martedì 1 settembre 2026

Forse è meglio così!

 



Dialoghi veri?

 



L'Amaca

 


La cultura come antidoto

di Michele Serra


La promozione della «cultura patriottica» e dell'identità nazionale è una fissazione comune di tutte le nuove destre. Ne fa parte la grottesca decisione della Rai meloniana di sostituire Rai Scuola con una rete che si chiama Italiana, e si sa già come andrà a finire: la promozione del caciocavallo e il corteo degli sbandieratori potranno finalmente prendere il posto delle pedanterie tendenziose dei professori di sinistra. Per non dire della campagna dei fascisti tedeschi di Afd contro il glorioso Bauhaus, che fu culla del modernismo europeo e in quanto tale viene giudicato «non tedesco». Già il nazismo aveva inserito Bauhaus nel lungo elenco dell'«arte degenerata», quasi un secolo dopo si deve prendere atto che qualcuno ci riprova.

Perché mai arte e cultura debbano essere «patriottiche» è una domanda che non prevede risposta. È insensata in partenza. Da sempre, ma tanto più nel mondo incredibilmente rimpicciolito dal web e dalla continua contaminazione culturale, le gabbie nazionali stanno molto strette alle attività intellettuali. Basta dire «università» per capirsi, anche etimologicamente parlando. E basta pensare alla ricerca scientifica per considerare le identità nazionali come irrilevanti.

Non c'è materia più cosmopolita della cultura, che per sua natura va oltre le angustie, il già noto, il già digerito. Mettere sotto controllo intellettuali e artisti è l'ossessione di tutti i regimi, tanto più se quei regimi nascono speculando sulla paura del nuovo, del diverso, dell'impuro. Il mito della Tradizione che ci salva da tutto ciò che sta fuori dall'uscio di casa fa colpo su chi, non avendo potuto studiare, ha meno cultura: appunto. La cultura fa respirare. È il principale antidoto all'idea claustrofobica di Patria che i nuovi patrioti cercano di somministrare al popolo.

Il ratto abnorme

 

Benzina e diesel: le raffinerie fanno miliardi gonfiando il prezzo finale


di Carlo Di Foggia 

La ripresa degli attacchi tra Usa e Iran fa risalire i prezzi del petrolio, con il Brent europeo che ha superato ieri i 90 dollari al barile. Una pessima notizia per il governo, se non fosse che gli automobilisti italiani pagano già benzina e diesel a prezzi che riflettono una quotazione del Brent di 180-200 dollari al barile. Sembra una barzelletta ma è quello che avviene da mesi.

Il cortocircuito è totale. Da febbraio Meloni&C. sono intervenuti 13 volte per tagliare accise e Iva sui carburanti e contenere i rincari; sconti di pochi centesimi, spesso riassorbiti dai rialzi alla pompa in pochi giorni, ma che sono costati 2,5 miliardi. “Un meccanismo che non funziona perché si traduce in un travaso di valore in cui lo Stato va a compensare l’esplosione dei margini di raffinazione e del trading internazionale”, spiega Enzo Simeoni, ex manager del settore con 60 anni di esperienza.

Per comprendere la distorsione serve capire che il prezzo dei carburanti in Italia (e non solo) non è determinato sommando il costo del greggio e quelli di lavorazione della raffineria (in gergo tecnico cost-plus), ma è agganciato alla quotazione internazionale dei prodotti petroliferi, il mercato cosiddetto “Platts Cif Med”. Queste sigle astruse servono a garantire una cosa sola: il valore del prodotto (benzina e diesel) va correlato al costo che un operatore dovrebbe sostenere per procurarsi un prodotto equivalente sul mercato internazionale, considerando anche la logistica. Se sul mercato internazionale i carburanti sono venduti a 100, io li posso vendere a 100 sul mercato nazionale anche se li ho pagati 20. Questo fa sì che quando crisi geopolitiche (come la guerra nel Golfo Persico) fanno impennare le quotazioni Platts, il margine di raffinazione rispetto al costo della materia prima si dilata fino a valori abnormi. Si chiama Crack spread.

