giovedì 12 marzo 2026

Giuseppe!

 



Solo questo

 



Intervista

 

“Noi curdi abbiamo sempre lottato contro gli ayatollah, ma non stiamo con Trump” 


di Roberta Zunini 


Dopo sei romanzi in lingua turca, lo scrittore e attivista curdo Burhan Sönmez, presidente del Pen International, pochi mesi fa ha pubblicato Gli amanti di Franz K nell’idioma della sua gente. Nato in Turchia ma residente da anni a Londra, l’intellettuale curdo l’ha definita “una scelta politica”. Ospite della XXV edizione del Festival Il Libro Possibile diretto da Rosella Santoro, che si svolge a Londra dal 10 al 12 marzo – per proseguire e concludersi a luglio nelle storiche sedi di Polignano a Mare e Vieste –, abbiamo raggiunto Sönmez dopo l’intervento alla London Book Fair. “Ho deciso di scrivere in curdo per sfidare le autorità. E per usare il potere della lingua come leva per promuovere sempre di più la mia cultura”.

Durante questi giorni di guerra all’Iran, i partiti armati curdi iraniani, anche il Pjak, cioè il partito affiliato al Pkk di Ocalan, hanno risposto picche alla richiesta degli Stati Uniti di aiutarli sul terreno. Perché?

Tutti parlano ma pochi conoscono davvero la situazione dei curdi nella regione. Le persone dovrebbero sapere che i curdi combattono i regimi iraniani dal 1946. È l’anno in cui la Repubblica curda – l’ultimo Stato curdo – venne fondata nella città iraniana di Mahabad, ma l’esercito iraniano la schiacciò subito, catturò tutti i leader e giustiziò il presidente. In questi 80 anni, i curdi hanno lottato per la libertà contro qualsiasi governo in Iran, non solo contro il regime islamista. Nella loro posizione non hanno alcun desiderio di farsi strumentalizzare da Stati Uniti e Israele e sono uniti in questo rifiuto. Perché tutti noi sappiamo che gli interessi di potenze internazionali come l’America e Israele non sono la democrazia o la libertà per i popoli. Loro inseguono solo i loro interessi o profitti: i curdi iraniani quindi non faranno i loro mercenari. Lo stesso vale per i partiti curdi iracheni, siriani e turchi. Ma, allo stesso tempo, continuiamo a lottare per la nostra libertà.

Del resto a gennaio Israele ha addirittura fatto parte dell’asse con la nemica Turchia per spingere l’offensiva dell’esercito siriano contro il Rojava…

Il governo siriano, due mesi fa, a Parigi ha fatto un accordo con Israele in seguito al quale Damasco ha ceduto le alture del Golan a Tel Aviv. Nessuno però lo ha criticato, anzi non se ne è nemmeno parlato. Una settimana dopo, l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva contro i curdi che si sono ritirati nel Rojava. Ora hanno raggiunto una posizione pacifica. Vediamo buoni segnali di miglioramento e forse anche di accettazione della lingua e dei diritti curdi. Ma il problema è che non sono stati inseriti nella nuova Costituzione dove non si fa alcun riferimento ai curdi.

Cosa ne pensa del negoziato in corso in Turchia tra il governo e il Pkk fondato da Ocalan?

Sotto la guida di Ocalan, i curdi volevano questo processo da almeno 15 anni. Ma il governo turco ha sempre negato. Ora però le condizioni stanno cambiando e non può più sottrarsi. Il problema però è questo. Ci sarà una pace tra curdi e turchi in Turchia, ma ci saranno miglioramenti per quanto riguarda i diritti del popolo curdo? Io non credo. Vedremo la pace, ma non ancora la democratizzazione. Questo significa che per la democrazia, per la libertà dei curdi, dovremmo continuare a combattere, ma non più sotto l’ombra delle armi, bensì con mezzi democratici e pacifici, combatteremo per la libertà della lingua, della cultura e dei diritti nazionali curdi.

Ricordi tomassinei

 

La paura di guerra che si respira vicino alla base americana 


di Veronica Tomassini 

Ricordo, quando ero una ragazzina, il medesimo terrore. Ora si trattava di Gheddafi ora di Suddam Hussein. Allora era un terrore perfezionato dalla più profonda ignoranza, nel senso: credevamo che i nemici avessero davvero un nome ufficiale e dichiarato. Sigonella a pochi chilometri, accanto il polo industriale che fumava dalle torrette una molteplicità di veleni. I caccia sulla nostra testa.

Lo stesso frastuono pauroso, un clangore che detonava in tutti i cieli, frantumandoli, potevo udirlo in ogni guerra forgiata dal nemico, Bosnia, ex Jugoslavia, Kosovo. I caccia sulla testa. Oggi dico: sono sempre loro, gli sceriffi del mondo. Agitano gli specchietti. Noi siamo allodole intronate. E le torrette fumano ancora, da Sigonella partono o atterrano i caccia e a volte li chiamano droni. Siracusa sfonda la sola uscita sulle rive malate di un polo petrolchimico. Basterebbe intercettare quello. Sarebbe una pioggia di morte, il demone invisibile: acido solforico, etilene, mercurio, zampillano tra le varie possibilità.

