Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 31 gennaio 2019
Fatti lagunari loro
Segnalo una diatriba nel Patriarcato di Venezia, ben sapete da chi retto e diretto.
Non commento né m'espongo in merito. Solo allego due articoli.
Il primo dal Fatto Quotidiano: Clicca qui per leggerlo
Il secondo, la risposta del Patriarcato: Clicca qui per leggerlo
Punto.
Così è se vi pare
C'è un clima da novena nei meandri obsoleti della vecchia politica; tutti genuflessi ad attendere il si o il no del Movimento riguardo la vicenda del Cazzaro Verde. Molte pie donne pare affrontino le scalinate ecclesiali per chiedere che Di Maio si schieri per l'autorizzazione a procedere nei riguardi dell'alleato (personalmente lo sono anch'io senza ombre e senza dubbi) in modo da mandare a catafascio questo governo degli imbelli, dei nullafacenti, dei presuntuosi, a parer loro naturalmente. Rosari, accensione smodata di ceri e ceci sul pavimento per giaculatorie del tipo "Santa Rosa da Forlì fai decidere Giggino per il Si!"
Scalpitano come puledri nel pre palio, pregustando nuove gesta eroiche, nuovi ammiccamenti lucrosi, nuove avventure predatorie, incensi e paillette osannanti una casta immarcescibile, granitica, sostenuta dal meglio dello snob culturale alla Capalbio, quello snobismo che predilige le corporazioni finanziarie alle difficoltà delle masse. Su tutti questi penzolanti sul baratro del sano anonimato c'è naturalmente lui, il Delinquente Naturale, che arde, geme, si ansia nel cercare di affossare l'attuale compagine governativa la quale, prima o poi, potrebbe arginare lo spudorato ventennale agire politico salvaguardante i suoi interessi, immensi e tipici di una sanguisuga.
Attorno a quest'attesa restano ammutoliti i giornaloni proni e i media non ancora ripresisi da decenni di occupazione culturale delle passate ere, quella del Puttanesimo e la più recente del Ballismo. Nessuno infatti che ricordi agli allocchi che l'accozzaglia di incapaci guidata da Di Maio continua a rifiutare soldi pubblici e a non costare nulla in campo organizzativo. Quisquilie che si perdono nella vastità di orazioni pro Si del Movimento.
Scalpitano come puledri nel pre palio, pregustando nuove gesta eroiche, nuovi ammiccamenti lucrosi, nuove avventure predatorie, incensi e paillette osannanti una casta immarcescibile, granitica, sostenuta dal meglio dello snob culturale alla Capalbio, quello snobismo che predilige le corporazioni finanziarie alle difficoltà delle masse. Su tutti questi penzolanti sul baratro del sano anonimato c'è naturalmente lui, il Delinquente Naturale, che arde, geme, si ansia nel cercare di affossare l'attuale compagine governativa la quale, prima o poi, potrebbe arginare lo spudorato ventennale agire politico salvaguardante i suoi interessi, immensi e tipici di una sanguisuga.
Attorno a quest'attesa restano ammutoliti i giornaloni proni e i media non ancora ripresisi da decenni di occupazione culturale delle passate ere, quella del Puttanesimo e la più recente del Ballismo. Nessuno infatti che ricordi agli allocchi che l'accozzaglia di incapaci guidata da Di Maio continua a rifiutare soldi pubblici e a non costare nulla in campo organizzativo. Quisquilie che si perdono nella vastità di orazioni pro Si del Movimento.
Leggi travagliate
giovedì 31/01/2019
La legge è uguale per gli altri
di Marco Travaglio
Da mesi il Pd ripete che il reddito di cittadinanza è una pacchia per fancazzisti e finti poveri ansiosi di poltrire sul divano a spese dello Stato. Ora si scopre che un dipendente del Caf-Cgil di Palermo insegna a fancazzisti e finti poveri i trucchi per incassare il reddito senz’averne diritto. Indovinate chi è? Un consigliere comunale del Pd a Monreale (Palermo). La classica profezia che si autoavvera grazie a chi l’ha fatta. La notizia, anzi la parabola, fa il paio con le truppe da sbarco del Pd che fanno la staffetta sulla nave Sea Watch, aggravando vieppiù le condizioni dei migranti, scampati al naufragio ma non a Martina e Orfini. Una staffetta che sarebbe più completa se, a bordo della nave dell’Ong tedesca battente bandiera olandese ma specializzata in porti italiani, fossero saliti anche Minniti e Gentiloni: avrebbero potuto spiegare un bel po’ di cosette sulla Libia, la Tunisia, le Ong, gli scafisti e l’Ue al comandante, ai passeggeri e soprattutto agli smemorati staffettisti. Invece mancano all’appello i due responsabili della stretta sull’immigrazione che ora tutti attribuiscono a Salvini, invece era già stata avviata dal governo precedente. Persino sulla chiusura dei porti, auspicata da Minniti e bloccata da Delrio (come rivelò quest’ultimo): eppure all’epoca furono in pochi, a sinistra, a scoprire di non essere pesci.
