sabato 26 settembre 2026

Effettivamente

 



L'angolo di Elena

 

Sulla guerra, trumpiani e “democratici” pari sono


di Elena Basile 

Credo che la demistificazione del cosiddetto liberal order sia essenziale alla lotta dei popoli europei affinché una nuova classe dirigente e un nuovo blocco sociale ed economico possa ritornare alla politica mirata ai beni comuni, ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza sociale. L’elettorato progressista è manipolato dalla propaganda “neoliberal”. Senza di esso è impossibile la costruzione di un’istanza politica unitaria alla quale potrebbe aderire il dissenso, emerso nella mobilitazione della società civile e mascherato nel non voto. Cerchiamo quindi di capire come assiomi contraddittori, che un tempo avrebbero portato alla bocciatura di un allievo di 13 anni, siano recitati senza provocare grandi sorprese.

“È necessario salvare la democrazia censurando i media stranieri e costituendo uffici contro la disinformazione”. Chi decide quale sia la disinformazione?, chiederebbe il professore allo sprovveduto allievo. “Per costruire la pace bisogna fornire armi ai paesi aggrediti”. Quanti sono nel mondo i Paesi aggrediti? Se forniamo armi a Cuba e al Venezuela, all’Iran e al Libano, ai palestinesi etc. siamo sicuri di non incentivare la guerra? “L’Occidente combatte per la democrazia ucraina”. L’Occidente? Lo stesso che è complice di un genocidio a Gaza, si preoccupa della democrazia in Ucraina e in Iran? Sarebbe come credere che un genitore che violenta la figlia a casa sia un maestro di scuola eccezionale. Continuiamo a domandarci sgomenti come si è arrivati all’accettazione generalizzata di simili paradossi. Ebbene la confusione regna indisturbata.

L’universalismo dei diritti umani, come accennavo nel mio intervento con Buttafuoco e Rovelli alla festa del Fatto, è stato un fattore costituente della modernità occidentale. Il nostro percorso storico e culturale ci ha portato dal cristianesimo (tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio) attraverso il liberalismo di John Locke (l’opposizione di un individuo astorico e astratto al potere) e la Rivoluzione francese, fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 alla quale hanno aderito tanti Paesi dell’Onu, che avevano una Storia differente da quella occidentale. Per rispondere al desiderio dei popoli oppressi dalle dittature (pensate agli antifascisti italiani e agli antinazisti tedeschi che anelavano a essere liberati dalle potenze straniere) si sarebbe dovuti pervenire a una architettura sovranazionale, all’utopia di un potere neutro e imparziale che avesse fatto rispettare, anche con la forza, i diritti umani nella scacchiera internazionale.

Ebbene gli Stati Uniti, forti del loro eccezionalismo, egemone benevolo per antonomasia, nel 1991, restati unica potenza sulla scena internazionale, si sono autonominati gendarme morale e il liberal orderè divenuto l’ideologia dell’unipolarismo di Washington a cui l’Ue, con i suoi doppi standard e il suo normativismo, ha dato un aiuto fondamentale. Il potere egemonico di Washington comincia a morire verso il 2006-2008 (nascita dei Brics, discorso di Putin alla conferenza di Monaco, crisi economica internazionale) e ha perso oggi con Trump ogni autorevolezza. È difeso dalle strategie belliche e dalla militarizzazione del dollaro. La retorica tuttavia sopravvive. Sul Corriere, Antonio Polito ci informa che le guerre non sono contrarie all’articolo 11 della Costituzione in quanto in esso si prevedono cessioni di sovranità a organizzazioni internazionali che lavorano per la pace. Chi può dubitare che la Nato non sia uno strumento di pace e di diffusione della democrazia? Ci sarebbe da ridere se un pensiero così debole non fosse moltiplicato per mille su tutti i media mainstream tanto da contribuire alla trasformazione antropologica di una società civile divenuta analfabeta e passiva.

