Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 18 aprile 2019
mercoledì 17 aprile 2019
Dai mettiamocela!
Prima di tutto, leggetevi l'articolo di Marco Mensurati per Repubblica.
A dopo!
«Mettetela dentro», assumete quella
ragazza. Così aveva ordinato la presidente della Regione Umbria Catiuscia
Marini ai suoi referenti della Sanità. E quelli, senza dire una sola parola,
avevano obbedito.
Anche perché quella gara era
già ampiamente truccata e una raccomandazione in più o una in meno, per loro,
non faceva differenza. Poche cose possono spiegare meglio la vita quotidiana di
certe amministrazioni pubbliche in Italia, come la cronaca del "concorso
per quattro posti da assistente amministrativo di categoria C, riservato ai
disabili", indetto dall' Azienda Ospedaliera di Perugia e ricostruito
passo dopo passo dai pm che stanno indagando sulla sanità umbra. Il concorso,
come detto, era truccato sin dall' inizio.
E la Marini lo sapeva
perfettamente visto che non ha avuto problemi a chiedere in prima persona a
Emilio Duca e Maurizio Valorosi (direttore generale e direttore amministrativo
dell' Azienda) di far arrivare le domande dello scritto alla sua protetta, Anna
Cataldi, la nuora di un ex funzionario storico (deceduto) della Lega Coop.
«Mettetela dentro».
È il 10 maggio del 2018. Le domande vengono
recapitate alla ragazza. Che però non è l' unica raccomandata di quel concorso.
Duca lo spiega chiaramente a Rosi Francone, il presidente della commissione d'
esame. «Cerqueglini e Pannacci (altri due candidati, ndr) sono roba di Bocci e
Barberini», il segretario regionale del pd e l' assessore alla Sanità -
entrambi ai domiciliari. Tifi, invece, è stato segnalato direttamente da
Valorosi. Infine c' è la Cataldi. «La Presidente mi ha segnalato questa qui,
sta Cataldi».
Allo scritto, la prima delle
tre prove, le cose vanno male, però. Spiega la Franconi: «La Cataldi ha fatto
una bella prova; ma ce ne è un' altra che sta andando molto molto bene». Meglio
della Cataldi. L' "altra" si chiama Cristina Saccia e, per qualche
giorno, sarà l' incubo di Duca & co, preoccupati di non poter, a causa sua,
accontentare i voleri della Marini. «Se non riusciamo - si sfogherà Duca con un
amico - m' ammazza».
Alla fine della prova pratica - la seconda
in programma - il problema non è ancora risolto, la Saccia è ancora davanti
alla Cataldi. Le pressioni sulla presidente Franconi aumentano e Duca cerca di
rassicurarla: «Il concorso lo gestirà il sistema nel suo insieme e si cercherà
di tutelare chi è dentro il sistema».
Il sistema cercherà di dare il
suo meglio in occasione dell' esame orale, l' ultimo, il decisivo. La
situazione è disperata anche perché la Franconi ha spiegato a Duca che c' è un
altro problema. Oltre ad essere più brava della candidata della Marini, la
Saccia ha un' altra "colpa": «è pure laureata». Mentre la Cataldi ha
un diploma all' istituto tecnico commerciale. Duca e Valorosi pensano di
assumerla in un altro concorso, «ma il problema - dice sconsolato Duca - è che
non c' ha una raccomandazione».
La soluzione è quella di far arrivare ai
quattro candidati «che devono vincere» le domande dell' esame orale. Alla
Cataldi verranno inviate tramite Valentino Valentini, il consigliere politico
della Presidente della Regione Umbria. A quel punto è tutto pronto. Così come
ricapitola Duca a Valorosi: «Allora: alla Franconi ce sta una che l' ha
segnalata la Marini e sta andando bene, poi c' è una che non è raccomandata da
nessuno che però è brava e che però non c' è posto per metterla dentro, perché
ci sono due persone di Bocci e quel Tifi».
