mercoledì 30 settembre 2026

Robecchi

 

Tutto è ibrido. La parola di moda che serve al marketing della guerra 


di Alessandro Robecchi 

Tutto è “iconico”, fateci caso. Un divano, un golfino, uno scorcio urbano. L’uso della parola tracima, esonda, si mangia tutto. L’iconica sciarpa, l’iconico piatto, l’iconica motocicletta. Avevo cominciato a fare collezione, confesso, ma confesso anche che ho smesso per consunzione: o passavo le mie giornate a segnare su un quadernetto tutte le cose “iconiche” o tornavo alla mia via normale, che non è iconica per niente, tra l’altro. Mi ha convinto leggere – a proposito di un paio di scarpe – “le iconiche stringhe”: mi sono arreso.

Poi è arrivato “distopico”. C’è da capirlo. Siccome il mondo è abbastanza una merda – non sto a elencarvi i motivi, li vedete da soli – bisogna trovare un aggettivo che dica che il mondo è una merda come ci eravamo immaginati che potesse, nei nostri incubi, diventare una merda; e così “distopico”, che era un aggettivo dedicato a un ipotetico futuro, è diventato un aggettivo del presente.

Arriviamo all’oggi, al qui e ora, che naturalmente è sia distopico che iconico, dove la parola di moda è “ibrido”. Per intenderci, è ibrida una macchina che ha almeno due motori (uno termico e uno elettrico), ed è ibrido il mulo (figlio di un asino che ha corteggiato con successo una cavalla). Poi, visto che la situazione è distopica (e ci mancherebbe!), diventa ibrida la guerra, che è oggi l’obiettivo nemmeno tanto segreto di molte classi dirigenti sul pianeta, da Israele, che ormai confina con chi vuole lui – e occhio che quando dicono Grande Israele dal fiume al mare, il mare potrebbe essere l’Adriatico – al signor Trump, fino a parecchi governi europei, desiderosi di comprare molte armi (non europee, tra l’altro, ma americane). Da qui l’esigenza di urlare alla guerra e di indicarla anche dove non c’è.

È uno dei grandi segreti del marketing: farti desiderare cose che non ti servono. A nessuno importa che tu vada a fare immersioni subacquee (spoiler: non ci andrai), l’importante è metterti in testa che la tua sarà una vita vuota e banale se non ti compri una muta e le bombole. Da qui la più grande campagna di stampa e propaganda mai vista: vogliamo farti comprare bombe e missili e quindi dobbiamo convincerti che ti servono assolutamente, pena morte e distruzione. Ma siccome – dannazione! – nessuno ti bombarda la casa, bisogna inventarsi una guerra che non c’è, chiamiamola ibrida. Di colpo, tutto è ibrido: un black-out all’aeroporto, un maxi tamponamento, un drone che scappa e sconfina di un chilometro, un ritardo del treno (ah, no, quello è Salvini). Creare la sensazione di essere perennemente sotto attacco, insomma, aiuta a vendere il prodotto, perché di solito le crisi del capitalismo si risolvono ammazzando milioni di persone. Il che conferma che sì, siamo vittime di una guerra ibrida, e la fanno i propagandisti della guerra vera per convincerci che alla fine è meglio un carrarmato che dieci macchine per la Tac. Come nel caso di “iconico” e “distopico”, basta un millimetro e si arriva al ridicolo. Anche perché se è “guerra ibrida” un direttore d’orchestra russo, bisogna accettare che da quasi un secolo siamo vittime della guerra ibrida Usa (film, musica, sport, cartoni animati, regole economiche e molto altro). Insomma, “ibrido” serve a spaventarci, ci sono veri e propri esperti, che sono poi quelli che a missione compiuta, quando finalmente riusciranno a realizzare il loro sogno – fare la guerra vera, usando tutte le armi che abbiamo comprato – in guerra non ci andranno e manderanno (cfr: Bertolt Brecht) “la povera gente”.

