giovedì 21 marzo 2024

Intervista

 

Intervista a Valter Lavitola
“Sì, ero un bandito Incastrai Fini sul caso Montecarlo ma sono pentito”
DI STEFANO CAPPELLINI
Valter Lavitola è stato: politico, imprenditore, affarista, editore, imputato, detenuto. Oggi fa il ristoratore. Ha un ristorante di pesce nel quartiere romano di Monteverde («La decisione di aprirlo l’ho presa in carcere, dove i compagni di cella cucinavano strepitosi timballi sul fornelletto», racconta aRepubblica ).
Lavitola – classe 1966, salernitano, entrato ragazzino nel Partito socialista e passato come tanti socialisti al berlusconismo – è stato qualche anno fa un uomo di notevole potere. L’ha usato con estrema spregiudicatezza, e lo ammette: «Dicevano di me che ero un bandito.
Era vero». Il nome di Lavitola è rimbalzato di nuovo nel dibattito pubblico perché fu lui a trovare a Saint Lucia i documenti che dimostrarono che la casa di Montecarlo lasciata in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Colleoni era finita nelle mani di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini. All’epoca Fini, presidente della Camera, era in guerra con Silvio Berlusconi per il controllo del Pdl e sull’appartamento monegasco infuriò la battaglia principale, giocata con ogni mezzo.
Un intrigo internazionale fatto di spioni, faccendieri, presidenti caraibici, doppiogiochisti. Una storia che, dice Lavitola, ora potrebbe diventare un film («un bravo regista ci sta lavorando»). Incuriositi da un video pubblicato online su Teledurruti in cui esprime pentimento per il suo ruolo nella vicenda, siamo andati a incontrarlo nel suo ristorante, Cefalù.
Lavitola, da dove cominciamo?
«Io fin da bambino avevo il sogno di fare il parlamentare».
Forse siamo andati troppo indietro.
«No, no, c’entra. All’epoca ero molto arrabbiato perché non ci riuscivo».
E se la prese con Fini?
«No, anche perché a non volermi parlamentare erano Ghedini e Letta».
Avevano torto?
«Con il senno di poi, no. C’era anche Ghedini il giorno in cui a Palazzo Grazioli ci fu una riunione per decidere cosa fare su Montecarlo.
Erano usciti sul Giornale gli articoli firmati da Chiocci, oggi direttore del Tg1, che aveva saputo della casa da una sua fonte, quasi per caso. In quella riunione Berlusconi disse: o troviamo prove certe, o dobbiamo fermare gli attacchi».
C’era un guerra tra lui e Fini.
«Non l’aveva cominciata Berlusconi.
La verità è che Fini era un leader, non sopportava di essere un delfino. E Berlusconi, comunque, non sopportava i delfini. Cominciarono l’uno a guardare nel buco della serratura dell’altro».
Torniamo alla riunione.
«Si sapeva che dietro l’acquisto della casa c’era una società costituita nel paradiso fiscale di Saint Lucia. Io dicoche ai Caraibi ho una conoscenza importante».
Chi era?
«Un agente dell’MI6, il servizio segreto britannico, che faceva il capocentro ai Caraibi. L’avevo conosciuto in una vacanza».
Un’amicizia non ordinaria.
«Sono sempre stato affascinato dall’intelligence, come Craxi. Così, parto in missione. Contatto il mio amico e lui mi dice: guarda che non ti posso aiutare, a Saint Lucia vivono di segreto bancario. Ma io non mi rassegno. Ottengo in modo illecito centinaia di mail e comincio a spulciarle. Spunta una mail dell’agente residente a Montecarlo che tratta la vendita della casa e dice all’agente di Saint Lucia: il mio cliente è il cognato di un politico importante. Non basta. Allora parlo col presidente di Saint Lucia e lo convinco a chiedere un’informativa sulla vicenda al ministro della Giustizia».
E come ci riuscì?
«Non fu difficile. Della casa di Montecarlo in quei giorni scrivevano i giornali di tutto il mondo. Gli dissi che Saint Lucia rischiava di andare in cima agli Stati canaglia».
Difficile credere che bastò.
«Glielo giuro, si convinsero che avrebbero rischiato un crollo dell’immagine. Il presidente chiese l’informativa al ministro e io riuscii a metterci le mani sopra. C’era tutto nero su bianco. L’acquirente della casa era Tulliani. Chiamo subito Berlusconi. È in riunione. Insisto. Me lo passano e io: mi dica che sono un genio. Lui: no. E io: mi dica che sono un genio. Capì».
Cosa ottenne per il servizio?
«Nulla, la prova del mio potere e delle relazioni. Speravo ancora di fare il parlamentare. Tornato a Roma, il ministro della Giustizia annunciò una conferenza stampa. E io nel giro di poche ore tornai a Saint Lucia».
Dove il suo arrivo fu immortalato dalle telecamere diAnnozero , il programma di Michele Santoro.
«Un colpo di Corrado Formigli, fu fortunato. Il pilota aveva sbagliato aeroporto, dovevo atterrare nell’altro scalo dell’isola. Ma lo ammetto, fece un servizio strepitoso. Fu sempre nella trasmissione di Santoro che Italo Bocchino, all’epoca finiano di ferro, rivelò che c’ero io dietro la storia della casa» .
Da chi l’aveva saputo?
«Da Sergio De Gregorio, il deputato eletto con Di Pietro nella legislatura precedente, passato con il centrodestra e poi organizzatore con me della compravendita dei parlamentari per far cadere Prodi».
Uno dei punti più bassi della storia parlamentare.
«Non me ne vanto. Ho subito una condanna in primo grado, poi il reato è stato prescritto. De Gregorio era un mio vecchio amico, gli avevo chiesto consiglio perché non sapevo se pubblicare le carte sul mio giornale,L’Avanti! ,o farle uscire su altri giornali. Lui disse tutto ai finiani».
E gli italiani conobbero Lavitola.
«Ero già stato convocato in via riservata anche al Quirinale da Giorgio Napolitano. Non era contento degli attacchi al presidente della Camera. Non fu un colloquio tranquillo».
In conferenza stampa a Saint Lucia fece uno show, sventolando la mail che parlava di Tulliani.
«Mi ero preparato bene la scena, la videro in tutto il mondo».
Operazione chiusa. Fini ko.
«Non lo rifarei. La ragione principale per cui ne sto parlando con lei è che mi pesa aver innescato una vicenda che può portare a una condanna ingiusta. Sono certo che all’inizio Fini non sapeva che la casa fosse stata acquistata dal cognato con i soldi di Corallo, l’imprenditore delle slot. Fu Corallo a organizzare la cosa da Saint Lucia, dove aveva due casinò, insieme ai Tulliani e ad altri intorno a Fini, che ha saputo solo dopo».
Non sarebbe meno grave.
«Politicamente no, penalmente sì».
Lei com’era arrivato a essere così vicino a Berlusconi?
«Un rapporto cresciuto nel tempo, fece un salto quando al congresso del Nuovo Psi ebbi un ruolo nel portare un pezzo del partito a destra. Un altro disastro. Fu lui, di fatto, a mettermi in mano L’Avanti! »
Il giornale storico dei socialisti nella destra insieme ai postfascisti.
«Se è per questo, anche Berlusconi li chiamava sempre così: i fascisti».
Ha fatto molte cose di cui oggi dice di vergognarsi. Perché?
«La verità? Vanità e smania di protagonismo. Per un periodo ho sofferto di delirio di onnipotenza».
Felice della sua nuova vita?
«Avrei voluto aprire una catena di risto-pescherie nelle principali capitali del mondo. Anche per Silvio era una buona idea. Ma va bene così».

