lunedì 7 maggio 2018

Ogni tanto serve..


.. a capire in che cazzo di paese viviamo! 

Il raid dei Casamonica al bar solo una disabile si ribella

Frustata con la cinghia e presa a calci e pugni. “Se chiami la polizia ti ammazziamo” L’esplosione di violenza perché due esponenti del clan non erano stati serviti per primi.

di Floriana Bulfon per Repubblica

roma
Frustate in pubblico, in pieno giorno, perché il messaggio deve arrivare a tutti. Anche ai bambini che guardano spaventati grondare il sangue a terra, perché « qui comandiamo noi e se non fai quello che diciamo, ti ammazziamo » , parola dei Casamonica. È la domenica di Pasqua quando due esponenti del clan entrano in un bar della periferia sud- est della capitale e compiono un massacro. Picchiano una giovane donna disabile solo perché osa parlare, poi ritornano, colpiscono a bottigliate il barista e gli distruggono il locale. Non li ha serviti per primi, ha mancato di rispetto e la deve pagare.
I Casamonica, mille affiliati e un patrimonio da quasi cento milioni di euro. Il loro regno è un territorio militarizzato, con le vedette a ogni angolo e le ville barocche che occupano pezzi di strade e marciapiedi. Lo sfarzo ostentato per intimorire e celebrare la potenza criminale, come per le esequie di zio Vittorio, tre anni fa: con le carrozze, l’elicottero e l’acclamazione a re. Prepotenza e brutalità sono la regola, si vive sotto assedio.
Il primo aprile è una giornata di festa. Dentro al bar di via Salvatore Barzilai, periferia sud-est della città, una bimba sorride in braccio al suo papà, alcuni ragazzi prendono il caffè, una giovane è in coda alla cassa, Entrano i boss, vogliono le sigarette e pretendono di essere serviti subito. Funziona così, per loro non esiste la fila.
Il barista, un ragazzo romeno con gli occhi azzurri e tre dita perse lavorando, non se ne accorge e loro non lo possono tollerare. « Questi romeni di merda non li sopporto proprio» urla Antonio Casamonica al cugino Alfredo Di Silvio. La giovane dietro di lui li riprende: «Se il bar non vi piace andate altrove » . È la fine. Casamonica, 26 anni e all’attivo condanne per estorsione e falso più un processo per evasione, le strappa con una mano gli occhiali e li lancia dietro al bancone, poi si sfila la cinta dai pantaloni e la passa a Di Silvio.
I due sanno come fare: sono corpulenti e già da piccoli hanno imparato a picchiare. La prendono alle spalle, la frustano e poi calci, pugni fino a quando crolla a terra massacrata. La bambina sgrana gli occhi terrorizzata, ma nessuno si muove, nessuno interviene per difendere quella giovane. Una donna e disabile. Le strappano di mano il telefono e, mentre lei striscia a terra e chiede di riaverlo indietro, glielo lanciano contro ordinando: « Se chiami la polizia ti ammazziamo » . Il messaggio vale per tutti. Il locale si svuota, resta solo il barista a soccorrerla e a consigliarle di andarsene «perché torneranno » . E infatti mezz’ora dopo eccoli arrivare, Alfredo Di Silvio irrompe con il fratello Vincenzo. Spaccano la vetrina, rovesciano tavoli e sedie: « Qui comandiamo noi, non te lo scordare: questa è zona nostra. Ora questo bar lo devi chiudere, altrimenti sei morto » . Anche questa volta non interviene nessuno. Sono cinque i clienti che rimangono seduti a giocare ai videopoker. Il barista è a terra, il suo volto è coperto di sangue. Gli schizzi arrivano fino al muro, colano accanto al calendario della Guardia di finanza. Intorno a lui sembra sia scoppiata una bomba, è tutto in frantumi.
Trenta giorni di prognosi per lei, otto per lui. Li hanno massacrati. La giovane non conosce i suoi aguzzini, era lì per caso, ma ha capito che appartengono alla famiglia, quella che comanda e di cui bisogna aver paura. Il barista invece sa bene chi sono, i Di Silvio abitano nella stessa via e i Casamonica cento passi più in là. Le due vittime però, il giorno dopo, si fanno coraggio e denunciano. Un affronto senza precedenti, quando il clan lo scopre fa scendere in campo un pezzo da novanta. Enrico, il nonno dei fratelli Di Silvio, condannato per sequestro di persona e lesioni, si presenta al bancone. Ordina un caffè e il ritiro immediato delle accuse, pena la morte. La violenza mafiosa di chi sente padrone. Il barista è terrorizzato e per due giorni la serranda rimane abbassata. La moglie però non ci sta, quel locale aperto con tanti sacrifici è il loro lavoro, la loro vita e non possono rinunciarci.

