mercoledì 17 gennaio 2024

A proposito di...

 

Senti chi sparla
di Marco Travaglio
Ci costringeranno a dare ragione a Vannacci, almeno per il titolo del libro Il mondo al contrario. Da quando la povera ristoratrice si è (probabilmente) suicidata, si è scatenata una caccia alla donna, cioè a Selvaggia Lucarelli, rea di aver condiviso un post del compagno food blogger: sono loro i moventi e i mandanti di un suicidio (già diventato omicidio) che nessuno sa a cosa sia dovuto, ma tutti fingono di saperlo. Cioè a questo commento tipico dei serial killer: “La notizia del giorno è quella di una pizzeria che riceve una recensione omofoba e abilista su Google, risponde con forza, pubblica lo screenshot sui propri social, riceve centinaia di commenti positivi e di recensioni a 5 stelle di incoraggiamento. ‘Mi hanno messo a sedere di fianco a dei gay, e c’era pure un ragazzo in carrozzina, mi sono sentito a disagio’. E la titolare: ‘la invito a non tornare da noi, a meno che non ritrovi in sé i requisiti umani…’. Eppure… (seguono i dettagli tecnici che fanno pensare a un fake, ndr). Siamo sicuri che questo screenshot sia autentico? In ogni caso, nulla gli ha impedito di diventare una notizia, di occupare le homepage di tutti i quotidiani online, di scatenare un’ondata di solidarietà umana verso una pizzeria che, a quanto pare, offre iniziative benefiche a favore di persone con disabilità. Eppure a me dà fastidio. Se lo screen fosse davvero falso… ci troveremmo di fronte a parecchie implicazioni scomode. Non solo l’utilizzo di abilismo e omofobia come leva di marketing, ma anche l’inesistente controllo della veridicità del materiale digitale da parte della stampa. Ora ci preoccupiamo tutti di come l’Intelligenza Artificiale possa produrre dei falsi accuratissimi, ma se non siamo in grado neanche di distinguere quelli prodotti da miocuggino su Picsart direi che non partiamo benissimo”. Una critica ai media che si bevono qualunque balla social per fabbricare eroi un tanto al chilo e collezionare clic.
Ora i giornali che inventano liste di putiniani e calpestano la privacy di gente comune con nomi e foto segnaletiche (ricordate l’insegnante innamorata dell’allievo?), gli stessi che han trasformato la scaramuccia social sulla pizzeria in affare di Stato, spacciano quel post di puro buonsenso per “istigazione al suicidio”, “odio”, “porcata”, “gogna Selvaggia”, “Selvaggia con l’arsenico”, “massacro”, “linciaggio”, “forca”, “lapidazione”, “cyberbullismo”, “delazione”, “grilletto facile”, “naufragio della ragione”, “nuovo affare Dreyfus”. Costretti da anni a scopiazzare gli scoop di Selvaggia, spesso senza citarla, non vedevano l’ora di vomitare la loro bile contro il suo coraggioso talento (e contro il Fatto). StrepitosoLibero, che la insulta per tre pagine e poi titola: “Ferragni, spunta una nuova tegola”. Da premio Puzzer.

L'Amaca

 

Un nuovo classismo culturale
DI MICHELE SERRA
Non sono molto distopico e nemmeno molto utopico, ma facendo un’eccezione voglio azzardare una previsione sul futuro a medio-lungo termine. Spariranno dai social (o li useranno con filtriinvalicabili, ritagliandosi spazi “privatizzati”) le nuove élite, che potranno permettersi fonti di informazione e metodi di socializzazione più selettivi e più attendibili. Rimarranno nei social le grandi masse sprovviste di mezzi economici e di strumenti culturali.
Una nuova discriminazione di classe seppellirà il sogno primigenio non solo dei social, ma di tutto il web: rendere tutti quanti cittadini di una sola, immensa democrazia digitale, nella quale per davvero “uno vale uno” e la Polis estende fino ai territori sociali più remoti il suo benefico potere inclusivo. Ecco, l’inclusione sarà la vittima principale di uno spietato processo di ri-selezione delle conoscenze e delle competenze. Masse escluse (per via del censo, solo vero grande motore della storia) dalle decisioni vere, perché escluse dalle informazioni vere, si azzufferanno tra loro e si affideranno, sui social, ai peggiori mestatori, e in politica ai peggiori ciarlatani.
Così come il junk-food, il junk-language dei social avvelenerà i meno forti e i meno difesi.
Solo possibile antidoto, se si confida nella democrazia e si crede (perfino) nell’uguaglianza: la cultura e dunque la scuola, una scuola pubblica che sia così potente, pervasiva e “moderna” da dare a tutti gli strumenti per navigare senza annegare. Possibilità che questo accada: una su dieci. Oggi mi sento ottimista.