Del resto lo stesso giornalista si domandava in tv se dovessimo credere al ritorno delle sfere di influenza, permettendo a Mosca di porre un veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Infatti se la Cina stabilisse basi nucleari in Messico, chi si permetterebbe di obiettare? C’è una coerenza in questo delirio: l’Occidente e la Nato sono l’unico mondo possibile, incarnano il multilateralismo, si arrogano il titolo di Comunità internazionale. La Storia è cancellata, i conflitti divengono opposizioni etico-religiose tra il bene (noi) e il male (loro). Perché mi interesso ai moribondi cantori del liberal order, sono rimasta da sola a leggere i loro editoriali? Essi si guardano bene dal rispondere al contraddittorio. Il problema non è certo Polito! Lui tuttavia contribuisce al pensiero unico che si insinua nelle case e plasma le menti, fabbricando il consenso necessario alle élite che ci governano. La trappola è credere che Obama oppure Monti e Gentiloni rappresentino un’alternativa a Trump. Il liberal order è riuscito a creare questa perniciosa illusione, utile al massacro delle vittime e alla fine di una vera cultura democratica.

Lo tocca piano, pianissimo!

 

Tajani, il manga di FI: dallo streaming di B. alla “gonna più lunga”


di Pino Corrias

Non ci crederete, ma tutte le muffe che seguono sono farina del suo sacco: “Sceglietevi una donna affidabile, poco appariscente, con le gonne lunghe, e che non vi metta i cornetti”; “Se arrivano i droni, non affacciatevi alla finestra”; “Se la discoteca brucia, uscite”; “Il diritto internazionale conta, ma solo fino a un certo punto”; “Basta missili, basta droni, basta bomba atomica”; “Alla guerra preferisco la pace”; “Berlusconi ci sta guardando da lassù, in streaming”; “L’utero non è un forno per le patate arrosto”. Alè!

Transitando dalla banalità solenne all’idiozia conclamata, Tajani Antonio, ministro degli Esteri della Repubblica, si consegna agli storici non come testimone di un’epoca, ma come uno dei suoi migliori passatempo. A cominciare dal volto trasognato con cui quelle banalità pronuncia con gravità di tono e lentezza di dizione, dimostrandosi perfettamente inconsapevole della sciocchezza che ci consegna. Così come quando si esibisce sul palco, credendo di ballare e invece ballonzola, ma il suo occhio socchiuso dalla soddisfazione ci dice che neanche lo sospetta.

La sua carriera politica incredibilmente lunga – quarant’anni passati a nostre spese – costituisce un primato e la sua aggravante. Dove l’abbiamo trovato uno così? E come mai nessuno dei reverendi corpi istituzionali che lo hanno avuto in custodia è mai riuscito a disattivarlo, risparmiando a lui il pubblico ludibrio e a noi le sue fanfaluche? E perché il Tg2 lo intervista ogni giorno? E come mai altrettanto fanno i giornali di carta e di cartone, senza mai scoppiargli a ridere in faccia? È reale Tajani? È un manga?

A onor del vero sappiamo dove e quando nacque: romano, classe 1953, babbo soldato, mamma insegnante, monarchico al liceo Tasso, tanto unico da prendere botte dai rossi e dai neri. Giornalista parlamentare di scarso rendimento. Berlusconiano dall’apparizione di Silvio B. che lo ingaggia come suo personale porta soprabito nei comizi del 1994. Al primo giro lo candida sindaco di Roma. Antonio va così male che Berlusconi lo spedisce a Bruxelles, garantendogli uno stipendio e insieme provando a dimenticarsene. Lì resta per la bellezza di una ventina d’anni, dove cresce nell’ombra, come fanno le piante sui pianerottoli. Ogni tanto s’affaccia nelle cronache, pronunciando frasi che non possono essere contraddette, tipo: “La nostra Europa non è quella dei burocrati”. Oppure: “La nostra Europa non è quella del razzismo”. O ancora: “In Medio Oriente la situazione è complicata” e “con la Russia dobbiamo evitare l’escalation”.

