giovedì 1 dicembre 2022

Mondiale

 


Cos'ì tanto per gradire

 


L'Hood Travagliato

 

dooH niboR
di Marco Travaglio
I moniti di Mattarella sono come il placebo: ti illudi che ti curi, invece è acqua fresca. Prendiamo l’ultimo, spacciato dai media per un j’accuse al governo Meloni-Condoni. Stampa: “Evasione fiscale, l’altolà del Colle”, “La moral suasion del Quirinale”. Rep: “Mattarella difende la lotta contro l’evasione”. Corriere: “Mattarella sull’evasione fiscale: ‘Tema centrale del Pnrr, non si cambierà’”. Messaggero: “Mattarella rassicura la Ue: ‘Sull’evasione fatto molto’”. In effetti, avendo firmato un anno fa il condono fiscale di Draghi e ora la legge di Bilancio meloniana con 10 condoni fiscali, tetto ai pagamenti cash a 5 mila euro e niente multe a chi non fa pagare fino a 60 euro col Pos, ha fatto molto anche lui: a favore dell’evasione, però. Se avesse voluto dare l’“altolà”, non avrebbe firmato la manovra. Se avesse esercitato la moral suasion, avrebbe avvisato per tempo: o levate le 12 norme-vergogna, o niente firma. Invece ha fatto come Napolitano e i coccodrilli: ha mangiato tutto, poi s’è messo a piangere.
Ma i presidenti della Repubblica, da vent’anni a questa parte, sono più ineffabili dei papi, quindi nessuno nota la contraddizione. Eppure, a smentire le panzane del governo avallate dal Colle, basta la Relazione tecnica della stessa manovra Meloni: i nuovi condoni fiscali – camuffati da “tregua fiscale” da chi s’è inventato il condono edilizio di Conte – non solo non porteranno un euro allo Stato, ma rapineranno 3,6 miliardi in nove anni, di cui 1,6 nel 2023. Un tempo si diceva che facevano schifo, ma almeno facevano cassa: ora la svaligiano. Lo Stato non solo abbuona un sacco di soldi dovuti da chi non ha pagato: ma, anziché guadagnarci, ci rimette. Dal do ut des Stato-evasori si passa al do, punto. E chi dà? Gli onesti che pagano le tasse, le multe e le more. Gli onesti pensionati che si vedono bloccare la rivalutazione. Gli onesti lavoratori dipendenti che pagano aliquote fino al 43% contro il 15% degli autonomi fino a 80 mila euro. E gli onesti poveri che non trovano lavoro, un tempo “disoccupati” e ora “occupabili” nella neolingua della destra meno sociale e più iniqua d’Europa. Siccome però il diavolo si annida nei particolari, nella Relazione c’è una coincidenza interessante. Lo stralcio delle cartelle esattoriali 2000-’15 sotto i 1.000 euro costerà allo Stato 784 milioni (è falso – come dice la premier – che fossero inesigibili e costasse di più riscuoterle che annullarle: si annullano anche crediti residui che i contribuenti stavano saldando a rate e quelli a stralcio nell’ambito della Rottamazione-ter di Draghi). E levare il Reddito ai disoccupati farà risparmiare 734 milioni. Quindi, come Robin Hood alla rovescia, il governo preleva 734 milioni dalle tasche dei poveri per darne 784 agli evasori. I 50 mancanti arriveranno cash, in nero.

L'Amaca

 

Al di sopra delle parti
di Michele Serra
La politica è spesso oscura, ma a volte offre brevi scorci di chiarezza, grazie ai quali fisionomie e intenzioni dei singoli protagonisti diventano nitide. Il governo, facendo il mestiere della destra, che non è mai stato rappresentare gli interessi dei lavoratori dipendenti, ha bocciato il salario minimo garantito. A questa decisione del governo si sono opposti tre gruppi parlamentari: Pd, Cinquestelle e Verdi-Sinistra Italiana.
Considerato il valore dirimente (simbolico e pratico) del salario minimo, questa è dunque, nei fatti, l’opposizione della diciannovesima legislatura. A ognuno il diritto di non apprezzarne la composizione, a tutti il dovere di sapere che così stanno le cose.
L’astensione del Terzo Polo discende, probabilmente, dalla presunzione di “terzietà” (appunto) di Calenda, che è legittima, beninteso, ma traccia una distanza molto netta dall’opposizione. C’è un sovrappiù di intelligenza, in Calenda, che gli impedisce la banalità del “no”. Il suo recente incontro con Meloni è, dal suo punto di vista, un notevole successo, perché solleva lui e il suo partito dalla necessità di schierarsi su questioni (come il salario minimo) che fanno la differenza. Il Terzo Polo non si colloca di qua o di là: si colloca al di sopra.
Noi che siamo al di sotto non possiamo che prenderne atto. Per noi certi “no” hanno un significato importante (anche certi “sì’”, beninteso). Si sappia, in ogni modo, che al salario minimo il governo preferisce “attivare percorsi interlocutori tra le parti non coinvolte nella contrattazione collettiva, con l’obiettivo di monitorare e comprendere, attraverso l’analisi puntuale dei dati, motivi e cause della non applicazione”. Poi dicono che la sinistra parla difficile.

