Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 5 maggio 2018
Così appare
Dunque: uno che pagava la mafia è riuscito ancora a rimanere ago della bilancia, sognando il classico governo alla dentro tutti per continuare a dettar legge sulle sue prerogative annullanti la democrazia; un altro che dimessosi continua a dettar legge dentro ad una specie di partito annichilito dal suo egocentrismo asfissiante, supportato da una pletora di devoti scelti dallo stesso grazie ad una legge elettorale cogitata scelleratamente per depotenziare l’unico partito vincitore alle passate elezioni, il cui candidato a guidare la nazione appare, grazie a media di parte e di proprietà, un inetto, incapace, inadeguato solo perché avrebbe voluto abbattere privilegi, ristabilire la democrazia anche attraverso una seria legge sul conflitto d’interesse attesa da oltre vent’anni e mai legiferata nei vari governi tecno-rapto-bancari che si sono succeduti, e che hanno totalmente depredato le classi medie a vantaggio della casta denominata “di Lorsignori”, autentico motore propulsivo della nazione, tra l’indifferenza generale provocata da un obnubilamento totale, insufflato ad hoc da programmi pregni di idiozie sparate in aere per appunto un rimbambimento generale tanto perfetto da divenir modello anche per altri stati sognanti un sistema ove si possa restare in sella pur raccontando fregnacce, ripulendo risparmi di molti e proteggendo conquiste illiberali per pochi.
Alloccalia, lì 5 maggio 2018 (ella fu, appunto!)
venerdì 4 maggio 2018
Meditate
venerdì 04/05/2018
LECCA LECCA
Il 5x1000 a “libero” è di famiglia
dal Fatto Quotidiano
Titolo: “Il San Raffaele di Roma guarisce i bambini”. Occhiello: “Merita il 5 per mille”. Sulla prima pagina di Libero ieri compariva questo articolo, a firma di Renato Farina, con seguito a pagina 15. L’articolessa dell’ex agente Betulla ci spiegava poi con dovizia di particolari come “l’istituto romano ha a cuore i più piccoli con gravi problemi di sviluppo”. Per questo motivo “donare la propria quota è un atto d’amore che si fa per la ricerca sanitaria”.
Nell’articolo si racconta quanto “la struttura all’avanguardia nelle terapie di riabilitazione” faccia per la cura dei piccoli pazienti, mentre nell’ultima parte viene ben spiegato come fare a donare all’ospedale il 5 per mille, con dovizia di particolari per i lettori meno avvezzi alla compilazione della dichiarazione dei redditi. Ma quanto sono diventati buoni quei cattivoni di Feltri & C. C’è solo un piccolo particolare che a un lettore disattento potrebbe sfuggire: l’ospedale in questione, il San Raffaele Pisana, è di proprietà della Tosinvest, ovvero della famiglia Angelucci, editori di Libero. In pratica, il quotidiano invita i lettori a versare il 5 per mille al proprio editore, guardandosi bene dal dirlo. Chapeau per l’eleganza.
Start!
Parte oggi da Israele una manifestazione diversamente sportiva improntata sull’ottimismo dei partecipanti, tendenzialmente infatti rivolti al Positivo, che per venti giorni prenderà in Giro l’Italia!
Opinioni Fini
venerdì 04/05/2018
Noi italiani, sudditi senza diritti
di Massimo Fini
Luigi Di Maio ha riportato all’onor del mondo la secolare questione del ‘conflitto di interessi’. Berlusconi ha subito gridato all’“esproprio proletario”. In realtà la questione del conflitto di interessi ne sottintende un’altra che la precede e la innesca: per anni si è tollerato che un unico imprenditore possedesse l’intero comparto televisivo privato nazionale in contrapposizione alla Rai pubblica (o, per meglio dire, partitica: negli anni Ottanta la Dc controllava la prima Rete, i socialisti, a esser più precisi, i craxiani, la seconda, il Pci la terza). Una situazione sostanzialmente illegittima perché in una democrazia liberale l’oligopolio impedisce quella libera concorrenza che è il sacro mantra, almeno a parole, di questo sistema. Ci pensò Bettino Craxi a mettere al riparo Berlusconi da una sentenza della Suprema Corte che dichiarava l’incostituzionalità dell’intero sistema televisivo, attraverso una legge, la legge Mammì, che consentiva a Berlusconi di mantenere, con tre Reti (Canale 5, Italia Uno, Rete 4) la sua posizione dominante. Craxi fu ricompensato da Berlusconi con un finanziamento illecito di 21 miliardi di vecchie lire al Psi.
La legge Mammì, perché la cosa non apparisse così sporca com’era, imponeva a Berlusconi un solo obbligo: sbarazzarsi del suo quotidiano, Il Giornale. E l’allora Cavaliere lo vendette a suo fratello, Paolo. Il che dice, prima che saltassero fuori tutte le sue responsabilità penali, in qual conto questo soggetto tenesse le regole e le leggi.
Il problema del ‘conflitto di interessi’ si affaccia quando Berlusconi, pur rimanendo tenutario di un oligopolio televisivo condiviso con la Rai, diventa un uomo politico. La sua vittoria nelle elezioni del 1994 è dovuta in buona parte al possesso in solitaria delle tv private, non tanto al momento del confronto elettorale ma nei lunghi anni che l’hanno preceduto durante i quali Berlusconi aveva potuto educare gli italiani alla propria cultura o piuttosto subcultura. L’italiano nasceva naturaliter berlusconiano. Era stato Umberto Bossi, in combinazione con le inchieste giudiziarie di Mani Pulite, a scuotere l’albero della Prima Repubblica, facendone cadere le mele più marce, ma fu Berlusconi, che non aveva mosso un dito, a coglierne i frutti.