mercoledì 20 marzo 2024

Che Europa!

 


Spezzone

 


L'Amaca

 

Il campo largo esiste già
DI MICHELE SERRA
In politica estera, il Salvini e Tajani si collocano ai due estremi opposti. Uno è filorusso, l’altro molto atlantista. Uno invoca “meno Europa”, l’altro professa un fervente europeismo. Uno è novax, l’altro ha già prenotato il vaccino per le prossime sei o sette pandemie. Se scoppiasse la terza guerra mondiale, il Salvini si farebbe tatuare una zeta sul petto e partirebbe volontario per il Donbass, mentre Tajani, dalla Farnesina, darebbe una mano a Crosetto per schierare le truppe sulla trincea opposta.
Tutto potrebbe accadere: anche uno scontro a fuoco tra le truppe Nato e il Salvini. Anche che il Salvini venga rapito e ricondotto a casa dall’intelligence italiana. Ma una cosa è sicura: la maggioranza rimarrebbe solida e il governo Meloni sarebbe blindato. Dal carcere militare, il Salvini confermerebbe che i rapporti con il governo che lo ha fatto arrestare sono eccellenti. Come sempre. E Meloni confermerebbe: non lo vedete?
Siamo d’accordo su tutto. Come sempre. È inutile che cercate di dividerci, siamo unitissimi.
Lo scrivo con ammirazione: il centrodestra è superiore a queste polemicucce da giornalisti, tipo da che parte stare se scoppia la guerra. Il suo unico vero obiettivo politico è governare, sorvolando su qualunque differenza di idee o di visione del mondo. Il campo largo esiste già, anzi larghissimo, ha vinto le elezioni e governerà per tutta la legislatura. Nemmeno il più puntuto dei politologhi può negarlo: il campo largo non solo è possibile, ma funziona a meraviglia.
Alla sola condizione che non sia il centrosinistra a farlo, ma il centrodestra.

martedì 19 marzo 2024

Cuore attuale



Il tempo è un optional per questi ricordi, il cuore riesce sempre a pulsare gratitudine e tenerezza.
Buona festa papà!

Interessa?

