venerdì 18 settembre 2020

Supplica



Dai votatelo vi prego! Dai che voglio assaporare il bene che farà! Poi lo voglio anche presidente del consiglio! Si non vedo l’ora! È l’uomo giusto! Votatelo vi prego! (Io purtroppo non ci riesco. Mi verrebbe un eczema allo scroto di proporzioni epiche!)


Ah bene, dunque!



Sicuramente sarà inadeguata, i banchi con le rotelle sono delle cazzate conclamate, ma dovessi scegliere... inoltre mi fa scompisciare la povera Gelmini che riesce ad avere la faccia come il culo, o viceversa, attaccando l’attuale ministra e dimenticandosi dei vergognosi, vomitevoli, tagli che lei e la confraternita pro Puttaniere misero in atto ai tempi della mefitica Era del Puttanesimo. In qualsiasi altro paese, una con una faccia da kulo come la sua sarebbe oggetto di intensi studi sociologici. Da noi invece parla agli allocchi!

Merabilia



“Quell’elemento che non possiamo inventare, che non è il compendio delle bellezze passate, quel dono veramente divino, l’unico che non possiamo ricevere da noi stessi, davanti al quale svanisce ogni creazione logica della nostra intelligenza, e che solo alla realtà possiamo chiedere: è un fascino individuale.”
Marcel Proust
#avederestemeravigliegodocomeunriccioerotomane;

giovedì 17 settembre 2020

Spinta in avanti

 



Civiltà


Anni fa uno studente chiese all'antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra.
Ma non fu così.
Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale se ti rompi una gamba muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l'osso guarisca.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto in cui la civiltà inizia.
(Ira Byock)

mercoledì 16 settembre 2020

Chiudendo gli occhi

 


   Esattamente cinquant'anni fa, il 16 settembre 1970, in questo locale il Ronnie Scott's Jazz Club di Londra, un uomo, anzi, sarà meglio chiamarlo subito con il suo nome: un genio assoluto, il profeta del Rock, l'incarnazione dell'Arte trasposta nelle sue affusolate dita animate dal nettare dell'Olimpo, al secolo Jimi Hendrix, tenne il suo ultimo concerto, essendosi lì recato per salutare Eric Burdon, ex cantante degli Animals, e a quel tempo impegnato nel nuovo progetto con i War. Il Fato dunque decise quella sera di elargirci l'ultimo cammeo, andato perduto ed introvabile assieme al relativo bootleg. Chi ebbe la fortuna di ascoltarlo narra del visibilio dei presenti, difronte al più grande chitarrista rock della storia di questo pianeta (perché sono certo che se vi fossero altri mondi abitati il rock regnerebbe pure lì)

Stasera quindi con un buon sigaro in mano ed un rum nell’altra, chiuderò gli occhi ricordando Jimi corroborato da uno dei suoi brani, a caso, tanto son tutti eccezionali.

In suo nome


Non era rubicondo, né paonazzo e neppure “talarato” come tanti colleghi impegnati più o meno in intrugli mnemonici pregni di latinorum. Don Roberto Malgesini era secco come un’acciuga, fuori dai tanti schemi pulsanti di turiboli ed incenso, lui era conscio della promessa e per niente turbato dal misterioso fuoco che inspiegabilmente non lo consumava pur ardendogli nel petto, e per questo sfidava il pensiero comune, che di comune non ha più nulla se non la totale desertificazione degli animi e della socialità, perseguendo la sua missione in virtù ed in vista del Premio. 
Quali sconvolgimenti delle abitudini consolidate come il corrersi dietro circolarmente senza un perché, può provocare la notizia che oggi su queste terre una volta frenetiche ed inusuali, possiamo toccare, vedere, avvicinarci ad un martire? Che sconquasso provocherà l'assassinio di don Roberto nelle placide distese zuccherose che abbiamo lasciato ci preparassero per "amacare" il tempo, oziosamente, in attesa di una fine naturale che idealmente procrastiniamo sempre più, tra lifting e quant'altro? 
La corona dei martiri, il sacrificio finale, totale, per il Regno. Che succede? Non vorrete mica credere ancora a queste panzane? Certo, era un brav'uomo, ma se invece di girare se ne fosse stato in canonica sai quanto ancora avrebbe campato? 
C'è qualcosa di stordente in questa storia, quasi non si riesce neppure a prendersela con il suo assassino, tanto è la percezione del soave, dello stordente, dell'incredibile, della concretizzazione di quelle parole mandate al catechismo giù a memoria come le pilloline con lo zucchero "Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà" Lc 9, 22-25. Perdere la propria vita? Ma stiamo scherzando? E per cosa poi, per salvarla? Ma di che cosa stiamo parlando? 
Il martirio di Don Roberto risveglia molti cuori, tra cui il mio. Un gesto, un episodio di violenza ribaltante, sminuzzante le concezioni filosofiche attuali, un rombo nel silenzio degli smartphone, un grido alzante migliaia di volatili, un'immersione nel mistero che molti di noi cercano invano di allontanare. 
Esempi, stordimenti, annunci, concetti inauditi, premi, regno. 
Fai buon viaggio don Roberto! E grazie!