Ora la Giunta delle autorizzazioni a procedere del Senato deve rispondere alla richiesta del Tribunale dei ministri di processare Salvini per sequestro di persona sul caso Diciotti. E già si sa che Lega e FI voteranno no, mentre Pd e sinistra diranno sì. Invece i 5Stelle, dopo aver annunciato il sì, si tormentano su un punto non secondario: il quesito non è, come nei casi di immunità parlamentare, se Salvini sia perseguitato dai giudici; ma se il ministro dell’Interno (con tutto il governo) abbia tenuto per 5 giorni la nave Diciotti nel porto di Catania per “un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per un preminente interesse pubblico”. Se la questione fosse solo giuridica, dovrebbero rispondere che sì, lo scopo non era sequestrare quei disperati, ma inchiodare gli altri Paesi all’impegno assunto un mese prima in Consiglio europeo di ripartirsi su base volontaria i migranti in arrivo (tant’è che appena Vaticano, Irlanda e Albania si dissero disponibili, la nave sbarcò). E negare l’autorizzazione a procedere. Ma la questione è soprattutto politica e il M5S si suiciderebbe se votassero con FI e Lega per salvare il ministro: meglio autodenunciarsi e assumersi la responsabilità della scelta; ma autorizzare il processo.
Così saranno i giudici terzi, non la maggioranza parlamentare, a stabilire se quella decisione politica fu un delitto o no. Tantopiù che la lealtà e la solidarietà ora invocate da Salvini sono state tradite da lui stesso, che prima s’è fatto campagna elettorale giurando di farsi processare come un cittadino qualunque, e ora se ne fa un’altra con la tesi opposta, che per giunta gli “alleati” hanno scoperto non dalla sua voce in un vertice di maggioranza, ma leggendo la sua improvvisa lettera al Corriere. Ora i 5Stelle se la vedranno con la loro coscienza e la loro eventuale coerenza. Ciò che fa sorridere sono le lezioni di legalità del Pd, schierato fin da subito, prim’ancora di leggere le carte del Tribunale, per il sì al processo. Posizione lodevole, se non fosse del tutto inedita. Sia perché il Pd, a ogni richiesta di insindacabilità per parlamentari imputati o di autorizzazione all’arresto o all’utilizzo delle intercettazioni (dove l’immunità c’entrava eccome), ripete sempre la litania del “bisogna leggere le carte”. Sia perché, dopo averle lette, ha quasi sempre salvato i parlamentari dai processi, dagli arresti e dalle indagini basate su intercettazioni. Dal 1994 a oggi, tenendo fuori Tangentopoli per mancanza di spazio, i giudici hanno chiesto l’autorizzazione ad arrestare 35 fra deputati e senatori, per reati di mafia o di vil denaro: le risposte sono state 5 sì e 30 no. I 5 arrestati sono Papa (FI), Lusi (Pd), Galan (FI), Genovese (Pd), Caridi (Gal). I 30 salvati sono: Previti (FI), Dell’Utri (FI), Cito (centrodestra, 2 volte), Matacena (FI), Firrarello (FI), Giudice (FI), Sanza (FI), Luongo (Ds), Di Giandomenico (Udc), Blasi (FI), Adolfo (Udc), Fitto (FI), Simeoni (FI), Di Girolamo (FI, due volte), Cosentino (FI, due volte), Marano (FI, due volte), Nocco (FI), Tarantino (FI), Nespoli (An), Tedesco (Pd), e De Gregorio (FI), Margiotta (Pd), Milanese (FI), Azzollini (Ncd), Bilardi (Ncd), De Siano (FI).