 


Sull'art 11

 

L’articolo 11 è ancora in vigore: poveri falchi
DI DANIELA RANIERI
Con l’aggravarsi della situazione in Ucraina, un Paese distrutto dalla spietatezza di Putin e dall’incoscienza dell’Occidente, si fanno più grandi e più disperate anche le panzane della propaganda, che fanno eco alla chiamata alle armi di Macron: Putin attaccherà un Paese Nato “entro 3 o 5 anni” (chissà perché non 4); l’Ucraina sta perdendo perché non le abbiamo mandato abbastanza soldi e armi (Crosetto su questo ha smentito sia Repubblica che Corriere); in Italia ci sono agenti al soldo del Cremlino da stanare con “strumenti ben più efficaci”, forse di polizia (come dispone un dissidente oligarca russo su Rep); prepariamoci alla guerra.
Forse questo clima ha spinto il presidente Mattarella, durante la commemorazione dell’80esimo anniversario della distruzione della città di Cassino, a ricordare l’argine ultimo, la diga etica e statutaria all’ipotesi della guerra: l’articolo 11 della Costituzione. Del resto, Mattarella citò questo articolo nel discorso d’investitura al Parlamento nel 2015: garantire la Costituzione, disse, significa tra l’altro “ripudiare la guerra e promuovere la pace”, ciò che non ci ha impedito di partecipare serenamente a tutte le guerre della Nato per esportare la democrazia, dai raid aerei sulla ex Jugoslavia ai bombardamenti anti-terroristi in Iraq e Afghanistan (1 milione di morti civili), Libia, Siria.
Per due anni i fanatici di missili e lanciarazzi – liberali, draghisti, terzopolisti, opinionisti e studiosi foraggiati dai fabbricanti di armi – hanno cercato di convincere gli italiani che quell’articolo fosse composto di due parti: una che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; l’altra che stabilisce delle deroghe al principio generale. Affamati di retorica e di nullità semantiche, i giornali padronali hanno dato a intendere che poiché Putin era “un pazzo”, “un animale”, “un despota sanguinario” etc., l’art. 11 non fosse applicabile: tirarlo in ballo era inopportuno (anzi, era “putiniano”) perché la guerra russo-ucraina era un “crimine”, una “mattanza”, etc., non una “controversia internazionale”. Invece la guerra della Russia all’Ucraina rientra pienamente nella fattispecie della controversia internazionale, ma loro sono ancora convinti che i Costituenti abbiano scomodato un articolo della Carta per bagatelle, dispute verbali, incidenti diplomatici.
Siccome quel “ripudia” non è abbastanza forte, poi, e crederlo tale è una mollezza da “pacifinti”, i bellicisti ci hanno spiegato che l’art. 11 “bisogna leggerlo tutto”: la seconda parte, quella in cui si dice che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, secondo loro è il via libera alla guerra alla Russia in accordo con altri Paesi. Se gli si fa notare che lì si parla di “pace”, non di “guerra”, tirano fuori l’art. 52, “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, sicuri di metterci nel sacco. Quell’articolo, in effetti, legittima la guerra, ma solo se la Patria da difendere è la nostra, non un’altra. Non importa: i trattati internazionali, dicono, hanno la preminenza sulla Costituzione; messi di fronte all’evidenza che non c’è scritto in nessun trattato internazionale che dobbiamo difendere un Paese non Ue e non Nato, ci spiegano che è un dovere morale difendere tutti gli aggrediti. Se gli si obietta che, stante la nota filantropia dell’Occidente a guida Usa, non stiamo difendendo nessun Paese o etnia aggrediti da forze ostili (i curdi perseguitati da Erdogan, lo Yemen bombardato dall’Arabia Saudita, patria morale e pecuniaria di Renzi, etc.), rispondono che difendendo l’Ucraina stiamo difendendo “la democrazia” (così Meloni, la finta patriota che si fa baciare in testa da Biden), o aggiungono, sulla scorta di un’uscita dell’ex presidente della Consulta Amato, che il vincolo Nato ci impone la guerra, sancendo di fatto l’invalidità della Costituzione.
L’altro giorno Mattarella ha ricordato che è ancora in vigore. Ma nelle ore successive ecco ricomparire l’articolo 11-ombra dei giornali d’establishment: per Panebianco sul Corriere gli europei “credono di vivere ancora nel Paese dei balocchi” e “fanno gli struzzi” (e pensare che l’ombra della guerra atomica è così rassicurante) e a Otto e mezzo Severgnini, profeta dell’arrivo di Putin a Lisbona in caso di sconfitta dell’Ucraina, registrava con rammarico che per noi italiani la guerra “è inconcepibile” e “pur di avere la fine della guerra siamo disposti alla fine dell’Ucraina”. Che l’Italia ripudi la guerra è insomma un disdicevole segno dei tempi e una vigliaccata, non un comando costituzionale. Ai nostri falchi non resta che sostenere che l’art. 11 in realtà significa “L’Italia ripudia la pace”. La faccia per farlo ce l’hanno.