giovedì 13 aprile 2023

Grande!


Il Polo superfluo

di Marco Travaglio

La morte annunciata del Terzo Pelo o Terzo Coso è ancor più trascurabile della sua nascita. Trattandosi di un polo superfluo, il divorzio fra il De Gaulle dei Parioli e il De Rege di Rignano è molto meno allarmante di quello fra Boldi e De Sica. Molto più affascinanti sono gli spingitori dei due Nessuno: giornaloni, tg e talk che li han pompati fino a convincerli di essere qualcuno: campioni del Riformismo, alfieri del Moderatismo, idoli del Grande Centro. Sono loro che li hanno rovinati, chiamandoli “Terzo Polo” sulla fiducia e illudendoli di avere “praterie” sterminate: bastava che si accoppiassero per crescere e moltiplicarsi. Vincono i 5Stelle? Praterie. Cade il Conte-1? Praterie. Nascono Azione e Italia Viva? Praterie. Cade il Conte-2? Praterie. Arriva Draghi? Praterie. Cade Draghi? Praterie. Calenda va con Letta? Praterie. Calenda va con Renzi? Praterie. Vince Meloni? Praterie. Schlein leader Pd? Praterie. B. ricoverato? Praterie. Dove siano esattamente queste praterie, sfugge ai più. L’unica certezza è che, se esistono, sono disabitate. O popolate di gente che ha sulle palle sia Ollio sia Ollio: persone normali. Resta da capire chi frequentino i giornalisti per convincersi che i due caratteristi abbiano un radioso futuro.
È vero che Carletto sparava: “Puntiamo al 13%, Meloni non governerà mai e tornerà Draghi”, salvo poi incolpare gli elettori perché votano tutti fuorché lui. È vero che il fu Matteo vaticinava: “Facciamo il botto, nel 2024 saremo primo partito, il M5S è morto”. Ma, anziché ridergli in faccia e relegarli nelle brevi, i media li prendevano sul serio. Corriere a tutta prima: “Ciclone Calenda sul centrosinistra” (non scoreggina: ciclone), “Strategia di Renzi per una svolta ‘alla Pirlo’” (con la o). Folli: “Il magnete Calenda” (non pongo: magnete). Il profeta Riotta: “Il centro di Calenda e Renzi sembra ben vivo… potrebbe animare a sorpresa la scena politica”. Foglio: “Il Centrocampo Calenda” (3 pagine su 4). Polito el Drito: “L’accordo Letta-Calenda riequilibra in parte una gara sbilanciata a favore del centrodestra”. Francesco Merlo e la sua lingua: “Calenda aspira all’eredità dei papi laici o forse luterani, Ugo LaMalfa, Visentini, Spadolini, la buona amministrazione, il rigore dei conti e il cattivo carattere che è stato una grande risorsa italiana, una specie di lievito di progresso” (o di birra). Paginone sulla Stampa: “Cantiere Draghi bis”. Paginone su Rep: “Calenda, l’uomo mercato corteggiato da tutti”, con foto dei suoi tatuaggi (“La A di Azione presa dagli Avengers, lo squalo e SPQR”), dettagli biografici (“A 16 anni fece una figlia”) e rivelazioni dell’eroico ragazzo padre: “Le cambiavo i pannolini e la allattavo”. Precoce com’è, aveva già le tette. Ora si allatta da solo.

Olè!

 


mercoledì 12 aprile 2023

L'Amaca

 