Furono innalzate alcune cortine fumogene per mascherare il fatto inaudito per una democrazia liberale che un premier potesse possedere, e in misura così rilevante, organi di informazione determinanti (né Merkel, né Macron, né Trump, solo per citare gli esempi più significativi, hanno tv o giornali). Inoltre poté mettere le mani – ma questo lo avevano fatto anche, prima di lui, tutti gli altri leader e sottoleader politici – su ampie porzioni della Rai pubblica, che dovrebbe appartenere ai cittadini e in cui invece scorrazzano a loro piacere, a seconda dei rapporti di forza, quelle associazioni di diritto privato, quelle bocciofile, chiamate partiti. Le cortine fumogene erano il blind trust, il ‘consiglio dei tre Saggi’, tutte cose di cui naturalmente si sono perse le tracce. E così il ‘conflitto di interessi’ è rimasto un tumore della nostra democrazia.
Berlusconi sostiene che la questione non esiste, perché è da tempo che si disinteressa delle sue televisioni e comunque “tutti sanno che sono l’editore più liberale che esista”. Simili cose turche le può dire solo un soggetto paranoide che crede sinceramente – io la penso così – alle sue menzogne. E in ogni caso anche se ciò che dice fosse vero non è che cose del genere possono dipendere dalla ‘bontà’ di un imprenditore. È come se un industriale dichiarasse che con lui i diritti sindacali sono inutili perché è solito trattar bene i suoi lavoratori. Comunque Berlusconi si tranquillizzi. Nessuno, nemmeno Di Maio, credo, vuole espropriarlo delle sue aziende. Sono realtà imprenditoriali divenute troppo importanti, anche dal punto di vista occupazionale, per toglierle a chi le ha fondate e costruite con una capacità che nessuno può mettere in discussione.
Se però, come dice di continuo, vuol bene a quello che chiama “il mio Paese” (per la verità sarebbe anche il nostro, ma lasciamo perdere) dovrebbe ritirarsi dalla politica. Invece resta lì, come un macigno. Impedendo con la sua presenza, nelle temperie attuali, un’alleanza con le destre di Salvini e Meloni.
Dall’altra parte c’è un macigno più piccolo: Matteo Renzi. Che, sempre in nome del ‘bene del Paese’, ma in realtà per “un ego smisurato” come lo ha definito Di Maio, non dissimile da quello di Berlusconi, si oppone a qualsiasi accordo con i grillini. Non solo non pensa al ‘bene del Paese’, ma nemmeno a quello del suo partito. Après moi le déluge!
E così noi italiani, sudditi senza diritti, a cominciare da quello di scegliersi il proprio destino, ostaggio di uomini politici, alcuni delinquenti, altri irresponsabili, “continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.
giovedì 3 maggio 2018
1739
Un numero, un semplice numero capace di spiegare tutto quanto attorno a noi soffoca l'umanità: 1739 miliardi di euro, la spesa in armi del mondo nel 2017.
Che dire? Hai voglia di impegnarti in missioni caritatevoli, di inviare buffetti alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale che soffre fame, malattie e quant'altro.
Hai voglia di impegnarti in attività di fratellanza, di batterti per il riconoscimento di diritti, di denunciare le tristi diseguaglianze, la pidocchiosa ricchezza di pochi, l'aberrante povertà di molti.
Davanti ad una cifra di tale portata, spiegante ad eventuali civiltà extraterrestri la deflagrante stupidità umana, non resta che ammainare ogni velleità di rivincita, ogni speranza di rinascita. Se il mondo nel 2017 è riuscito a privarsi di 1739 miliardi di euro per acquistare strumenti di morte, di annientamento di simili, allora vuol dire che il potere, la forza, l'economia, il pensiero dominanti sono talmente saldi, pietrificati, immarcescibili in questa ottica di morte che ogni altro discorso evapora come neve al sole.
Delinquenti di ogni razza assetati di denaro, ruotano in ogni dove per vendere morte, sottraendo potere di acquisto in medicine, tecniche agrarie portanti materie prime laddove nulla cresce, se non razzi e mitragliatrici.
Le grandi multinazionali delle armi eleggono da molto tempo il più potente politico terrestre, il presidente americano e, naturalmente, gli Stati Uniti sono al primo posto in questa classifica stilata dall'Istituto Internazionale di Stoccolma per le Ricerche sulla Pace (Sipri) con una spesa di ben 610 miliardi.
Seguono Cina, Arabia Saudita, quando facciamo benzina pensiamo che una parte dei nostri soldi verrà destinata al lugubre acquisto bellico, India, che ha ancora milioni di persone per strada a mangiare rifiuti, e Russia.
Noi, nel nostro piccolo, siamo dodicesimi a 29,2 miliardi di dollari, non male se pensiamo ai giovani senza lavoro e alla moltitudine di persone che pranza e cena alle mense della Caritas.
Provo un senso di inadeguatezza misto a vergogna. Si, mi vergogno di far parte di questa umanità svilita, sfrontata e senza nessun tipo di ritegno, sorda ai lamenti dei più, oramai assuefatti all'indecorosa fine nei meandri dell'anonimato e della rassegnazione.
Non so a voi, ma a me questo numero, 1739, dona queste dolorose sensazioni.
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