Nella stragrande maggioranza dei casi, il Pd (o i precedenti partiti del centrosinistra, eccezion fatta per l’Idv) ha votato contro i giudici e pro indagati, come dimostrano i salvataggi nelle tre legislature in cui il centrosinistra aveva la maggioranza. Nel 1996-2001 scamparono alle manette Previti (indagato per corruzione giudiziaria), Dell’Utri (calunnia ai pentiti che lo accusavano di mafia), Cito (concorso in Sacra corona unita), Matacena (concorso in ’ndrangheta) e Firrarello (concorso in mafia). Nel 2006-08 Adolfo (corruzione e truffa), Fitto (corruzione e illecito finanziamento) e Simeoni (associazione a delinquere e corruzione). Nel 2013-18 Cesaro (concorso in camorra), Azzollini (associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, induzione illecita), Bilardi (peculato e falso) e De Siano (associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta). Ora il Pd che ha miracolato tutta questa bella gente e ancora il mese scorso ha regalato l’insindacabilità-impunità alla leghista Cinzia Bonfrisco imputata di associazione per delinquere e corruzione, voterà a occhi chiusi per processare Salvini. Secondo voi, si sono convertiti improvvisamente alla giustizia uguale per tutti, o c’è dell’altro?
mercoledì 30 gennaio 2019
Ottimo pensiero
Né élite né gente democrazia è unire la società
di GUSTAVO ZAGREBELSKY
A nessuno è precluso l’ingresso nelle classi dirigenti ma nessuno è immune dalla caduta, valori e difetti sono divisi equamente. Per questo non ci sono patti tra alto e basso ma un continuo lavoro contro le divisioni
L’articolo di Alessandro Baricco E ora le élite si mettano in gioco ha dato impulso a un dibattito intorno a quest’affermazione: tra le élite e la gente si è rotto “un certo patto”, e la gente adesso ha deciso di fare da sola. I commenti che ne sono seguiti hanno assunto queste proposizioni come punto di partenza obbligato. A me pare, tuttavia, che contengano qualcosa di ambiguo, forse di fuorviante. Provo a chiarire i perché di un disagio non solo concettuale. I termini élite, gente, patto e rottura del patto, fare da sé appartengono, mi sembra, a un linguaggio non adeguato al nostro tempo.
La parola élite suggerisce l’idea di un ceto ristretto di “ottimati”, cioè di un’aristocrazia di “eletti” («molti sono i chiamati, pochi gli eletti»): élite viene da lì e indica la parte migliore, i pochi che si distinguono dalla parte peggiore, i molti. I migliori possono legittimamente pretendere di avere più diritti, di sovrastare i molti, i peggiori.
Costoro sono definiti con una parola negativa: “la gente”. Con gente intendiamo l’insieme di individui privi di qualità, uomini-massa simili gli uni agli altri nell’essere mossi da interessi egoisti e di breve durata, orgogliosi della propria mediocrità, in realtà frustrati, aggressivi e violenti nei confronti dei diversi da loro. La loro cultura è fatta di luoghi comuni, di pregiudizi, di vocaboli vuoti ai quali si affezionano per mascherare la propria ignoranza. Il loro desiderio predominante è di soppiantare gli uomini superiori e da qui nasce «la ribellione delle masse».
Quest’espressione è il titolo d’un libro pubblicato nel 1930, un tempo in cui i fascismi incombevano pressoché in tutta Europa. Il suo autore, lo spagnolo José Ortega y Gasset, descrive magnificamente il degrado della democrazia dovuto al prevalere di “quella gente”, degrado che avrebbe finito per renderla invisa ed esposta inerme ai suoi nemici.
Questi pensieri facevano parte d’una ideologia e d’una teoria politica, la teoria delle élite, condivisa da ciò che ancora restava della gloriosa tradizione liberale ottocentesca. Gli elitisti vedevano con preoccupazione l’ascesa politica delle masse, ascesa che non avrebbe portato all’estensione, ma al tracollo della democrazia a favore dei demagoghi che avessero saputo meglio accarezzare gli impulsi irrazionali ed emotivi della gente, oggi diremmo i populisti. Così si proponevano come garanti della stabilità e dell’ordine politico, e pensavano di poter offrire questa garanzia per stipulare un patto con la gente comune: solo che era un patto di sudditanza, destinato a essere rotto non appena se ne fosse presentata l’occasione, cioè molto presto.
Oggi siamo ancora, e lo saremo sempre, alle prese con la questione della qualità della democrazia. Tra i tanti suoi problemi, questo è forse il maggiore. Ma crediamo che lo si possa affrontare usando ingredienti come élite e gente?
Quando si tratta di definire come è composta l’élite, si mettono in un unico calderone, per esempio, medici, universitari, avvocati, politici, preti, giornalisti e artisti di successo, imprenditori e dirigenti politici, ricchi e super-ricchi, quelli che allo stadio vanno in tribuna e «quelli che hanno in casa più di cinquecento libri». Capiamo di cosa parliamo? Ci sono cose troppo diverse: professionisti, dirigenti politici, imprenditori, privilegiati, benestanti.
