giovedì 26 luglio 2018

Nel rispetto


giovedì 26/07/2018

PAROLA PER PAROLA

Le strade comode sono una trappola

PUBBLICHIAMO STRALCI DEL DISCORSO CHE SERGIO MARCHIONNE HA TENUTO AL MEETING DI RIMINI IL 26 AGOSTO 2010


di Sergio Marchionne


Non mi capita spesso di avere di fronte una platea composta da così tanti giovani e mi sento investito di una grande responsabilità. Parlare ai giovani è una delle cose più difficili da fare. Lo è perché voi non amate le conferenze e i congressi che riempiono di parole giornate intere senza dire nulla. Non amate gli incontri formali, che lasciano ai partecipanti poco più di un badge da esibire, quasi fosse una medaglia. Ne ho visti centinaia in questi anni – e in alcuni rari casi sono stato anche chiamato a intervenire. Non li amo neppure io.

A costo di passare per rude, quello che ho sempre cercato di fare è parlare in modo chiaro e diretto, senza la presunzione di avere la verità in tasca. E questo è quello che vorrei fare anche oggi. Vi confesso che l’intervento che avevo preparato per voi era molto diverso da quello che invece sentirete. Avrei voluto parlarvi dei grandi temi su cui la nostra società – qualunque società che voglia davvero definirsi giusta – ha il dovere di interrogarsi. Avrei voluto riflettere sul senso della globalizzazione, quando porta benefici reali alle nostre vite; e sul non-senso della globalizzazione stessa, quando non ha nulla da offrire a chi è devastato dalla violenza della povertà. Avrei voluto raccontarvi di quando, undici anni fa, ho avuto la fortuna di incontrare Nelson Mandela, a Davos. Avrei voluto condividere con voi le questioni più spinose con le quali l’umanità si deve confrontare: come sia possibile restare indifferenti di fronte allo scandalo della distribuzione della ricchezza mondiale; come sia possibile parlare di sviluppo e benessere se gran parte della nostra società non ha nulla da mettere in gioco al di fuori della propria vita. Ma non posso ignorare l’importanza di quello che sta succedendo in Italia, collegato alle vicende dello stabilimento di Melfi, e la gravità delle accuse che ho sentito muovere verso la Fiat. E non è mia abitudine evitare i problemi. Per questo gli eventi delle ultime 48 ore mi hanno costretto a modificare radicalmente il tenore del mio discorso, portandolo a un livello molto più locale. E di questo vi parlerò tra qualche minuto. Anche se il titolo del mio intervento è Saper scegliere la strada, non ho intenzione di farvi nessuna lezione. Quello che posso fare per contribuire all’incontro di oggi è condividere con voi le mie esperienze, quelle che ho maturato, prima da ragazzo e poi da uomo, incluse quelle che ho vissuto come amministratore delegato della Fiat. Sono nato in Abruzzo, a Chieti, a circa 250 chilometri da qui ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni. Ho dovuto abituarmi presto a cambiare casa, abitudini, amici. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita in Canada. Non è mai facile iniziare tutto da capo, in una terra sconosciuta e in una lingua straniera, imparare a gestire la solitudine di alcuni momenti. Non è facile lasciare le certezze del tuo mondo abituale per le incertezze di un mondo nuovo. Aveva ragione Cesare Pavese quando disse che: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali - l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo. Tutte le cose tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso”. Ma è proprio per questo che viaggiare, cambiare ambiente e conoscere altre culture è uno straordinario modo per crescere – e per farlo in fretta. Anche dopo l’università, quando ho iniziato a lavorare, mi sono trovato costretto più volte a cambiare città e Paese. Si è trattato di passaggi sofferti, perché è stato come ricominciare sempre da capo. Quando ti trovi a vivere o a lavorare in un Paese che non è il tuo, devi imparare a gestire qualcosa in più rispetto agli altri. Mi riferisco alla diffidenza che ogni tanto percepisci, quella che qualcuno prova verso gli stranieri. E mi riferisco anche allo stato d’animo che tu stesso provi, collegato al fatto di non avere radici in quella società, e di avere invece dubbi e timori nell’affrontare un mondo nuovo. Sono dovuti passare quasi quarant’anni e altre due nazioni – la