In tempi normali il margine lordo di raffinazione (che in buona parte è profitto delle società) viaggia mediamente tra 8 e 12 dollari al barile. Significa che se il greggio Brent costa 75-80 dollari/barile, il prodotto raffinato (Platts) si attesterà intorno a 85-92 dollari/barile. Il prezzo alla pompa, al netto di accise e Iva, riflette questa proporzione. Nelle fasi di shock, però, il Platts schizza verso l’alto, portando la distanza di prezzo tra la materia prima e il prodotto raffinato anche a 40, 50 o 60 dollari al barile.

Oggi i prezzi alla pompa sono coerenti con quotazioni Platts addirittura di 130-140 dollari al barile. Insomma, il consumatore italiano paga alla pompa la frenesia di un mercato da tempo di guerra (200 dollari/barile), mentre la materia prima lavorata negli impianti viene acquistata a prezzi ordinari (85 dollari). “La differenza di 100 dollari non è costo della materia prima: è puro extra-margine accumulato lungo la filiera del prodotto finito”, spiega Simeoni. Per questo i profitti dei colossi della raffinazione sono letteralmente esplosi dall’inizio della guerra.

Che fare quindi? Se l’Italia deve importare carburanti, non può che farlo al prezzo del mercato internazionale, si dirà. Il nostro Paese, però, è in surplus produttivo, con una grande capacità di raffinazione. Tre raffinerie – Saras (Cagliari), Isab (Priolo Gargallo, Siracusa) e Sonatrach (Augusta, Siracusa) – producono da sole 41 milioni di tonnellate l’anno contro un fabbisogno nazionale di 30-32 milioni di tonnellate. Sonatrach lavora greggio algerino e anche le altre due usano rotte di approvvigionamento che non dipendono strutturalmente dal transito di Hormuz (Nord Africa, Africa Occidentale, mercato Atlantico).

In questo contesto tagliare le accise è un palliativo, mentre tassare i profitti dei colossi fa incassare risorse ma non riduce i prezzi. “L’alternativa – spiega Simeoni – è un accordo per gestire le fasi di emergenza. In cambio dell’impatto ambientale che subiscono i territori che le ospitano, le raffinerie devono garantire un contingente prioritario di benzina e gasolio per coprire il fabbisogno nazionale, la cui remunerazione non viene agganciata al Platts, ma a un cost plus certificato che comprenda materia prima, costi operativi e ambientali e un margine industriale congruo, ad esempio 4-6 dollari a barile. Nessun blocco dell’export: potrebbero vendere all’estero ogni quota eccedente. Sono meccanismi che applicano diversi Stati extra-Ue”.

Nei giorni scorsi, la segretaria del Pd Elly Schlein ha proposto un tetto europeo al margine di raffinazione. “Il problema è che così i trader potrebbero portare le navi dove incassano di più. Invece in questo caso si agisce solo sulla capacità nazionale: le raffinerie non possono spostarle altrove…”.

Ottima analisi

 

Decapitare “Sig”. La lunga battaglia di Meloni e soci 


di Pino Corrias 

Decapitare Sigfrido Ranucci è vecchia storia. Giorgia Meloni cominciò per tempo, anno 2019, definendo Report “spazzatura giornalistica”. Decine di attacchi seguirono per le inchieste su Fratelli d’Italia, i suoi ministri, i suoi canali social, i suoi legami internazionali. Tutti mattoni utili all’atto finale: “L’editto Meloni”, il “lodo anti-Report”, con cui la Rai, in data 28 agosto 2026, sgombera Sigfrido Ranucci dalla conduzione della trasmissione. Infilandosi in un pasticcio politico, legale, deontologico che finirà per avvelenare quel che resta (restava) del suo ruolo di servizio pubblico. Proprio all’esordio della campagna elettorale, dove la destra si gioca l’osso del collo, spezzando quello di Report.

