sabato 14 ottobre 2023

Come iniziò

 

Come tutto cominciò
di Marco Travaglio
All’alba del 14 maggio 1948 il sole picchia forte su Tel Aviv, mentre un ometto polacco canuto e commosso si alza in piedi e dà l’annuncio che tutti aspettano. Si chiama Micha Berdichevsky, ma tutti lo chiamano David Ben Gurion, detto anche “il figlio del leone”. È il capo del governo provvisorio di Israele. Parla scarno, ma solenne: “Proclamo la fondazione nazionale dello Stato ebraico indipendente di Palestina, che si chiamerà Israele”. Pochi minuti prima, l’ultimo soldato inglese ha lasciato il Paese, ponendo fine al mandato di Sua Maestà Britannica sulla Palestina, la lingua di terra stretta fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, spartita l’anno prima dall’Onu con la risoluzione numero 181 in due Stati: uno ebraico, l’altro arabo. Mentre Ben Gurion viene sommerso dagli applausi, qualcuno tra i più anziani ricorda la profezia lanciata mezzo secolo prima dal padre del sionismo, il giornalista ungherese Theodor Herzl: “Oggi la gente riderebbe se annunciassi che ho fondato lo Stato ebraico. Ma forse, fra cinquant’anni, mi darete ragione”.
“A morte gli ebrei!”. A Parigi, nel gennaio del 1895, Herzl ha visto degradare in piazza un ufficiale ebreo d’artiglieria, Alfred Dreyfus, condannato per alto tradimento su false accuse, tra la folla che urla “A morte gli ebrei!”. E, sconvolto per quel rigurgito di antisemitismo nel cuore d’Europa, ha scritto un libriccino ben oltre i limiti della follia: Lo Stato ebraico. Nel 1897 presiede a Basilea il primo congresso mondiale sionista. E le sue parole accendono la speranza in decine di migliaia di ebrei, soprattutto russi, in fuga dai pogrom: gli stermini di massa ispirati dalla polizia zarista. Negli ultimi vent’anni del secolo, un milione di israeliti fuggono dalla Russia negli Stati Uniti. Poche centinaia scelgono la via più difficile verso la terra dei loro padri, la Palestina. Qui, nel XIX secolo, gli ebrei sono ridotti a un villaggio di Asterix di 25 mila anime, affogate fra 450 mila arabi. Dalla fine dell’antico Stato ebraico con la conquista romana di Tito nel 70 d. C., non hanno visto che dominazioni straniere: bizantini, arabi, crociati, mamelucchi, turchi ottomani. In 17 secoli di “diaspora”, il popolo ebraico si è disperso in ogni angolo di mondo, ma non ha mai perso la speranza. Ogni anno, a ogni cena pasquale, ogni ebreo osservante ha rinnovato la promessa: “L’anno prossimo a Gerusalemme”.
La svolta arriva a Natale del 1901. Il 5° congresso sionista di Basilea decide di distribuire a tutti gli ebrei del mondo un salvadanaio di latta bianco e azzurro. L’anno seguente, con i risparmi raccolti, nasce il Fondo Nazionale Ebraico per acquistare terreni in Palestina e ospitarvi i primi insediamenti.
Quelle messe in vendita dai grandi feudatari arabi sono terre di scarto: incolte e desertiche, o malsane e paludose, per giunta cedute a prezzi esorbitanti. Nascono così, tra mille difficoltà, i primi kibbutz, comunità agricole a gestione collettivistica, molto vicine agli ideali del socialismo. In pochi anni deserti e paludi si trasformano in agrumeti e campi coltivati. Attirando nuove e continue ondate migratorie, anche sulla spinta dei nuovi pogrom nell’Europa centro-orientale. La popolazione ebraica, nel 1914, è di 85 mila unità, nel 1923 di 120 mila, nel 1928 di 160 mila. Poi, dal 1932 al ’38, il grande esodo degli “indesiderati” dalla Germania hitleriana. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, gli ebrei di Palestina raggiungono quota 400 mila.
Balfour e il Focolaio. Sconfitto nel Primo conflitto mondiale, l’Impero ottomano si è sbriciolato e la Palestina è passata all’Impero britannico, che fa sperare gli ebrei. Nel 1917 il ministro degli Esteri, Arthur James Balfour, rilascia una celebre dichiarazione: “Il Regno Unito vede con favore la fondazione in Palestina di un Focolare nazionale per il popolo ebraico”. Poi però sono soltanto delusioni. Nel 1939 Londra pubblica un Libro Bianco che limita severamente l’immigrazione ebraica, impedendo a migliaia di ebrei di sfuggire alla persecuzione nazista. Gli ebrei di Palestina si schierano comunque in guerra a fianco degl’inglesi contro i tedeschi. Ma nel 1946 la tensione è di nuovo all’acme. Navi cariche di profughi scampati ai lager si presentano sulle coste palestinesi e vengono ricacciate indietro dalle autorità britanniche. Per rappresaglia, il 22 luglio l’Irgun Zwei Leumi, formazione paramilitare sionista, fa saltare in aria un’ala del King David Hotel, sede del quartier generale inglese: 90 morti. Il comandante della spedizione è Menachem Begin, futuro premier d’Israele e premio Nobel per la Pace. Poi finalmente il 2 aprile 1947, Londra annuncia il ritiro dalla Palestina entro due mesi.