Taci, la Tesla ti ascolta!
DI MICHELE SERRA
Per centinaia di generazioni la grande maggioranza degli uomini ha avuto la certezza di vivere sotto lo sguardo di Dio, così che nessuna delle proprie azioni potesse sfuggire al suo vaglio. Il celebre “Dio ti guarda, Stalin no”, slogan della Dc nella sua vittoriosa campagna elettorale del 1948, è un’applicazione un po’ terra terra, e però efficace, della soggezione umana nei confronti di un superpotere divino che nemmeno il più intrusivo e dispotico dei poteri politici potrà mai illudersi di emulare.
Ma poi, a mettere in riga Dio e Stalin, occupando trionfalmente il primo gradino del podio, è arrivata la tecnologia, che di noi sa davvero tutto, in tempo reale, e non per giudicarci (l’etica è un’usanza desueta) ma per comprarci e venderci. I vari garanti della privacy sono nobili cavalieri di una causa persa. Li ammiro, ma credo non abbiano speranze.
Così capita che in America alcuni proprietari di Tesla (l’automobile) si siano accorti che Tesla (l’azienda) li spiava a bordo della propria macchina, mentre facevano le cose che ognuno di noi fa e dice quando è in macchina, sentendosi in un guscio protetto, in una nicchia privata. Questi automobilisti si sono molto arrabbiati a faranno causa a Tesla — in America ci sono più avvocati che americani. Ma la loro è, comunque vada, una rivolta inutile. La fitta rete di dispositivi che ci circonda di noi sa tutto.
Ci siamo consegnati a loro mani e piedi.
La via d’uscita è una sola: comportarci come se fossimo soli (per esempio, continuando a metterci le dita nel naso in macchina) e fare finta di niente. Nel 1948, del resto, avrei votato Fronte Popolare anche se Dio mi guardava.
Figurarsi quanto me ne può importare se mi guarda Elon Musk.

Robecchi e gli allocchi

 

La statua che piange. Siamo a Totò, Peppino e il medioevo dello scontento
di Alessandro Robecchi
C’è qualcosa di meravigliosamente stordente, a suo modo sublime, italianissimo e al tempo stesso satirico, però anche mistico e grandioso, nelle cronache che vengono da Trevignano Romano. La statua della Madonna che piange sangue, l’ex vescovo che la porta in chiesa, le trasmissioni televisive di gossip aumentato che danno corda alla storia, la santona che si rende irreperibile, i fedeli che ci ripensano. Un florilegio che incrocia anni Cinquanta, Totò e Peppino, speculazione edilizia, acquisto di terreni. E voi, allocchi, che credevate alle favole mistiche dell’intelligenza artificiale, ChatGPT, microchip ed elettronica ciberpunk, lo spazio, il futuro… bene, rieccovi nel Medioevo del nostro scontento.
Tutto fa ridere, tutto è amabilmente deprimente, a partire dal fatto che le statue piangenti sarebbero cinque o sei che si dividono i compiti: un paio lacrimano sangue (parrebbe di maiale, il che sarebbe ancor più miracoloso, in effetti), e le altre olio (parrebbe santo, ma vai a sapere); e dicono i testimoni che la veggente Maria Giuseppa Scarpulla, nome d’arte Gisella Cardia, prima di mostrarle si chiudeva un quarto d’ora nella stanza, da sola, lei e le statue. E intanto ampliava il terreno, raccoglieva offerte, mentre i non credenti del luogo, laicamente, deploravano la difficoltà di parcheggio causa assembramenti sacri, chissà se qualcuno pregava per trovare un posto auto libero, sarebbe consono allo spirito dei tempi. Tutto questo da anni e anni, sotto gli occhi di tutti, il 3 di ogni mese.
Quanto a miracoli, pare pochini: molte promesse ma zero risultati, non fosse per il dolore (vero) e la disperazione (vera) di alcuni che chiedevano guarigioni insperate, siamo in piena commedia all’italiana: la veggente assicurava la moltiplicazione delle focacce e degli gnocchi (giuro), che però un fedele e finanziatore della prima ora, Roberto Rossiello, dice di non aver mai visto. Dannazione.
Ma cosa veggeva la veggente? “Minacciava il Papa, parlava di braccia tagliate ai sacerdoti. Ci siamo messi paura”. E te credo, ci manca solo la Madonna hater!
Insomma, come nei veri film dell’orrore si fatica a staccarsi dai racconti e dalle testimonianze, c’è una repulsione che attrae, che solletica vecchi istinti, oltre al timore di constatare che siamo ancora un po’ questa cosa qua, che c’è una (piccola, si spera) frazione del Paese che puoi convincere di ogni cosa, se gliela vendi bene, ma anche se gliela vendi male. Un’ignoranza atavica impastata con uno sconforto che è parente della resa senza condizioni. Se c’è gente che crede alle statue che piangono, figurati cosa puoi fare con un buon apparato mediatico su cose un filino più serie, le crisi, le guerre, l’ottundimento del senso critico in ogni angolo di un Paese che si favoleggia laico e moderno. Il tutto mentre alla maestra di Oristano che nelle ore di lezione ungeva i bambini con l’olio santo di Medjugorje (lei dice che ha portato l’olio, poi si ungevano loro, da soli) vengono offerti ruoli di consulente (regione Sicilia) o invitata al ministero (Sgarbi) per essere “risarcita” dopo la sospensione di venti giorni dall’incarico.
Tutti santi, tutti devoti, tutti volti all’inginocchiatoio, tranne quando il Papa invita un ragazzo russo alla via Crucis, e allora apriti cielo: il mistico piace molto e non impegna, ma solo finché non dice la parola “pace”, allora si storce il naso e lo si confina nei trafiletti di dieci righe a pagina nove e nella coda dei telegiornali, ché suona fastidioso, e rovina la narrazione.

