lunedì 29 maggio 2023

Quisigode!

 


Tomaso e il Don!

 

Don Milani, gigante eretico annacquato nella retorica
IL CENTENARIO DELLA NASCITA - Straniero. Oggi lo sarebbe come allora. Chiamava i ricchi “padroni” e sosteneva che non esistesse “un guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione”
DI TOMASO MONTANARI
In una pagina mirabile, il gesuita Michel de Certeau ha ricordato che “la Chiesa è sempre tentata di contraddire ciò che afferma, di difendersi, di obbedire alla legge che esclude, di identificare la verità con ciò che essa ne dice, di censire i ‘buoni’ in base ai suoi membri visibili … La storia dimostra che la tentazione è reale … ma l’esperienza cristiana rifiuta radicalmente la riduzione alla legge del gruppo. Ciò si traduce in un movimento di superamento incessante. Potremmo dire che la Chiesa è una setta che non accetta mai di esserlo. È costantemente attratta fuori di sé da quegli ‘stranieri’ che le sottraggono i suoi beni, che prendono sempre di sorpresa le elaborazioni e le istituzioni faticosamente acquisite, e nei quali la fede vivente riconosce, poco a poco, il Ladro – colui che viene”. Una Chiesa, insomma, sempre tentata di lasciare la profezia per essere una società chiusa di ortodossi: e però sempre provvidenzialmente “sconquassata” da “stranieri” (cioè non allineati, non omologati, non conformisti) che in un primo tempo avversa, per poi riconoscere in essi Dio stesso, che disse di sé: “Ecco, io vengo come un ladro” (Ap. 16, 15).
Don Lorenzo Milani, che sabato scorso avrebbe compiuto cento anni, è stato uno di quegli stranieri, di quei ladri: uno dei più grandi, dei più duri, dei più teneri. La sua storia è stata scritta una volta per tutte da Dostoevskij, alla fine dei Karamazov: quando Gesù torna sulla terra il Grande Inquisitore, cioè la Chiesa del potere, gli rimprovera di aver voluto lasciare gli uomini liberi, di averli amati quando avrebbe dovuto dominarli. È quello che la Chiesa rimprovera ad ogni profeta: troppo amore! Trattato in vita dalla gerarchia ecclesiastica come un eretico (lui che era invece scrupolosamente ortodosso da un punto di vista dogmatico, e attratto dai sacramenti in modo quasi mistico), Milani oggi viene celebrato con fiumi di retorica: e il rischio è che non si rammenti più che era uno straniero e un ladro, cioè un profeta incendiario. Nato ricco e colto, Lorenzo Milani segue nudo il Cristo nudo, nei suoi poveri, con due stelle polari: il Vangelo per primo, e la Costituzione per seconda. Egli consuma la sua vita per dare ai poveri quella parola, quella lingua, quella dignità che possano permettere loro di non essere più schiavi dei “padroni”: come chiamava, senza reticenze, i ricchi e gli imprenditori. “Ci ho messo venticinque anni a sortire dalla classe sociale che scrive e legge l’Espresso e Il Mondo – scrive – Non mi devo far ricattare nemmeno per un solo giorno. Mi devono snobbare, dire che sono un ingenuo e un demagogo, non mi devono onorare come uno di loro, perché non sono di loro”. Ascoltiamo lui, allora, quest’anno: rileggiamo i libri suoi (in realtà sempre libri collettivi, scritti con il suo popolo, con i suoi ragazzi) e quelli dei testimoni più stretti e fedeli (Michele Gesualdi, Adele Corradi). Capiremo che don Milani è solo dei suoi poveri, non dei potenti che sabato hanno invaso Barbiana: “Reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri”.
La statura politica del Priore di Barbiana è assodata da tempo. Diceva Tullio De Mauro: “Capiamo meglio oggi Gramsci grazie alla grande luce, alla grande protesta, alla forza intellettuale di penetrazione nelle cose sprigionata da don Milani”. E la sua più ardente eredità politica è racchiusa proprio nelle ultime parole che dice al suo Michele: la scuola non serve a “produrre una nuova classe dirigente, ma una massa cosciente”. Oggi, al tempo del ministero dell’Istruzione e del merito, la situazione è anche peggiore di quella che Milani combatteva. La scuola è stata messa al servizio dello stato delle cose, non del suo scardinamento. Serve a trasformare i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è. Fa ancora parti eguali fra diseguali: e lo chiama ‘merito’. Manda ancora via i malati, e cura i sani: e la chiama “selezione”. E la stessa democrazia è ormai a gravissimo rischio, tra astensionismo e ritorno del fascismo: Milani scrive che, in una classe, “ventotto apolitici più 3 fascisti eguale 31 fascisti”.
Non fosse morto prima, sarebbe stato condannato per apologia di reato: l’obiezione di coscienza, che difende con tutta la sua forza. Perché nell’età atomica, scrive, “non esiste più una ‘guerra giusta’ né per la Chiesa né per la Costituzione”. Insegnava ai suoi ragazzi che “se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura. … Poi forse qualche generale troverà̀ ugualmente il meschino che obbedisce, e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima”. Quanto ci manca, oggi: nell’Italia senz’anima che, celebrandolo, lo tradisce.

