mercoledì 7 giugno 2023

L'Amaca

 

Quando la nera diventa grigia
DI MICHELE SERRA
Impagnatiello mi insegue.
Sui giornali, nei telegiornali, sui siti dei giornali, Impagnatiello non dà tregua. Giro la pagina, cambio canale, faccio scorrere titoli e fotografie sul mio video e Impagnatiello c’è sempre. Ovunque. Da giorni. Non riesco a liberarmene.
Forse se si fosse chiamato Rossi l’eco del suo nome sarebbe meno prolungata. Il coltello, il temperino, il compagno di cella, i sacchi della pattumiera, il forno, quello che c’era sopra il forno, l’avvocato, la mamma, la casa di Senago, i vicini di casa di Senago, i cassonetti di Senago (visti nei telegiornali decine di volte, anche come notizia di apertura: Impagnatiello che va verso i cassonetti, Impagnatiello che si allontana dai cassonetti, perché non candidarli al David per la migliore scenografia?). Tutti i dettagli minimi, nessuno escluso, di un delitto violento e idiota, senza mistero alcuno. Il colpevole è reo confesso, è stato lui, l’è sta’ lu, come si dice a Senago. Non c’è alcuna ragione da “giallo classico” — chi sarà mai l’assassino? — a reggere il peso delle tonnellate di Impagnatiello che ci sovrastano.
La “nera” è un genere nobile del giornalismo. Anche della letteratura.
Sono i regimi che censurano le notizie di nera. Dunque, viva la nera. Ma in questo dosaggio esorbitante non è più nemmeno nera, nell’alluvione mediatica si stempera e si scolora, è a malapena un grigio pallido. Nessuna sensazione forte può durare per giorni. Dopo un po’ non è più forte, anzi non è più nemmeno una sensazione. È una forma, ennesima, dell’indifferenza.

martedì 6 giugno 2023

Vergognati Gerry!



Non si toccano le Bandiere pezzente! Cardinale Out! Fuori i pagliacci americani!!! 

Tesi di Alessandro


I dilemmi di Elly. Inviare armi a Kiev o no? Nel Pd vince la linea Mattarella

di Alessandro Orsini 

Elly Schlein è contraria all’invio delle armi in Ucraina. La sua storia e le battaglie che precedono la sua ascesa alla segreteria del Pd inducono a una simile affermazione. Esistono anche alcune prove per sostenerlo. Ad esempio, Schlein aveva lasciato intendere piuttosto chiaramente di essere contraria alla tesi delirante della Nato secondo cui l’invio spropositato di armi avrebbe avvicinato la pace: “Per chi, come me, viene dalla cultura del disarmo, è un vero dilemma etico. Penso che la pace non si faccia mai con le armi”, aveva dichiarato a Repubblica, il 18 marzo 2022, commentando il primo invio di armi del governo Draghi. Nessun problema. Bonaccini era iper-favorito e quasi nessuno pensava che Schlein avrebbe prevalso. È accaduto e Schlein ha votato l’invio di armi con Meloni contro il Movimento 5 Stelle. Tuttavia, la sua indole pacifista è riemersa alcuni giorni fa, quando ha detto di essere contraria a usare i fondi del Pnrr per costruire munizioni. Il Pd si è spaccato. Quattro eurodeputati si sono astenuti, rimanendo nella tradizione pacifista del socialismo riformista italiano, di cui ho a lungo parlato nel mio Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubbettino). Dieci, invece, hanno votato sì. La questione è talmente rilevante da meritare la tipica research question che apre le tesi di laurea: “Perché Schlein ha votato l’invio di armi contro la propria antropologia politica?”.
Le ragioni principali mi sembrano quattro. La prima è che Sergio Mattarella esercita un’influenza enorme sul Pd, il partito da cui proviene. Nessuno si scandalizzi: se Berlusconi fosse presidente della Repubblica, la dinamica tra Berlusconi e Forza Italia sarebbe identica. Mattarella è per l’invio delle armi e pure il Pd. Allo stesso modo, Forza Italia sarebbe per la riforma della giustizia che piace a Berlusconi. Mattarella deve la sua ascesa al Quirinale alla guerra illegale della Nato contro la Serbia del 1999. Berlusconi deve la sua discesa ai giudici. La seconda è che Schlein, una movimentista-idealista per niente avvezza a coltivare il potere, non controlla il partito. Con le dovute eccezioni, i partiti sono controllati dai segretari che hanno messo senatori e deputati in Parlamento. Quei parlamentari del Pd sono stati eletti grazie a Enrico Letta, come il cinico cambiacasacca Enrico Borghi che ha lasciato il Pd per scivolare sotto la soglia minima della dignità alla ricerca di una nuova sistemazione da Matteo Renzi. Con Letta, Borghi sarebbe rimasto nel Pd; con Schlein, va via. La terza è che Schlein non si è impossessata del partito dall’interno. Più che conquistarlo salendo una scalinata prodigiosamente, l’ha preso mentre cadeva dal balcone rovinosamente. Il peso eccessivo sulle braccia le ha imposto l’unico compromesso possibile per sorreggerlo: accettare, obtorto collo, l’invio delle armi. Il tutto per evitare di diventare l’oppositrice mica di Giorgia Meloni, problema irrilevante, ma di Mattarella, problema esorbitante. La quarta ragione è che, quando Schlein votava l’invio di armi con Meloni, non era chiaro ciò che oggi appare evidente ai più: l’Ucraina non ha nessuna possibilità di sconfiggere la Russia sul campo liberando tutti i territori, Crimea inclusa, come Zelensky ha assicurato mille volte al giorno. Stando così le cose, la strategia di Biden e, quindi, quella di Mattarella, appare per quello che è: un fallimento totale. Rifiutando la diplomazia con il massimo disprezzo, il blocco occidentale ha trasformato l’Ucraina in una grande bara per grandi e piccini. Confesso di solidarizzare molto con la figura umana di Schlein, la tipica persona che cerca di uscire da uno sbaglio rimanendo nell’errore.

