sabato 27 marzo 2021

Possesso sferoide

 

M’aspettavo qualcosa di meno, speravo che non fossimo arrivati a tal punto: un sessantesimo di noi infatti, probabilmente gli stessi che s’infilano in parcheggi già avvistati, che saltano file adducendo scuse prese in prestito da apposito prontuario (Lo Scusario dei Ribaldi ed. Faccoff), che in autostrada ti superano sulla destra ad oltre i 150 orari, che ti sfanalano quando ancora sono nel garage di casa per avere strada, che dal dottore anticipano il proprio turno, con espressione addolorata alla Conte Mascetti, preannunciando solo il ritiro di ricette, mentre invece si faranno pure controllare l’incarnito in zona pelvica, che di soppiatto come ratti evoluti lanciano ridancianamente i rimasugli del pranzo dentro l’intonso bosco, che in spiaggia ululano al cell per mostrarti l’ultimo modello, infischiandosene della tua tranquillità, che parcheggiano l’abnorme Suv in stradina stretta di paese ed increduli dopo i tuoi strombazzi ti fanno notare che, dovendo comprare la focaccia e di default non contemplando il dover percorrere alcune centinaia di metri a piedi, non riescono ad intravedere un’altra opzione alla loro scelta, per così dire, naturale; ebbene: sono un milione circa coloro che hanno già fatto il vaccino senza averne i requisiti. Un milione di furbi, diversamente italici, appartenenti a quella casta distante anni luce dalla comune socialità che dovrebbe essere bagaglio di un paese serio.
Dicono le statistiche che in questo milione vi siano professionisti, tra cui molti avvocati e magistrati, uomini e donne orbitanti nel mondo dorato della finanza, dell’economia, detentori di partite iva, giornalisti, starlette mediatiche, guru pronti a scannarsi per un gettone di presenza in qualche talk show destinato a babbani e creduloni.
Un milione è una quantità raggelante, inficiante l’amor patria, il considerarsi appartenenti allo stesso ceppo sociale.
Che minchia fregherà a costoro di aver sfanculato ottantenni infarciti di vari acciacchi? Nulla, probabilmente derideranno chi ancora crede nel rispetto della canizie, dell’anziano, scrigno di saggezze antiche ma sempre nobili ed attuali.
Così va il mondo, che da molto tempo ormai sappiamo essere oggetto destinato a pochi, i soliti, i noti.
Tutto questo è l’effetto della degenerazione culturale, iniziata decenni fa, che ha permesso a pochi di decidere del destino di intere nazioni, ha spianato la strada a multinazionali, detenenti formule magiche in grado di assalire e sconfiggere pandemie come l’attuale. Abbiamo concesso e permesso a società fatturanti bilanci di stati medio piccoli, di sostituirsi a organizzazioni mondiali, come quella sanitaria, trasformate conseguentemente in teatrini pregni di burattini insulsi.
Non possiamo quindi lamentarci se alcune degenerazioni del “possesso sferoide” riescano ad intaccare dogmi di stirpe, sbeffeggiando gli antichi padri, oramai in gran parte riposti in luoghi luccicanti, dal sapore inconfondibile di ripostiglio.

Standing ovation for Dibba!



Di Alessandro Di Battista

Lui è Luigi Cesaro, noto come “Giggino 'a purpetta”, senatore eletto in Forza Italia nonché ex-autista di Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata. Nel 1984 Cesaro venne arrestato per vicinanza alla camorra. Condannato in I grado venne poi assolto in appello per insufficienza di prove. In Cassazione il famigerato giudice Carnevale, detto l'ammazza-sentenze, lo scagionò definitivamente. Erano anni molto particolari. Tantissimi imputati per reati gravissimi, tra i quali associazione mafiosa, venivano “graziati” dal sistema giudiziario. Ci vollero Falcone e Borsellino per cambiare la Storia e la loro morte si spiega anche così. 

Per quanto riguarda Cesaro fu proprio Cutolo a tirarlo in ballo. Il boss di Ottaviano - intercettato in carcere - disse di lui: “questo, ora, è importantissimo. Io non ci ho mandato mai nessuno, ma è stato il mio avvocato e mi deve tanto. Faceva il mio autista, figurati”. Con un curriculum così non poteva che far parte di Forza Italia, partito fondato da un condannato per concorso esterno in mafia nonché (in I grado) per la Trattativa Stato-Mafia. Dal 9 giugno scorso Cesaro è indagato dalla Direzione Distrettuale Antimafia per intrecci tra politica e camorra. Tra l'altro, con la stessa accusa, sono stati arrestati tre suoi fratelli. 