Chiarisco con i dati

 


Finalmente si può partire da un punto fermo: tutti hanno votato si all'invio di nuove armi in Ucraina ad eccezione del Movimento Cinque Stelle e di Alleanza di Verdi e Sinistra.
Questo è un dato certo inequivocabile. Lo dico per evitare che qualcuno, come sempre, tenti poi di alterare la verità. I dati parlano chiaro: al momento sono stati spesi 13 miliardi di dollari da 50 stati per l'Ucraina, l'Italia ne ha tirati fuori 450 milioni. Crosetto e i suoi proseliti hanno deciso ieri di continuare a spendere soldi in armi.
Resto convinto che questa non sia la strada giusta. Sono altresì certo che la guerra, ogni guerra, sia una pazzia e chi mercanteggia in armi, un brigante. Sono parole dell'attuale Pontefice, una delle poche persone sagge in circolazione.
Ed infine appoggio pienamente la linea di Conte. Un politico serio e una persona perbene.

mercoledì 30 novembre 2022

Robecchi

 

“Opzione danno”. In pensione solo le donne con otto figli e una gamba
di Alessandro Robecchi
L’iter della legge finanziaria è sempre un toboga gibboso irto di curve, ostacoli, rallentamenti, testacoda e assurdità. Il tema, in definitiva, è quello di cavare sangue dalle rape, trovar soldi dove non ce ne sono, tirare di qua e di là una coperta sempre troppo corta e mettere in atto i ghirigori ideologici di chi tiene il timone. Sempre pronto, tra l’altro, a battersi il petto come un eroe, a dire “non mi importa di essere impopolare!”, che se ci fate caso è la prima cosa che dicono quelli che venderebbero la madre per essere il più popolari possibile. Così, infatti, Giorgia Meloni è andata a parlare agli industriali veneti, assicurando che il governo sta con le imprese, ci mancherebbe, i suoi regali vanno valutati in cinque anni, non nella prima legge di bilancio e che già in quella, comunque, c’è l’assicurazione sulle mani libere dell’impresa. Non verrete ostacolati: andate e sfruttateli tutti. Amen.
Resta, come sempre e più di sempre, la sensazione della spremitura delle olive, a volte fino al ridicolo, livello a cui è giunta la famosa “Opzione donna”, cioè la norma che doveva permettere alle donne che lo volessero di andare in pensione un po’ prima. Puoi farlo, ok, ma devi avere un figlio (le non mamme cazzi loro), anzi meglio due, ma non basta. Devi avere un parente infermo e fargli da badante. Oppure (meglio) essere inferma tu, invalida più del 74 per cento. Donne! È arrivato l’arrotino! Potete andare in pensione venti minuti prima ma solo con otto figli, una gamba sola e il vecchio padre infermo appeso al collo. I giornali, seriosissimi, titolano trattenendo le risate: “Opzione donna, si riduce la platea”.
Sono gli stessi giornali che fino a due mesi fa ci descrivevano i percettori di Reddito di cittadinanza come pascià sul divano, il narghilé in una mano, il telecomando nell’altra, sghignazzanti davanti ai poveri lavoratori madidi di sudore; e che ora scoprono che questi qui, i famosi fancazzisti da divano, non sanno quasi leggere né scrivere, che non sono occupabili, che non si sa cosa fargli fare, né dove, né come. Pazienza.
A proposito di essere più o meno popolari, bisogna in qualche modo ringraziare quel ventre molle del Paese (pardon, Nazione) che ha sostenuto la narrazione tossica dei cattivoni sul divano. Piccoli commercianti, piccoli artigiani, corporazioni pronte alla battaglia, potentati titolari di licenze, insomma tutti quelli che fare un po’ di nero non gli dispiace, ed ecco le norme sul Pos che si alzano e si abbassano come le paratie del Mose. Trenta euro, no, sessanta euro, ma in attesa di sentire cosa dice l’Europa. Insomma, signora mia, si prepara la festa nazionale del “caccia il contante”, con tanto di sghignazzamenti e sberleffi: “Mi volevi dare la carta? Marameo!”. Un Paese moderno (pardon, Nazione), non c’è che dire.
Dove vadano poi tutti ’sti soldi tagliati qui e là, ritagliati con le forbicine da rammendo o rapinati ai poveri, o sottratti al fisco, non è difficile da capire. Un’aliquota fissa al 15 per cento fino a 85.000 euro è un lusso da texani, finanziato coi soldi degli indigenti e dei poveracci. E in più – tradizione delle tradizioni – c’è il munifico regalo alla scuola privata: 70 milioni di euro in più nel 2023, elargiti con gesto elegante. “Ecco, qualche soldo per i chierici, su, su, prendete” dice il ministro, mentre alla cena di corte – che nemmeno si accorge della vergogna – discetta, con la parrucca incipriata, con l’ossequioso Bruno Vespa su come punire i discoli e gli indisciplinati. Ah, signora mia, che tempi!

