Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 6 giugno 2026
Booom!
La figlia di Mubarak
È commovente il trasporto con cui camerieri, trombettieri e corazzieri si son rimessi sull’attenti al segnale convenuto: è bastato un cenno di Mattarella perché una battuta irresistibilmente comica di per sé – “grazia a Nicole Minetti” – diventasse un serissimo dogma di fede. Sulle gazzette più credulone e quindi più vendute (in tutti i sensi) si leggono peana all’igienista dentale pregiudicata, al suo “sollievo” per lo scampato pericolo (che la legge sia uguale per tutti) e alla simpatica intenzione del compagno Cipriani di “far chiudere il Fatto” con una causa da 250 milioni. Come se la grazia significasse che non ha mai organizzato e animato i bunga-bunga di B. fra colleghe maggiorenni e minorenni, non è mai stata condannata per favoreggiamento della prostituzione e peculato. L’opinione pubblica – cioè i cittadini informati e dunque “apoti” – ha capito benissimo cos’è successo, con la Procura generale che non fa le indagini, non interroga i testimoni che la smentiscono ma solo quelli che li smentiscono, e il capo dello Stato che la ringrazia per aver “disposto accurate verifiche in ogni direzione” (la direzione Minetti). Ma il blocco di poteri fra Colle, governo, Pg e media vive nell’iperuranio e s’illude che tutti questi potenti che si danno ragione da soli e vicenda abbiano convinto i 15 milioni di italiani che al referendum han difeso il principio costituzionale di eguaglianza. E non avverte il senso di schifo che sale dalla società per l’ennesimo remake del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”.
Siccome la storia ha le sue perfide ironie, tutto avviene nel 15° anniversario del punto più basso toccato dal Parlamento italiano, anzi da uno qualsiasi da quando esistono i parlamenti. Era il 4 aprile 2011, vigilia del processo Ruby, quando la Camera trascinò dinanzi alla Consulta la Procura di Milano (nulla da spartire con l’attuale Procura generale) che osava processare il premier B. per prostituzione minorile sui bunga- bunga di Arcore e per concussione sulle telefonate minatorie di un anno prima alla Questura per far rilasciare Ruby nelle mani della Minetti e della escort brasiliana Michelle Conceicao. La mozione affermava che B. agì nell’esercizio delle funzioni di premier perché fermamente convinto che Ruby, minorenne marocchina senza fissa dimora, fosse un’egiziana, nientemeno che la nipote di Mubarak e il suo arresto per furto minacciasse i rapporti diplomatici fra Italia ed Egitto. L’aula approvò con 314 Sì (Pdl, Lega e centristi) e 302 No (Pd, Idv, Udc e Fli), seguita a stretto giro dal Senato (151 Sì, 129 No). Fra i Sì c’erano La Russa, Meloni e ben 19 membri dell’attuale governo su 64: quasi uno su tre. Oggi B. non c’è più. E neppure Mubarak, però scopriamo che aveva anche una figlia.
venerdì 5 giugno 2026
L'Amaca
Vuoto come una spiaggia del Nord
di Michele Serra
L'esodo di deputati (quasi tutti leghisti) in direzione di Vannacci documenta un ulteriore slittamento a destra della destra italiana, del suo elettorato che va per le spicce, dei suoi giornali nerboruti e insolenti. A ben vedere è un processo di chiarificazione, e a suo modo di coming out: se uno «va con Vannacci» vuol dire — scusate la dicitura un poco rozza — che era fascio anche prima. Gli piace la Decima Mas, non sopporta gay e lesbiche, vuole rispedire «a casa loro» gli immigrati, preferisce Putin e Trump all'Unione Europea, eccetera. (La somma di queste caratteristiche, presa una per una, farebbe sì che anche Salvini abbia le carte in regola per essere vannacciano. Se non si dichiara tale è solo perché la vanità maschile gli impedisce di riconoscere che non è più lui il maschio alfa).
Questo ricollocamento lascia sempre più scoperto il misterioso «centro», a meno che, con uno sforzo di ottimismo, si voglia considerare «centro» anche il partito di famiglia dei Berlusconi, nato come fulcro ideologico e finanziario della destra italiana e mai sospettabile, fino a qui, di non farne parte. Davvero non si vede, in quel luogo opaco eppure ben indicabile (centro è ciò che sta tra destra e sinistra), una figura o un partito in grado di definirlo e catalizzarlo: centro, ovvero antifascista e anticomunista, moderato a partire dai toni, refrattario a ogni forma di radicalità. Chi l'ha visto?
Renzi sta nel campo largo e dopotutto è stato segretario del Pd. Calenda, per sua natura, si incazzerebbe già nell'atrio del congresso costituente e tornerebbe a casa. Europeisti ed ex radicali sono pochi e snob, e in fondo è il loro bello. E dunque potrebbe anche capitare che quello spazio vuoto, grande quanto una spiaggia del Nord quando la marea si ritira, rimanga vuoto. Il misterioso luogo del quale si sa solamente chi non c'è.