All’angolo della strada due ragazzoni appoggiati alla macchina fissano l’ingresso del bar. Dentro sembra non sia successo nulla, il giovane romeno è tornato dietro al bancone. Dopo tre caffè racconta la sua paura e, solo quando non ci sono più clienti, tira fuori il telefonino. Mostra le immagini riprese dalla telecamera sopra i gratta e vinci e i tabacchi. Ha immortalato la sequenza dell’orrore criminale. Da quel giorno ha cambiato le sue abitudini, il percorso per tornare a casa e teme che in ogni momento possa entrare qualcuno della “famiglia”. All’uscita i due sono ancora lì, lo sguardo fisso sul locale. Quello di chi impone il suo violento potere mafioso.

Se potessero parlare


Nella magica Lucca vi è un luogo, uno dei tanti, intriso dei sapori della storia, l'Osteria Bernardini, sorta nel 1586. 
Potessero parlare quei muri, rilasciare le chiacchiere nei secoli profuse al suo interno! 
Al di là dei periodi, delle ristrettezze, delle visioni personali, chissà che suoni gutturali udiremmo, che teorie, che fantascientifiche memorie, speranze, progetti, disfide, linearità, credenze, delusioni, insoddisfazioni, violenze verbali, voglie d'emersione, amori, tradimenti, vanto di sé. 
Locali storici per una prosecuzione culturale senza fine, tesa alla ribellione verso i soprusi, le caste, le disparità economiche, i sotterfugi, gli inganni, i rancori, le risa sbellicanti il fesso di turno. 
Tutto sa di storia in città pregne di storia, persino le osterie con i dolori affogati nel vino, con l'intelligenza del momento che si dipana e si perfeziona nei lustri. 
M'immaginavo, mentre assaporavo preziose portate culinarie, l'aria degli anni che furono, la ripetitività dei conflitti umani rivolti verso la fine certa biologica, la ricerca di un luogo, e l'osteria da sempre lo è stata, ove paure ancestrali s'afflosciano e s'afflosciavano davanti al nettare sovrano, la sua innata spinta alla loquacità, al confronto, al rapporto interpersonale, spiazzante fobie, decadenze, nullità.
Di certo la tecnologia, l'annaspare verso il tentativo di ergersi a "dei" non ha modificato il tracciato, lo schema di una chiacchierata in osteria. Da secoli il canovaccio è, e sarà, sempre lo stesso: guapperia narrativa, ricerca di attenzione per autocompiacersi di sé stessi, arsura di ilarità attraverso l'ingigantire di eventi, di fatti, di misfatti per una socializzazione, sicuramente misogina, che ha sfociato e permeato il divenire della società, tra l'altro la più schietta, quella dei magnaccioni.  

domenica 6 maggio 2018

Programma rispettato!


Nulla da dire! Il Bomba è un nipote perfetto!!