Nel luglio scorso i magistrati hanno inviato al Senato la richiesta di utilizzo di 21 intercettazioni che lo riguardano. I parlamentari, infatti, non possono essere né arrestati e né intercettati senza l'autorizzazione della camera di appartenenza. Cesaro non è stato intercettato direttamente. Semplicemente ha parlato con persone a loro volta intercettate. Ieri, dopo mesi, la giunta per le autorizzazioni ha concesso ai magistrati l'utilizzo di sole 6 intercettazioni su 21. Le altre 15 non potranno essere utilizzate. Il "blitz" è riuscito grazie a Giuseppe Cucca, senatore renziano che ha messo gli altri senatori davanti a un bivio: o si autorizzano 6 intercettazioni su 21 o niente. 

Per amor di verità il Movimento 5 Stelle ha votato affinché si evitasse lo squallido aut-aut e ha fatto bene. Ciononostante il Movimento che ricordo io avrebbe occupato la giunta per far emergere pubblicamente lo scandalo e l'ennesimo favore corporativo concesso ad un membro del Parlamento. Ricordo quando pressavamo le istituzioni affinché si portassero in aula, celermente, le richieste di arresto di parlamentari (casi Genovese e Galan). Ma ora i tempi sono cambiati. Oggi il movimento è "diverso", "maturo", "evoluto", "moderato" e, ahimè, alleato di governo proprio con Forza Italia.

Proiezioni


Tutto ebbe inizio non molto tempo fa, oramai lo sentivo stanco, affaticato, il rumore interno aveva assunto la caratteristica di un rantolo prolungato che, sul far dell’alba, mi incuteva compassione. Senza nulla proferire, scelsi un suo discendente più snello, arrembante, veloce, sempre della stessa stirpe, la migliore. Lo scelsi mediante “Isso”, che infatti capì che il tempo s’era fatto breve, la notte sarebbe arrivata ineluttabilmente. Nove anni insieme non sono pochi, tecnologicamente parlando, ma, come in natura, si arriva al punto in cui, quella parola malvagia, obsoleto, s’incunea nei meandri del pensiero, rendendo inutile ciò che sino a poco tempo prima, risultava essenziale. A nulla servirono le frasi sommesse sul far dell’alba - che colpa ne ho io se la tua fattrice, spara programmi che tu non riesci più ad inglobare? - che non lo rabbonirono. Scese il gelo tra noi, anche se per correttezza deontologica, continuò a farmi librare le vele per la necessaria e vitale navigazione mattutina. 

Arrivò il giorno del corriere, l’apertura mistica del grande pacco, la presentazione ufficiale accolta da freddezza e noncuranza sfioranti la maleducazione. 
Lo ripulii dagli abnormi depositi di giga oramai preistorici, gli tolsi quella polvere divenuta simbiotica, lucidandolo ebbi la sensazione di praticare le abluzioni ad un condannato in odore di patibolo. Staccai la spina e iniziai a veleggiare col pronipote, un lampo, un fotone capace di inerpicate mediatiche ultraveloci, silenzioso oltremodo, in surplace anche con apertura subitanea e simultanea di falangi di siti, programmi, foto, video. 
E il vetusto fermo, glaciale, immoto, quasi soddisfatto per quella rottamazione che gli avrebbe evitato di assistere a ciò che è prassi sul proscenio umano, dogma arcinoto, subdolo, improcrastinabile, a meno tu non sia un riccastro o un inamovibile ciarlante, per cui la canizie diviene un vezzo, e il levar posti alle discendenze future, già sin d’ora forzatamente a riposo, un problema dei famigerati “altri.”

Arrivò quindi il giorno dello smaltimento: guardandolo provai quella tristezza che a volte non s'ascolta per caparbietà, ma che avvolge, soprattutto, persone, e pure animali, e perché no oggetti, i quali intrisi di nostre orme, non scaricabili, non backuppabili, le dissolveranno dissolvendosi, tramutandoli in ricordi, in byte sempre più illeggibili. 
Guardai l’alto mobile nel ripostiglio: lassù avrei potuto portarlo, affinché riposasse lontano da ferraglie e svitamenti di parti nobili. Presi la scala, miracolosamente omeri e scapole rimasero intonse, lo issai sudando oltremodo, adagiandolo nel suo nuovo nido. Mentre mi sto sollazzando col novello iperevoluto, ogni tanto mi par d’udire sogghigni soffusi, tipici di chi, beatamente, riposa sperando però che qualche saetta ben assestata, lo riporti in auge, proiezione eclatante di ciò che umanamente s’avverte, allorché qualche tribunale de’ sazi, accarezzandoti piamente il coppino, cerca d’infonderti la propria bisunta compartecipazione, figlia del pensiero comune dogmatico attuale, ringiovanente chirurgicamente vetusti ma scalciante ancora giovani in animo non possedenti però egregie quantità di sterco demoniaco, alla tua acclarata inutilità.