L’Onu e i due Stati. Alle Nazioni Unite si inizia a discutere della spartizione della Palestina cisgiordana in due Stati. Anche l’ambasciatore sovietico Andrej Gromyko si dice favorevole. E alla fine i Sì sono 33, contro soli 13 No. Lo Stato ebraico comprenderà il deserto del Negev, la fascia costiera centro-settentrionale e la Galilea orientale: complessivamente il 55% del territorio, dove vivono 500 mila ebrei e 497 mila arabi. Lo Stato arabo avrà il restante 45%, con la parte centrale della Palestina, più la striscia di Gaza e la fascia sottostante tra il Negev e il Sinai, dove risiedono 725 mila arabi e 10 mila ebrei. E Gerusalemme? “Zona internazionale” sotto l’egida dell’Onu. Gli inglesi, prima di andarsene, fanno un ultimo dispetto a Israele, permettendo che il grosso delle loro armi e munizioni passi agli arabi. I quali però, aizzati dagli Stati “amici”, non accettano la risoluzione Onu. Scioperi, devastazioni, incursioni armate, massacri di ebrei. Poi, nei primi mesi del 1948, un “esercito di liberazione arabo” di 5 mila uomini attacca Israele e in pochi giorni isola Gerusalemme, il Negev e la Galilea dai restanti territori ebraici. Ma in aprile gli ebrei riprendono il controllo delle principali città, da cui – in parte spontaneamente e in parte spintaneamente – fuggono in massa le popolazioni arabe.
Battesimo di sangue. Rieccoci a Gerusalemme sotto il sole cocente di quel 14 maggio 1948. Il battesimo di Israele si celebra con una breve e frugale assemblea in una saletta del museo di Tel Aviv. Tutto in pochi minuti: il discorso di Ben Gurion e la firma di una pergamena con la dichiarazione d’indipendenza. Poi tutti in strada per un corteo festoso: in prima fila, al fianco di Ben Gurion, ci sono Golda Meir, Levy Eshkol, Yitzhak Rabin e altri padri fondatori che si alterneranno alla guida del Paese per oltre 40 anni. Piangono, ridono, si abbracciano con la folla in delirio che intona l’Halikyah (“speranza”): l’inno ebraico, più simile a una preghiera che a una marcia. Lo Stato di Israele è nato, anzi è rinato. È l’unica democrazia del Medio Oriente e viene subito riconosciuta, tra gli altri, dall’Urss e dagli Usa. Ma non c’è tempo per festeggiare. È un battesimo di sangue.
Mentre ancora Ben Gurion sta parlando, i sei eserciti della Lega Araba – Egitto, Libano, Siria, Transgiordania, Iraq e Arabia Saudita – muovono all’attacco da ogni punto cardinale per “cancellare dalla faccia della terra il cosiddetto Stato d’Israele”. L’Occidente solidarizza a parole, ma non muove un dito per difendere la risoluzione Onu del 1947. Anche l’Urss condanna l’invasione (la Pravda, da Mosca, parla di “aggressione araba contro Israele” e difende “il diritto degli ebrei a costituirsi un loro Stato indipendente; l’Unità si accoda). Ma lì si ferma. Israele deve imparare subito a combattere da solo, a mani nude. Tante mani, però: l’esodo del dopoguerra dall’Europa ha portato nella terra degli avi oltre 200 mila ebrei, scampati ai lager nazisti e ai pogrom russi, forzando il blocco britannico e aggiungendosi ai 600 mila che già vi risiedevano. Un’iniezione di forze e di intelligenze fresche che fa di Israele il Paese col più alto tasso di laureati, specialisti e tecnici del mondo. La loro competenza, capacità organizzativa e volontà di sopravvivenza diventano l’arma in più del neonato esercito Haganah (Difesa), capitanato da ufficiali giovani e agguerriti. Uno su tutti: il 33enne Moshe Dayan. Gli uomini non mancano. Scarseggiano però i quadri militari e gli armamenti: soprattutto l’artiglieria (pochissimi cannoni), i mezzi corazzati e l’aeronautica (una trentina di vecchi aerei incollati con lo sputo), perfino le uniformi. Non basta l’esperienza di due corpi speciali che affiancano le truppe regolari: il Lehi e l’Irgun, specializzati in terrorismo e antiterrorismo negli anni del mandato britannico e delle imboscate arabe. Troppo poco, almeno sulla carta, per fronteggiare l’esercito egiziano, la Legione Araba transgiordana guidata dal mitico Glubb Pascià, le quattro divisioni siriane e irachene e un corpo di volontari libanesi e sauditi: 150 mila uomini con 800 cannoni, 120 carri armati, 80 autoblindo e 150 aerei. Davide contro Golia.
La prima guerra. Le prime ore di combattimenti, per Israele, sembrano l’inizio della fine. Le truppe egiziane, da Sud, affondano come il coltello caldo nel burro e raggiungono le porte di Tel Aviv. Gli altri eserciti, da Nord, puntano su Gerusalemme e sul porto petrolifero di Haifa. L’Onu però impone una tregua di sei settimane. E quando gli arabi la violano, ripartendo all’offensiva dopo un mese, non hanno più di fronte l’Armata Brancaleone raccogliticcia e male in arnese dei primi giorni. In quel breve lasso di tempo Israele è riuscito a mettere in piedi un miracolo di esercito e anche a procurarsi qualche arma pesante e qualche aereo in più, mentre migliaia di volontari – ebrei e non – sono sopraggiunti dai campi di battaglia di mezza Europa per dare una mano.