Diciamo: sono coloro che si pongono nella parte alta della piramide sociale e, qualificandosi élite, pretendono che ciò basti perché debba riconoscersi loro un plusvalore morale.
Quest’insieme è piuttosto l’establishment. Come “gente” suona male presso le élite, così “establishment” — o se vogliamo usare le nostra lingua: casta di intoccabili — suona male presso la gente.
D’altra parte, può farsi il medesimo discorso rovesciandolo. La gente non è solo egoismo, irrazionalità, emotività, volgarità, violenza, ecc. C’è questo, ma anche altro.
Spesso troviamo saggezza, pazienza e, soprattutto, conoscenza ed esperienza pratiche, concretezza, spirito di solidarietà: cose che difficilmente si trovano nell’establishment. Come nelle élite, anche qui c’è un miscuglio di cose buone e cattive.
Dunque, tra élite e gente, non è possibile alcun patto, e non perché ci sia insanabile inimicizia, ma per la semplice ragione che non si saprebbero individuare le parti separando vizi e virtù. Sono mescolati e tutti ne sono responsabili. Tra parentesi: i patti possono esserci nella distribuzione del potere sociale e si chiamano compromessi, come è stato il cosiddetto compromesso social-democratico. Ma questo riguarda altra cosa, non la democrazia e la sua qualità.
Insomma, a nessuno è precluso di essere o dirsi élite; ma nessuno è immune dall’essere o essere detto gente o gentaglia.
Ciascuno di noi è al tempo stesso, per qualche aspetto, élite e per qualche altro gente.
Questa è la democrazia, l’unico regime non manicheo. Sono i regimi non democratici, quelli che separano a priori i buoni e i cattivi, quelli degni di governare e quelli cui tocca ubbidire. Onde quando, per esempio, certi risultati elettorali non ci soddisfano, anzi ci disgustano, non diciamo: ha vinto la feccia, perché ciò autorizza a sentirci rispondere: feccia sarai tu. È purtroppo quello che accade: ci si scontra davanti agli elettori con l’intento di squalificarci reciprocamente. Il motto dilagante di questo modo degradato d’intendere il dibattito pubblico è: «Si vergogni».
Tra le «promesse non mantenute» della democrazia, più di trent’anni fa Norberto Bobbio indicava «il cittadino non educato», espressione che dice in modo misurato individuo-massa, di cui sopra.
L’idea degli ottimisti secondo i quali l’esercizio della democrazia è la migliore scuola di democrazia fu a lungo uno degli argomenti preferiti a favore del suffragio universale e, oggi, a favore del voto agli stranieri residenti.
Guardiamoci intorno.
L’esperienza, dicono i pessimisti, dimostra piuttosto il contrario. La democrazia (come del resto tutte le forme di governo) si logora con l’uso.
Non solo aumenta l’apatia (l’astensionismo), ma prevalgono gli istinti più bassi, l’ignoranza pericolosa, l’egoismo. Per questo, in questo autunno della democrazia, le proposte che circolano sono piuttosto a favore del restringimento del diritto di voto togliendolo a chi lo userebbe pericolosamente, o limitandone il più possibile l’esercizio. Vecchissima storia, che si ripresenta oggi sotto un neologismo piuttosto ripugnante, la epistocrazia, il governo di coloro che sanno, degli esperti, dei dotti: un modo per riverniciare a nuovo il potere dei pochi a danno dei molti.
Che dire? Se dovessi basarmi su quel che vedo, direi che nulla è scontato. Il diffuso pessimismo è fronteggiato, in maniera che mi pare crescente, da un desiderio di comprendere che si manifesta nelle aule scolastiche, perfino nelle piazze e in ogni occasione d’incontro su temi di cultura politica. Qui compare quel pezzo di élite che è indicato come coloro che hanno in casa cinquecento libri. A questi spetta il compito e la responsabilità concreta di cucire la società, di evitare che, per l’appunto, essa si divida in élite e gente.
Ricordo che in un passo dei Quaderni di Antonio Gramsci, in cui si discuteva il nostro tema, partendo dalla domanda: come si può ammettere che il voto di Benedetto Croce valga come quello del pastore analfabeta transumante nel centro della Sardegna, si rispondeva così: il pastore non ha nessuna colpa, la colpa è di quelli — politici e intellettuali — che non hanno saputo raggiungere il pastore per imparare qualcosa da lui e per insegnare qualcosa a lui. Il che non si può fare se si crede che la cultura sia tutta racchiusa nelle biblioteche.
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