martedì 6 ottobre 2026

Natangelo

 



Scanzi e il genio

 

Genialate renziane: chi non vorrebbe un alleato fatto così?


di Andrea Scanzi 

Schlein lo ha detto una volta per tutte: Renzi deve stare dentro il campo largo. Una grandissima notizia… per Giorgia Meloni, ovviamente. Renzi non ha voti ed è il “leader” più detestato dagli italiani (talk show e giornaloni a parte). Se anche fosse in grado di portare un 2% stitico, la sua presenza farebbe scappare almeno un terzo degli elettori di 5 Stelle e Avs, e soprattutto non farebbe tornare mezzo astenuto alle urne. Brava Elly! Nel frattempo il Mr. Bean di Rignano ha partorito l’ennesima Leopolda, ahilui sempre più mesta. Ecco i dieci apici della malinconica festa rionale renziana.

Riprenderci Itaca. Lo slogan era “Riprenderci Itaca”, che non vuol dire assolutamente nulla e per questo è perfettamente renziana. Siamo ancora alla fase adolescenziale dei “Generazione Erasmus” e “Progetto Telemaco”, supercazzole come se fosse Antani con scappellamento a destra. In ogni caso, condoglianze a Itaca: se se la riprende Renzi, ciao core.

De Luca. La Leopolda 2026 è stata così marginale che l’ospite migliore, per distacco, è stato Vincenzo De Luca, molto duro e netto (come sempre) su Israele e Palestina.

Fedez. Quando c’è da presenziare a un funerale politico, Fedez non manca mai. I suoi compagni di banco sono Santanchè, La Russa, Gasparri, Cruciani, il gruppo Angelucci e ora pure Renzi. Fedez era nato incendiario ed è diventato un mix tra Parenzo e Senaldi, però con meno preparazione. Se non altro, in un rigurgito di lucidità, ha definito il ddl Antisemitismo quello che è: “Una stronzata”.

Fiano. Renzi ha invitato anche uno dei suoi giannizzeri preferiti, ovvero Fiano. In questa fase il sempre allegro Fiano è ovunque: apri il frigo di casa e spunta fuori lui, che piange e dice che se il Pd non voterà il ddl Antisemitismo, lui se ne andrà (e sticazzi?). Lacrime su lacrime. Fiano, la soluzione è semplice: torna dal tuo Matteo, da sempre e per sempre il tuo leader preferito!

Segre. Renzi ha tenuto a dire che lui sta con Liliana Segre senza se e senza ma, e che in un mondo con sempre più Francesca Albanese lui starà sempre con la Segre. Ora, premesso che tutte queste Francesca Albanese nel mondo non si vedono (purtroppo), occorrerebbe ribadire che Segre merita per sempre rispetto e riconoscenza, ma che non per questo ha ragione a prescindere. Concetto troppo impegnativo, però, per Renzi e renziani.

Garanzie. Rispondendo a Conte, Renzi ha detto che lui non ha bisogno di fornire garanzie. Come dargli torto? L’uomo che ha politicamente tradito i Letta, i Martina, i Conte, i Calenda; l’uomo che ha celebrato Bin Salman eccetera: come fai a non fidarti di uno così?

Forza Italia, vieni a me. Renzi ha fatto persino un appello ai centristi di Forza Italia e derivati, chiedendo loro di aderire al campo largo. Grande idea! Non ci sarebbe pietra tombale migliore, in effetti.

Epica del centrismo. Il mondo va a destra, ma Renzi crede che la soluzione non sia il radicalismo civico, bensì sbrodolare verso quel mitologico centro che non ha né voti né senso. Genio!

Conquistando Milano. Renzi ha lanciato anche la volata come sindaco di Milano a Mario Calabresi: un altro cerchio che si chiude. Calabresi è sempre stato così renziano, ma così renziano, che in confronto Maria Teresa Meli e Aldo Grasso paiono ultra grillini. Se questo è il centrosinistra, aridatece Rumor.

Tajanometro. La grande trovata comica della Leopolda 2026 era il “Tajanometro”, che misurava la lunghezza delle gonne. Ci si metteva lì davanti e si facevano dei bei selfie ridanciani. Una trovata comica così irresistibile che, in confronto, il Bagaglino pare Ricky Gervais. Che festa indimenticabile! Mi raccomando, geni esimi del campo largo: rimettetevelo in casa uno così. Se non altro, avremo la certezza che Meloni durerà come minimo altri cinque anni.

Ancora!

 


C’è qualcosa di patologico in questo ectoplasma del 2% che, volendo entrare nell’oramai famigerato Campo Largo, chiama ed invita, autonomamente, moderati del partito azienda del fu Manigoldo, per cercare di rimettere in piedi il classico progetto all’italiana sfociante, dopo qualche anno di presa per il culo, nel canonico “È l’ora dei sacrifici per tutti!” con magari alla guida Mastro Illuminato Dragone. Dico serenamente alla persona per bene Conte: se questo è il progetto molliamo tutto e togliamoci pure la polvere dalle scarpe. 