Gli egiziani vengono travolti sul fronte Sud da un blitz ribattezzato col nome biblico “Operazione Dieci Piaghe”. E a Nord gli altri eserciti arabi sono colti di sorpresa. Gli Spitfire israeliani, residuati bellici comprati al mercato dell’usato, sorvolano e bombardano indisturbati Damasco e Amman. E i bazooka con la stella di David distruggono la metà dei carri armati nemici. L’Onu ordina una seconda tregua e nomina mediatore il conte Folke Bernadotte, un diplomatico e filantropo svedese nipote di re Gustavo IV. Mediatore si fa per dire: impone altre due tregue, ma parteggia apertamente per gli arabi. Di lui si occupa la banda Stern, organizzazione paramilitare sionista di estrema destra dove milita il futuro premier Yitzhak Shamir: il conte viene assassinato il 17 settembre a Gerusalemme. La tregua salta e la guerra ricomincia. L’Haganah affronta separatamente gli eserciti arabi e li sbaraglia l’uno dopo l’altro.
La prima guerra arabo-israeliana si conclude alla fine del 1948. Israele non solo ha riconquistato le posizioni di partenza, ma si è ingrandito di oltre un terzo, conquistando Gaza, l’intero Negev e la Galilea occidentale. Il bilancio delle vittime è pesante: 6 mila morti ebrei (di cui 2 mila civili) e 10 mila arabi. Poi c’è l’esodo (in arabo nakba, “catastrofe”) di 711 mila profughi palestinesi musulmani e cristiani che – cacciati dalle proprie case o spinti dagli orrori della guerra – lasciano Israele e si rifugiano in Transgiordania e nella West Bank (la Cisgiordania formata da Gerusalemme Est, Giudea e Samaria). La nakba apre la piaga purulenta e mai sanata dei campi profughi per molti rifugiati e loro discendenti (censiti nel 2015 dall’Onu in 5.149.742, sparsi fra Giordania, Cisgiordania, Gaza, Siria e Libano). Anche perché, nel dicembre del 1948, l’Onu approva la risoluzione 194 che consente “ai rifugiati che lo vogliano di tornare alle proprie case e vivere in pace coi loro vicini” e promette “indennizzi per le proprietà di quanti scelgano di non tornare”, ma a patto che arabi e israeliani siglino un trattato di pace. Cosa che non avverrà mai, o troppo tardi, per il rifiuto degli Stati arabi di riconoscere Israele. In parallelo, 600 mila profughi ebrei abbandonano le loro case nei Paesi arabi e trovano riparo in Israele.
Nel febbraio del 1949, dopo la Conferenza di Rodi, gli arabi sconfitti firmano con Israele, ciascuno per suo conto, degli armistizi che di fatto gli riconoscono la sovranità sui territori assegnati dall’Onu nel 1947, più una piccola parte di quelli appena conquistati: una porzione di Galilea, subito annessa da Israele. Che si ritira dagli altri territori occupati: la striscia di Gaza viene occupata militarmente dall’Egitto e la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Transgiordania (d’ora in poi Giordania). Così neppure ora i palestinesi e i loro presunti alleati arabi danno vita allo Stato di Palestina. Anzi, rinnegano gli armistizi appena siglati, pronti a tornare all’attacco per cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, usando i palestinesi nei campi profughi come scudi umani e armi di propaganda.
La crisi di Suez. Nel 1955 il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, il generale che tre anni prima ha rovesciato re Farouk, assume il controllo del Canale di Suez scippandolo al Regno Unito. Londra interrompe i rifornimenti di armi e i finanziamenti per la diga di Assuan e Nasser, per tutta risposta, nel 1956 nazionalizza il Canale, lo chiude alle navi commerciali di Israele, si allea con l’Urss e avvia un poderoso piano di riarmo. Francia, Gran Bretagna e Israele intervengono militarmente, con l’appoggio Usa. È la seconda guerra arabo-israeliana. Fra il 29 ottobre e il 5 novembre, l’esercito di Nasser tracolla, mentre le truppe con la stella di Davide dilagano fino a Sharm-el-Sheik al comando di Moshe Dayan, il generale con la benda nera sull’occhio sinistro perduto nella Seconda guerra mondiale. Se a bloccarle non intervenisse l’Onu per ordine americano, arriverebbero al Cairo. Bilancio finale: mille caduti e 6 mila prigionieri egiziani; 180 morti e 4 prigionieri israeliani.
La tensione si placa per dieci anni, ma il fuoco cova sempre sotto la cenere, per la gran voglia di rivalsa dell’Egitto umiliato e per la Guerra fredda tra Usa e Urss, che giocano sullo scacchiere mediorientale una partita tutta loro.