Bene, bravo. Peccato per quelle volte che invece di starsene quieto al banco, ci mette del suo, spiegandoci che l’Europa nasce alle Termopili, “dove i Greci respinsero i Persiani”, ignaro che accadde l’esatto opposto. E si inventa, in pura sollecitazione lisergica, che la bandiera d’Europa è azzurra in omaggio al manto della Madonna, mentre le dodici stelle sono le dodici tribù di Israele. A proposito delle quali, ci informò d’aver incontrato non re Salomone, ma Netanyahu in persona che gli fece fare una scoperta sensazionale: “Ho parlato alcuni minuti con Netanyahu del problema dell’immigrazione e lui mi ha fatto notare che l’Italia è circondata da tre mari”.

Lasciata Bruxelles, torna a fare capolino nella bella politica romana. Combina talmente niente che Berlusconi, nel suo declino finale, lo impone ministro degli Esteri per fare un dispetto alla detestata Giorgia Meloni. L’Underdog abbozza, tanto gli esteri li fa lei. Le iene del corpo diplomatico commentano la nomina: “Da merluzzo è diventato delfino”. Lui fa spallucce, incaricandosi di coadiuvare l’incarico con perle di geopolitica: “In Medio Oriente la situazione è complicata – dice –, ma noi non dobbiamo demordere”. “Noi lavoriamo per la pace”. “Il generale Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”. Qualche ora prima della “Guerra dei dodici giorni”, Antonio prevede calma piatta in Medio Oriente. E aggiunge che l’America di Trump mai avrebbe bombardato i siti nucleari degli ayatollah. Tranquilli, diceva. E Israele? “Non ci risulta che Israele abbia intenzione di attaccare Teheran”.

Dopo la dipartita del Capo, anno 2023, Tajani affida le proprie briglie alle mani smaltate della Marescialla di Arcore che ha ereditato dal babbo la Mondadori prelevata con Previti, l’argenteria di casa e in ultimo il partito che ha proprio Tajani segretario. Marina lo regge e non lo regge. Per umiliarlo, ogni tanto lo convoca in azienda, a Cologno Monzese, per impartirgli l’ordine di cambiare i capigruppo di Camera e Senato, candidare il sindaco di Reggio Calabria, meglio se uno degli avvocati di famiglia, difendere le banche dalle sovrattasse, specie se le banche si chiamano Mediolanum. Tajani accorre. Obbedisce. Bimbo era, bimbo rimane, anche se oggi ha compiuto 73 anni, abita l’aria rarefatta della Farnesina, frequenta la giostra dei summit in grisaglia e ha persino una scorta d’alti guerrieri che ce lo conserva intatto.

Non sapendo che fare, qualche volta si avventura tra i numeri dell’Economia. Lo scorso luglio ha annunciato che voleva tagliare l’Irpef al ceto medio “dal 35 al 33 per cento”, ignorando che il suo governo lo aveva già fatto a gennaio: “È stato un lapsus”, s’è scusato. Mentre l’anno prima aveva dichiarato che era imminente una manovra correttiva di bilancio, apriti cielo, uno tsunami evocato come fosse un bicchier d’acqua, con Palazzo Chigi per qualche ora nel panico, mentre inondava di smentite le agenzie.

Il mejo finimondo, Antonio lo scatena quando parla di donne. È o non è il peggiore allievo del Figantropo? E dunque davanti ai militanti di Forza Italia, si impanca da patriarca mediterraneo, pronunciando consigli matrimoniali buoni per i tempi dei Savoia: “A mio figlio direi di scegliersi una donna che non abbia avuto molti fidanzati”. “Con le gonne non troppo corte”. “Seria, affidabile”. “Che preserva la famiglia” e “non ti mette i cornetti”. Una prolusione “da cavernicolo”, come direbbe la Marescialla. Che ha fatto imbufalire le donne, vergognare gli uomini, spiazzare gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, che neanche prevedevano di ridere così tanto davanti alla Stupidità Naturale.


Apriamo gli occhi!