Francia e la Svizzera – prima che la vita mi riportasse in Italia, nel 2004, quando ho assunto la guida della Fiat. Le esperienze che ho compiuto in giro per il mondo sono state tutte importanti per la mia crescita professionale. Ed è questa conoscenza che ho cercato e sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che accade intorno nel mondo. Oggi la Fiat è una multinazionale che opera e gestisce attività industriali in ogni parte del mondo. Siamo presenti in tutti i continenti e abbiamo rapporti commerciali con oltre 190 Paesi. La partnership raggiunta con Chrysler nel 2009 è nata sulla base delle competenze tecnologiche della Fiat, ma si è resa possibile solo grazie alla sua apertura internazionale. (…) Ma Fiat e Chrysler stanno anche dando vita a un’integrazione culturale basata sul rispetto e sull’umiltà; un’integrazione che è una straordinaria fonte di ricchezza umana. Non è facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. (…) Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci siano interesse né fiducia verso questo bacino di informazioni. O forse, più semplicemente, non ne vogliamo sapere perché ci manca la voglia o abbiamo paura di cambiare. Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un Paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno. Questo è stato per tanto tempo anche il grande male della Fiat. Quando sono arrivato, nel 2004, ho trovato una struttura immobile, che prendeva come base di riferimento i propri risultati invece delle prestazioni della concorrenza. Aveva perso la voglia e l’abilità di competere e di confrontarsi con il resto del mondo. Questo, purtroppo, è anche il rischio che corre il nostro Paese. (…) Ciò di cui c’è bisogno è riconoscere la necessità di cambiare, di aggiornare un sistema che garantisca alla Fiat di continuare a competere. Quella a cui stiamo assistendo in questi giorni è una contrapposizione tra due modelli, l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti. Non so quali siano i motivi di questo scontro, se ci siano ragioni ideologiche o altro. Quello che so è che fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi, non ci sarà mai spazio per vedere nuovi orizzonti. (…) Troppo spesso, però, l’elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa. Va bene finché non ci riguarda. (…) La Fiat – quella che è uscita con le proprie forze da una situazione che nel 2004 sembrava a fondo cieco; la stessa che oggi sta cercando nuove strade per diventare uno dei più grandi costruttori di auto al mondo – ha fatto la propria scelta. Ha deciso di stare al passo con la realtà.(…) Eppure ho sentito accuse assurde, che non voglio certo alimentare. Sento però il dovere di difendere non solo la serietà del nostro progetto, ma anche le ragioni di chi ha abbracciato questa sfida. Mi riferisco, in particolare, alla Cisl e alla Uil, che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell’industria dell’auto italiana. L’accordo che è stato firmato per lo stabilimento di Pomigliano ha ottenuto prima il consenso della maggioranza delle organizzazioni sindacali e poi quello della maggioranza dei lavoratori. Rispettare un accordo è un principio di civiltà. (…) Mi rendo conto che certe decisioni, come quelle che abbiamo preso a Melfi, non sono popolari, ma non si può far finta di niente davanti a quelle che per la Fiat sono palesi violazioni della vita civile in fabbrica. Sono state spese molte parole sulla vicenda di Melfi. Vorrei essere assolutamente chiaro. La Fiat ha rispettato la legge e ha dato pieno seguito al primo provvedimento provvisorio della Magistratura. (…) La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, come è successo quando siamo tornati dall’America con i 2 miliardi di dollari della General Motors o quando il presidente Obama ha annunciato l’accordo con Chrysler. Ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti. (…) Quello che trovo assurdo è che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque, fuorché in Italia. La Fiat è un’azienda seria, gestita da persone serie con una forte carica di valori. Quest’etica di business è stata la chiave della rinascita, che ha strappato il Gruppo dal fallimento al quale sembrava destinato nel 2004. Oggi continua a essere il cuore della nostra azione.