Meglio soli che male, malissimo, accompagnati.

All'armi!

 

Tutti al fronte


di Marco Travaglio 

Non c’è un minuto da perdere. Se è vero quel che dicono Merz e il suo capo dei servizi Jaeger, cioè che Putin sta per invadere l’Europa, tutti i Paesi Ue devono schierare subito le truppe ai confini con la Russia. Guai a lasciare soli gli ardimentosi estoni, connazionali dell’intrepida Kallas, che avvicinano a 50 km dalla frontiera il loro poderoso esercito di 4.650 uomini e zero carri armati, zero caccia, 6 lanciarazzi e 36 cannoni per “colpire in profondità” la prima potenza nucleare mondiale. La notizia che quello screanzato di Putin, venendo meno alle più elementari regole di buona educazione, non intende aspettare il 2030 quando sarà completato il riarmo Ue da 800 miliardi, né tantomeno il 2035 quando sarà ultimato il riarmo Nato al 5% del Pil ha stupito le migliori menti europee, finora convinte che il despota avrebbe cavallerescamente rispettato le nostre scadenze (“Quando siamo pronti ci facciamo vivi noi”, “Ah, ok, allora resto in attesa”). Resta da capire da cosa desumano l’invasione alle porte, visto che non hanno ancora dimostrato uno solo dei mille “attacchi ibridi russi” dell’ultimo biennio (il prossimo è il cyberattacco putiniano che truccherà le primarie del Campo Largo, ma solo se vince Conte, sennò tutto regolare). Pare che Merz ci sia rimasto male perché domenica, mentre visitava Kiev a sorpresa con la solita valigetta di soldi, i russi colpivano il ponte Nord dopo il ponte Sud sventrato sabato: forse non sospettava che lì c’è la guerra. Così le ha cantate chiare a Putin: “Basta, va fermato”. Resta da capire come: non, si spera, con le valorose truppe della Estonia, sempreché il piano non sia far morire i russi dal ridere.

Serve qualcosa di più serio, tipo gli eserciti tedesco, polacco, francese e britannico: i Volenterosi al gran completo. Sono due anni che ripetono di essere prontissimi: è ora che lo dimostrino. Fra un’elezione persa e l’altra, mandino queste benedette truppe in Ucraina e la facciano finita. Tanto Varsavia e Rutte han già assicurato che la guerra alla Russia è una pura formalità: vinciamo noi, come disse il maresciallo Severgnini. E allora basta chiacchiere: tutti a Kiev. Ma alla svelta, perché il deputato Goncharenko del partito ucraino più filo-Ue conferma l’analisi dell’ex ministro della Difesa Fedorov: “Stiamo perdendo la guerra, la strategia del governo – la ricerca dell’arma miracolosa che risolverà tutto – è assurda, dobbiamo negoziare con Mosca e fare concessioni reciproche”. Sarà mica putiniano pure lui?

Ps. C’è anche la remota eventualità che gli allarmi dei baltici, dei polacchi e dei tedeschi siano la solita barzelletta: nel qual caso, il governo italiano dovrebbe precisare una volta per tutte che non li riconosce più come alleati. Anzi, non li conosce proprio.

lunedì 5 ottobre 2026

Oltremodo

 


E noi ricicliamo!

 


Ora la plastica riciclata la bruciamo: quella vergine costa meno...


di Stefania Divertito 

A Rimini e a Cesena la plastica che mezzo milione di persone separa nel sacco giallo finisce incenerita insieme all’indifferenziato. I complottisti detrattori della raccolta differenziata lo sostengono da tempo, ma questa volta a metterlo nero su bianco sono le Regioni. Alla Conferenza del 10 settembre hanno approvato all’unanimità un documento che, tradotto per chi ogni sera sciacqua il vasetto di yogurt prima di buttarlo, dice: la plastica che separate in cucina non sappiamo più dove metterla. Le situazioni più gravi portano la firma di quattro giunte di colore diverso, Lazio e Marche guidate dal centrodestra, Sardegna ed Emilia-Romagna dal centrosinistra. Impianti con cancelli chiusi, piazzali pieni, nuovi magazzini affittati per gestire l’emergenza. E termovalorizzatori in piena funzione.

Il documento ufficiale si ferma alle Regioni che hanno risposto, ma la mappa è più larga. In Veneto un solo centro a servizio del bacino di Venezia aveva in pancia quasi 10mila tonnellate a fine agosto. Fuori dal censimento, a Brindisi un’ordinanza comunale ha sospeso per alcuni giorni la raccolta degli imballaggi in plastica e nel catanese il Comune di Pedara aveva già fermato il servizio. Nel Salento l’impianto di Galatone ha minacciato di respingere i camion se i ritiri promessi non fossero ripartiti. Il puzzle si compone scorrendo le ordinanze e le delibere comunali. La fotografia finale mostra un sistema al collasso.