Strafalcione

 


Auuu!

 

Al lupo, al lupo!
di Marco Travaglio
Dopo sette mesi, è ufficiale: abbiamo un governo di buoni a nulla capaci di tutto. Ma chi li paragona al fascismo fa loro un favore e un complimento, perché Mussolini era capace di tutto, ma purtroppo riunì attorno a sé il meglio della cultura fascista e nazionalista e diverse eccellenze del mondo liberale e cattolico. Quando le tragedie della storia si ripetono, insegna Marx, lo fanno in forma di farsa. Il che fa ben sperare che, pur animati dalle peggiori intenzioni, i guitti di oggi – anche quelli che parodiano i gerarchi perché vorrebbero essere come loro – non riescano a realizzarle. Ciò non significa che le opposizioni e il poco che resta di stampa libera debbano rilassarsi, anzi. Ma che dovrebbero selezionare i bersagli, evitando di gridare al fascismo o alla svolta autoritaria qualunque cosa faccia il governo. 1) Per evitare l’effetto “al lupo al lupo”: se tutto è fascismo, nulla è fascismo. 2) Per scansare il doppiopesismo, cioè l’ipocrisia di chi rinfaccia agli altri ciò che ha sempre fatto lui. 3) Per convincere parte degli elettori che il 25 settembre hanno votato a destra o non hanno votato a votare per le opposizioni, andrebbero scelte parole che la gente capisca e temi che senta vicini. Se la Rai diventa TeleMeloni (ma da ben prima che Meloni piazzasse i suoi), tutti ricordano TeleDraghi e TeleQualunque premier ci fosse: gli allarmi rossi o neri non attaccano. Se la Meloni vuole eleggere il capo dello Stato o del governo, bisogna opporsi e spiegare perché, ma gridare al fascismo ha poco senso: anche il Pd voleva il premierato, e il presidenzialismo esiste in democrazie più antiche e mature. Idem per l’obbrobrio dell’Autonomia, che però non ha nulla di autoritario: semmai porterebbe all’anarchia, espropriando lo Stato di poteri che è meglio conservi. Quindi bisognerebbe piantarla di invocare Bonaccini commissario in Emilia-Romagna e proporre l’abolizione delle Regioni, o almeno l’esproprio dei poteri sulla sanità e l’ambiente, per uno Stato forte sui temi strategici e un federalismo fondato sui Comuni.
Tralasciamo per carità di patria le ridicole e tafazziane campagne sui terribili segreti di mamma Meloni e sull’inesistente saluto fascista alla parata del 2 giugno. Ma, se in questi sette mesi la sinistra politico-mediatica avesse investito le energie spese nella caccia alle vere o presunte camicie nere per denunciare la guerra ai poveri (5-600mila senza Rdc da luglio), la legalizzazione dello schiavismo, il folle bellicismo atlantista, i disastri su Pnrr e 110%, le schiforme della giustizia penale e contabile, i miliardi buttati nel Ponte e in altri regali ai ricchi e ai ladri, le promesse tradite su bollette e accise, i 14 condoni alle vittime del “pizzo di Stato”, oggi il governo dormirebbe sonni un po’ meno tranquilli.