Mi domando con quale sapienza si sia concepita una base americana accanto a un detonatore chimico, quale perversione abbia convinto l’architetto della stupidità belligerante. Faremmo la fine del topo, se un giorno si decidesse una vera ripercussione sugli alleati “moderati”, quelli che improvvisano disegni di difesa, pregni di molti se e di navi militari previdenti.

Gli alleati sono buoni, come gli sceriffi del mondo. Aiutano a importare qualcosa, contriti per la sorte di tutti. Per questo partono i caccia o li chiamano droni e sembra già un per sempre nefasto. Gli sceriffi del mondo motteggiano inni di distruzione, la loro personale eiaculazione sui nemici. Tutto il resto è un terrore supino, la fine del topo.

Ellekappa

 



L'Amaca

 

Alla maniera di Giucas Casella 

di Michele Serra


«La guerra finirà nel momento in cui lo decido io», ha detto testualmente Donald Trump. I meno giovani hanno un sobbalzo: il copyright della frase è di Giucas Casella, il mago di Domenica In ai tempi di Baudo. Intimava al pubblico di intrecciare le dita delle mani e poi aggiungeva, autorevole, categorico: «Potrete sciogliere le mani solo quando lo dico io! Quando lo dico io!».

Il «quando lo dico io» di Giucas divenne, per anni, uno dei più frequentati meme (che ancora non si chiamavano meme) del linguaggio pop e della satira italiana. Faceva molto ridere l'idea che qualcuno, con sguardo spiritato, potesse intimare agli altri come e quando obbedire alla sua volontà superiore. Ma si trattava di un illusionista, e di un segmento minore della società dello spettacolo. Non del presidente degli Stati Uniti.

Pur essendo entrambi personaggi televisivi, è improbabile che Giucas Casella sia tra gli ispiratori di Trump. Non hanno fatto gli stessi studi (quelli di Giucas sono sicuramente più qualificati). Li accomuna, però, l'intenzione di far credere di essere muniti di una sorta di superpotere in virtù del quale il solo atteggiamento plausibile è la sottomissione: la meraviglia e l'applauso.

Il vantaggio di Giucas è che si rivolgeva a un pubblico domestico e bonario: disposto, anche ridendo, a stare al gioco. Lo svantaggio di Donald è che il suo pubblico è il mondo. E il mondo applaude, o non applaude, quando lo dice lui — non quando lo dice Donald.

Giusi

 

Nessuno tocchi Giuseppa 


di Marco Travaglio 

Giù le mani da Giuseppa Lara Bartolozzi in arte “Giusi”, già avvocata, giudice a Gela, a Palermo e a Roma, poi folgorata sulla via di Arcore e deputata di FI, poi vicecapo gabinetto, infine capo al ministero della Giustizia con Nordio in quota FdI, indagata per false dichiarazioni al pm sul caso Almasri. Qualcuno vorrebbe farla dimettere, ma non scherziamo: sta bene dov’è. Proprio come Nordio, sempre sia lodato. Avercene di esponenti del governo che dicono ciò che pensano tutti gli altri. In ogni legge c’è sempre un “non detto” sui veri moventi di chi la propone: sulla schiforma della magistratura invece, grazie a Giusi, Carletto Mezzolitro&C., è tutto detto: il Sì serve a trasformare i pm in “avvocati dell’accusa” (Nordio); a “togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria” (Tajani); a impedire che vengano indagati ministri che commettono reati, oggi di destra e domani di sinistra (Nordio); a “lasciar governare il governo” contro le leggi e la Costituzione (Meloni); a “togliere di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione” (Bartolozzi). Eccettuati, si capisce, i magistrati già tolti di mezzo dai plotoni di esecuzione del terrorismo rosso e nero, della mafia e della ’ndrangheta: quelli purtroppo non si possono ammazzare due volte.

Però si può allungare la lista insultando e isolando quelli rimasti inopinatamente vivi, tipo Gratteri e Di Matteo ancora in servizio, o Scarpinato e Cafiero De Raho già in pensione, affinché chi di dovere provveda al più presto, come già per Falcone e Borsellino, insultati e isolati finché Cosa Nostra li tolse di mezzo. In questo senso, le calunnie delle fogne a mezzo stampa e tv contro i quattro reprobi, gli alti lai se si difendono annunciando querela a chi inventa falsità su di loro e soprattutto l’appello di Giusi proprio in una tv di Catania potrebbero rivelarsi piuttosto efficaci affinché chi ha orecchi per intendere intenda. Ma ci sono altri tre ottimi motivi per lasciare Giuseppa lì dov’è.

1) Se si dimettesse, tornerebbe a fare il magistrato, cosa di cui francamente non si avverte l’esigenza: già, grazie agli straordinari salvataggi operati dal centrodestra, è rientrato in servizio Cosimo Ferri e rischia di seguirlo a stretto giro Luca Palamara; manca solo la Bartolozzi.

2) Siccome la Meloni entrò in politica a 15 anni per lo choc dell’assassinio di Borsellino, giudice e poi pm di destra, nel cui culto sono cresciute due generazioni di giovani ex missini in An e poi in FdI, è possibile che apra un braccio di ferro con la zarina; e che questa decida di dire finalmente la verità sullo scandalo Almasri.

3) Se vince il Sì e tolgono di mezzo la magistratura, essendo Giusi una magistrata, tolgono di mezzo anche lei. Comunque vada, sarà un successo.