Come ci siamo arrivati? Guardando i numeri sbandierati dai consorzi, la raccolta corre: nel primo semestre è cresciuta del 5%, quasi un milione di tonnellate. A casa le famiglie stanno facendo i compiti. Il guaio comincia quando quel materiale deve uscire dai piazzali. Il Corepla, il Consorzio nazionale che raccoglie, ricicla e recupera gli imballaggi in plastica, passa a ritirarlo sempre più di rado, perché i riciclatori che partecipavano alle sue aste hanno smesso di comprare. Il motivo è semplice: il prezzo. Secondo il consorzio una tonnellata di Pet vergine (la plastica delle bottiglie, la migliore, la più riciclabile) arrivata dall’Asia o dall’Egitto costa 750 euro, la stessa tonnellata riciclata in Italia 1.200-1.300 euro. Chi produce flaconi e vaschette, scegliendo il riciclato, pagherebbe il 60% in più.

Quanto sia larga davvero la forbice il governo non lo sa. Nel quadro conoscitivo presentato al tavolo della filiera della plastica il 28 luglio il ministero dell’Ambiente, che sul consorzio ha poteri di vigilanza, ammette di non avere dati certi su prezzi e margini: li ha chiesti agli operatori senza ottenere risposta. Ora le Regioni chiedono che fornirli diventi un obbligo.

Perché la plastica nuova costa così poco? Verrebbe da pensare al petrolio, il cui prezzo però vola e, infatti, c’entra poco. Per l’Agenzia internazionale dell’energia dal 2019 la Cina ha costruito impianti petrolchimici per una capacità pari a quella di Europa, Giappone e Sud Corea messe insieme: nel 2025 ha sfornato 17,5 milioni di tonnellate di Pet, più di sei volte quello che l’Europa è in grado di produrre. Negli Usa il polietilene si fa con l’etano del gas di scisto, che costa pochissimo. In sostanza, il mondo produce più granuli di plastica di quanti ne usi e il prezzo è crollato.

A complicare le cose ci si è messo Trump. Dal 1° luglio, con il regolamento che attua l’accordo sui dazi con gli Usa, l’Ue ha azzerato le tariffe sui prodotti industriali americani, polietilene compreso. Dall’Asia, intanto, arriva granulo dichiarato riciclato che nessuno può controllare: i codici doganali non distinguono il vergine dal rigenerato, lo ha ammesso la stessa Commissione Ue a dicembre, ma i codici separati promessi non esistono ancora. Quattro Regioni denunciano partite di origine ignota, buone solo per rispettare sulla carta le quote europee di riciclato. E ancora: per Assorimap, l’associazione dei riciclatori, rigenerare plastica in Italia costa il triplo che in Turchia o in Cina.

E il governo? La giunta emiliana aveva scritto al ministro già a metà giugno. Gilberto Pichetto Fratin lo scorso novembre, a Ecomondo, chiamava i rifiuti “il più grande giacimento che abbiamo”. Oggi quel giacimento sta nei piazzali, a rischio incendio (e infatti gli incendi ci sono, e preoccupano molto chi indaga), o va negli inceneritori: 26 dei 30 che hanno risposto all’Ispra non hanno più spazio.

Nel documento conoscitivo presentato a luglio il ministero elenca 26 interventi possibili, in gran parte “da valutare” o “da monitorare”. Fra questi il modello francese: da gennaio Parigi paga fino a mille euro a tonnellata a chi usa plastica riciclata col via libera di Bruxelles. Le Regioni hanno fatto notare, con il garbo dei documenti ufficiali, che nessuna delle 26 misure obbliga il consorzio a ritirare.

Il conto, intanto, si divide in tre. Lo pagano i Comuni, che coprono gli stoccaggi d’emergenza coi fondi ordinari del servizio rifiuti. Lo pagano le aziende, che versano al Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, un contributo più alto su ogni imballaggio in plastica, in alcune fasce un terzo in più. E lo paga lo Stato, perché dal 2021 ogni Paese finanzia il bilancio europeo anche in base alla plastica che non ricicla: 800 euro per ogni tonnellata di imballaggi. In quel conto entra anche la plastica che a Rimini e Cesena finisce nell’inceneritore.

domenica 4 ottobre 2026

Forse meno…

 Ti chiami Ciccone, sei in gara nel campionato europeo, combatti in fuga con il più forte dei terrestri, Evenepoel, che è secondo solo all’Extraterrestre attualmente infortunato, ai duecento scatti e prendi circa 15 mt di vantaggio e perdi il titolo per un millimetro, un millimetro, forse meno…