L'Amaca

 

Un futuro gonfiabile
DI MICHELE SERRA
Il grande successo commerciale del carro armato gonfiabile (pare che inganni il nemico) ha qualcosa di irresistibilmente comico – anche se fa il verso alla più tragica delle attività umane, che è la guerra. Si sapeva delle bambole gonfiabili, dunque della parodia di Eros, non dei carri armati gonfiabili, che sono la parodia di Thanatos.
Parodia della morte.
Ci sorprende e quasi ci commuove, del carro armato gonfiabile, la sua natura molto pre-digitale, dunque arcaica. La sagoma di gomma che inganna il drone è come il topo che rode il cavo elettrico: una clamorosa rivincita del risaputo, del molto collaudato, sull’innovazione. Nei lunapark, nei baracconi, nei parchi giochi, il gonfiabile è ancora una tecnologia egemone. Si gonfiano gli scivoli, le piscine, i luoghi senza spigoli dove i bambini saltano e rimbalzano, invulnerabili. Si gonfiano i palloncini, gli aerostati, ultimamente anche le tette, nell’invenzione morbida e rassicurante di un mondo che assorbe ogni urto e rimanda a chissà quando ogni avvizzimento, ogni collasso.
Immagino che, tecnicamente parlando, il problema più grande, per il progettista del carro armato ad aria compressa, sia replicare gli spigoli. Il tondo trionfa nei canotti, nei materassini, in tutte le creature di gomma che l’aria compressa gonfia. Lo spigolo ben rifilato, l’aguzzo che offende e penetra, non è facile da replicare, nel mondo dell’aria compressa. Si sogna, da quei bambini che siamo, il giorno in cui l’arma gonfiabile sarà una replica così perfetta di quella vera che ne prenderà il posto.

La modernità

 


Passione, incredulità, trasformazione, dati, lettura dei dati, olio di canfora, programmi virtuosi: in questa svolta epocale c'è anzitutto l'addio all'appartenenza, alle decisioni del cuore, alle diaspore da bar, già da tempo annacquate da Var e da fredde sale decisionali; c'è l'ammaino della bandiera tessuta di notte, per l'arrivo di un'intelligenza artificiale, cruda, senza sentimenti, senza coinvolgimenti affettivi. 

Se ne va Paolino, faro nella notte, baia placida rasserenante, simile al vero amico a cui per trasvoli da impegni professionali affideresti senza timore la cura della tua casa, dei tuoi affetti, dei problemi da sbrogliare in tua assenza. Come possa Gerry l'amerigano non prevedere sconquassi emozionali a breve eruttanti, è mistero; probabilmente per l'asettico mega programma informatico parole come passione, attaccamento ai colori, essenze emozionali sono fregnacce, non avendo quel cuore che ti fa partire di pomeriggio per rientrare a notte fonda abbacinato e stordito dai quei colori che sono frizzantino per l'anima. Gerry l'amerigano sogna database e bicchieroni di Cola buzzurra simile agli appuntamenti infiniti del baseball newyorkese, pregni di ridanciani imbelli e zavorrati da adipe che stanno al calcio nostrano come De Kagheler alla bandiera. A Gerry quindi non frega una mazza di tutto quello che prima Paolino impersonava, il simbolo a cui perdoni in un battibaleno strafalcioni d'acquisto come quelli dello scorso anno, perché sai che l'errore ci può stare se accompagnato dal sentimento. Tutto questo è finito. Gerry calcola, studia, decomprime files, accomoda in tolda l'algoritmo, scegliendo giovani che un domani divenuti campioni verranno ceduti per omaggiare il vero dio al comando, spazzante emozioni e sogni oramai commiserati e scherniti: il lucro. 

E allora via con stadio di proprietà, bilanci, progettualità che vorrebbero trasformare il tifoso in numero, la passione in sciocco divertimento, la maglia in business. 

Quand'ero suddito dell'ometto pregiudicato che politicamente sfruttava i successi, sopportavo e in fondo in fondo gaudevo delle coppeconleorecchie profuse a due mani che ingolfavano la stanza dei trofei, perché fondamentalmente, ci vedevo anche la passione. 

Con Gerry l'amerigano tutto diverrà asettico, programmato, glaciale. L'arrivo di questi esteti del lucro deturperà il bello che non si può spiegare, perché appartenente a sfere misteriose nascoste nell'intimo di coloro che, come me, soffrono tanto, forse troppo, per i colori d'appartenenza. 

Nel mondo di Gerry l'amerigano non ci entrerò. Senza Paolino sarà tutta un'altra storia, lontana, sbiadita, annacquata. Da guardare come un film amerigano prodotto solo per far cassa, di quelli che non interrompi neppure quando devi soddisfare il richiamo di madama prostata.