 

Chi avvelena i pozzi


di Marco Travaglio 

Come il sabotaggio russo all’aereo della Von der Leyen, che non era né un sabotaggio né russo. Come l’attentato russo all’aereo di Zelensky, che non era un attentato perché il drone è caduto a 160 km e non era russo perché – secondo i nostri Servizi citati dal Corriere – “si trattava di un drone ucraino”. Come il drone russo che spiava la fabbrica di elicotteri di Leonardo a Vergiate e non era né un drone né russo, ma un aggeggio comprato su Amazon per potenziare il segnale Gsm in una villetta lì vicino. Insomma, come tutti gli allarmi dell’ultimo anno e mezzo sulla guerra ibrida russa all’Europa, anche il rapporto Cia “svelato” da un ministro lituano a El Mundo sull’imminente attacco di droni russi via nave contro Italia, Francia e Spagna era una bufala: l’hanno smentito i tre Paesi, ma soprattutto la Cia. Siccome però è impossibile che i falsi allarmi quotidiani degli ultimi 18 mesi siano sorti per caso, bisogna chiedersi chi fabbrica questa spazzatura per avvelenare i pozzi e trascinarci in guerra: chi mena le danze di questa guerra ibrida a suon di fake news anti-russe mentre strilla alla guerra ibrida delle fake news russe. Un anno fa, il 20.9.2025, quando Kiev accusò Mosca di aver attaccato la Polonia con uno sciame di droni e Varsavia finse di crederci, salvo poi ammettere che l’unico danno l’aveva causato un missile polacco, il capo dell’Aise Caravelli riferì al Copasir che l’ipotesi più probabile era che quei droni avessero sconfinato dal teatro di guerra in Bielorussia e poi in Polonia perché deviati da barriere elettromagnetiche di Kiev. E dal governo italiano trapelò irritazione verso Zelensky, che nelle stesse ore lo “avvisava” di un piano di Putin per colpire l’Italia: piano ovviamente inventato.

Ora ci risiamo. E nel governo torna il sospetto che il falso allarme Cia sia un’altra provocazione ucraina, in joint venture con Vilnius. Sempre allo stesso scopo: spillarci altri soldi e armi, screditare come putiniano chi si oppone all’escalation e trascinare l’Europa occidentale nella guerra alla Russia che le Repubbliche baltiche (come pezzi di Polonia, Germania e altri Stati del Nord) sognano da 80 anni, ma non hanno i mezzi per combattere. Tanto si sa che i media dominanti rilanciano qualunque panzana anti-russa senza cercare uno straccio di prova e financo ignorando le smentite. La propaganda a suon di fake news la fanno tutti. Ma qui a farla sono Paesi alleati (i Baltici) o da noi finanziati e armati perché scambiati per amici (l’Ucraina). Un governo serio riferirebbe in Parlamento, ufficializzerebbe che l’allarme è falso, indicherebbe autori e mandanti e annuncerebbe le ritorsioni. Ma siamo in Italia: qui la peggior punizione per chi avvelena i nostri pozzi è un nuovo pacchetto di soldi e di armi.

venerdì 25 settembre 2026

Incredibile

 

Ma questo Paolo Molesini Presidente di Fideuram che ricevendo un whatsapp, poi risultato farlocco, da Carlo Messina AD di Banca Intesa sgancia 95 milioni dalla banca che presiede dove lo vogliamo collocare? In che insenatura di questo sbandato paese? Si ok, dopo si sono succedute mail, false, telefonate fatte con AI che imitavano alla perfezione la voce di Messina. Ma stiamo parlando di 95 milioni di euro? Le banche e le tv ci scassano la minkia con messaggi del tipo “attenzione alle truffe, non fidatevi di nessuno!” e questo somaro, dimessosi, apre i forzieri come se nulla fosse? Nessun controllo ulteriore? Avrà avuto il cellulare di Messina, ci saranno canali privati e a prova di ladri? Per fortuna 59 milioni li hanno recuperati. Dei rimanenti nulla si sa. Ok paese delle banane, ma regno dei coglioni spererei ancora di no!


Intitolazione

 


Ogni anno