Travaglio

 

La retromarcia su Roma
di Marco Travaglio
Pronti, via. Anzi, mica tanto. Meloni&C. erano così “Pronti” che, a parte andare a cercare ministri e sottosegretari per strada, come se fossero gli unici a non aver previsto la propria vittoria, non c’è materia affrontata nel primo mese su cui abbiano le idee chiare. Più che un governo, una mazurka di marce e retromarce. L’ultima è arrivata ieri, col ritiro dell’emendamento al decreto-insaccato “Missioni Nato e servizio sanitario in Calabria” (testuale) per continuare a spedire armi all’Ucraina in barba al Parlamento sino a fine 2023 (anche se nel frattempo finisse la guerra). Ma già prima i marciatori su Roma avevano ingranato la retromarcia, nell’ordine, su: nuova Opzione Donna (presentata, ritirata e ripresentata: olè), obbligo di mascherine in ospedali ed Rsa (doveva essere abolito, invece è rimasto), multe ai non vaccinati (dovevano essere abolite, invece sono rimaste), tetto al contante (10 mila euro, anzi 5 mila), obbligo di pagamenti col Pos (sopra i 30 mila euro, anzi sopra i 60 mila), calo del prezzo della benzina (il governo lo fa salire), trivelle in mare (FdI e Lega da No Triv a Sì Triv), abolizione del Reddito di cittadinanza (resta per gli “inoccupabili”, i due terzi dei percettori), cacciata dei navigator (li rivogliono pure le Regioni di destra), abolizione del Superbonus (prorogato sino a fine novembre, e ora forse sino a fine anno), Flat Tax (aliquote a platea cambiate una dozzina di volte), condono fiscale (idem come sopra), rapporti con la Cina (vietatissimi fino al vertice Meloni-Xi, ora manna dal cielo), navi delle Ong (non sbarca nessuno, anzi sbarcano i “fragili” e non il “carico residuale”, anzi sbarcano tutti), dl Rave party (6 anni di galera con intercettazioni, anzi 4 o 5 anni senza), bonus a chi si sposa in chiesa (era solo una cazzata delle tante), “priorità carceri” (tagli al personale penitenziario già sotto organico), “priorità scuola” (tagliano 6-700 scuole), “priorità sanità” (2 miliardi che non bastano neppure per pagare le bollette degli ospedali) e via retromarciando.
Intendiamoci: per chi pensa male e fa pure peggio, ogni retromarcia è una benedizione. Ma per dire quanto erano pronti e quanto durano. Meloni spera “a lungo”. Ma al suo posto, più che degli alleati rissosi, riottosi, malmostosi e cazzari, che fanno folklore, ci preoccuperemmo di Ollio & Ollio che s’offrono. Renzi, in tour a gettone a Bangkok, si dice “pronto a lavorare col centrodestra”: il che, oltre a essere un’ovvietà (lo fa da quand’è nato), è pure una minaccia. Calenda, dopo l’inutile incontro con lei, invita FI ad “aiutarla anziché sabotarla”. Cioè un leader di opposizione (si fa per dire) ne critica uno di maggioranza perché si oppone troppo. Noi, nei panni di Giorgia, una grattatina ce la daremmo.