Portati nella realtà

 

Cappuccetto Rosso
di Marco Travaglio
Mentre leggete questo articolo, si combattono nel mondo oltre 40 guerre: lo dice l’ultimo rapporto di Amnesty International. Ma si parla soltanto di una: quella in Ucraina, perché l’ha deciso la Nato, che si crede il mondo intero e si finge un’“alleanza difensiva”. I direttori di alcuni quotidiani firmano un sacrosanto appello a Putin contro l’arresto del giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich, che rischia 20 anni di carcere in Russia per spionaggio per avere svelato i crimini di guerra del gruppo Wagner. Purtroppo si scordano di lanciare un appello a Biden e Sunak contro l’estradizione del giornalista Julian Assange, che rischia 175 anni di carcere negli Usa per spionaggio per aver svelato i crimini di guerra degli americani. E si dimenticano di chiedere a Zelensky di collaborare finalmente – dopo nove anni di depistaggi analoghi a quelli egiziani su Regeni – alle indagini della nostra magistratura sull’omicidio del giornalista italiano Andrea Rocchelli, assassinato nel 2014 dalle sue truppe in Donbass mentre documentava gli orrori della guerra civile.
Grande scandalo per un cablo rubato del Pentagono, svelato dal Washington Post, secondo cui “l’Egitto è pronto a produrre 40 mila razzi per la Russia”. Ma come: il feldmaresciallo al-Sisi, il golpista sostenuto da Usa e Ue per rovesciare nel 2013 il presidente Morsi dei Fratelli Musulmani (l’unico nella storia egiziana a vincere elezioni democratiche), che grazie a Draghi ha aumentato le forniture di gas all’Italia per ridurne la dipendenza dalla Russia, si dimentica degli amici? Stesso scalpore per la notizia che la Turchia dell’amico Erdogan, apprezzato membro Nato, dopo aver armato sia Mosca sia Kiev prima della guerra, è pronta a rifornire la Wagner in Mali e in Ucraina. Ma come: pure l’amico Sultano, mentre stermina i curdi che hanno sconfitto l’Isis per conto nostro e suo, fa il doppio gioco? Di questo passo, scopriremo presto che anche l’Algeria, altro Paese scelto da Draghi per ridurre la nostra dipendenza energetica da Mosca, non solo è retto da una feroce dittatura, ma è partner commerciale e militare della Russia, infatti un anno fa all’Onu s’è astenuto sulla condanna dell’attacco all’Ucraina. Manca solo un cablo top secret che sveli ciò che tutti sappiamo: tipo che, per non dipendere più dalle fonti fossili russe, ora dipendiamo da quelle di Angola, Mozambico, Congo, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar, i cui regimi fanno impallidire l’autocrazia putiniana. Così forse smetteremo di sorbirci la fiaba alla Cappuccetto Rosso (Papa dixit) sulla guerra dei buoni contro i cattivi. E prenderemo finalmente atto della regola numero 1 della geopolitica: “Il più pulito ha la rogna”.