La prova orale
nonostante i raccomandati conoscessero le domande in anticipo, riesce
ugualmente ad andare male. Lo spiega la stessa Franconi. Tira fuori dalla borsa
un foglio con la graduatoria finale e comincia a raccontare: «Allora: Tifi se
non lo fermavo mi raccontava tutto il diritto amministrativo». Ma Duca va di
fretta, a lui interessa sapere della Cataldi, la donna della Marini, ne indica
il nome sul foglietto che la Franconi ha messo sul tavolo. Franconi: «La
Cataldi o si è emozionata o non ho capito bene che cosa
sia successo (...) Le Cerquiglini però è stata brava. (...) Invece chi è andata abbastanza bene a sto
orale è stata la Saccia Ma siccome c' è la Cataldi qua, io».
Il resto è tutto nel verbale
n.4 della commissione esaminatrice. Al primo posto si piazza Tifi, al secondo
Pannacci, al terzo Cerqueglini, al quarto la Cataldi. Il palazzo è servito. La
Saccia, solo quinta. Questa la sua valutazione: «La candidata ha una
sufficiente conoscenza e padronanza degli argomenti richiesti, una discreta
capacità di analisi e professionalità». Nelle settimane successive, la donna
decide di provare a fare ricorso e richiede l' accesso formale agli atti del
concorso.
Duca e Valorosi si agitano
moltissimo, di tutti quelli che hanno truccato - la procura gliene contesta
otto - quello era senza dubbio il più delicato, l' unico che poteva condurre
direttamente alla presidente della Regione. Occorre parlarle. Promettergli un
concorso tutto per lei «Effettivamente osserva Valorosi - ci sono diciassette
scoperture nelle categorie protette...».
Quindi la Cataldi, protetta, agevolata dall'ex governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini, doveva passare a tutti i costi. Punto.
Quello che è incredibile di questa vicenda è che si trattava di un concorso amministrativo di categoria C, riservato ai disabili.
Pertanto la signora Saccia ha palesemente subito una violenza. Per chi lotta strenuamente per la ricerca di una normalità infatti, il venir retrocessa, esclusa immeritatamente costituisce un'inaudita forma di violenza, un disprezzo alla propria persona.
Per questo, e per altro, le parole pronunciate dall'ex, per fortuna, governatrice a mo' di ordine per inserire la protetta nella rosa di assunti, dovrebbe essere ritorta sulla sua squallida persona:
"Mettetela dentro!"
Chapeau
mercoledì 17/04/2019
È arrivato il conto
di Marco Travaglio
Spiace per Nicola Zingaretti, che è appena arrivato alla segreteria del Pd e non ne ha certo selezionato la classe dirigente. Ma quello che sta accadendo con lo scandalo della (in)sanità in Umbria, il rinvio a giudizio della deputata Micaela Campana per falsa testimonianza su Mafia Capitale e la fine delle indagini sul governatore calabrese Oliverio & his friends è la resa dei conti finale di un equivoco durato troppo a lungo, dai tempi di Tangentopoli: quello della “diversità morale” del partito della sinistra. Una diversità che aveva una ragion d’essere ai tempi del vecchio Pci, più per l’onestà personale (indiscutibile) di Enrico Berlinguer che per la correttezza (molto opinabile) delle sue classi dirigenti. Mani Pulite dimostrò che il Pci-Pds era pienamente integrato nel sistema della corruzione. E fu solo per la tenuta stagna dei cassieri-faccendieri alla Primo Greganti se lo scandalo coinvolse solo dirigenti locali, quasi tutti dalla corrente filocraxiana che si faceva chiamare “migliorista” (e tutti chiamavano “pigliorista”). Infatti Greganti, in cambio del suo preziosissimo silenzio sugli anelli superiori della catena, fu sempre protetto dal partito, tant’è che ancora cinque anni fa faceva il bello e il cattivo tempo nel sistema degli appalti per l’Expo di Milano. Ma, nell’immaginario collettivo, anche se decine di ex Pci furono arrestati e condannati per tangenti, la sinistra riuscì a perpetuare la leggenda della sua diversità: un po’ perché i suoi rubavano perlopiù per il partito, senza lo scandalo supplementare degli arricchimenti personali; un po’ perché l’altro fronte era dominato prima dal Caf e poi dal campione mondiale dell’illegalità, Silvio B. che non temeva confronti.