Giudizio travagliato


domenica 06/05/2018
Il Cazzaro Verde

di Marco Travaglio

Non so voi, ma io ho una voglia matta di un bell’incarico al Cazzaro Verde, al secolo Matteo Salvini. Sono due mesi che reprimo questa irrefrenabile pulsione, ma ora non ce la faccio più: l’idea di vederlo uscire dal Quirinale col pennacchio e i galloni di premier incaricato sulla felpa è troppo allettante, soprattutto dal punto di vista estetico e scenico. Lo so che, per un incarico pieno, il presidente della Repubblica pretende una maggioranza con numeri certi in Parlamento, altrimenti preferisce sciogliere le Camere e far gestire le nuove elezioni da un governo elettorale di minoranza che si faccia bocciare in Parlamento e resti in carica per gli affari correnti (come il governo Gentiloni, ma non più espressione di un partito che ha appena dimezzato i suoi voti). E questa, intendiamoci, è l’unica via costituzionalmente corretta. Però sperare non costa niente, e io spero che Salvini venga finalmente messo alla prova. La sua fortuna, infatti, è che nessuno l’abbia mai chiamato a un pizzico di responsabilità, nei 28 anni della sua carriera politica (è il leader politicamente più vecchio su piazza, essendosi iscritto alla Lega nel lontano 1990, essendo stato eletto consigliere comunale a Milano nel 1993, e rappresenta il partito più vecchio sul mercato, l’ultimo nato nella Prima Repubblica, classe 1989). È più di un quarto di secolo che il Cazzaro verde spara a salve, senza che nessuno verifichi mai la sua mira. Le rare volte che qualcuno ha provato a inchiodarlo a un dato di fatto, la sua maschera è caduta da sola.

Quando sbarcò dalla Lombardia al Parlamento europeo, nel 2004, l’anti-Casta Salvini si portò il fratello di Bossi come assistente parlamentare (“portaborse”, direbbero i padani duri e puri di una volta, ma con un curriculum di tutto rispetto: terza media e scuola commerciale, negozio di autoricambi a Fagnano Olona, allenatore della squadra di ciclismo della Padania, il che giustificava il modico stipendio di 12.750 euro al mese). Nemico giurato delle raccomandazioni e dei familismi di Roma ladrona, l’intransigente Salvini ebbe l’ex moglie Fabrizia Ieluzzi sistemata al Comune di Milano con contratti a chiamata dalle giunte Albertini e poi Moratti, e poi la sua nuova compagna Giulia Martinelli assunta a chiamata alla Regione Lombardia dalla giunta Maroni a 70 mila euro l’anno. Quando esplode lo scandalo dei rimborsi del Carroccio rubati o buttati dal tesoriere per mantenere la famiglia Bossi, Salvini fa il moralista: “La mia paghetta era 500 lire”. Lui con la Family non c’entra, ci mancherebbe: infatti pochi mesi prima era in ferie col Trota.

All’Europarlamento, le rare volte che ci mette piede (a fine mese non manca mai per ritirare lo stipendio da quel “Gulag sovietico” che per lui è l’Ue, senza offesa per l’amico Putin), matura grande esperienza internazionale. Infatti, dopo la strage di Charlie Hebdo, spiega a Sky che l’estremismo islamico deriva “da un’errata interpretazione della Torah” (il libro sacro degli ebrei, che lui confonde col Corano: forse per l’assonanza col dio Thor, figlio di Odino, nel cui culto celtico si sposavano i leghisti d’antan). Un’altra volta riesce a trasformare in uno statista persino Balotelli, chiedendo il rimpatrio del ghanese del Milan Muntari, definito “un immigrato che non lavora”, e beccandosi la lavata di capo del campione italiano di colore (“Ma davvero Salvini è un politico? Allora votate me, è meglio”). Ora, siccome è piuttosto rozzo ma tutt’altro che fesso, lucra sul declino di B., succhiando i voti di FI grazie a una serie bluff che funzionano solo perché nessuno va mai a vedere. Tipo le ricette miracolistiche contro gli immigrati e i rom (curiosamente presenti in massa anche nelle regioni e nei comuni amministrati dalla Lega), contro l’Ue (che lo mantiene da 14 anni a spese nostre), contro la legge Fornero e pro Flat tax.

