiungibili, ma tant'è: 

Nel nuovo anno vorrei terminare di leggere la Recherche di Proust, iniziata, ripresa, ri-iniziata, ri-ripresa svariate volte, e la Divina Commedia - ho quasi finito l'Inferno -  ma siccome mi emoziona grandemente, penso a quanto sia miracoloso che una mente, al pari di quella di Proust, abbia potuto concepire un'opera così divina, strabiliante, e allora questa sensazione mi fa intoppare, bloccandomi, un po' come, col dovuto rispetto, la serie Breaking Bad m'insuffla allorché avanzo con le puntate, inducendomi a dilazionare il tempo della visione, la seconda per la cronaca, tanto bella e perfetta la considero - vero infatti il detto "c'è Breaking Bad e poi ci sono le altre serie" - ma dopo questo spottone continuiamo;

Mi piacerebbe scrivere qualcosa, un libro perché no? 

Vorrei pure leggere i classici russi, quelli greci, Shakespeare, perché mi terrorizza l'idea di andarmene senza aver potuto assaporarne la bellezza, considerando pure il rincoglionimento da canizie che già impercettibilmente avverto. 

Vorrei pure nel 2025 ribellarmi alla mentalità di questo secolo, all'intruppamento da asini che ci hanno appioppato, vorrei combattere il principio delle multinazionali che sanno tutto di noi prevedendone i gusti, le pedisseque scelte alimentanti questo becero capitalismo deteriorato. Chissà che, andando fuori dagli schemi, non provochi qualche risentimento in coloro che già pacchianamente son convinti che ciò sia impossibile - infatti ho le ghiandole salivari in piena produzione al pensiero del nuovo I Phone 17 con AI integrata - e conseguenzialmente avverto la classica carezza sul coppino e il "rilassati dai, pensa solo a consumare!" 

Vorrei contribuire all'abbattimento del pensiero sociale attuale con annessa forbiciona divaricante sempre più le condizioni degli strati casta che c'aggrovigliano la vita. Sogno un "Che" che venga a sconquassare questo cosiddetto mondo evoluto, nella realtà un groviglio di idiozie finanziarie sfanculanti l'idea normodotata che questa biglia blu dispersa nelle periferie dell'anonima galassia Via Lattea stia soccombendo alle scelleratezze della specie attualmente al comando, la nostra, che ancor 'oggi gode nel preferire la combustione fossile a scapito di altre, per i propri porci comodi. 

Vorrei pure contribuire a vedere gli ex cammellieri oggi ultra riccastri ridotti sul lastrico e invocanti acqua e frutta fresca. Sin d'ora boicotterò lo sport che per piaggeria si prostrerà ai loro diktat dal sapore dollarone - a che ora c'è domani Milan Juve ehm... - 

Vorrei non fare progetti che già sin d'ora so che non rispetterò.... mannaggia! Già il primo proposito è andato a farsi benedire! 

Comunque: Buon 2025!

A volte s'impara!

 


Quel “filibustiere” di Churchill, padre dei nostri disastri

di Angelo d’Orsi

Nell’ultimo mezzo secolo, l’Inghilterra ha prodotto leader che ne hanno davvero combinate di tutti i colori, convinti che il loro Paese fosse l’erede dell’Impero britannico, che ne avesse ricevuto in retaggio la potenza, sorretti dalla indefettibile amicizia-sudditanza ai cugini di Washington. E proprio come negli Stati Uniti, la differenza tra i liberali e i conservatori, tra whigs e tories, è andata sfumando fino a diventare impercettibile. I primi ministri che si sono succeduti sono, all’esame obiettivo della storia, a dir poco imbarazzanti: quello attuale è un certo Starmer, un buonuomo che annaspa tra Interni ed Esteri, ma non fa un passo senza il consenso del vecchio Joe (Biden) e ha sostituito l’iper-conservatore Sunak, venuto dopo la reazionaria Liz Truss, una donna che era oltre una perenne crisi di nervi (dichiarò che sarebbe stata orgogliosa di pigiare il bottone che avrebbe scatenato la guerra atomica con Putin), e prima ancora il grottesco Boris Johnson, al cui “merito” va ascritto, oltre che la disastrosa Brexit, il confitto in Ucraina (essendo colui che cancellò con un tratto di penna le intese russo-ucraine, su diktat Usa), preceduto da altri due conservatori come Teresa May e David Cameron che non hanno praticamente lasciato traccia come il predecessore laburista David Brown. E si arriva, andando a ritroso, al finto-progressista Tony Blair, che ha imperversato un intero decennio, mandando in brodo di giuggiole i finto-progressisti de noantri, e ancora oggi viene esaltato, lui genio maligno di tutte le guerre degli anni 90 e 2000, colui che dichiarò con encomiabile faccia tosta che quella del Kosovo del 1999 era “la lotta del bene (noi) contro il male (loro)”. Tutti costoro, pur nelle differenze, a ben vedere sono figli, nipoti e pronipoti di colui che ancora oggi viene considerato il padre della patria britannica, colui che l’ha difesa contro nazismo e comunismo, che ha mobilitato la Resistenza contro i bombardamenti tedeschi negli anni 40 e che è venuto a patti con Stalin, dopo aver espresso fin dal 1917 il desiderio e la necessità di “strozzare nella culla” il bambino comunista (frase sua). Alludo a Winston Churchill, naturalmente, che noi europei occidentali consideriamo uno dei “Grandi” della storia ma che visto da vicino si rivela la quintessenza del filibusterismo anglosassone: non a caso la sua erede diretta e dichiarata è Margareth Thatcher, ed è detto tutto. Ci aiuta ora a ripercorrerne la vita e l’opera Tariq Alì, un analista geopolitico versato in molti campi, dalla letteratura alla storiografia. Il suo libro (Vita e malefatte di Winston Churchill, Derive Approdi), oltre a essere ricco di analisi acute e spiazzanti, è da leggersi dilettevolmente e utilmente: straripante di notizie e suggestioni stimolanti, espresse con tono efficacemente sarcastico.

Il mondo intero, secondo le prospettive dell’Impero britannico, fu il terreno d’azione di questo avventuriero della politica, le cui azioni l’autore colloca nel quadro della classe dirigente liberale internazionale, pronta a qualsiasi transazione sui principi, pur di trionfare, a scapito di moralità e diritto. Una conferma giunge da quelli che possiamo chiamare gramscianamente “gruppi subalterni” che Alì porta alla ribalta nella narrazione, dalla Manica all’Atlantico, dal Pacifico all’Oceano Indiano, uomini e donne che lottavano contro l’imperialismo, il colonialismo e il razzismo, tre categorie di cui Churchill fu capofila indiscusso. Sicché lo vediamo vantare la superiorità maschile irridendo le suffragette, reprimere con ferocia la rivolta dei minatori, autorizzare i gas asfissianti contro i popoli “incivili”, ammirare Mussolini, favorire l’ascesa del golpista Franco in Spagna, opporsi agli sviluppi progressisti della lotta di liberazione in Italia, provocare la morte di centinaia di migliaia di persone in Kenya o in India, in base alla teoria dell’inferiorità razziale di neri e asiatici, che si opponeva a ogni idea di “ibridazione” tra gli europei bianchi, cristiani, anglosassoni e “gli altri”. Un mondo quello di questo “servitore dell’Impero” che ha preparato i disastri odierni.

Due conti