giovedì 2 gennaio 2025

Propositamente

Da un possessore della "tendenza patologica alla procrastinazione" come me, il nuovo anno, come tutti i "nuovi anni", mielosamente, provoca un rigurgito, stile bebè, di buoni propositi, di traguardi pacchianamente già irraggiungibili, ma tant'è: 

Nel nuovo anno vorrei terminare di leggere la Recherche di Proust, iniziata, ripresa, ri-iniziata, ri-ripresa svariate volte, e la Divina Commedia - ho quasi finito l'Inferno -  ma siccome mi emoziona grandemente, penso a quanto sia miracoloso che una mente, al pari di quella di Proust, abbia potuto concepire un'opera così divina, strabiliante, e allora questa sensazione mi fa intoppare, bloccandomi, un po' come, col dovuto rispetto, la serie Breaking Bad m'insuffla allorché avanzo con le puntate, inducendomi a dilazionare il tempo della visione, la seconda per la cronaca, tanto bella e perfetta la considero - vero infatti il detto "c'è Breaking Bad e poi ci sono le altre serie" - ma dopo questo spottone continuiamo;

Mi piacerebbe scrivere qualcosa, un libro perché no? 

Vorrei pure leggere i classici russi, quelli greci, Shakespeare, perché mi terrorizza l'idea di andarmene senza aver potuto assaporarne la bellezza, considerando pure il rincoglionimento da canizie che già impercettibilmente avverto. 

Vorrei pure nel 2025 ribellarmi alla mentalità di questo secolo, all'intruppamento da asini che ci hanno appioppato, vorrei combattere il principio delle multinazionali che sanno tutto di noi prevedendone i gusti, le pedisseque scelte alimentanti questo becero capitalismo deteriorato. Chissà che, andando fuori dagli schemi, non provochi qualche risentimento in coloro che già pacchianamente son convinti che ciò sia impossibile - infatti ho le ghiandole salivari in piena produzione al pensiero del nuovo I Phone 17 con AI integrata - e conseguenzialmente avverto la classica carezza sul coppino e il "rilassati dai, pensa solo a consumare!" 

Vorrei contribuire all'abbattimento del pensiero sociale attuale con annessa forbiciona divaricante sempre più le condizioni degli strati casta che c'aggrovigliano la vita. Sogno un "Che" che venga a sconquassare questo cosiddetto mondo evoluto, nella realtà un groviglio di idiozie finanziarie sfanculanti l'idea normodotata che questa biglia blu dispersa nelle periferie dell'anonima galassia Via Lattea stia soccombendo alle scelleratezze della specie attualmente al comando, la nostra, che ancor 'oggi gode nel preferire la combustione fossile a scapito di altre, per i propri porci comodi. 

Vorrei pure contribuire a vedere gli ex cammellieri oggi ultra riccastri ridotti sul lastrico e invocanti acqua e frutta fresca. Sin d'ora boicotterò lo sport che per piaggeria si prostrerà ai loro diktat dal sapore dollarone - a che ora c'è domani Milan Juve ehm... - 

Vorrei non fare progetti che già sin d'ora so che non rispetterò.... mannaggia! Già il primo proposito è andato a farsi benedire! 

Comunque: Buon 2025!

A volte s'impara!

 