Dai che ce la puoi fare!

 


Come darle torto?

 

Renzi “Messaggero” d’Arabia e apostolo della democrazia
di Daniela Ranieri
Di regola, in democrazia un politico non si può intervistare da solo, perché si farebbe le domande che vuole, nel linguaggio che più gli conviene, mettendo in atto le strategie retoriche necessarie a nascondere le proprie pecche e a dare di sé un ritratto migliore. Ma nel caso del soggetto in questione, intervistarsi da sé o essere intervistato da un giornalista sortisce esattamente lo stesso risultato. Qualità precipua di Renzi è infatti ribaltare la realtà: nei rari casi in cui qualcuno gli chiede conto di qualcosa di scabroso che lo riguarda, gli basta rispondere la cosa più assurda, insensata e manipolatoria possibile per neutralizzare qualsiasi domanda.
Il cronista del Messaggero (che lo chiama presidente, chissà di che) gli chiede dei suoi rapporti col principe saudita Mohammed bin Salman: “Il portavoce di Amnesty Italia la accusa di ‘fare un cattivo servizio ai diritti umani’. Cosa risponde?”. Facile: Renzi, immune dall’imbarazzo, dalla coscienza del proprio ruolo e in definitiva dal decoro personale, risponde che si reca in Arabia Saudita, dove siede in un board collegato alla famiglia reale in cambio di 80 mila euro l’anno, per aiutare il regime a “scegliere la strada delle riforme incoraggiando la difesa dei diritti umani”. Come mai non ci abbiamo pensato prima? Basta guardare il video della chiacchierata tra Renzi e il principe che la Cia e l’Onu ritengono un assassino segaossa: c’è da scommettere che bin Salman, chiamato con deferenza “Vostra Altezza” e “amico mio”, mentre sorride davanti a questo buffo personaggio azzerbinato che in uno stravagante inglese si vende la storia di Firenze cianciando di Rinascimento dietro compenso, sta pensando alle riforme da avviare. Cosa non si fa, per esportare la democrazia. Del resto, il giorno prima aveva rimproverato alcuni cronisti fuori dal Senato perché non si occupano del tema dei “big data dell’Arabia Saudita” e stanno dietro ai presunti omicidi dei dissidenti. A una cronista troppo informata ha detto di “fidarsi più di Biden che di lei”; il quale Biden riterrebbe il principe innocente perché non l’ha sanzionato. Qui la manipolazione è massima: Renzi, sull’orlo della crisi nervosa, sposta l’attenzione da sé alla cronista (che ha citato un rapporto dell’intelligence di Biden); porta un argomento fallace (mancanza di sanzioni Usa = assoluzione del principe saudita) a sostegno dell’opportunità della sua prestazione a gettone; infine, gioca con le parole: “Io chiamo my friend una persona che conosco da anni e che è un mio amico” (dev’essere un perfezionamento del metodo delle querele contro i giornalisti). Se è un suo amico, perché va dicendo che vola a Riyad per motivi geopolitici? E se ci va per motivi geopolitici, perché si fa pagare? Perché, dice il membro della Commissione esteri e senatore della Repubblica col 41% delle presenze ma il 100% dello stipendio, recarsi su un jet privato ad adulare uno spietato autocrate che si finge moderno per dare una ripulita d’immagine al regime che tortura e crocifigge i dissidenti è l’impegno di chi fa politica: “Chi fa politica deve coltivare relazioni perché i leader dei Paesi non ancora democratici incoraggino e valorizzino i diritti. Io nel mio piccolo lavoro in questa direzione”. Ecco cos’è, Renzi: una specie di apostolo della democrazia, un ambasciatore dei diritti umani presso le petromonarchie che non li rispettano. A saperlo prima, Jamal Khashoggi, entrato nel consolato saudita di Istanbul con le sue gambe e uscitone a pezzi (non tutti: alcuni sono stati ritrovati in giardino), avrebbe fatto meglio a incensare il “nuovo Rinascimento” del principe dietro lauto compenso, invece di scribacchiare di diritti umani sul Washington Post.
(Ps: sullo spessore politico del soggetto in questione il 98% degli italiani non ha dubbi; ma, nel caso, basta leggere nella stessa intervista che la crisi è stata “aperta da Conte” e si spiega tutto).