domenica 28 maggio 2023

adieu!

 


Ingratitudine



Ma guarda questi giovani che non vogliono accettare le proposte del nobilissimo mondo imprenditoriale! Come si fa a rinunciare a contratti stagionali dove devi impegnarti solo dodici ore al giorno, senza festività naturalmente perché nelle feste si lavora di più, magari con qualcosa in busta e il rimanente in nero - ah il nero che va così tanto di moda oggi - senza nessun progettualità nel futuro, senza possibilità d’impostarti la vita? Scansafatiche vengono etichettati dai nobili marchesi arruffoni impegnati a introitare il più possibile alla faccia loro! In questa forma deturpata di capitalismo i giovani pare non accettino lo sfruttamento, una subdola forma di schiavitù 2.0, abbellita, edulcorata da frasi ad minchiam tipo “alla vostra età io lavoravo ventisette ore al giorno!”, frase fuori dal tempo, da questo tempo dove rapidità, istantaneità la fanno da padroni. Ci fosse qualcuno che sommessamente proponga eticamente di vietare che un cameriere possa non aver possibilità di vivere da libero almeno un weekend al mese, lavorando non più di nove al giorno! Certo una proposta del genere comporterebbe più spese per l’imprenditore e meno guadagno, cosa inaudita in questi tempi di tecno-rapto-pluto capitalismo. Tranquilli, non c’è nessuno in giro a difendervi cari giovani! Soprattutto nella zona politica che storicamente lo dovrebbe fare. Se non fosse uguale all’altra.

Anniversario

 


Il giocattolino

 