L'Amaca

 

La parodia del male
DI MICHELE SERRA
L’aggravante giuridica “per avere agito con particolare cretineria” ovviamente non esiste. C’è quella “per futili motivi” che potrebbe essere in qualche modo apparentabile: spargere sangue per una lite di parcheggio, per esempio, appare smisuratamente grave rispetto al casus belli. Si capisce dunque, e si condivide, la ratio dell’aumento della pena.
La cretineria è un concetto più vago, meno quantificabile: eppure viene spontaneo, di fronte a certi casi di cronaca nera, pensare alla cretineria, se non come unico movente, come concausa dell’accaduto. La “faida dei trapper” a Milano, per dirne una, a leggere la relativa cronaca nera e giudiziaria, gronda cretineria almeno tanto quanto violenza. Si tratta di giovanotti garantiti di pranzo e cena, qualcuno addirittura con nomea di artista, e seguito social quanto ne basta per non sentirsi incompreso. Non dunque disperati di strada, o relitti sociali, ma ragazzi che hanno deciso, più per moda che per necessità, più per imitazione che per convinzione, di giocare un ruolo bellicoso (gang contro gang) e all’occorrenza accoltellarsi e rubarsi il cellulare (che per loro è come il Santo Graal).
A volte li arrestano, li processano e li condannano. E se per giunta la condanna cade — non per colpa loro — in un momento in cui il mondo gronda sangue e odio, la loro guerra di marciapiede appare inevitabilmente una recita inconsistente e meschina. Una parodia involontaria del male che rende ridicoli i suoi protagonisti. Echeggia, inevitabile, il “vai a lavorare!” che spesso è spiccio populismo. Ma a volte, saggezza popolare. Andate a lavorare, ragazzi.
Sarebbe anche una crescita artistica.