Riflessione


 

martedì 16 gennaio 2024

Pensieri torbidi

 


L'Amaca

 

Quello che dice la gente
DI MICHELE SERRA
È così importante che un monologo di Paola Cortellesi sul sessismo nelle fiabe sia stato criticato da tot persone sui social? Ed è così necessario che a fare notizia sui giornali (tutti!) non sia il monologo di Cortellesi, ma il susseguente dibattito sui social, senza il quale nessun giornale si sarebbe mai occupato del monologo di Cortellesi, oggi rilevante non perché bello o brutto, ma perché “ne parlano i social”?
Se qualcuno (certo non Cortellesi, che è autonoma e forte quanto può esserlo una persona diventata famosa e importante per la sua bravura e il suo lavoro) poi ci rimane sotto, alle gragnuole di critiche, di attacchi, di pregiudizi, di ciance leggere e feroci, non sarà anche a causa dell’abnorme, assurda importanza che viene data, anche fuori dai social, al potere giudicante dei social?
“I social dicono”, “i social criticano”, “i social approvano”, ma cos’è, la Cassazione? Il Tribunale dell’Aia? No, è una nebulosa dominata dal caso, da umori cangianti, nella migliore delle ipotesi da piccoli leader provvisori, con qualche abilità dialettica, che non hanno prodotto niente di loro, non hanno rischiato niente di loro, e sono dunque nella felice condizione di essere eternamente giudicanti, mai giudicabili.
“I social”, che è una comoda maniera per definire un’indefinibile massa, non hanno la rilevanza (già precaria) di un campione statistico, non sono passati al vaglio di alcun pubblico pagante, non hanno competenze o autorevolezze specifiche che rendano interessante o grave quello che digita Tizio e Caia: e dunque perché diavolo un sacco di gente deve vivere appesa alle parole di un esercito di sconosciuti, fino a che qualcuno, il più fragile, il più suscettibile, ci rimette la salute e a volte la vita? Si insegnava ai ragazzi: vai diritto per la tua strada e non dare troppo peso a quello che dice la gente. Torniamo a insegnarlo.

Commenti opposti: il secondo

 

Il sifone a U
di Marco Travaglio
Un caso comico e uno tragico ci dicono che servirebbero corsi scolastici e post-scolastici per insegnare a maneggiare i social. Quello comico è il ministro Crosetto che a Capodanno posta su Instagram il punteggio di una partita vinta a burraco, poi insulta chi lo critica e invoca la privacy, come se non l’avesse messa in piazza lui. Quello tragico è il probabile suicidio della ristoratrice lodigiana, esaltata dalla ministra leghista Locatelli e da molti media per avere zittito un presunto cliente della sua pizzeria che su Tripadvisor lamentava la presenza di gay e disabili, poi sbugiardata perché il commento discriminatorio era un falso grossolano da “marketing del bene”. Stare sui social è diventato un mestiere usurante e pericoloso, talvolta mortale. Chi li usa senza precauzioni non è attrezzato a sopportarne le conseguenze e non capisce che il web è come un sifone a U: se ci fai i tuoi bisogni, questi ti ritornano in faccia. E non di rado accade lo stesso anche con gli escrementi altrui.
I personaggi pubblici sono sempre sotto i riflettori e, volenti o nolenti, ci fanno il callo. Ma le persone comuni spesso non reggono all’esposizione, soprattutto quando passano in mezzo minuto dagli altari alla polvere, da famosi a famigerati. Nessuno conosce i motivi del gesto della ristoratrice, anche se politici e commentatori si sono affrettati incredibilmente ad attribuirlo a Selvaggia Lucarelli e al suo compagno chef Lorenzo Biagiarelli. Cioè a chi ha avuto il merito di fare ciò che ormai pochissimi fanno: la verifica dei fatti. Così smascherare il falso post sui gay e i disabili che montava come panna nel mondo politico-giornalistico è diventato “campagna d’odio” e “gogna mediatica”, anche se i toni del fact checking erano civilissimi e i commenti social piuttosto contenuti. La cosa doveva restare confinata lì. Invece la donna è stata intervistata dal Tg3 e persino convocata in Questura per scovare l’eventuale istigatore all’odio anti-gay e disabili, ove mai esistesse. Ma il fatto più ignobile è lo sciacallaggio della Lega, la cui ministra Locatelli si era bevuta tutto senza uno straccio di verifica. E ora specula sulla tragedia straparlando della “sinistra e dei suoi giornalisti” (questi pensano che siano tutti come quelli di casa loro) ed equiparando la pizzaiola al vicepremier e ministro Salvini imputato per Open Arms. Un presunto leader che da anni, con la sua “Bestia” e i suoi stalking citofonici, mette alla gogna social privati cittadini (anche ragazze e ragazzi, persino disabili) utili alla sua propaganda o colpevoli di criticare le sue politiche. Persone che manifestano senza far nulla per mettersi in mostra, esercitando soltanto un diritto costituzionale. Che poi, per lui e quelli come lui, è il vero peccato mortale.