“Dal traffico all’impatto: ecco perché è inutile e impagabile”
LA “TASSA” DEL PONTE - I 14,6 miliardi di spesa non aiutano commercio, pendolari e turisti, creano poco lavoro e violano la Costituzione
DI MARCO FRANCHI
I flussi di traffico? Risibili, senza impatti effettivi sul turismo, sul pendolarismo. Le ricadute occupazionali? Solo a breve termine. I costi? Una tassa per il Paese. La procedura di Valutazione di impatto ambientale? Illegittima, come pure l’affidamento senza gara. Il ponte sullo stretto di Messina è un’opera che sfida la legge, la logica e il buon senso, che deturpa il paesaggio, ferisce l’ecosistema, viola le leggi e le norme, che non crea sviluppo “buono” né crescita duratura. Eppure il governo Meloni lo vuole tanto da averlo inserito nella Legge di Bilancio 2023. Di più: con il decreto legge n. 35 del 2023 non si è limitato alla revoca della liquidazione della Stretto di Messina SpA, trasformandola in società concessionaria in house con le “funzioni” di realizzazione e gestione dell’opera, ma ha addirittura riesumato il rapporto con il contraente generale Eurolink, sospendendo a colpi di articoli di legge i giudizi civili pendenti, e ha dato nuova vita pure al progetto definitivo redatto dalla stessa Eurolink e approvato dalla Stretto di Messina il 29 luglio 2011. Sono questi i passaggi salienti delle durissime critiche contenute nel dossier di esperti ambientalisti “Lo Stretto di Messina e le ombre sul rilancio del ponte” pubblicato nei giorni scorsi da un pool di esperti di Kyoto Club, Lipu e Wwf, con il contributo di numerose associazioni ambientaliste e della società civile, tra le quali il Coordinamento Invece del ponte – cittadini per lo sviluppo sostenibile dello Stretto.
L’elenco delle principali criticità dell’ecomostro che Salvini e Meloni vogliono erigere su uno dei punti più sismici d’Italia e d’Europa è lungo. Si va da quelli giuridici, con i profili di illegittimità e incostituzionalità delle norme per realizzare il ponte sullo Stretto di Messina, specie quel fronte delle valutazioni ambientali in conflitto con l’articolo 9 della Costituzione e la pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica, a quelli tecnico-ingegneristici sulla fattibilità stessa e sull’esigenza di riprogettare il ponte sospeso sino a suoi impatti ambientali ed ecologici.
Ma dove l’analisi demolisce dalle fondamenta il piano del governo è sul fronte dell’economia. Dati alla mano, l’opera è insostenibile finanziariamente, i vantaggi economici inesistenti, evanescenti i presunti benefici per trasporti, turismo, mobilità e occupazione. I problemi scattano già per il traffico marittimo: un ponte con una luce di 65 metri, com’è nel progetto attuale, bloccherebbe il transito delle navi portacontainer maggiori in rotta verso Gioia Tauro, il più importante scalo italiano di transhipment, mentre i cargo da Genova, Napoli, Livorno e Salerno per il canale di Suez dovrebbero circumnavigare la Sicilia, con aggravi di costi e tempi. Se poi si volesse alzare l’impalcato di 15 metri (per avere la certificazione del “franco navigabile”) l’opera andrebbe riprogettata integralmente.
Secondo gli ambientalisti, in base alle norme nazionali ed europee non si può poi riattivare l’intesa con il general contractor Eurolink, sciolta per legge nel 2013, ma occorre rifare la gara. Dal valore originario di 3,9 miliardi del 2003, il costo di riferimento sale oggi a 6,065 miliardi e il tetto entro può crescere senza gara (in base al Codice degli Appalti e alla direttiva 24 del 2014) è poco più di 9, molto sotto i 14,6 (quasi un punto di Pil) indicati dal governo. Le carenze di analisi del governo fanno sì che i privati non siano disponibili a partecipare all’opera, tanto che il piano economico e finanziario pone a totale carico pubblico il rischio finanziario sia dell’investimento che della gestione. Lo stesso gruppo di lavoro del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sostiene che i pedaggi non consentono il project financing. Come i ricavi, così anche i dati sull’occupazione indicati dal Governo sono sovradimensionati. Secondo il costruttore Webuild il monte ore totale per costruire il ponte sarebbe 85.131, con un’occupazione media mensile di non più di 507 addetti: altro che i 100mila stimati, anche nell’indotto, che peraltro sarebbero tutti a termine.
Infine, i flussi di traffico non ripagano l’opera. Secondo il MiMS il 76,2% degli spostamenti su nave sono di passeggeri senza auto ma i pendolari quotidiani sono 4.500, molto pochi. Quanto al trasporto su ferro il canone di uso della ferrovia sarà determinato, secondo il decreto, per perseguire la sostenibilità ambientale del ponte, costituendo una vera e propria tassa sul trasporto ferroviario. Il traffico su gomma previsto è di 11,6 milioni di auto l’anno, a fronte di una capacità di 105 milioni nei due sensi: una saturazione di appena l’11% del ponte, troppo bassa per giustificare l’opera. Ragione e logica dicono no al Ponte, ma al governo pare non importare.

sabato 27 maggio 2023

Fini e il male

 