Le avventure di Gilberto
Punto di vista
I progressisti siano netti su chi fomenta la guerra
Il ministro degli Esteri della Lituania, Kestutis Budrys, ha riassunto in un’intervista sul giornale svizzero Neue Zürcher Zeitung le posizioni che potrebbero essere comuni a scandinavi e baltici ed esercitare forte attrazione sui polacchi e sulla stessa Germania. Ha sottolineato come la Nato dovrebbe radere al suolo la base di Kaliningrad di difesa aerea e militare russa e l’Ucraina essere ammessa nell’Europa della Difesa europea in versione anti-russa e come primo passo per l’ingresso nella Nato. Ha inoltre plaudito al riarmo della Germania che deve assumere la leadership dell’Europa nella guerra contro Mosca e ha assicurato che l’articolo 5 Nato esiste. Washington sarà in guerra insieme all’Europa.
Non si tratta di posizioni isolate. L’Alta rappresentante per la politica estera europea, Kaja Kallas, e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, potrebbero farle proprie. Sembra che ormai la decisione di entrare in guerra sia stata presa. Gli elettori progressisti dei socialisti europei, e in Italia del Campo largo, sono accecati dall’odio verso Mosca. Parteggiano per l’Ucraina come se si trattasse di una partita di calcio. Sarebbero disposti a far saltare il pianeta in aria purché il killer non l’abbia vinta. In fondo dietro lo slogan della Schlein “la pace giusta” si nasconde poco altro. L’opposizione alla destra meloniana, guerrafondaia e filoisraeliana, in questa drammatica situazione balbetta che dobbiamo continuare a inviare le armi in Ucraina (ovviamente non per la guerra ma per la pace), corre negli Usa a incontrare Obama (graditissimo intellettuale di bell’aspetto), quasi fosse l’icona di una sinistra internazionale, che si è tuttavia macchiato di violazioni del diritto internazionale (Siria, Libia, esecuzioni extragiudiziarie con droni, punizioni collettive contro i palestinesi) e non si distingue, se non per la forma, dall’ondivago presidente attuale. Elly Schlein sembra affermare infine che Netanyahu sbaglia, ma si guarda bene dal chiedere immediate sanzioni a Israele e criticare nettamente il progetto di Grande Israele sponsorizzato dalla lobby e dalla maggioranza della cittadinanza israeliana. Siamo a un passo dal conflitto nucleare e questa opposizione sembrerebbe non adeguata. Il bacino elettorale del Pd può fare la differenza nella costruzione di un’alternativa alle destre trumpiane e alla politica della guerra. Per questo, con tutta la simpatia che ho per la Schlein, mi succede di criticare il Pd ancora di più di quanto faccia con le destre trumpiane. Se combattiamo la manipolazione mediatica e politica dell’opinione pubblica progressista, del ceto medio irretito dalla retorica dei talk show, possiamo sperare nella costruzione di un’istanza politica in grado di dare voce alla Generazione Z, al non voto, al dissenso contro le guerre.
Vogliamo parole nette contro le strategie neoconservatrici statunitensi di scontro con la Russia, Gaza, il Libano, l’Iran, per un’Europa non liberista e non asservita alla Nato, in grado di dialogare con i Brics e perseguire gli interessi dei popoli europei, lo Stato sociale e i beni comuni. Se non torniamo in Europa allo Stato, al settore pubblico, alla politica non asservita agli oligarchi (fondi, lobby), dovremo rinunciare ai nostri diritti elementari. La società della sorveglianza in un’economia di guerra elimina i media come quarto potere, riesce ad asservire il pensiero con una propaganda capillare che permea tutti i settori, dalla diplomazia alla cultura.
E così i figli di quel 90% della popolazione che include gli elettori inconsapevoli delle destre trumpiane come dei socialisti europei, si ritrovano precari e futuri soldati di una guerra di cui non hanno capito nulla. Penseranno di sacrificarsi per i “valori” europei. Nelle scuole come nelle università penetra con il beneplacito dei baroni del pensiero la retorica militarista. In Europa trionfano le mostre delle armi, carri armati, missili, droni, persino uniformi militari vestite da leggiadre donzelle. Due droni russi deviati dagli ucraini, cadono in Romania e la classe politica tuona e prepara nuove sanzioni a Mosca. La frontiera orientale diviene sempre più armata. Tutti si affrettano a promettere a Zelensky (per il suo riuscito colpo, la deviazione dei droni in Romania) nuovi finanziamenti. Si tratta di un delirio inarrestabile che non salva neanche il 2 Giugno.
La festa della Repubblica è profanata con l’esibizione della forza militare in contrasto con la nostra Costituzione e l’articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra. Intellettuali e artisti sono elogiati perché si allineano alla retorica del potere, sono confusi, non condannano i carnefici, il genocidio di Gaza, non esprimono opinioni e non vengono così ostacolati dalle potenti lobby che decidono ormai il destino delle loro opere. Il pensiero orwelliano, che trasforma la codardia in coraggio come la guerra nella pace, trionfa.