Sacrosantamente

Il segreto di Pulcinella


di Marco Travaglio 

Che Netanyahu fosse stato allertato dai servizi egiziani prima del 7 ottobre 2023, lo si seppe già poco dopo il massacro dei 1200 israeliani. E, visti i legami fra intelligence egiziana e americana (Al Sisi è al potere grazie al golpe filo-occidentale che spodestò Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, reo di aver vinto le elezioni), si seppe che anche gli Usa di Biden l’avevano avvertito di stare in guardia sulla Striscia. Ora il Wall Street Journal conferma che fu l’allora capo degli 007 del Cairo Abbas Kamel a chiamarlo e poi – secondo The Atlantic – a volare a Tel Aviv per ribadire l’allarme di persona. In più c’è lo scoop di Haaretz sulla telefonata di 45 minuti del presidente degli Emirati, bin Zayed, che sempre a una decina di giorni dal massacro avvisò Bibi sul piano di Hamas per scatenare un “terremoto” da Gaza. L’aveva informato un dirigente di Fatah (il partito di Abu Mazen che guida l’Autorità palestinese in Cisgiordania), che l’aveva saputo da Yahya Sinwar, capo di Hamas a Gaza. Basta aver visto Fauda per sapere che Fatah ha rapporti col servizio interno israeliano Shin Bet e con settori dell’organizzazione rivale Hamas. Quindi: Egitto, Emirati, Fatah e Usa fecero di tutto per sventare la mattanza del 7 ottobre, ben sapendo che sarebbe stata una catastrofe non solo per Israele, ma anche per i palestinesi esposti alla furia vendicatrice di Netanyahu e all’odio perenne degli israeliani. Siccome lo Shin Bet è uno dei migliori servizi segreti al mondo e ha infiltrati dappertutto, è scontato – come dichiarano vari suoi dirigenti – che sapesse tutto e ne avesse informato Netanyahu. Infatti l’ex capo Ronen Bar vuole querelare il premier, che ora accusa i suoi stessi 007 di avergli nascosto quel segreto di Pulcinella.

Purtroppo spettava a Netanyahu agire, rafforzando militarmente il confine di Gaza. Che invece rimase presidiato solo dalla polizia locale, cioè sguarnito, mentre le truppe restarono in Cisgiordania a spalleggiare i coloni e in Alta Galilea contro i raid di Hezbollah. Così i macellai di Hamas, indisturbati, ebbero il loro bagno di sangue e Netanyahu il pretesto per la soluzione finale a Gaza. Purtroppo in Israele le notizie dello sterminio a Gaza arrivano ovattate e non fanno perdere consensi a Netanyahu (dopo il film Naza è pure salito nei sondaggi). Invece gli elettori di destra sono choccati nello scoprire che il premier non protesse i 1200 connazionali massacrati il 7 ottobre, o per incompetenza, o per tracotanza, o perché non sognava di meglio. Nella migliore delle ipotesi Netanyahu perderà le elezioni, quindi il governo, quindi l’impunità che fin qui l’ha salvato dalla galera. Nella peggiore resterà premier, ma con meno voti: cioè sempre più ostaggio di partitini ancor più estremisti e sadici di lui.

martedì 29 settembre 2026

Fanno quello che vogliono

 


Fuori luogo da sempre!

 



L'Amaca

 

Primi al mondo

nelle balle 


DI MICHELE SERRA


Si raccontano balle per varie ragioni. Per esempio, perché si ha interesse

a nascondere le proprie responsabilità. Perché si ha bisogno di vantare

meriti che non si hanno. Perché si vuole colpire qualcuno diffamandolo.

Perché solo attraverso la truffa si può sperare di prevalere. Eccetera.

Ciascuna di queste ragioni evidenzia che il ballista, 99 volte su cento, è

un soggetto debole. Bara perché non potrebbe mai vincere giocando

pulito. Se avesse dalla sua la forza della ragione, o l'evidenza delle sue

qualità reali, non avrebbe nessuna necessità di raccontare balle. Questo

fa pensare che il primato della Russia nelle fake news, ormai certificato

da decine di studi, rapporti, dossier, dipenda dalla impossibilità della

propaganda russa di far valere (in economia, in politica estera, in politica

interna) qualche aspetto esemplare. Qualche risultato ammirevole.

