sabato 30 maggio 2026

L'Amaca

 


Avete notizie del campo largo?

di Michele Serra


I sondaggi politici che misurano, quasi giorno dopo giorno, il divario tra centrodestra e campo largo, hanno qualcosa di surreale. Uno dei duellanti, il campo largo, molto semplicemente non esiste. È una supposizione alla quale non ha fatto seguito niente di chiaro e di significativo, se non qualche generoso tentativo di alleanza locale.

Come è composto il campo largo? Ha un programma, un percorso, è stata fissata una data nella quale, salvo altri impegni impellenti, i leader possono incontrarsi e cominciare a scambiarsi un po' di idee sul da farsi? Al di là di lodevoli quanto fantomatiche intenzioni di «ascoltare cosa dicono i giovani attivisti e il mondo associativo» (è mai esistito un partito di sinistra, nella storia, che abbia annunciato di non avere la benché minima intenzione di ascoltare cosa dicono i giovani e il mondo associativo?), qualcuno sta lavorando concretamente a quel programma, sta prendendo appunti, sta leggendo documenti, sta scambiando opinioni con i pari grado degli altri partiti? Se questo sta accadendo, sarebbe bene comunicarlo agli elettori potenziali: che per il momento non hanno notizie, e magari gradirebbero sapere come diavolo si presenteranno al voto politico, le opposizioni. Si sa solo, per adesso, che intendono partecipare.

Si fa notare che il centrodestra non ha alcun programma comune e che i suoi componenti sono divisi su molte cose, per esempio la politica estera. Ma sono molto differenti i due corpi elettorali, quello di centrosinistra più critico, più esigente. Meno facile da accontentare. A destra basta un «no all'immigrazione» che a sinistra deve diventare, necessariamente, «come governare l'immigrazione e lavorare per l'integrazione». È più difficile. Dunque ci vuole più tempo per capire il da farsi: e il tempo stringe.

Milano da bere

 


Milano, operai-schiavi dall'India per costruire il consolato Usa

di Rosario Di Raimondo


Il cantiere del nuovo consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano, dove lavoravano gli operai indiani.

Turni massacranti, minacce e paghe da 2 euro l'ora per centinaia di lavoratori. Commissariato il colosso americano Caddell.


Un meccanismo «criminale» in più fasi. La prima: l'operaio indiano s'indebita e paga cinquemila euro — un «pizzo», secondo chi indaga — per arrivare a Milano e poter lavorare. La seconda: cominciano i turni massacranti in cantiere, dalle dieci alle dodici ore al giorno, per due euro l'ora, tra insulti, botte e il divieto di ammalarsi. La terza: dallo stipendio che non supera i 1.500 euro, i caporali detraggono 500 euro per l'alloggio in hotel e 300 per la pausa pranzo. Nelle tasche degli schiavi rimangono pochi spiccioli: una parte da mandare alle famiglie a casa e qualcosa che basta appena a sfamarsi.

Una condizione di «para schiavitù», la definiscono i pm di Milano Paolo Storari e Mauro Clerici, che con i carabinieri del lavoro commissariano il colosso americano Caddell e la sua articolazione italiana, impegnata a Milano in un progetto da 200 milioni di dollari: la costruzione del nuovo consolato Usa. Dove ieri, alla notifica dell'atto che dispone l'amministrazione giudiziaria, ci sono anche momenti di tensione con i responsabili dell'area, considerata territorio statunitense. Sono indagati la Caddell per la responsabilità amministrativa degli enti e un responsabile dell'impresa per caporalato, il turco Ulas Demir.

Centinaia i muratori e manovali che la Caddell recluta in India attraverso una società che fa da intermediaria, la Dynamic House. Dalla promessa di contratti dignitosi si passa ben presto alla scoperta di un ricatto: o fai come diciamo noi o ti rispediamo a casa. Una trentina gli operai che scelgono di raccontare il loro inferno quotidiano, i turni dalle sei del mattino alle sei di sera, tutti i giorni tranne la domenica. Uno di loro dice: «Guadagnavo 1.400-1.500 euro al mese, ma da quelli pagavo 510 euro per l'albergo e 350 euro per mangiare». Soldi detratti dai capi senza possibilità di protestare. Significa che in tasca restano 640 euro. Di questi, spesso, più della metà viene spedita a casa. C'è chi rimane a Milano anche con 150 euro in tasca. Sulla base dei contratti, si scoprono «retribuzioni orarie estremamente ridotte, comprese tra 1,31 euro e 1,91 euro». E poi le umiliazioni, le violenze, persino l'impossibilità di ammalarsi.