Forse, a questo punto, vi state chiedendo in che modo la testimonianza che vi ho portato oggi e la storia recente della Fiat possa avere a che fare con voi. Da tutte le esperienze che ho fatto nella mia vita, mi sono reso conto che ogni storia di successo si basa sulla capacità di donne e di uomini di assumersi la responsabilità e l’impegno di imprimere una svolta culturale a un certo ordine di cose. Questo vale per un sistema industriale, ma vale anche per la vita di ognuno di noi. L’invito che posso fare a voi giovani oggi è quello di prepararvi a entrare in un grande processo di costruzione, di prepararvi a far parte della squadra che darà forma al futuro. Di solito si ritiene che la vita delle persone sia suddivisa in due momenti distinti. Quello della formazione e quello dell’attività lavorativa. Si crede che il primo periodo della vita serva a dare all’individuo quelle conoscenze sufficienti ad affrontare la fase successiva. Con l’idea che le nozioni apprese possano bastare a ricoprire ruoli e mansioni stabili nel tempo. Penso che una persona così si trovi del tutto disarmata di fronte a un mondo che cambia alla velocità della luce. Questo scriveva Hegel nella prefazione ai Lineamenti di Filosofia del diritto: “A dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta…. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”. La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata. Quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra. Per questo non è importante la strada che sceglierete. È molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla. Se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la prima garanzia che dobbiamo conquistarci per poter scegliere è la libertà. Essere liberi significa avere la forza di non farsi condizionare. Essere liberi vuol anche dire trovare il coraggio di abbandonare i modelli del passato. Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere. Fanno solo perdere il senso del viaggio. La libertà di cui parlo è prima di tutto una libertà mentale, la condizione che raggiunge chi decide di confrontarsi con il mondo e di sposare l’etica del cambiamento. Le ore passate a studiare su un libro con centinaia di pagine o davanti a un computer non sono solo una strada per entrare nel mondo del lavoro. Vi danno la possibilità di prendere in mano quegli strumenti, culturali e umani, per affrontare un campo aperto, globale e uguale per tutti. Senza dubbio il mondo di oggi si trova in un momento difficile da capire e da gestire. In ogni epoca, milioni di persone si trovano a fare i conti con quello che è stato lasciato dal passato. È la storia della vita, quando capita di venire in possesso di un’eredità enorme. Non hai fatto nulla per averla. A quel punto, puoi scegliere cosa fare per chi domani dovrà raccogliere la tua eredità. Voi avete la grande occasione di mettere quello che siete, i vostri sogni e le vostre qualità in questo progetto, per creare un domani esattamente come lo volete. La forma e il significato della società del futuro dipenderanno dai vostri ideali, dal vostro modo di pensare e di agire. L’uomo che segue il proprio comodo è condannato a vivere in una prigione che si è costruito da solo, dove i muri sono troppo alti e troppo spessi per far passare l’aria o vedere la luce. Chi guarda solo a se stesso non sarà mai una persona libera perché non ha altro spazio se non quello limitato e fragile di uno specchio. La vera libertà esiste solo nell’impegno. Penso che questo sia anche il senso del titolo del vostro meeting, che richiama molto da vicino quello che lo stesso Hegel disse sulla natura umana: “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. Credo che sia anche l’unico modo per trovare una realizzazione personale e dare un significato più profondo alla nostra vita. Nel seguire la propria strada, la responsabilità di ogni individuo, di ognuno di noi, è enorme. Circa 500 anni fa, Niccolò Machiavelli, ci ha offerto questo spunto: “Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio”. Se c’è un segreto nella Fiat di oggi, è proprio questo: abbiamo avuto la fortuna – e forse anche la capacità – di costruire un’azienda di uomini e donne di virtù. Sono persone che sentono il peso della responsabilità di ciò che fanno, che agiscono con decisione e coraggio, che non si tirano indietro quando si tratta di dare il buon esempio. Sono persone che sanno che solo una condotta morale può assicurare merito e dignità a qualunque risultato. Questo è l’augurio con cui vorrei lasciarvi. A prescindere dalla strada che sceglierete, auguro a ognuno di voi di diventare come la persona descritta da Machiavelli, uomini e donne di virtù.


mercoledì 25 luglio 2018

Toninelli, Toninelli!