venerdì 13 ottobre 2023

Riflettendo


Tralasciando il mononeuronico Zaniolo e il povero ludopatico Fagioli, colpisce l’errore inconcepibile di uno come Tonali che, apparentemente, sembrava essere in grado di sopportare la naturale fuoriuscita di testa dovuta al fatto di ritrovarsi milionario a poco più di vent’anni circondato da gloria, notorietà, gnocca e quant’altro agevoli lo spaesamento psicologico. Ed è questo aspetto che probabilmente aprirà il vaso di Pandora coinvolgente molti altri giocatori e società. Girano infatti ipotesi di pagamenti in nero da parte di molti club verso i giocatori più quotati, i quali una volta ricevuto il contante lo ripulirebbero in siti non autorizzati su partite estremamente scontate che, in caso di vittoria,  screditerebbero le somme su conti off shore: bignamicamente la fine del calcio nostrano.

Da leggere


Contro l’ira, fare la pace con l’Iran

La sconsideratezza di non aver restituito i territori occupati dopo il ’67 e l’opzione atomica sono diventati fattori che lo rendono sempre minacciato. La necessità di coinvolgere Teheran per il negoziato

di Barbara Spinelli 

È rovinoso nascondersi i pericoli mortali che s’annidano per Israele come per Gaza, e continuare a dividersi, in Italia e Occidente, fra buoni amici di Israele e cattivi fiancheggiatori dei palestinesi.
La verità è che l’invasione di Gaza potrebbe culminare in strage, perché come potrà l’invasore distinguere tra civili e terroristi di Hamas in zone così popolose, e come potranno fuggire gli abitanti se i valichi son chiusi? E la verità è che lo Stato d’Israele è oggi minacciato esistenzialmente, per aver vissuto con gli occhi bendati sin da quando nacque, adottando la mortifera menzogna sulla “Terra senza popolo per un popolo senza terra”. Se li bendò definitivamente dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967, quando ebbe la sconsideratezza di non restituire i territori che aveva occupato: doveva farlo “sin dal settimo giorno”, disse oltre vent’anni fa l’ex procuratore generale Michael Ben-Yair, consulente legale di Rabin.
Israele è minacciato esistenzialmente non per una sua congenita debolezza o fragilità – è osceno impersonarlo nella figura dell’ebreo perennemente vulnerabile – ma perché dagli anni 60 è una potenza atomica che continua indefessamente a negarsi come tale (la chiamano “ambiguità nucleare”, l’artefice fu il laburista Shimon Peres), che non aderisce a trattati di disarmo o proliferazione e che non possiede quindi flessibilità negoziale – tranne brevi intervalli, chiusi dall’assassinio di Rabin nel 1995.
Questa condizione gli ha permesso di frenare attacchi su larga scala, ma ha trasformato Israele in potenza regionale troppo forte ma immobile, incapace non solo di perizia negoziale, ma anche di chiaroveggenza sulle proprie storiche responsabilità, sul proprio futuro destino, sui pericoli che gli si accampano davanti, oggi sotto forma della autentica polveriera che i governi d’Israele hanno fabbricato con le proprie mani ai confini con Gaza, foraggiando Hamas in funzione anti-Arafat.
È uno dei motivi per cui il regime iraniano si va convincendo che l’unico modo per controbilanciare Israele, in prospettiva, è dotarsi anch’esso dell’atomica, in modo da dissuadere Israele o Stati Uniti da attacchi e guerre di regime change. Basta una piccolissima bomba per polverizzare Israele, il suo territorio è minuscolo. L’ambiguità nucleare si basava sull’illusione che non sarebbero apparse nella regione ambizioni nucleari concorrenti. È pensiero magico: anche se Teheran non possiede ancora la bomba, le ambizioni ci sono.
Qui non si tratta di aprire negoziati Israele-Hamas: le atrocità terroriste non consentono compromessi di sostanza, e Hamas non ha riconosciuto Israele come fece Arafat alla vigilia degli accordi di Oslo nel ’93. I paragoni con l’Ucraina sono zoppicanti: Putin non è Hamas, ma un uomo di Stato che per decenni ha tentato pacificamente di scongiurare eccessive estensioni Nato, senza riuscirci. In Medio Oriente si tratta di avviare negoziati non finti tra Usa, Israele e rappresentanti palestinesi, coinvolgendo non tanto l’Arabia Saudita quanto l’Iran, in primissima linea e con la massima urgenza. L’Iran pesa su Hamas (e sul libanese Hezbollah): se non trattato come Stato canaglia, potrebbe facilitare trattative puntuali e forse durature.