Il centrosinistra s’impegnava allo spasimo per stargli appresso e tenere i suoi ritmi, ma non ce la faceva: e così, per 25 anni, è riuscito a gabellare da “mele marce” (in un cestino sano) e da “compagni che sbagliano” la miriade di amministratori locali e nazionali presi con le mani nel sacco. A ogni elezione l’appello al fronte comune anti-Caimano funzionava, almeno fra chi non fuggiva nell’astensione: il giorno del voto milioni di persone, imprecando e giurando che era l’ultima volta, accettavano di subire il ricatto e si turavano il naso sugli scandali del centrosinistra per non ritrovarsi nella Cloaca Maxima. Il bipolarismo penale fra berlusconiani e menopeggisti è durato fino al 2013, quando il sistema è diventato tripolare con l’avvento dei 5Stelle. Che proprio della questione morale facevano una delle loro bandiere. Infatti i due vecchi poli si misero insieme al seguito di Letta, Renzi e Gentiloni.
Prima direttamente con B., poi coi suoi cascami (alfanidi e verdiniani). Per la prima volta in 25 anni il centrosinistra che aveva sempre finto di opporsi a B., salvo poi chiedere i voti contro di lui e sopravvivere a se stesso grazie a lui, dimostrò quanto era simile a lui. Al punto da governare per cinque anni (e riformare la Costituzione e la legge elettorale) con lui o chi per lui. Così, alle elezioni del 2018, il ricatto “votateci o vince B.” smise di funzionare. Infatti il Pd si ritrovò a tifare espressamente per lui, in vista di nuove “larghe intese” contro il nuovo spaventapasseri creato ad arte per gabbare gli elettori più gonzi e trascinarli un’altra volta alle urne con gli occhi tappati e il naso turato: i “populisti”. Contro di loro si invocava un nuovo fronte comune senza andare troppo per il sottile, un’Union Sacrée per stomaci forti dal Pd a FI. Lo spauracchio funzionò all’incontrario: Pd e FI ai minimi storici, M5S e Lega ai massimi.
Finalmente liberi da tutti i ricatti (prima “votate Dc sennò vince il Pci”, poi “votate B. se no vincono i comunisti”, infine “votate Pd se no vince B.”), gli elettori hanno ritrovato la vista e l’olfatto, e si sono divisi secondo le proprie inclinazioni: uno strano e confuso movimento post-ideologico di centro, che però assorbe molte battaglie disertate dalla sinistra, cioè i 5Stelle; e una destra estrema, popolare, demagogica e xenofoba che si identifica fideisticamente in un capo rude e parolaio, ma empatico e abile a spacciare la vecchia Lega per una novità. Ed ecco questo governo Frankenstein che ha senso solo come espiazione di tutti i precedenti. Convinti di aver visto tutto il peggio possibile, gli elettori rifiutano i tentativi dei partiti sconfitti di ricondurli all’ovile con nuovi ricatti: tipo “votateci sennò torna il fascismo”, “votateci perché siamo competenti”, “votateci perché siamo cambiati”. Il fascismo era una cosa seria (purtroppo), la Lega è una mezza farsa. Di competenza se ne vedeva poca anche prima, altrimenti non saremmo da 30 anni sull’orlo della bancarotta. Quanto al cambiamento, be’, un pregiudicato mezzo rintronato di 82 anni che si ricandida in Europa parla da sé. E Zingaretti, col poco tempo che ha avuto dal congresso alle Europee, ha cambiato poco o nulla. E lo scandalo dell’Umbria, come se non bastassero quelli in Campania, in Basilicata, in Calabria ecc., sembra fatto apposta per fotografare un partito sopravvissuto a ogni “rottamazione” e rimasto fermo a Tangentopoli. Ma ormai nudo, senza più il trio Craxi-Forlani-Andreotti e la Banda B. a fare da schermo e da alibi. Le carte dell’inchiesta sui concorsi truccati nella sede del Pd umbro, sui disabili costretti a farsi raccomandare dal partito per non essere scavalcati da quelli con tessera e padrino, sui direttori generali di stretta osservanza che “se mi intercettano mi scoprono cinque reati all’ora”, richiederebbero ben altro che le giaculatorie di padre Zinga sulla “fiducia nei magistrati” e sul “senso di responsabilità della governatrice Marini” (che finalmente se n’è andata). Sennò la gente scuote il capo e, casomai si fosse riavvicinata al Pd, scappa a gambe levate.
