Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 29 novembre 2022
Per riflettere
Guerra. Per salvare l’Ucraina servono strategie moderate e più diplomazia
di Alessandro Orsini
Se ragioniamo in una prospettiva di medio-lungo periodo, la dinamica in corso è chiara: l’esercito ucraino si indebolisce e quello russo si rafforza. Mentre l’Ucraina è senza corrente elettrica e senz’acqua, la Russia ne ha in grandi quantità; mentre il gas scarseggia in Ucraina, in Russia abbonda; mentre i soldati ucraini caduti al fronte non possono essere rimpiazzati, quelli russi diventano più numerosi; mentre il territorio ucraino è devastato, quello russo è illeso; mentre l’Ucraina è in bancarotta, l’economia russa, come rivela il Fondo monetario internazionale, regge piuttosto bene all’enormità delle sanzioni occidentali. Non sta andando bene, ma molto meglio del previsto. Il Fmi ha dovuto correggere al rialzo le previsioni circa la caduta del Pil russo.
Per quanto riguarda gli armamenti, la situazione per l’Ucraina è altrettanto preoccupante. Il New York Times ha appena rivelato che 20 Paesi della Nato su 30 hanno dato fondo alle riserve militari. Per non sguarnire i loro magazzini, i governi occidentali devono ridurre l’invio di armi a Kiev o produrle velocemente mentre le loro economie rallentano. Germania, Italia e Francia, spiega il New York Times, potrebbero donare più armi rispetto a quelle già inviate, ma sono parchi per non privarsi dei loro “pezzi” migliori o per paura di un’escalation incontrollata con la Russia. Si aggiunga che i massimi generali della Nato stanno cercando di spiegare ai governi occidentali che la Russia ha ancora molte risorse da investire, inclusa la trasformazione dell’economia nazionale in economia di guerra e l’arma nucleare tattica come extrema ratio.
Come se non bastasse, la stampa americana lancia la notizia che la Russia starebbe meditando di usare le armi chimiche.
Ricordiamo l’intervista del 31 agosto scorso rilasciata dal comandante dell’esercito tedesco, Eberhard Zorn, il quale invitava a non sottovalutare il potenziale bellico della Russia.
Ricordiamo anche le dichiarazioni di Mark Milley, capo di Stato maggiore Usa, che ha invitato il blocco occidentale alla diplomazia con la Russia subito dopo l’abbandono di Kherson. Zorn e Milley si rendono conto che il futuro non è roseo per l’Ucraina.
Se questa è la dinamica di medio-lungo periodo, le considerazioni possono essere molteplici. La nostra proposta è di investire tutte le risorse nella diplomazia per evitare che la Russia, dopo avere fiaccato le difese di Kiev ridotta alla miseria e la popolazione in fuga, marci sulla città per decapitare il suo governo. A tale riguardo, richiamiamo l’attenzione sulla costruzione di un muro al confine con la Bielorussia perché Zelensky teme che i russi corrano a Kiev. I generali russi stanno ammassando truppe e missili temibili in Bielorussia. Non è detto che i russi marceranno su Kiev, ma il fatto che questo scenario diventi ogni giorno più probabile dovrebbe indurre l’Unione europea a ripensare la strategia della “diplomazia zero” di Biden e Ursula von der Leyen. Purtroppo, il Segretario generale della Nato, Stoltenberg, ha appena dichiarato che la Nato intende assorbire l’Ucraina, costi quel che costi. L’estremismo di Stoltenberg è pericoloso giacché fornisce un incentivo ai russi ad abbattere Zelensky. Ben diversamente, l’Europa ha bisogno di una strategia moderata per mettere in sicurezza Kiev e Zelensky stesso.
Nel frattempo, i bambini morti in Ucraina sono 450 e quelli feriti più di 1.000. Tutto questo mentre i missili russi risospingono l’Ucraina verso l’era preindustriale.
Spiegazione
Chi condona i ballisti
di Marco Travaglio
Sabato In Onda, il samiszdat che nel weekend sostituisce Ottoemezzo, era dedicato a incolpare Conte per la frana di Ischia. E Paolo Mieli, noto esperto di urbanistica, profetizzava che il Fatto avrebbe scritto che quello varato dal Conte-1 non era un condono. Una volta tanto ci ha azzeccato: scriviamo che non era un condono non perché siamo amici di Conte, ma perché non era un condono. Spiace anche per gli altri urbanisti Cappellini, De Angelis, Zurlo, Sallusti e Renzi. Ma, per sapere se il dl Emergenze del 2018 fosse o meno un condono, basta leggerlo. I suddetti esperti hanno dedotto che lo fosse perché l’art. 25 s’intitola “Definizione delle procedure di condono”. E, siccome sono anche dei fini giuristi, erano così eccitati all’idea di poter sbugiardare l’azzeccagarbugli di Volturara Appula, dandogli pure una lezione di diritto, che si sono fermati al titolo senza leggere il testo. Sennò avrebbero scoperto che si riferisce alle “istanze relative agli immobili distrutti o danneggiati dal sisma del 21.8.2017 presentate ai sensi della legge 28.2.1985 n. 47, della legge 23.12.1994 n. 724 e del decreto legge del 30.9. 2003 n. 269… pendenti alla data di entrata in vigore del presente decreto”. E cosa sono quelle due leggi e quel decreto? I condoni edilizi di Craxi (1985) e di Berlusconi (1994 e 2003). Ecco perché il decreto Conte parlava di “pratiche di condono”: non perché ne stava facendo uno, ma perché citava quelli di Craxi e B. per poter “disciplinare gli interventi per la riparazione, la ricostruzione, l’assistenza alla popolazione e la ripresa economica nei comuni di Casamicciola Terme, Forio, Lacco Ameno dell’Isola di Ischia” terremotati nel 2017 (art. 17). Siccome il terremoto aveva distrutto o danneggiato un migliaio di case che attendevano (da 10, 20 o 30 anni) un sì o un no ai condoni craxian-berlusconiani e gli abitanti non potevano ristrutturarle, nel 2018 si chiese ai Comuni di “assicurare la conclusione dei procedimenti” di “esame delle istanze di condono entro sei mesi”. Il che poi avvenne col sì al condono (di Craxi e B.) per chi dice 6 e chi 60 case terremotate.
Il Fatto, pur comprendendo il dramma dei senza casa, criticò il Conte-1 perché dava un brutto segnale: quelle vecchie case avevano comunque dei vani abusivi, anche se non si potevano certo abbattere ignorando i tre condoni. Ma non sanava un solo abuso in più di quelli già coperti dalle sanatorie di Craxi e B. Anzi il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il migliore degli ultimi 25 anni, aggiunse pure il divieto di qualunque opera in aree a rischio idrogeologico o di interesse ambientale, paesistico, archeologico e artistico. Come sempre, i pifferi di montagna partiti per suonare sono finiti suonati. Ma possono sempre incolpare Conte per il terremoto a Ischia del 1883.
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