Ogni ricerca di soluzione dovrà quindi avere come oggetto principale il futuro palestinese e la promessa di una tangibile, graduale restituzione di territori occupati, in modo da consentire che su di essi possa nascere uno Stato palestinese sovrano e minimamente funzionante. Nascita sempre più perigliosa: anche questo non andrebbe nascosto. La Cisgiordania è occupata da circa 670.000 coloni israeliani – inclusi 220.000 coloni a Gerusalemme Est, legalmente parte della Cisgiordania – e dalle milizie dei coloni stanno attuando massicci pogrom anti palestinesi, col consenso più o meno tacito delle destre religiose al governo.
Sono distrutti i pozzi dei residenti palestinesi, uccisi civili, espropriate terre, case, strade. Amira Hass testimonia su Haaretz che in questi giorni pogrom e uccisioni sono aumentati. I palestinesi parlano di seconda Nakba (“catastrofe”), la prima essendo quella del ’48, quando milioni di loro furono banditi, per imporre la favola della terra senza popolo. Come stupirsi che i banditi e i loro discendenti non diventino banditi armati.
Fino a quando non finirà questa Nakba, che sminuzza le terre attribuite ai palestinesi, è vano ripetere il mantra “due popoli in due Stati”. All’origine delle atrocità terroristiche c’è la politica di apartheid attuata dai governi israeliani. Non è Hamas a dirlo. Dal 2002 lo dice l’ex procuratore generale israeliano Michael Ben-Yair e tanti israeliani.
In questo contesto varrebbe la pena fare un po’ di ordine nel nostro linguaggio, per aggirare qualche errore. Soprattutto in Italia ed Europa, poco influenti in Medio Oriente ma importanti per quel che dicono.
Come prima cosa, sarebbe consigliabile disgiungere Israele e popolo ebraico (oltre che Israele e diaspora ebraica). Non farlo danneggia gli ebrei e significa far propria la “legge sullo Stato-Nazione” proposta da Netanyahu e adottata nel luglio 2018, secondo la quale “Israele è la patria nazionale del popolo ebraico”, il diritto all’autodeterminazione è limitato agli ebrei, e l’arabico è declassato da lingua ufficiale a lingua con “statuto speciale”. La legge è assai controversa in patria ed è in contrasto con la Dichiarazione di indipendenza del ’48 che prescrive “completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso”. Il 21 per cento degli israeliani sono arabi palestinesi, a cui si aggiungono i beduini (3%), i drusi (2%), i cristiani (2%). Tutti israeliani, ma non ebrei. Alcuni illustri ebrei israeliani sono giunti fino a ripudiare dimostrativamente l’ebraismo, per protesta contro la legge.
Il secondo errore è definire Israele come la più grande democrazia in Medio Oriente. È solo in parte vero, se si considerano la libertà di stampa, di dimostrazione, di voto. Ma la democrazia non è compatibile con l’occupazione di territori, l’aumento delle colonie e i diritti negati o declassati dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza.
Terzo malinteso: Gaza non è un territorio che Israele nel 2005 ha smesso di occupare. Israele esercita su di esso un controllo aereo, terrestre, marittimo; fornisce acqua, energia, cibo, medicine. Non si può né entrare né uscire da Gaza a causa del blocco/assedio israelo-egiziano. Ci sarà qualche motivo per cui si parla di prigione a cielo aperto, o secondo Giorgio Agamben di campo di concentramento. Secondo la legge internazionale, chi esercita un “controllo” su un determinato territorio è giuridicamente responsabile della sussistenza di chi lo abita.
Infine l’argomento del generale Mini, decisivo (Fatto del 12 ottobre): “È militare e antico il detto ‘in guerra non si prendono le decisioni in preda all’ira’”. L’ira è appena sopportabile nei talk show. Sul terreno mina la sopravvivenza sia di Israele sia della Palestina.

