domenica 1 ottobre 2023

Le nubi draghiane

 

Sono forse io, maestra?
di Marco Travaglio
La Meloni teme che i soliti noti stiano preparandole la forca, o la pira, dell’ennesimo governo tecnico. E i soliti noti, tramite i soliti giornaloni, rispondono fischiettando “Sono forse io, maestra?”, come Giuda Iscariota nell’ultima cena, quando Gesù confida ai Dodici che uno lo tradirà. Ma Giuda non aveva confidato a nessuno il suo inciucio con i sommi sacerdoti (anche se non aveva calcolato che con l’Onnisciente non c’era segreto che tenesse); invece il fan club dei tecnici non riesce a tenersi un cecio in bocca, infatti è da quest’estate che si eccita per il golpe bianco. È bastato che lo spirito guida Draghi e il suo valletto Enrico letta accettassero due strapuntini in Europa (scriveranno nientemeno che un rapporto sulla competitività e una relazione sul futuro del mercato unico: roba forte) per scatenare gridolini di giubilo e polluzioni fra i signorini grandi firme. L’udienza di Gentiloni, parlandone da sveglio, al Quirinale e il ritorno dello spread a 200 punti han fatto il resto nel nostro establishment, notoriamente allergico alla democrazia e alla sovranità popolare. Probabilmente non c’è una congiura, che fra l’altro non avrebbe i numeri, a meno che Meloni, Salvini e Conte non bràmino il suicidio (lo sport preferito del Pd). C’è solo l’ennesimo riflesso condizionato di un piccolo mondo antico che sfila da anni al proprio funerale come se il morto fosse un altro. E, ogni volta che il popolo bue sbaglia a votare, prima lo scomunica come “populista” o “sovranista”, poi cerca un banchiere o un tecnocrate pret à porter per ribaltare le elezioni.
Fanno tenerezza i Cavalieri Gedi di Stampubblica che irridono l’“ossessione complottista” meloniana dopo aver esaltato per 12 anni i Monti e i Draghi e pubblicato negli ultimi due mesi editoriali e retroscena sul ritorno di SuperMario con Agenda incorporata, o in alternativa su Fabio Panetta come “Draghi di destra” (l’originale è notoriamente di sinistra), ma anche su Gentiloni al posto della “grillina” e “massimalista” Schlein, sull’”Europa” e i “mercati” che agitano “lo spettro del governo tecnico” per stringere un bel “cordone di sicurezza intorno all’Italia”. Prima confessano, poi fanno gli gnorri. A scanso d’equivoci e per quel vale, i lettori sanno già dove troverebbero il Fatto se dall’empireo calasse un altro “tecnico”: all’opposizione solitaria, come nel 2011 quando Monti rimpiazzò il pessimo governo B. e nel 2021 quando Draghi subentrò all’ottimo governo Conte2. Anche il governo Meloni è pessimo, ma un anno fa ha avuto dagli elettori votanti la maggioranza in Parlamento. Se crolla, sono gli elettori che devono fare mea culpa e decidere chi metterci al posto. Il peggior governo politico è sempre meno peggio del miglior governo tecnico.

L'Amaca


Andare in taxi a Roma
DI MICHELE SERRA
Sui tassisti romani devo avere scritto almeno sei o sette amache, lungo gli anni. Tutte uguali.
Dicevano, in sintesi: a Roma non ci sono abbastanza taxi. La dose di acume necessaria per scriverle era bassissima. Bastava cercare un taxi a Roma.
Questo vuol dire due cose: la prima è che mi ripeto, la seconda è che mi ripeto perché si ripetono, inesorabili, i problemi italiani. Ora siamo a un nuovo picco di proteste e di sdegno, anche “dei vip”, come dicono i giornali. Gente che aspetta per ore e poi rinuncia, e “non sono cose degne di una grande capitale”, e “basta con la dittatura dei tassisti”, e via sottolineando ciò che è già ampiamente sottolineato da parecchi anni. Ripeto: da parecchi anni.
Secondo me il problema è insolubile.
Perché i tassisti romani non sono un servizio pubblico, sono una corporazione, una delle tante in Italia. E scopo delle corporazioni è preservare se stesse. E tutto il resto: ciccia. Non per caso la parte politica che consacrò il corporativismo (la destra illiberale) ha sempre protetto, ricambiata, i tassisti romani, che ai tempi di Alemanno furono una pittoresca falange elettorale. E chi se ne frega se poi il servizio fa pena: anche il “me ne frego” discende da quei lombi politici, oggi tornati trionfalmente a Palazzo.

Dunque il consiglio è: se volete un taxi a Roma, non consideratelo il diritto di un cliente, consideratela un’avventura romantica. Come Walter Chiari e Anna Magnani in giro in Lambretta (Bellissima)o Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vespa (Vacanze romane). Smettetela di considerare Roma “una capitale europea”. È solo un set cinematografico.

sabato 30 settembre 2023

Spettacolo!




Riservata

 


Booom!