Ma Toninelli cosa combini? Azzeri tutta la dirigenza delle Ferrovie dello Stato che avrebbero voluto fare un bel matrimonio con Anas, per continuare quella politica di sfanculamento dei treni regionali presi da quegli straccioni dei pendolari? Dai Toninelli non scherzare! Così fai una politica di sinistra! E noi lo sai siamo dei razzisti populisti che non riusciamo neppure a comprarci una villa a Firenze da 1,3 milioni di euro, avendo 15mila euro sul conto in banca e accendendo il quarto mutuo! Dai Toninelli ripensaci! Lunga vita alle Frecce e a culo tutto il resto! (cit.)

Lo sa, lo sa!



L’Insaputo lo ha sempre saputo quale fosse la verità!

martedì 24 luglio 2018

Niente foto, solo emozioni


Basta selfie, pose, inquadrature al tramonto, basta primi piani, artistiche riprese di bellezze nostrane! 
Occorre far galoppare la fantasia, rincorrere il dettaglio descrittivo verbale. Perché continuare a scattare, a perdersi la diretta di qualsiasi avvenimento con il motivo a volte demenziale di "avere un ricordo da sfogliare a casa, magari d'autunno, soli, senza beltà attorno, ritrovandosi a frinire, lacrimando, su attimi sfuggiti?"
Cercherò di autolimitarmi l'immagine, lasciando alla mia memoria, già imbolsita, di rinvangare attimi, emozioni papillari, profumi scorrazzanti in sinapsi. E se un giorno me li dimenticherò, pazienza! M'innervosisco infatti a vedere attorno a me tantissimi miei simili inforcare lo smartphone per immagazzinare immagini levando alla diretta, all'emozione dell'attimo, la fragranza propria del vivere un qualsiasi momento confezionato dal presente già storia, come un piatto speciale da consumare nel confine-istante, vacillante verso i ricordi. 
E allora vi trasmetto foto-mnemoniche della breve vacanza in Puglia: due signore in una spiaggia libera del Salento, avvolte da un mini ombrellone, chinate quasi sull'arenile: una sensazione di tristezza perché stavano quasi aggrappate l'un l'altra, in quello spazio-ospizio, in silenzio, attendendo chissà cosa, sguardi lontani, forse erano madre e figlia, mai una parola tra loro, solo la costante ricerca dell'ombra, una sorta di eliofobia esasperata. Tristezza nel ricordarle: il mini ombrellone, quasi ombrellino, sarà stato alto non più di un metro e mezzo, di tonalità azzurro grigio; le due donne non erano completamente in costume, avevano dei camicioni di cotone celanti i loro corpi logori; sono stato su quella spiaggia per almeno un'ora e mezza: mai viste scambiarsi un cenno, un commento, una parola a mezz'aria. Parevano costrette da chissà chi a rimanere in quella sofferenza, i loro volti erano maschere di cera, gli occhi puntavano verso l'infinito nell'attesa di qualcosa che gli fremesse le ciglia, di un diversivo mai arrivato, almeno sino a quel momento. Ogni tanto la più anziana cambiava posizione, rimanendo magistralmente dentro l'elisse d'ombra, che il moto del sole striminziva in continuazione, quasi avesse raccolto la sfida. Non guardavano nulla accanto a loro, quasi smaniavano nella speranza che l'orologio accelerasse sfidando leggi fisiche. Intorno la vita di spiaggia si srotolava senza alcun cenno di attenzione verso questa eclatante sofferenza.    

(1-Continua)

Inspirare!




L’ex, per fortuna, ministro Calenda avrebbe potuto farsi un bel suffumigio ieri mattina a Taranto e magari meditare sulla vendita dell’Ilva da lui coordinata, con annesse le garanzie sul miglioramento delle invereconde garanzie ambientali. Sarà stato invece impegnato a Capalbio, a parlare di nuova sinistra e di sinergie occupazionali arricchenti sempre più i soliti noti a scapito della qualità occupazionale. Fumenti compresi.