Selvaggia

 

Cercansi amici dei “mozzateste” a sinistra, a costo di inventarseli
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Come se questi giorni non fossero già abbastanza mesti, mi sono imbattuta in un articolo di Stefano Cappellini su Repubblica: “Quelli che giustificano gli orrori di Kfar Aza. Se l’ideologia acceca un pezzo della sinistra”.
Incuriosita dal titolo che prometteva di radere al suolo nientepopodimeno che un pezzo della sinistra, ho letto i brillanti argomenti. Cappellini riporta la notizia secondo cui Shani Louk, la povera ragazza rapita al rave party e caricata su un pick-up, non sarebbe morta, ma ricoverata in un ospedale di Gaza. La notizia, dice lui, “sui social si è trasformata in una disgustosa campagna di mistificazione”: gli agit prop “sono arrivati a sostenere che la ragazza era stata caricata sul mezzo solo per essere portata in ospedale!”. A Cappellini sfugge che è stata la madre di Shani Louk a dichiarare che la figlia sarebbe ferita in un ospedale a Gaza. Ma soprattutto dovrebbe spiegarci quanti sarebbero questi agit prop. Siccome il Pd alle ultime elezioni ha preso 5 milioni di voti, mi aspetto che Cappellini abbia contato almeno 2 milioni di tweet di mistificatori di sinistra per parlare di un “pezzo di sinistra”.
Il giornalista si scaglia poi contro chi mette in discussione l’attendibilità della notizia secondo cui gli israeliani avrebbero trovato 40 bambini decapitati. Da giorni è chiaro che la fonte non è affidabile, ma per lui le attente verifiche della notizia vanno catalogate come “miasmi di fogna”. E aggiunge: “come se, ammesso e non concesso che i bambini fossero stati solo uccisi e non decapitati, la cosa potesse cambiare segno all’azione. Come se, ammesso e non concesso che i trucidati fossero tutti adulti, la mattanza potesse passare da crimine contro l’umanità a legittima azione di guerra”. Insomma, se fai il reporter di guerra puoi scrivere, a piacere, che ci sono 40 neonati decapitati o 10 adulti falciati dai proiettili. È uguale. Se verifichi una notizia non sei un giornalista, ma un sostenitore di Hamas. Peccato che poche righe più su Cappellini si fosse appena lamentato per le fake news su Shani Louk in ospedale a Gaza. Insomma, le fake news si dividono in due filoni: quelle che piacciono a Cappellini e quelle che non piacciono a Cappellini. Il quale, dopo aver estrapolato a caso qualche frase di Elena Basile per infoltire le file dell’Hamas Fan Club, sfodera un’altra prova schiacciante della sinistra amica dei “mozzateste” (testuale): “A Barcellona alle manifestazioni pro Hamas sventolavano bandiere della comunità Lgbtq”. Si riferisce alla manifestazione dell’8 ottobre in piazza Sant Jaume dove 400 persone si sono radunate con bandiere palestinesi contro l’apartheid e l’odio etnico. Nessun riferimento ad Hamas. In tutta la piazza sventolava un’unica bandiera arcobaleno, che poi potrebbe anche significare “pace”. Questo, per Cappellini, sarebbe un pezzo di sinistra Lgbtq. Ma ho un’altra notizia per lui: il mio kebabbaro sotto casa dice che l’attacco se lo aspettava perché i palestinesi soffrono da troppo tempo. Con questa informazione, domani può scrivere che tutta la sinistra sta con i “mozzateste”.