Ai tempi dell’addio di Fabio Fazio – maggio 2023 – Ignazio La Russa aveva babbiato in pubblico il contrario di quel che pensava: “Sinceramende mi dispiace, è stata una sua scelta professionale, ma non credo che Fazio lo troveremo all’angolo di una strada a chiedere un tozzo di pane, hi hi hi!”.

Era il consuntivo di una battaglia vinta. Perché a forza di sputazzi, conti in tasca, dispetti e altre carinerie dell’intera destra, Fazio aveva detto addio alla Rai, dopo quarant’anni di buoni ascolti e cattivissime invidie. La Russa con quei tre sorrisi a incoronare il suo eloquio da padrone della Rai, nascondeva in pubblico il cruccio vero che rimproverò ai suoi camerati, durante una riunione a porte chiuse celebrata in quegli stessi giorni: “Avete sbagliato bersaglio! Non ce ne frega niende di Fabio Fazio. È Ranucci che dovevate mandare via dalla Rai. È lui che ci attacca con le sue inchieste. Ranucci, non Fazio!”.

Il rimprovero allignò. Fece proseliti. Coltivò frustrazioni, alimentò furori. Rese coraggiosi persino gli esitanti, armandoli di querele temerarie. Nei tre anni successivi non mancò domenica che Report venisse arroventata da insulti, attacchi, minacce, carte giudiziarie. A febbraio 2026 Ranucci dichiara che sono 224 le querele e gli atti di citazione indirizzati a lui e alla trasmissione. In testa sempre Ignazio, detto anche “La Seconda Carica dello Stato” che nell’ottobre di quello stesso anno definisce Report“Calunniatori schifosi, calunniatori seriali”. Poi s’avanza Gasparri esibendo una carota, scettro del roditore, per accusare Ranucci “di svolgere attività denigratoria delle personalità politiche non gradite” e di essere “l’Hamas della tv”. Seguono gli attacchi e le querele di tutto il partito Fratelli d’Italia per un’inchiesta sul padre di Arianna e Giorgia Meloni, trafficante di droga in Spagna nei primi anni 90 per conto del clan Senese, lo stesso clan che appena ieri ha sfiorato l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, pescato nelle cucine della Bisteccheria.

A gennaio 2025 la Rai di Giampaolo Rossi vara “il lodo anti-Report”, ogni inchiesta deve passare il vaglio di una struttura editoriale che si aggiunge alla responsabilità del conduttore. A giugno sempre la Rai cancella quattro puntate di Report nel nuovo palinsesto. A luglio il sottosegretario Fazzolari querela Report per l’inchiesta “All’armi siam banchieri!”, che indaga il ruolo di Palazzo Chigi nel Risiko bancario. La richiesta è di 100mila euro “per danni reputazionali”, dettaglio persino comico, considerato che Fazzolari è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al “rapporto con i media”: e dunque la reputazione di chi?

Maneggiando identica lagnanza, querela anche Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni. E poi a cascata seguono le querele della famiglia La Russa e figli, del ministro Daniela Santanchè, ancora da Gasparri, dal ministro Giorgetti, sua moglie e sua cognata, dal ministro Urso e dalla sottosegretaria Isabella Rauti, dalla famiglia Berlusconi e persino dalla muta Marta Fascina.

Sempre più saldi si sentono i plotoni della destra quando salta fuori la spericolata amicizia di Ranucci con Valter Lavitola, il faccendiere che muove spazzatura da una trentina d’anni al servizio di Berlusconi, prima interrogato e poi arrestato dai magistrati che indagano, dallo scorso ottobre, sulla bomba esplosa davanti a casa Ranucci. Ora esultano. Ci sono riusciti usando il miserabile tritolo della insinuazione, il discredito che precede, accompagna e segue Lavitola. Fratelli d’Italia presenta un esposto. Salvini non aspetta né giudici né verifiche. L’11 agosto detta direttamente il palinsesto del servizio pubblico: finché non sarà fatta chiarezza, dice, “il denaro pubblico degli italiani non dovrà più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”. Non sta parlando dei 49 milioni di euro che la Lega ha imboscato, ma proprio di Report che fino a oggi, tra assoluzioni e archiviazioni, non ha mai perso una causa.