Un racconto per sperare


QUEL MIRACOLO SUL TRENO

Matteo Bussola per Repubblica

Ero su un treno regionale, fermo a una stazione. Un ragazzo disabile in carrozzina, il busto piegato in avanti da un’evidente malformazione, è salito aiutato da tre persone. Lo spazio riservato ai portatori di handicap era occupato da due ingombranti valigie, il controllore ha chiesto a voce alta: «Di chi sono questi bagagli?!». Un uomo si è alzato per spostarli, lamentandosi del fatto che nel vano apposito non ci stessero, non sapeva dove metterli. Il ragazzo, mentre la sua carrozzina veniva legata con le cinghie, non ha detto niente, negli occhi la stanchezza di chi è abituato a reazioni simili. Tornando al suo posto l’uomo si è lasciato sfuggire una frase, a bassa voce: «Perché questi non se ne stanno a casa invece di andare in giro?». Lo abbiamo sentito in due, io e una signora anziana seduta vicino a me. Stavo per reagire duramente quando lei mi ha anticipato, si è alzata, si è piazzata davanti all’uomo e gli ha detto: « Si dovrebbe vergognare, perché non se ne sta a casa lei invece di andare in giro e costringerci a sentire le sue sciocchezze!».
L’uomo ha assunto d’un tratto l’espressione di un bambino sgridato dalla madre. « Ha ragione » , ha detto. «Mi scusi, scusatemi tutti, sono stanchissimo e ho proprio esagerato». Poi è andato dal ragazzo: «Scusami davvero, sono un imbecille». L’altro gli ha sorriso: «Tranquillo, da quello se vuoi si può guarire». Si sono presentati e hanno cominciato a parlare. Il ragazzo si chiama C., è un ingegnere informatico. L’uomo si chiama S., è un metalmeccanico pendolare. Abitano a neanche dieci chilometri e non si erano mai incontrati. Quel giorno invece si sono visti.
Questa situazione sarebbe potuta finire in tanti modi diversi, invece ho assistito a questo piccolo miracolo che ha avvicinato due esseri umani: un calcio in culo al momento giusto — da chi si è assunto la responsabilità di darlo — , la volontà di chiedere scusa, un sorriso ricambiato.
Ho raccontato la vicenda sulla mia pagina Facebook. La cosa che mi ha sorpreso, fra i vari commenti, sono state le reazioni di chi ha scritto di non credere nemmeno a una parola, che è evidentemente una storia inventata dai soliti "buonisti". Sarebbe fin troppo semplice rispondere a queste persone nella maniera più ovvia: io c’ero, voi no. Io ero su quel treno, ho guardato negli occhi quel ragazzo, ascoltato le parole di quell’anziana signora e di quell’uomo. Le scuse inattese, che hanno lasciato spazio alla speranza che questo mondo possa essere un posto migliore rispetto a quanto ci viene sempre più spesso fatto credere.
Ma il punto è che, ormai, nemmeno le testimonianze dirette possono servire a scalfire una narrazione del reale in cui è il "cattivismo" ad avere vinto. Se un episodio riportato non coincide con la propria visione del mondo, dev’essere per forza falso. Invito perciò gli increduli, se lo desiderano, a prendere la vicenda come un semplice racconto. Scopriranno che non cambierà niente, che il loro fastidio nel "non riconoscersi" nei comportamenti descritti resterà inalterato, perché questa per loro non è la realtà.

Ma in ogni narrazione non è la realtà di una storia che conta, ma se mentre la leggiamo siamo in grado di riconoscere la verità che contiene. La verità, in questo caso, è che le persone possono cambiare il mondo quando riescono davvero a vedersi, oltre il muro del pregiudizio e della discriminazione. E per fortuna, in questa vicenda, nessuna incredulità potrà mai scalfire il coraggio di C. e S., il non arrendersi alla propria condizione del primo e la capacità di chiedere scusa del secondo. Perché la differenza non la fa mai ciò che la vita ha scelto per noi, ma ciò che noi, ogni giorno, scegliamo per le nostre vite.