Rimpianti

 

Rimpiangere Sharon
di Marco Travaglio
Per dire quanto questa guerra sfugga ai cori da curve ultrà, basta un fatto: dopo le speranze accese dagli accordi di Oslo del 1993 e dalla storica decisione di Ariel Sharon di ritirare le truppe e i coloni (con la forza) da Gaza nel 2005, tutto precipitò a fine anno quando questi fu abbattuto da un ictus. È un paradosso, ma è così. La pace fra ebrei e palestinesi è morta nella culla insieme al più falco dei falchi israeliani: l’eroe indisciplinato delle guerre dei Sei Giorni (1967) e del Kippur (’73); il ministro della Difesa che nell’82 invase il Libano e non fermò il massacro di palestinesi perpetrato dai falangisti cristiano-maroniti a Sabra e Chatila; il capo della destra Likud che nel 2000 passeggiò con la scorta armata sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, scatenando la seconda Intifada. Solo un premier come lui poteva far digerire a Israele l’addio a Gaza. Così come solo il falco Begin, nel 1978, poteva far ingoiare la pace a Camp David con l’Egitto di Sadat.
Begin e Sharon erano due ex militari con le mani insanguinate, ma anche un cervello fuori dal comune. E, quando la Storia chiamò, seppero diventare statisti: guardare oltre l’oggi pensando alle generazioni future. L’uno chiuse il fronte egiziano, pronto alla pace anche con Giordania, Siria e Libano se i tre vicini avessero voluto. L’altro mosse i primi passi per chiudere il fronte palestinese, sposando la linea che Rabin (altro ex generale, ucciso nel ’95 da un ebreo fanatico) e Peres (senza passato militare, sempre sospettato di mollezza) avevano tracciato a Oslo con Arafat: due popoli, due Stati. Non lo fece per buonismo, ma per lungimiranza: presto i palestinesi – in Israele e nei territori occupati – avrebbero superato gli ebrei; e l’occupazione militare non poteva durare in eterno senza minare la sicurezza, anzi la sopravvivenza dello Stato. Mentre lasciava Gaza, Sharon abbandonò anche il Likud per fondare il partito centrista Kadima (“Avanti”), a cui subito aderì l’ex avversario laburista Peres, che di lì a poco divenne capo dello Stato. Poi l’ictus di Sharon spezzò la strana coppia – pugno di ferro e guanto di velluto – che avrebbe accompagnato Israele nella traversata nel deserto. E poco dopo iniziò l’èra Netanyahu, il leader del Likud divenuto premier nel ’96 contestando gli accordi di Oslo, tornato al governo con Sharon, per poi dimettersi da ministro in polemica proprio sul ritiro da Gaza. Dal 2009, salvo brevi intervalli, questo politicante ottuso e corrotto ha governato Israele con la destra più becera, illudendo se stesso e i suoi di poter vivere spensieratamente a prescindere dalla questione palestinese. Sabato la ferocia di Hamas ha presentato il conto a un Paese che da un bel po’ non ha più statisti ed è costretto a rimpiangere Ariel Sharon.

L'Amaca

 

La centrale nel cortile
DI MICHELE SERRA
Nelle ultime elezioni (le regionali del 2023) la Lega ha preso a Milano solo il 7,4 per cento dei voti nonostante esprimesse il candidato alla presidenza, Attilio Fontana.
Risultato ai minimi storici, pure se in una città da sempre poco empatica con il Carroccio, che prende molti voti nelle valli e nei piccoli centri, pochi nelle grandi città.
È dunque abbastanza divertente che il Salvini, molto più votato in Aspromonte che in Duomo, dichiari di voler costruire “nella sua Milano” la prima centrale nucleare di nuova generazione. Come è giusto e logico, se sarà dimostrato che il nucleare di quarta generazione può quasi azzerare i rischi (il rischio zero non esiste) e ridurre la produzione di scorie, nessuna persona di buon senso può proclamarsi contraria a prescindere. Un nuovo referendum, su dati aggiornati, potrebbe anche smentire il risultato di quello dell’87. In trentacinque anni molte cose sono cambiate, non solo tecnologicamente: prima tra tutte la percezione che i combustibili fossili sono, per l’ambiente, il peggiore dei nemici.
Sarà però indispensabile, per i neo-nuclearisti, disinnescare per tempo il Salvini, che potrebbe nuocere gravemente alla causa facendone una marcetta propagandistica e non un iter scientifico-economico di enorme impegno e serietà.
Non esistono, nel mondo, centrali di quarta generazione funzionanti. Parlarne come di un regalo da fare “alla sua Milano” non solo è bassa politica, è anche un torto che viene fatto a chi sta lavorando e studiando con impegno sul passaggio d’epoca energetico. Passare dal NIMBY (non nel mio cortile) allo YIMBY (sì, nel mio cortile!) non cambia poi molto. Sempre in cortile si rimane.