Basta e avanza la poderosa campagna di stampa che impiega “2800 articoli” per trasformare la vittima dell’attentato nel colpevole “di oscuri intrecci” che non la giustizia, ma la politica si incarica di condannare e sanzionare, secondo la nuova diagonale del potere che aggiorna il calibro della censura. E insegna ai giornalisti che restano se valga oppure no la pena di fare una certa inchiesta, infilare il naso nel patrimonio di un ministro, negli affari di un sottosegretario, nelle amicizie di un presidente, nel ruolo del Garante della privacy o nella nuova villa di Giorgia Meloni. A loro l’editto non deve spiegare niente. Hanno visto, hanno capito. È questo il velenoso tornaconto della nuova censura: non impedire a un giornalista di parlare, ma fare in modo che tutti imparino quando conviene tacere.

Motivati a dir di no

 

Pesci e molluschi 


di Marco Travaglio 

Apprendiamo con un misto di ammirazione e invidia che il 52,8% degli islandesi ha risposto picche al referendum consultivo indetto dal suo governo per riprendere il negoziati sull’ingresso nella Ue. E ha preferito restare com’era: da sola. Ovviamente, di questa grande isola di oltre 100mila kmq (il quadruplo della Sicilia), alla Ue non facevano gola né la popolazione (meno di 400mila abitanti, 4 per kmq), né le risorse naturali (pesce, ghiacciai e fiumi), ma la posizione geostrategica: fra l’Europa e la Groenlandia, nel bel mezzo della rotta artica che sta scatenando l’ennesimo braccio di ferro fra Usa, Russia e Cina. I molluschi di Bruxelles s’illudevano che gli islandesi, sentendosi minacciati dalle mire di Trump sulla vicina Groenlandia, non vedessero l’ora di gettarsi nelle loro braccia. Invece si sentono minacciati in egual modo anche dalle loro folli regole dirigiste che impongono agli Stati membri quote su tutto (inclusa la pesca) e dalle loro demenziali fregole belliciste e russofobe che rendono la Ue una succursale della Nato e stanno distruggendo l’economia europea. Così il grosso di quel piccolo e fiero popolo ha risposto “né con gli Usa né con la Ue”.

La notizia è stata accolta con sgomento e costernazione dalle cancellerie europee e dai nostri giornaloni: quelli che da 20 anni non azzeccano un’analisi perché credono che il mondo intero non veda l’ora di entrare nella Ue e, se vota sempre in direzione opposta, non è perché questa Ue fa ribrezzo a tutti, ma perché siamo tutti subornati dalle fake news degli hacker russi che ce ne occultano i balsamici vantaggi. Strepitosi, come sempre, i titoli delle vedove inconsolabili di Rep: “La lobby dei pescatori respinge le sirene dell’Europa”, che “non attrae più” (i potentissimi e putribondi lobbisti con canna e reti da pesca sono inspiegabilmente insensibili al fascino arrapante delle sirenette Von der Leyen e Kallas: ci dev’essere sotto qualcosa), “La delusione dell’Ue: sospetti di interferenze di potenze straniere… Il timore a Bruxelles è che la Russia abbia manipolato la campagna referendaria per assestare un altro colpo all’immagine dell’Ue” (immagine altrimenti splendida splendente, come insegna la Brexit, votata da Putin per interposto popolo britannico). E non basta: “Islanda, la paura dell’esercito europeo: così le fake news hanno spinto il Paese verso il No”. Invece le notizie vere, tipo che chi ha la fortuna di far parte dell’Ue viene continuamente molestato per regalare soldi e armi all’Ucraina e viene sanzionato se non lo fa, ovviamente non c’entrano. Pare anzi che ogni sera gli islandesi montino di guardia in cima agli igloo di vetro e di ghiaccio, scrutando l’orizzonte in attesa dello sbarco dei cosacchi a Reykjavik.