Quel “filibustiere” di Churchill, padre dei nostri disastri

di Angelo d’Orsi

Nell’ultimo mezzo secolo, l’Inghilterra ha prodotto leader che ne hanno davvero combinate di tutti i colori, convinti che il loro Paese fosse l’erede dell’Impero britannico, che ne avesse ricevuto in retaggio la potenza, sorretti dalla indefettibile amicizia-sudditanza ai cugini di Washington. E proprio come negli Stati Uniti, la differenza tra i liberali e i conservatori, tra whigs e tories, è andata sfumando fino a diventare impercettibile. I primi ministri che si sono succeduti sono, all’esame obiettivo della storia, a dir poco imbarazzanti: quello attuale è un certo Starmer, un buonuomo che annaspa tra Interni ed Esteri, ma non fa un passo senza il consenso del vecchio Joe (Biden) e ha sostituito l’iper-conservatore Sunak, venuto dopo la reazionaria Liz Truss, una donna che era oltre una perenne crisi di nervi (dichiarò che sarebbe stata orgogliosa di pigiare il bottone che avrebbe scatenato la guerra atomica con Putin), e prima ancora il grottesco Boris Johnson, al cui “merito” va ascritto, oltre che la disastrosa Brexit, il confitto in Ucraina (essendo colui che cancellò con un tratto di penna le intese russo-ucraine, su diktat Usa), preceduto da altri due conservatori come Teresa May e David Cameron che non hanno praticamente lasciato traccia come il predecessore laburista David Brown. E si arriva, andando a ritroso, al finto-progressista Tony Blair, che ha imperversato un intero decennio, mandando in brodo di giuggiole i finto-progressisti de noantri, e ancora oggi viene esaltato, lui genio maligno di tutte le guerre degli anni 90 e 2000, colui che dichiarò con encomiabile faccia tosta che quella del Kosovo del 1999 era “la lotta del bene (noi) contro il male (loro)”. Tutti costoro, pur nelle differenze, a ben vedere sono figli, nipoti e pronipoti di colui che ancora oggi viene considerato il padre della patria britannica, colui che l’ha difesa contro nazismo e comunismo, che ha mobilitato la Resistenza contro i bombardamenti tedeschi negli anni 40 e che è venuto a patti con Stalin, dopo aver espresso fin dal 1917 il desiderio e la necessità di “strozzare nella culla” il bambino comunista (frase sua). Alludo a Winston Churchill, naturalmente, che noi europei occidentali consideriamo uno dei “Grandi” della storia ma che visto da vicino si rivela la quintessenza del filibusterismo anglosassone: non a caso la sua erede diretta e dichiarata è Margareth Thatcher, ed è detto tutto. Ci aiuta ora a ripercorrerne la vita e l’opera Tariq Alì, un analista geopolitico versato in molti campi, dalla letteratura alla storiografia. Il suo libro (Vita e malefatte di Winston Churchill, Derive Approdi), oltre a essere ricco di analisi acute e spiazzanti, è da leggersi dilettevolmente e utilmente: straripante di notizie e suggestioni stimolanti, espresse con tono efficacemente sarcastico.

Il mondo intero, secondo le prospettive dell’Impero britannico, fu il terreno d’azione di questo avventuriero della politica, le cui azioni l’autore colloca nel quadro della classe dirigente liberale internazionale, pronta a qualsiasi transazione sui principi, pur di trionfare, a scapito di moralità e diritto. Una conferma giunge da quelli che possiamo chiamare gramscianamente “gruppi subalterni” che Alì porta alla ribalta nella narrazione, dalla Manica all’Atlantico, dal Pacifico all’Oceano Indiano, uomini e donne che lottavano contro l’imperialismo, il colonialismo e il razzismo, tre categorie di cui Churchill fu capofila indiscusso. Sicché lo vediamo vantare la superiorità maschile irridendo le suffragette, reprimere con ferocia la rivolta dei minatori, autorizzare i gas asfissianti contro i popoli “incivili”, ammirare Mussolini, favorire l’ascesa del golpista Franco in Spagna, opporsi agli sviluppi progressisti della lotta di liberazione in Italia, provocare la morte di centinaia di migliaia di persone in Kenya o in India, in base alla teoria dell’inferiorità razziale di neri e asiatici, che si opponeva a ogni idea di “ibridazione” tra gli europei bianchi, cristiani, anglosassoni e “gli altri”. Un mondo quello di questo “servitore dell’Impero” che ha preparato i disastri odierni.

Due conti




Ad ogni concerto

 

Se siete stressati dal lavoro quale migliore augurio per un buon 2025 con il concerto di Vienna e due maestri che chissà quali traversie di prove e stress supereranno per raggiungere la perfezione. A voi scovarli…




Che dire....