Levato il nazionalismo bellicoso, fondato sul mito della Grande Russia e

non esportabile se non in punta di cannone, quali meriti riconoscibili

può vantare Putin dopo trent'anni di potere assoluto? Le disuguaglianze

sociali fanno impallidire quelle del peggiore dei paesi occidentali,

l'economia è gracile (tranne l'industria bellica) nonostante le grandi

ricchezze naturali, la libertà d'espressione è vicina allo zero: cos'altro

potrebbe esportare, l'oligarchia al potere a Mosca, se non le balle?

È vero, avvelenare i pozzi, nell'epoca della comunicazione digitale di

massa, non è difficile. Bastano un po' di hacker di regime e il gioco è

fatto. Il danno è inferto. I pozzi possono anche essere bonificati, esiste il

debunking, che è un po' la contraerea della guerra digitale, ma

rimangono, come i buchi delle bombe sulle facciate delle case, i danni da

disinformazione. Ma essere al primo posto nel mondo solo nella

categoria "balle", a lungo andare, non rischia di mortificare il morale

delle truppe?


Chiarimento per somari

 

La guerra preventiva


di Marco Travaglio 

Problema: la Rai, su ordine dei suoi mandanti al governo, caccia il suo vicedirettore Sigfrido Ranucci da Report – il programma che dirige e conduce da nove anni e in cui lavora da venti – dopo che ha subìto con la sua famiglia un attentato esplosivo dinanzi a casa sua. Tutti sanno che il provvedimento, oltreché vergognoso, è fuorilegge, perché viola il contratto, il diritto del lavoro, la Costituzione italiana e il Media Freedom Act europeo. L’ha ammesso anche la Rai, attivando il Comitato Etico per scoprire eventuali condizionamenti della sua amicizia con Valter Lavitola, indagato come mandante della bomba, sul programma senza trovarne neppure l’ombra. Infatti Ranucci fa ricorso d’urgenza contro la Rai al Tribunale civile per annullare la rimozione e ora si attende entro 10 giorni la decisione del giudice Donatella Casari, da poco nominata presidente della sezione Lavoro. Nessuno sa quale sarà, a parte i politici di destra che hanno ordinato la cacciata di Ranucci e hanno la coscienza talmente sporca da sapere che Ranucci sia vittima di un sopruso illegittimo e dunque non potrà che essere reintegrato. Che fare?

Soluzione: scatenare una guerra preventiva sui loro giornali e dei loro trombettieri in Rai contro la giudice Casari per anticiparne il verdetto e affermare che, se reintegrerà Ranucci nel posto che gli spetta, non sarà perché Ranucci ha ragione e la Rai e i suoi padroni hanno torto, ma perché è una toga rossa politicizzata al servizio della sinistra. Anzi, è stata scelta apposta per occuparsi del caso Report proprio perché si sa come la pensa. La prova? Nella sua carriera, la Casari fece parte del collegio del Tribunale dei ministri che accolse la richiesta di archiviazione della Procura su Conte e Speranza per una serie di scombiccherate denunce sul Covid; e anche del collegio del Tribunale dei ministri che chiese al Parlamento di processare Nordio, Piantedosi e Mantovano per un fatto indiscutibile: aver violato l’ordine d’arresto della Cpi per il criminale Almasri, liberandolo e riconsegnandolo a Tripoli sull’aereo di Stato. Non a caso – scrivono i camerieri del governo – la Spectre guidata dal presidente del Tribunale l’ha scelta per la causa Ranucci-Rai. Il guaio è che i giudici del Tribunale dei ministri vengono estratti a sorte fra tutti quelli del distretto, quindi nessuno decise che la Casari seguisse i casi Covid e Almasri: ci capitò per caso. E i processi sono assegnati a questo o quel giudice da “tabelle” predeterminate in base alla cronologia e ai carichi di lavoro, del tutto automatiche e casuali, vigenti da anni sempre uguali, senz’alcuna discrezionalità per il presidente. Quindi chi sta orchestrando questa guerra preventiva alla Casari non è solo un mascalzone: è pure un somaro.