Diversamente da Di Maio, che per tentare di fare un governo, anziché cambiare tutto subito, s’è accontentato di cambiare qualcosa nel tempo, il Cazzaro Verde ha continuato a ripetere – restando serio – che gli basta l’incarico per, nell’ordine: trovare una maggioranza (in due minuti), fare il governo (subito), espellere tutti i clandestini e bloccare tutti i nuovi sbarchi (oggi pomeriggio), cancellare la Fornero (domattina), tagliare le tasse all’aliquota unica del 15% (domani sera) e accontentare il M5S con mezzo reddito di cittadinanza (entro dopodomani al massimo). E solo nei primi due o tre giorni: seguiranno altre cuccagne. Siccome tutti sanno che è un fanfarone e nessuno l’ha mai preso sul serio, non è tenuto a dire con quali parlamentari farà la maggioranza, chi glieli comprerà e con quali soldi manterrà le promesse elettorali. Ma intanto la gente ci casca e lui vola nei sondaggi. In questi due mesi ha raccontato solo balle (a Mattarella, a B., a Di Maio), giurando a B. eterna fedeltà a FI e contemporaneamente assicurando al M5S l’imminente sganciamento da FI, annunciando intanto urbi et orbi che, se dipendesse da lui, il governo sarebbe già bell’e fatto. “Datemi ancora due giorni…”, “Appena si vota in Molise…”, “Aspettate il Friuli e poi vedrete…”. L’ultima supercazzola è il “governo di scopo”, a guida leghista e “a termine fino a dicembre” (e perché non fine gennaio o metà aprile?), praticamente pronto col centrodestra unito e i 5Stelle, per “cambiare la legge elettorale”: il fatto che il M5S non voglia vedere B. neppure in cartolina, che Di Maio non voglia fargli da ruota di scorta e che i tre partiti di destra e i 5Stelle propongano quattro leggi elettorali diverse e incompatibili, per tacere di tutto il resto, sono dettagli che non lo riguardano. La prego, presidente Mattarella, gli dia l’incarico: dopo tanta noia, anche lei ha bisogno di un po’ di svago.

sabato 5 maggio 2018

In effetti...


Così appare


Dunque: uno che pagava la mafia è riuscito ancora a rimanere ago della bilancia, sognando il classico governo alla dentro tutti per continuare a dettar legge sulle sue prerogative annullanti la democrazia; un altro che dimessosi continua a dettar legge dentro ad una specie di partito annichilito dal suo egocentrismo asfissiante, supportato da una pletora di devoti scelti dallo stesso grazie ad una legge elettorale cogitata scelleratamente per depotenziare l’unico partito vincitore alle passate elezioni, il cui candidato a guidare la nazione appare, grazie a media di parte e di proprietà, un inetto, incapace, inadeguato solo perché avrebbe voluto abbattere privilegi, ristabilire la democrazia anche attraverso una seria legge sul conflitto d’interesse attesa da oltre vent’anni e mai legiferata nei vari governi tecno-rapto-bancari che si sono succeduti, e che hanno totalmente depredato le classi medie a vantaggio della casta denominata “di Lorsignori”, autentico motore propulsivo della nazione, tra l’indifferenza generale provocata da un obnubilamento totale, insufflato ad hoc da programmi pregni di idiozie sparate in aere per appunto un rimbambimento generale tanto perfetto da divenir modello anche per altri stati sognanti un sistema ove si possa restare in sella pur raccontando fregnacce, ripulendo risparmi di molti e proteggendo conquiste illiberali per pochi.
Alloccalia, lì 5 maggio 2018 (ella fu, appunto!)

venerdì 4 maggio 2018

Meditate


venerdì 04/05/2018
LECCA LECCA
Il 5x1000 a “libero” è di famiglia

dal Fatto Quotidiano

Titolo: “Il San Raffaele di Roma guarisce i bambini”. Occhiello: “Merita il 5 per mille”. Sulla prima pagina di Libero ieri compariva questo articolo, a firma di Renato Farina, con seguito a pagina 15. L’articolessa dell’ex agente Betulla ci spiegava poi con dovizia di particolari come “l’istituto romano ha a cuore i più piccoli con gravi problemi di sviluppo”. Per questo motivo “donare la propria quota è un atto d’amore che si fa per la ricerca sanitaria”.

Nell’articolo si racconta quanto “la struttura all’avanguardia nelle terapie di riabilitazione” faccia per la cura dei piccoli pazienti, mentre nell’ultima parte viene ben spiegato come fare a donare all’ospedale il 5 per mille, con dovizia di particolari per i lettori meno avvezzi alla compilazione della dichiarazione dei redditi. Ma quanto sono diventati buoni quei cattivoni di Feltri & C. C’è solo un piccolo particolare che a un lettore disattento potrebbe sfuggire: l’ospedale in questione, il San Raffaele Pisana, è di proprietà della Tosinvest, ovvero della famiglia Angelucci, editori di Libero. In pratica, il quotidiano invita i lettori a versare il 5 per mille al proprio editore, guardandosi bene dal dirlo. Chapeau per l’eleganza.