Commenti opposti: il primo

 

Il personaggio
Selvaggia Lucarelli Se la battaglia per la verità rischia di essere bullismo
Sotto la lente della giornalista i potenti ma anche le persone semplici e indifese
DI MAURIZIO CROSETTI
A volte scappa la mano, a volte ci scappa il morto, sono i social, bellezza. Selvaggia Lucarelli, italian writer and gattara, come si legge sul suo profilo Instagram, è una specie di Zorro che combatte sempre per la verità. La sua spada è intinta in quel particolare veleno scuro che si chiama inchiostro. Ora sta con un fidanzato, Lorenzo Biagiarelli, italian food blogger, televolto dell’ora di pranzo, che invece di pensare al soffritto è andato ad analizzare il post controverso di quella povera donna. Entrambi sono convinti di avere fatto “debunking”, cioè disvelamento, e se invece fosse cyberbullismo? Mica ci provano solo i compagni di classe cattivi e smanettoni con quelli grassottelli o con quelle un po’ bruttine.
Chissà cosa si diranno a cena la webnauta e lo chef. “Caro, mi passi il sale?” “Tesoro, chi sputtaniamo domani?” Certo che lui, rispetto a lei, è ancora all’alberghiero: un apprendista della shitstorm. Lei sì che è una fuoriclasse. Un pescecane mangia una gamba a un ragazzo italiano in Australia? Selvaggia (assolutamente sì, moltissimo) mette in dubbio l’opportunità della raccolta fondi per aiutarlo (il ragazzo è benestante), e il malcapitato alla fine chiosa: «Il vero squalo è lei».
Dalla bidella pendolare al tassista barese senza pos, dai rifiuti in strada a Noto al pandoro della Ferragni, da Ilary Blasi a Elly Schlein non c’è angolo di cronaca che la Lucarelli non sbirci per poi giudicare, dando il voto al prossimo come quando alza la paletta di giurata a “Ballando con le stelle”. Lei, semmai, si esibisce a “bollando con le stille” (di arsenico), anche se nella sua lunga pagina su Wikipedia (autoprodotta?) si legge un curriculum infinito: opinionista, giornalista, blogger, scrittrice, conduttrice radiofonica, commediografa e attrice teatrale, una via di mezzo tra Oriana Fallaci ed Eleonora Duse. In effetti, i suoi libri sono capisaldi della cultura italiana, come non ricordare Dieci piccoli infami o Falso in bilancia?
Da una ventina d’anni la sua Stanza Selvaggia non risparmia nessuno, così come ai telespettatori non sono state risparmiate la partecipazione (da concorrente) a “La fattoria” e neppure, ma come opinionista, all’“Isola dei famosi” dove conobbe il suo primo marito, Laerte Pappalardo, figlio del mitologico Adriano.
Siccome Zorra ama vendicare, ristabilire giustizia e verità ma soprattutto giudicare, eccola appunto in giuria a “Notti sul ghiaccio” (forse lo portava lei, svuotandoselo direttamente dal cuore) e a “The Bachelor - L’uomo dei sogni”. Ma è a “Ballando con le stelle” che Selvaggia ha raggiunto la vera popolarità, litigando con Iva Zanicchi. Quella volta nessuno si è fatto male, anche perché il fidanzato Lorenzo era rimasto buono buono a casa a scolare la carbonara, anziché importunare con dubbi e sospetti una personaforse fragile e indifesa.
Nelle imprese dell’impavida paladina della verità sorprende l’assoluta assenza di misericordia, anche in queste drammatiche ore in cui una famiglia piange una madre che non c’è più. Scrive dunque Selvaggia Lucarelli: «Se decidiamo che dire la verità è sbagliato e decidiamo che fa uccidere le persone, ok, continuate pure» (voi giornalisti). Agghiacciante il riferimento ai «pregressi » e alla «storia personale» nel suicidio di Giovanna Pedretti: la Lucarelli non nomina il fratello della donna che si uccise dieci anni fa, ma il riferimento è chiaro. Se qualcuno si ammazza, non ci sta con la testa. I pregressi, appunto. Senza dirlo chiaro: alludendo.
L’odio social? Colpa dei media, di sicuro. «Siamo arrivati al punto che dare una notizia non è una responsabilità, correggerla sì», scrive ancora Lucarelli. Giornali e televisioni, secondo lei, non verificano le informazioni prima di diffonderle, al contrario del cuoco Lorenzo, una fonte impeccabile non si capisce a quale titolo. Ma, soprattutto, cosa distingue il vero dal falso? Cosa separa un blogger da un bullo, uno chef da un opinionista, una gattara da una giudice dell’universo mondo? Meglio restare ai fatti. E i fatti dicono che una povera donna è morta.