 

La contro-inoffensiva
di Marco Travaglio
Ci sono notizie così enormi che, quando le leggi, ti stropicci gli occhi e poi le rileggi per essere sicuro di aver capito bene. Dopodiché le cerchi nei tg e sui giornaloni e, non trovandole, capisci che sono vere.
Prima notizia. Il 13.9.2022, mentre il “mondo libero” era tutto intento a far credere che quella in Ucraina fosse l’unica guerra in corso, l’Azerbaigian filo-turco attacca per l’ennesima volta l’Armenia filo-russa per riprendersi il Nagorno-Karabakh, l’enclave armena indipendente dal 1991. Decine di morti e migliaia di profughi. Ma nessuno dice né fa nulla: né moniti su “aggressore e aggredito”, né armi agli aggrediti per difenderli dagli aggressori, né sanzioni agli aggressori perché smettessero di aggredire. Motivo: l’aggressore azero è amico nostro, ci fornisce il gas necessario a sostituire quello dell’aggressore russo, e noi in cambio gli vendiamo le armi e ci scordiamo il diritto degli armeni del Nagorno Karabakh all’autodeterminazione. Ora, certi dell’impunità, gli azeri tornano sul luogo del delitto per la soluzione finale: stragi di civili, repressioni, pulizia etnica ed esodo biblico di civili (circa 85mila profughi su una popolazione di 140mila, ma mica sono ucraini: sono armeni e ai genocidi ci sono abituati). Il Nagorno Karabakh non esiste più: un intero Paese cancellato da un giorno all’altro dalla carta geografica, mentre le famose democrazie e la pia Nato armano l’aggressore fischiettando.
Seconda notizia. Dopo mesi di annunci mediatici sui mirabolanti progressi ucraini nella “controffensiva di primavera”, partita in estate e non pervenuta neppure in autunno, fra “svolte”, “avanzate”, “conquiste” e “sfondamenti”, il New York Times si arma di righello e fa i conti: “Malgrado 9 mesi di sanguinosi combattimenti dall’inizio dell’anno meno di 500 miglia quadrate (800 kmq, ndr) di territorio sono passati di mano”. Tutti sottratti dagli ucraini ai russi? Magari: i russi sulla difensiva hanno guadagnato più territori (320 kmq, soprattutto a Est) che gli ucraini all’offensiva (227, soprattutto a Sud). Purtroppo, nei primi mesi d’invasione, i russi avevano occupato quattro regioni ucraine, pari al 18% del territorio, più la Crimea annessa nel 2014, per un totale di 135mila kmq; e negli ultimi nove mesi, gli ucraini sono riusciti a riconquistarne un seicentesimo (e al prezzo di circa 80mila fra morti e mutilati). Kiev ha perso l’equivalente di mezza Italia e riconquistato il corrispettivo della più piccola provincia d’Italia: quella di Trieste. Facile calcolare, a questo ritmo, quanti secoli impiegherà a riprendersi il resto, sempreché i russi non passino mai più all’offensiva e gli ucraini, nel frattempo, non finiscano gli uomini. Ancor più facile diagnosticare lo stato mentale di chi ancora parla di “vittoria”.

L'Amaca

 

Il provino sbagliato
DI MICHELE SERRA
Non si sa più da che parte cominciare, anzi ricominciare, per rimettere un poco di ordine nel settore delle “discriminazioni” su basi fisica. Si leggono cose sensate (poche) e cose assurde (molte).
Nella seconda categoria eccelle — come stupirsi — l’America.
Esempio di cosa sensata, ovvero di effettiva discriminazione su basi fisiche, sarebbe il rifiuto di assumere un giardiniere o un’avvocata o un barman perché sovrappeso: l’aspetto fisico non c’entra niente con la mansione che devi svolgere, dunque, se hai le attitudini professionali richieste, non assumerti è gravemente discriminatorio. Ma se al provino dove si cerca la protagonista di un balletto sulla vita di Nadia Comaneci dovesse presentarsi una danzatrice attorno al quintale; o se per un casting dove si cercano attori per un film d’azione mi presentassi io, che ormai corro i cento metri in un quarto d’ora e con un bicchiere di vino rosso in mano, e venissimo entrambi respinti, non si tratterebbe di discriminazione. Saremmo noi due, la danzatrice e il sottoscritto, ad avere sbagliato provino.
Non tutti possiamo fare tutto. L’elenco delle cose che mi sarebbe molto piaciuto fare e non ho fatto è molto più lungo di quelle che sono riuscito a fare. Questo può anche essere frustrante, ma è un richiamo alla realtà della condizione umana, che è transeunte e imperfetta. L’età, la forma fisica (nel cinema anche l’aspetto fisico) contano, e incidono. Proprio perché i casi di discriminazione, di dileggio, di esclusione, di abusi dei “normali” contro i fuori-norma sono tanti, e spesso crudeli, bisogna sgomberare il campo dall’equivoco che rischia di rendere insensata una materia (il diritto al rispetto) che è invece fondamentale.
L’equivoco è ignorare i propri limiti.