Epistolario


martedì 24/07/2018
Caro Marco…

di Roberto Saviano

Caro Marco, ho letto il tuo riferimento a me nel tuo editoriale di oggi e francamente non comprendo come quello che scrivi possa essere messo in relazione alle mie critiche a Salvini e al governo, anche se converrai che il primo è stato il governo in queste prime settimane. Il tuo commento alla sentenza emessa nel processo trattativa, il racconto delle responsabilità accertate in primo grado, lo utilizzi per dirmi che erano quelli i ministri della Mala Vita e non Salvini? Non capisco e non credo si tratti di una versione più paludata dell’inflazionato “e allora il Pd?”. Dovremmo forse accettare le parole e le azioni di Salvini perché quelli che c’erano prima erano peggio? E davvero tu credi che il 4 marzo abbia rappresentato questo cambio epocale? Sto leggendo con attenzione le inchieste del tuo giornale sull’inferno libico e sulle nefandezze della Guardia costiera di quello Stato in disarmo e mi sembra che tale sia l’orrore raccontato, che le parole di Matteo Salvini e dei ministri di punta dei 5stelle contro le Ong siano del tutto inaccettabili. Ho l’impressione che i colpi inferti in queste poche settimane all’idea di Stato di diritto rappresentino una escalation che forse non tutti comprendono. E non regge neppure l’idea di Salvini cattivo, 5stelle buoni.
Toninelli ha mentito in maniera continuata sulla apertura/ chiusura dei porti e, cosa più grave, lo ha fatto con esseri umani sofferenti in mare. Credo sia evidente a tutti come Salvini sia nella totale disponibilità di Vladimir Putin, che condivide con Donald Trump il superamento dell’Europa, per finalità evidenti di spartizione. Lo afferma lui continuamente, non lo dico io. Purtroppo chi dovrebbe bilanciare (pia illusione) tutto ciò, continua a fare campagna elettorale, in maniera distinta sui temi, ma non nei modi. L’altra sera mi è capitato di ascoltare il tuo vice, Stefano Feltri, intervistato su RadioUno, che affermava che con ogni probabilità Luigi Di Maio ha mentito sulla questione stime Inps. La cosa che però mi ha colpito di più dell’intervista è che Feltri, con ogni ragione, non si capacitava del fatto che Di Maio, pur di fare comunicazione, ha deciso di non difendere un provvedimento anche giusto, ma che ovviamente porterebbe a dei possibili (ma pare minimi) effetti collaterali. È questo il “cambiamento” cui dovremmo dare fiducia? Menzogne e poco coraggio? Francamente è un film già visto in più condito da un marketing asfissiante sulla supposta novità di un indirizzo politico che sconta la sconcertante invisibilità del presidente del Consiglio. A questo proposito, mi ha molto colpito il titolo dell’intervista che gli hai fatto nei giorni scorsi, “Ecco chi sono”: non mi pare rassicurante che a distanza di settimane dal suo insediamento, sia lo stesso presidente a porsi il problema di dover spiegare lui chi è e ti posso assicurare che ancora oggi io non ho idea di chi sia e a chi risponda poiché lo si è visto sempre, e in maniera anche poco dignitosa, accucciarsi non appena richiamato all’ordine. Però, su Salvini, voglio cogliere il tuo suggerimento, anche per evitare altre querele su carta intestata del ministero: da oggi per me il ministro della Mala Vita diventa il cagnolino di Putin. Ai 5stelle la scelta di seguire il capo branco o essere qualcos’altro. Ma perché ci riescano c’è bisogno di maggiore rigore, soprattutto da parte di chi negli anni ha dimostrato di saperlo fare con inflessibilità.