Un testimone racconta: «Gli insulti erano quotidiani e anche la minaccia che se non accettavo quelle condizioni mi avrebbero rimandato in India». Ci sono stati anche gesti di violenza fisica. «Una volta Aji (capoturno, ndr), dopo che mi ero lamentato per i soldi, mi ha rinchiuso nell'ufficio». Un altro schiavo racconta: «L'episodio che ricordo è di un operaio indiano che era caduto dalle scale mentre portava con sé del materiale. Si era fatto molto male ma non era stata chiamata l'ambulanza. Dopo due giorni è stato rimandato in India. In molti si facevano male ma si cercava sempre di risolvere il problema con medicazioni veloci».

Con Arianna


 

Puntualizzazione


 

E quindi?

 



Madama la marchesa


 

Voce nel deserto

 

I rindronati 


di Marco Travaglio 

Se non fosse una cosa terribilmente seria, sembrerebbe uno scherzo. Da giorni piovono sulle tre Repubbliche baltiche droni ucraini, forse destinati in Russia e deviati dalle barriere elettromagnetiche russe, o più probabilmente lanciati dagli ucraini da basi segrete gentilmente offerte dai tre governi (quello lettone è caduto per questo). Ma Ue e Nato al seguito di Estonia, Lettonia e Lituania strillano alla “minaccia russa” e annunciano: “Difenderemo ogni centimetro di territorio da Mosca”, anche se i droni sono senza dubbio ucraini. Infatti Kiev se n’è scusata, ma senza spiegare come facciano a partire dall’Ucraina, sorvolare indisturbati la Bielorussia e/o la Russia, raggiungere i cieli baltici e pure tornare in Russia. Poi precipita un drone in Romania e tutti dicono che è russo, ma escludono l’ipotesi più probabile: che fosse destinato in Ucraina, confinante con la Romania (ma non coi Baltici), e sia stato deviato dalle barriere di Kiev durante un attacco su Odessa (vicina al confine romeno dove ha colpito una casa). L’Ue e la Nato ululano alla “minaccia russa” e promettono di “difendere ogni centimetro di territorio da Mosca”. Quindi, sia che i droni siano ucraini, sia che siano russi, è sempre Putin che ci attacca.

È un remake degli avvistamenti di droni russi (per mancanza di prove) nell’autunno scorso, quando bisognava distrarre i cittadini dai parlamenti che tagliavano il Welfare per finanziare il riarmo: niente morti né danni, a parte un tetto sventrato in Polonia da un missile polacco spacciato per drone russo. Per non parlare del drone russo sul lago Maggiore scoperto dal Centro ricerche Ue che accusò Mosca di spiare una fabbrica di elicotteri Leonardo: poi si scoprì che non era né un drone né russo, ma un’interferenza causata da un aggeggio acquistato su Amazon da un villeggiante per potenziare il segnale Gsm dell’iPhone. Ora che qualche sparuta voce europea raccoglie le aperture di Putin al negoziato, va spenta sul nascere. E oltre a Zelensky, che dal 2022 tenta di trascinarci nella terza guerra mondiale con false flag (gasdotti, missili ucraini in Polonia spacciati per russi ecc.), ci pensano i Baltici, che con 6 milioni di anime sequestrano un continente di 500 milioni e provocano Mosca discriminando le minoranze russe. Il 19 maggio il ministro degli Esteri lituano Budrys ha invocato un attacco Nato in Russia: “Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare la piccola fortezza che han costruito a Kaliningrad. La Nato ha i mezzi per radere al suolo, in caso d’emergenza, le basi aeree e missilistiche russe nella zona”. E nessuno l’ha zittito. L’Italia ha un battaglione in Lettonia e reparti aerei in Lituania. Come dice Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa), prima li ritiriamo e meglio è.