Solo in Italia il divino B. poteva sfangarla così
DI MASSIMO FINI
Il redivivo Silvio Berlusconi è tornato all’onor del mondo e delle cronache anche per definire meglio quale sia l’identità di Forza Italia di cui è il capo indiscusso. Dice Berlusconi: “Siamo gli unici davvero liberali, cristiani, garantisti, europeisti, atlantisti”. Berlusconi oltre a essere capace di tutto (ma non “buono a nulla”, questo no) è in grado di interpretare tutte le parti in commedia. Cristianesimo e massoneria sono agli antipodi perché i massoni sono atei, ma lui riesce essere contemporaneamente cristiano e massone. Fregi massonici ha fatto mettere sulla tomba di famiglia ad Arcore. Quando il Psi fu travolto dalle inchieste di Mani Pulite quasi tutti i socialisti accorsero nelle file berlusconiane, contraddizione in termini perché un socialista può essere alleato di chiunque, anche dei nazionalsocialisti, ma non di un turbocapitalista. Parlando a quella platea di sbandati, Berlusconi disse: “In fondo io sono anche un po’ socialista”, provocando un fremito di stupore e anche di terrore perché quelli socialisti non erano più. Berlusconi è stato poi, di volta in volta, operaio, musicista, calciatore, allenatore, pianista, studente alla Sorbona e forse anche magazziniere.
Berlusconi aggiunge poi il suo eterno leitmotiv: “Sul piano dei consensi siamo stati penalizzati dagli effetti di una persecuzione giudiziaria nei miei confronti basata sul nulla e conclusa con una serie di assoluzioni”. Ora è vero che Berlusconi è stato più volte assolto soprattutto grazie a una serie di prescrizioni (nove), ma in un caso è stato condannato in via definitiva, per una colossale frode fiscale (360 milioni di dollari in tutto, anche se in gran parte corrosi dalla prescrizione), nell’estate del 2013 dalla Cassazione che fece proprie le motivazioni della sentenza di appello che definiva l’incredibile caratura “criminale” di Berlusconi. Ora se non vale la sentenza di condanna, come sostiene Berlusconi, per logica non valgono nemmeno le sue assoluzioni. E se non vale una sentenza di condanna definitiva della magistratura perché ritenuta una “persecuzione”, allora, per coerenza, bisogna aprire tutte le carceri perché chiunque può essere stato oggetto di una “persecuzione” (in verità nel mondo berlusconiano quando non si tratta di ‘colletti bianchi’, ma di stracci, vale il principio espresso da madama Santanchè: “In galera subito e buttare via le chiavi”).
Buona parte della legislazione di Berlusconi è stata indirizzata contro la magistratura, per delegittimarla o comunque per toglierle gli strumenti per agire. Adesso ministro della Giustizia è Carlo Nordio, ex magistrato livido verso gli altri magistrati, soprattutto milanesi perché mentre costoro scoperchiavano il letamaio di Tangentopoli, lui a Venezia non brillava granché e sulle coop rosse fece un clamoroso buco nell’acqua. Pur essendo formalmente di Fratelli d’Italia, Nordio è un berlusconiano honoris causa. Adesso vuole abolire il reato di abuso d’ufficio perché sostiene che solo l’1 per cento delle denunce di questi reati porta a una condanna definitiva (sfido io: quel reato è stato modificato e svuotato una mezza dozzina di volte in 30 anni). Allora aboliamo anche il reato di furto perché pure nel reato di furto non tutte le denunce finiscono in una condanna; per gli stessi motivi aboliamo i reati di stupro, di assassinio e soprattutto, cosa che sta particolarmente a cuore a lor signori, quelli di concussione e corruzione che sono i reati tipici dei ‘colletti bianchi’.
Tutta la stagione berlusconiana è stata segnata dalla emanazione di una serie infinita di leggi cosiddette “garantiste” che appesantendo i già pesanti Codici penali e di procedura penale, impediscono, di fatto, di arrivare alla conclusione di un processo perché scatta inevitabilmente la mannaia, graditissima dai furfanti, della prescrizione. In Francia l’ex presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy è stato condannato dalla Corte d’appello a tre anni di carcere, di cui uno senza condizionale, per corruzione. Non finirà in carcere ma agli arresti domiciliari con l’obbligo di braccialetto elettronico. In Francia, in Germania, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti sono poste regole precise per evitare che un parlamentare, approfittando della sua posizione, si dedichi ad attività di lobbying. Da noi Matteo Renzi, quando al cittadino comune era proibito allontanarsi di più di 200 metri dalla sua casa, trasvolava paesi, mari, continenti per fare consulenze, ben pagate, al principe saudita e “rinascimentale” Bin Salman.
In Italia regna la più grande confusione. Il 23 maggio a Palermo si commemorava Falcone tra l’altro con il “Silenzio d’ordinanza”, ma la banda aveva appena finito di intonare il “Silenzio” che subito è scoppiato l’applauso. Noi non siamo più in grado di sopportare il silenzio perché viviamo in un perenne baccano. E in quel baccano gli anti-mafiosi si confondevano con i mafiosi o quantomeno con simpatizzanti della mafia.
È nella confusione e nella mancanza di leggi certe, ma sempre aggirabili a proprio uso e consumo, nel baccano, in cui ha sempre vissuto, che Silvio Berlusconi ha potuto prosperare e adesso è sempre e ancora lì, emana, come il Dio di Plotino, la sua influenza su tutto il Paese ed è determinante per la tenuta del governo. In qualsiasi altro Paese del mondo avrebbe almeno un “braccialetto elettronico”.