mercoledì 8 aprile 2026

L'Amaca

 


Provaci ancora, Kanye

DI MICHELE SERRA

«Da quando in qua gli scemi non possono viaggiare?», mi dice un vecchio amico, cinico ma saggio, commentando il veto britannico all'ingresso nel Paese del popolarissimo rapper americano Kanye West.

Nella sua non breve carriera, accanto a pezzi di musica che molti considerano memorabili, West ha affastellato una notevole serie di bestialità, tra le quali fanno spicco l'antisemitismo e l'omaggio a Hitler. Poi si è scusato, con confuse allusioni alle sue condizioni psichiche passate e assicurando di essere, in fin dei conti, un brav'uomo; e ha chiesto un incontro chiarificatore con la comunità ebraica di Londra.

Il quadro complessivo, in questo come in altri casi simili, è di una persona che non sa mai bene che cosa sta dicendo, ma lo dice lo stesso. «Quello parla solo per dare aria ai denti», diceva mio padre (e ancora non aveva mai sentito parlare Trump). Si torna, dunque, alla domanda del mio amico: sarà giusto, sarà utile attribuire la fama di Nemico Pubblico a un blaterone che spara cazzate a raffica, e in seconda battuta si rende conto di avere perso la faccia, e soprattutto di avere perso clienti, e mentre si scusa sembra perfino meno credibile di quando accusava?

Ma poi, per confessare fino in fondo perché il mio amico (e pure io) avremmo visto di buon occhio l'arrivo a Londra di Kanye West: l'incontro tra il suddetto e la comunità ebraica rischiava di essere un capolavoro di comicità alla Mel Brooks. Che cosa avrà mai da dire un afroamericano fan di Hitler a un gruppo di ebrei londinesi, mentre costoro lo fissano, forse severi, forse solo esterrefatti? Una diretta televisiva dell'incontro (con i ricavi devoluti a Amnesty) ce la saremmo vista volentieri.

Cronaca della Bellezza

 


Quel tramonto della Terra sulla Luna segreta


DI MARCO BELPOLITI 

L'eclissi e il crepuscolo del pianeta blu nelle immagini catturate da Artemis durante il sorvolo del lato oscuro del satellite

Il fatto che la Luna, gemella opalescente e infeconda della Terra, ci mostri solo un lato, per via della sincronicità della rotazione dei due corpi celesti, ha sconcertato gli esseri umani sin dal momento in cui hanno fatto questa scoperta.

Che lassù, nell'universo senza fine, vi sia qualcosa che non possiamo osservare, ci sembra ancora impossibile.

Per guardare queste immagini, e potercele trasmettere attraverso lo spazio, alcuni di noi, novelli esploratori, sono dovuti andare in orbita nell'etere celeste e circumnavigare il pallido Satellite, e perciò allontanarsi così tanto dal nostro Pianeta. È stato infatti necessario viaggiare lontano dalla superficie, che sappiamo essere sferica da un numero limitato di secoli, e su cui appoggiamo più o meno solidamente i nostri piedi: 400.171 chilometri dalla Terra, distanza enorme.

C'è un'immagine, quella in cui la palla rotonda di Selene appare come un disco grigiastro lambito da zone più scure, è quella del suo lato oscuro, la parte invisibile del pianetino nato dall'immane cozzo con Theia, il misterioso corpo celeste da cui sarebbe nato non solo il Satellite ma la Terra stessa: 4,35 miliardi di anni fa. Grigia e polverosa appare la Luna, ma tonda come il Pianeta azzurro che abitiamo e che stiamo distruggendo da tempo immemorabile.

Diventeremo vuoti come lei? Eccola che tramonta dietro la superficie cinerina, la nostra Patria: che emozione! Noi veniamo da là. Ai viaggiatori spaziali avrà preso la paura di non poter tornare indietro, di non poter rientrare nell'atmosfera coperta da biancastre chiazze di nubi e azzurri profili di quelli che sappiamo essere mari e oceani? Il timore di dover restare per sempre lassù a contare le albe e i crepuscoli del nostro meraviglioso globo? La Luna è il corpo celeste preferito dai poeti, cui porre, questo sì, domande che restano per lo più inevase.

"Il lato oscuro della Luna", scrivono ora i giornali, facendo eco al titolo di un celebre album d'un gruppo musicale. Ma "oscuro" — parola latina di difficile analisi, dicono i linguisti — significa privo di luce, o meglio: poco illuminato, poco chiaro. Non nero, perché il nero assoluto non esiste, o almeno noi non lo possiamo vedere: un paradosso.