 



Centrino

 

Miss Grande Centro
di Marco Travaglio
Più i giornali perdono lettori, più parlano di politici senza elettori. Senza mai domandarsi se non ci sia per caso un nesso causa-effetto. È come se un irrefrenabile impulso suicida o un mortifero algoritmo imponesse uno spazio fisso per personaggi e argomenti che stanno sulle palle a tutti o non fregano niente a nessuno. Una tassa da pagare, anzi da far pagare agli sventurati che ancora si trascinano in edicola sperando di avere in cambio qualche notizia. La prelibatezza più in voga è l’intervista giornaliera a tal Renzi, il cui successo sui media è inversamente proporzionale a quello nelle urne. Da un mese, quotidianamente intervistato da maggiordomi e cameriere, ripete che il divieto di prendere soldi da governi extraeuropei è “ad personam” contro di lui, infatti “Berlusconi non l’avrebbe mai votato” (fece solo 80 leggi ad personam: esempio azzeccatissimo), insomma una “norma sovietica” e “sudamericana” (notoriamente l’Unione Sovietica era in Sudamerica). E nel personale di servizio nessuno interrompe mai il pianto greco per obiettare che: 1) il divieto per i senatori vale già per i deputati italiani ed europei; 2) se colpisce solo lui è perché c’è un solo parlamentare in tutt’Europa che si fa pagare dal regime criminale saudita di bin Salman: lui.
Un altro imprescindibile desertificatore di urne e di edicole è Paolo Gentiloni (parlandone da sveglio). L’altroieri campeggiava sul Corriere con foto “mentre lascia l’ufficio di Bruxelles” e titolo: “Il centrosinistra e lo scettro del ‘Federatore’. Le carte in mano a Gentiloni”, che “tornerà a parlare”, è “una riserva della Repubblica”, ha un “curriculum poderoso” e si porta su tutto: “federatore” del centrosinistra o del centro, sempreché qualcuno voglia farsi federare da lui, “premier” e persino “punta di diamante” di qualcosa. Casomai qualche lettore fosse sopravvissuto, ecco il sommario da ko: “Delrio lancia Comunità democratica con Prodi e Ruffini”, ma pure “padri nobili come Castagnetti” (mai più senza), insomma “Delrio chiede una maggiore accoglienza e spazio, nel Pd o anche fuori dal Pd” (una sciarada: non si vede perché un deputato del Pd come Delrio dovrebbe chiedere accoglienza nel Pd né a chi si dovrebbe rivolgere per avere accoglienza fuori dal Pd). Onde evitare che altri ectoplasmi si adontino, Rep svela “Chi conta a Bruxelles: Euronews promuove Draghi e Letta” (ormai sono citati in coppia, come Ric e Gian). È il vantaggio della post-democrazia: i voti sono un handicap. Anche Macron sceglie i suoi premier trimestrali esclusivamente fra i senza voti: meno ne hai, più sei bravo. E pure bello. Rep segnala “la somiglianza di Bayrou con Richard Gere”. Un fico spaziale. Ma mai come Renzi, Gentiloni, Delrio e Castagnetti, che sono sputati Brad Pitt.

L'Amaca

 

La parola che dicono tutti
DI MICHELE SERRA
Il conduttore del veglione di San Silvestro su Raiuno si è scusato per un vigoroso “teste di cazzo” pronunciato da un cantante ed entrato nell’audio della diretta (per la cronaca: il cantante non era un trapper tatuato dal repertorio gaglioffo, ma un anziano melodista, molto “per famiglie”).
Quella che è forse la parola più pronunciata nel linguaggio corrente degli italiani, soprattutto i più giovani, è dunque ancora un tabù per la televisione pubblica, esattamente come quando Cesare Zavattini, in una trasmissione radiofonica del 1976, la scandì solennemente con il proposito dichiarato di creare un piccolo scandalo verbale, in funzione anti-ipocrita.
È passato mezzo secolo e tutto è cambiato: la parolaccia che faceva arrossire le signore, e procurava a chi la pronunciava in pubblico lo stigma della maleducazione, è ormai un intercalare fisso, quasi un’interpunzione. Ha perso ogni aura maledetta, nessun rischio è a carico del suo utilizzatore. È una parola gratis.
Mi è capitato, in un aeroporto lontano, di individuare l’imbarco per l’Italia per via auditiva: gli italiani erano laddove il “cazzo” suona. È stato bello, una specie di richiamo della Patria, come il profumo della pizza, come l’onnipresente “vinceroooooooo”.
Ora, ognuno è libero di giudicare sorpassata e assurda la castigatezza della Rai. Io devo dire di averla apprezzata in chiave anticonformista: una specie di argine disperato contro la norma, la moda, l’abitudine. Oggi Zavattini, alla radio, per scandalizzare direbbe: non la dico, perché la dicono tutti.