martedì 16 aprile 2019
Adieu
Era uno dei pochi, o forse tanti, luoghi dove entrando mi capitava di spalancare la bocca in segno di riverenza, di sbigottimento, di compiacimento per quanto, se indirizzato nel verso giusto, l'uomo riesca a fare grazie al suo ingegno, alla sua unica e mai troppo celebrata fantasia.
Quando infatti ti sgorgano dal cuore le semplici parole "ma come è possibile? Come han potuto fare questo?" vuol dire che il dardo scoccato dall'Olimpo ti ha centrato, stranito, sconquassato.
Senza cercar classifiche indegne del momento Notre Dame t'avviluppava nella sua maestosità ed ora che essa stessa è stata avviluppata dalla mostruosità dell'incapacità di preservare i veri tesori appartenenti a tutti, in grado di elevare il genere umano in una dimensione di dignità compiacente, non resta che unirci a Quasimodo e piangere, struggerci, dilaniarci per quanto non abbiamo fatto in suo onore, infliggendo alla Bellezza un colpo quasi mortale.
Questa diga apparentemente invalicabile che arrestava tutt'attorno la straboccante idiozia olezzante e dirompente il cui unico scopo è miniaturizzare l'aureo privilegio d'appartenenza globale, sul far della sera di una triste giornata come sarà ricordata quella di ieri, si è genuflessa all'incapacità da girone dantesco che tutti coloro che abbiamo eletto a rappresentarci nell'agone della politica, sistematicamente lasciano trasparire, intenti come sono a curar i propri orticelli.
Già l'idiozia! Quella primordiale dell'incredibile (per il fatto che sia stato eletto) presidente americano, che in queste tragiche ore non voglio neppure nominare, il quale dall'abisso della sua ignoranza ha invocato l'uso dei Canadair per il lancio di bombe d'acqua che avrebbero distrutto ogni cosa ancor più delle fiamme. E l'idiozia violenta, inammissibile, che traspare dai messaggi di gioia lanciati da quegli ominidi convinti di trombarsi in futuro le vergini a loro riservate, gaudenti nel vedere questo simbolo di fede afflosciarsi come le loro speranze di godimento futuro.
Ed infine il dolore immane nel constatare che, ammesso che tutto giri e funzioni a dovere, compresa l'enorme disponibilità finanziaria necessaria alla ricostruzione, uno come me non potrà più ammirare la maestosità, l'effervescenza, il godimento che solo poche opere come Notre Dame sapevano e potevano infonderti, consolandoti molto insufflandoti la certezza che non finiremo mai di lottare, accaniti ed impavidi, per la vittoria perseverante del bello sul resto che non ci deve sfiorare né appartenere mai.
Adieu!
Iscriviti a:
Commenti (Atom)