martedì 24/07/2018
Caro Roberto…

di Marco Travaglio

Caro Roberto, anzitutto riporto qui la mia frase che ha originato la tua lettera: “Caro Roberto Saviano, chi governa merita certamente le critiche più feroci. Ma prima dev’essere chiaro a tutti quali ‘ministri (e governi) della malavita’ hanno infestato l’Italia fino a quattro mesi fa”. È la coda di uno degli articoli che ho dedicato alla sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Una sentenza che ti consiglio di leggere, da esperto appassionato di mafie come sei. Tu mi domandi che cosa volevo dirti fra le righe. Forse che è sempre colpa del Pd? O che “dovremmo accettare le parole e le azioni di Salvini perché quelli che c’erano prima erano peggio”? No, volevo dirti semplicemente quello che ti ho scritto: le critiche a questo governo quando sbaglia, come a tutti i governi quando sbagliano, sono doverose. Ma, in tema di mafie, a questo governo nato due mesi scarsi fa non si può (ancora?) rimproverare nulla. Perciò non ho capito la tua definizione di Salvini “ministro della malavita”. E non perché io nutra simpatie per Salvini: il quale, prima di provarci con te, ha querelato per ben 7 volte me e il Fatto, uscendo sempre sconfitto (te lo dico perché hai ottime speranze di vincere anche tu).
Bensì perché sono anch’io preoccupato per le sue sparate razziste, le sue politiche xenofobe e i suoi rapporti con Putin, ma ancor più per la folla plaudente e tracimante che si assiepa sotto il suo balcone (o la sua ruspa). E temo che le tue denunce su quei temi escano non rafforzate, ma indebolite dall’attribuirgli condotte o relazioni malavitose. Ci sarà tempo per analizzare la portata delle elezioni del 4 marzo che, grazie anche all’aventinismo folle e suicida del Pd, hanno partorito questo governo Frankenstein tra due forze molto diverse, capaci di produrre contemporaneamente misure “di sinistra” come il dl Dignità e “di destra” come quelle sui migranti. Non penso certo a un partito buono e a uno cattivo, ma a due esperienze molto variegate che sarebbe sbagliato schiacciare in un unico giudizio monolitico, liquidatorio e definitivo. Lo stesso vale per quell’Ufo di Giuseppe Conte, oggetto misterioso ancora tutto da scoprire (perché non provi a incontrarlo anche tu? Io qualche curiosità me la sono levata).
Sulle politiche migratorie siamo in dissenso dall’anno scorso, quando io, diversamente da te, condivisi molte scelte di Minniti: per esempio, il Codice di condotta per le Ong e una politica più attiva per stabilizzare la Libia. Una linea proseguita ora da Conte e Moavero, anche con piccoli passo in avanti con l’Ue e con alcuni partner comunitari, e sporcata dalle vergognose sparate di Salvini sulle “crociere” e la “pacchia” dei migranti.
Come tu noti nella tua lettera, non abbiamo smesso un solo giorno di indagare sulle magagne e le disumanità della cosiddetta “Libia”, ancora poco più che un’espressione geografica, ma al contempo di augurarci che: prima o poi diventi uno Stato degno di questo nome; ci aiuti a combattere il vero nemico cioè le organizzazioni criminali del traffico di esseri umani (di cui l’antimafia ufficiale parla malvolentieri); sottoscriva e poi rispetti la convenzione di Ginevra; si doti di una Guardia costiera in grado di salvare vite umane, di porti sicuri in cui rimpatriare gl’irregolari e di strutture di accoglienza e smistamento dei profughi controllate da Onu e Ue. Questo nostro sforzo di affrontare in termini complessi una questione complessa presta il fianco a entrambi gli opposti estremismi: quello di chi pensa di risolvere il problema indossando una maglietta rossa e urlando “porti aperti a tutti per sempre” (e non mi riferisco a te e a tutti gli aderenti alla campagna di don Ciotti, ma solo a chi l’ha trasformata in défilé senza argomentare); e quello di chi, specularmente, liquida la faccenda indossando una felpa verde o blu strillando “negher foera dai ball” o blaterando di “aiutarli a casa loro” (slogan caro anche a Renzi). Certo, è molto più comodo intrupparsi in una delle due tifoserie, ma è anche molto più inutile: i problemi si affrontano proponendo soluzioni, non lanciando slogan per esorcizzarli.

Infine: lo so anch’io che la Lega non è il nuovo, e non solo perché è il partito più antico su piazza; e che i 5Stelle già manifestano molti vizi del “vecchio”. Ma è indubbio che il voto degli italiani, il 4 marzo, abbia spazzato via un sistema di potere consociativo che aveva retto l’Italia per 24 anni e che affonda le sue radici proprio nella trattativa bipartisan Stato-mafia. Che storicamente fu avviata sotto il vecchio centrosinistra (governi Amato e Ciampi) e chiusa dal Berlusconi I, ma poi proseguita con una serie sciagurata di norme bipartisan che hanno smantellato il meglio dell’antimafia. Infatti solo ora che i vecchi centrodestra e centrosinistra sono out si intravede qualche spiraglio di luce su quella stagione nera, lasciata al buio da quel sistema per un quarto di secolo. Merito di Salvini o dei 5Stelle? No, colpa di chi c’era prima. Che va sempre ricordato, perché ci aiuta a comprendere quel che accade oggi.