Ed ecco un'altra foto in cui la luce del Sole si fa strada da dietro il disco affumicato del Satellite, una luce che ne lambisce il profilo e sembra sul punto d'avvolgere lo stesso cerchio nerastro, forse divorarlo. La Terra che tramonta come una Luna, ma diversamente luminosa, sembra piccola là in fondo, eppure tutto resta incommensurabile. Ma chi ha potuto vedere questo tramonto, o l'annerimento del cielo, proprio lì, deve aver provato una sensazione di grande potere.

L'occhio è una parte del nostro cervello, parte rotonda, o almeno sferica, che si è sporta sino al confine ultimo del nostro corpo, affinché noi potessimo comprendere tutto, persino l'universo incalcolabile, e questo grazie a forme che conosciamo già, che sono in noi e appartengono a quel linguaggio iscritto nel nostro corpo.

Capiamo e immaginiamo anche ora, attraverso queste fotografie, cos'è l'universo, che di solito vediamo nell'alto, in quella superficie o meglio sostanza o etere, che noi chiamiamo cielo. Invece di farci sentire piccolissimi, annichiliti da queste immagini catturate da una macchina costruita da noi, ci ispira piuttosto un senso di potenza, qualcosa di grande, di sconfinato: possiamo immaginare. Ci proviamo, anche se non è poi vero, ma cosa importa? La Terra tramonta, così come vediamo accadere da quel Pianeta sterile e per sempre deserto. Sapremo salvarla e salvarci con lei?

Com'è delicata la Luna, che si allontana da noi, dicono gli astronomi, di 3,8 centimetri l'anno. Abbiamo a disposizione ancora due miliardi d'anni prima che ci abbandoni e fugga via. Un tempo lunghissimo e anche così breve, se visto da lassù.

Contro il Ballismo

 

Cinema Usa. Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile 


di Alessandro Robecchi 

Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.

La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte. Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in 24 ore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2.100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento. Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli Mc130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah. Quindi salvano ’sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due Mc130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah. La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.

Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano.

Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.

A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro. Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake 46 anni dopo, con gli stessi esiti. Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suo spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.

E quello di oggi!

 



Natangelo di ieri

 



Nel silenzio cosmico

 



Lezione di politica internazionale

 

Manco le basi 

di Marco Travaglio 

Dice bene Guido Crosetto al Corriere: “È una situazione che non ha precedenti nei decenni recenti” e rischiamo “che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più… L’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia… Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla”. Poi però, non essendo un passante o un commentatore super partes, ma il ministro della Difesa di un Paese Nato, dovrebbe agire in conseguenza e in coerenza con la premessa. Questa follia senza precedenti impone scelte senza precedenti: a cominciare dal divieto di usare le basi italiane in questa follia, per fare tutto il possibile per impedire follie ancor peggiori. Cioè un’offensiva di terra o un attacco atomico di due potenze nucleari (Usa e Israele) contro un Paese che vuole diventarlo (l’Iran). Invece Crosetto si presenta alla Camera per dire che le basi restano a disposizione della sporca guerra di Usa&Israele perché “nessun governo di nessun colore politico” le ha mai vietate. Oh bella: ma se questa guerra “non ha precedenti”, richiede decisioni che non hanno precedenti. Altrimenti è una guerra come tutte le altre, e non lo è. Anche quelle fatte o provocate dalla Nato in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina violavano il diritto internazionale e facevano danni immani. Ma almeno se ne conosceva il movente: imporre cambi di regime e di confini che gli Usa e i loro complici ritenevano convenienti ai propri interessi, salvo poi fallire.

Quella all’Iran nessuno sa perché sia stata scatenata e a chi convenga, se non a un solo essere umano sulla terra: Benjamin Netanyahu che, senza guerre, finirebbe in galera e per evitarlo ha sterminato decine di migliaia di persone, rendendo per giunta Israele molto meno sicuro. Non conviene agli Usa né a Trump, ogni giorno più impopolare per la clamorosa giravolta da isolazionista-mediatore a premio Nobel per la Guerra. Non conviene all’Europa, che al solito pagherà il prezzo più alto (su energia, profughi e terrorismo). Non conviene all’opposizione iraniana, che anzi vede l’ala più oltranzista del regime rafforzarsi con la resistenza ai due nemici esistenziali e nella propaganda sull’atomica unico deterrente di autodifesa. Se ne giovano solo Cina e Russia, in una tragicomica eterogenesi dei fini. Tutto questo Crosetto lo sa, infatti denuncia “la volontà di distruggere altri Paesi”. Ma poi inverte soggetto e complemento oggetto: “L’Iran vuole distruggere Israele”. No, ministro: è l’opposto. Perciò, checché ne dica lei, siamo in guerra. E dalla parte sbagliata: con l’aggressore contro l’aggredito.