martedì 11 aprile 2023

Creduloni


Che differenza c’è tra i creduloni della statua che piange sangue e coloro che credono che la guerra si risolverà con la sconfitta della Russia? Nessuna. Tutte e due gli eventi vengono supportati dalla spinta fetecchia, nel primo caso fomentata da chi necessita di questi eventi per convincersi dell’esistenza soprannaturale, nel secondo dai media di regime di proprietà dei potentati economici che dalla guerra, come da tradizione, imbottano guadagni favolosi. La creduloneria la fa da padrona: si crede a fenomeni che portano a vedere il meglio nell’aldilà, si crede che il conflitto come quello ucraino finirà con vincitori e vinti, dimenticando che la Russia possiede 6mila testate nucleari e che è condotta da un malato di mente. Per farsi un’idea lontana da commenti di parte, occorrerebbe informarsi sulla storia, su come il Donbass sia stato messo a ferro e fuoco in anni passati, rendersi conto della politica di Nato e Usa in quelle zone martoriate, su come sia utile a Biden questo conflitto lontano dai confini americani, su come l’appisolato Joe sogni di destabilizzare l’intera area per il suo predominio. L’Europa infine è completamente nelle mani del presidente americano, senza alcuna politica decente, seria, articolata. Macron per fortuna si sta svegliando, sta capendo l’indecente situazione che uniforma il vecchio continente a lacchè borotalcati. La speranza è che i creduloni rientrino in se stessi e che il dialogo vinca su questo bellicismo insulso che arricchisce pochi e rintrona molti, in modalità allocchi davanti ad una statua ingrassante conti bancari di scellerati. 

Smontare fregnacce

 

Dire straits
di Marco Travaglio
“Dire straits” non è solo un mitico gruppo rock. È anche la situazione delle truppe ucraine secondo uno dei cablo del Pentagono finiti online: letteralmente – scrive il NYT – “condizioni più disperate di quanto il governo ucraino riconosca pubblicamente”. Motivo: “Senza un afflusso di munizioni, il sistema di difesa aerea che ha tenuto a bada l’aviazione russa potrebbe presto crollare, consentendo a Putin di scatenare i suoi aerei da combattimento così da cambiare il corso della guerra”. Ma anche nuove munizioni potrebbero ben poco contro l’aviazione russa, tuttora intonsa. I leaks dal sen fuggiti confermano più crudamente ciò che il gen. Mark Milley, capo di Stato maggiore Usa, ripete da mesi inascoltato. Cioè che è impensabile la prospettiva su cui si basa tutta la strategia Usa-Nato-Kiev di respingere e sabotare ogni ipotesi di negoziato e financo di cessate il fuoco: una vittoria ucraina a breve o a medio termine, che liberi le quattro regioni occupate dai russi negli ultimi 13 mesi e persino la Crimea. Il giochino degli Usa che accusano Kiev di nascondere il reale andamento della guerra è finito: dai cablo risulta che centinaia di soldati Nato combattono in Ucraina e conoscono la situazione, casomai non bastassero i satelliti e lo spionaggio Usa sui governi sudditi (ucraino, sudcoreano e altri). Biden sa tutto, ma continua a fingere che Kiev stia per vincere e a illudere il popolo ucraino perché si faccia sterminare un altro po’ anziché spingere Zelensky a negoziare almeno un armistizio.
Questa politica criminale, che fa scopa con quella di Putin (il fattore tempo gioca per lui), non incontrava finora alcun ostacolo in Europa: cioè l’area che, insieme all’Ucraina, paga il prezzo più alto di questa guerra senza fine né sbocchi. Ma ieri ha parlato Macron: “La trappola, per noi europei, sarebbe quella di ritrovarci invischiati in crisi che non sono le nostre”, dall’Ucraina a Taiwan, “proprio mentre riusciamo a chiarire la nostra posizione strategica e siamo più autonomi di prima della pandemia. In un mondo segnato dal duopolio Usa-Cina, finiremmo per diventare vassalli anziché costituire un terzo polo”. Mosca ha risposto che la Francia non può mediare fra Russia e Ucraina perché è “implicata nella guerra”. Ma non lo sarebbe più se Parigi smettesse di armare un esercito in “condizioni disperate” e altri governi Ue, a cominciare dai cofondatori Germania e Italia, lo seguissero. Per noi era già chiaro un anno fa, ma ora che lo scrivono anche gli Usa dovrebbe esserlo per tutti: i veri amici degli ucraini sono quelli che vogliono il negoziato, anche a costo di compromessi, per salvare il salvabile in termini di territori e vite umane; non chi li arma per spingerli al suicidio assistito.