giovedì 19 marzo 2026

Sempre selvaggia!

 

Ora Giorgia diventa Chiara e rischia l’effetto-boomerang 


di Selvaggia Lucarelli 

Il problema non è Fedez. Quello fa Fedez. La sua virata a destra è ormai cosa nota da tempo e lo ha aiutato a galleggiare nel periodo delle amicizie pericolose tra ultras della malavita e Fabrizio Corona. Quando temeva di affondare con la ex moglie – in pieno Pandoro gate – ha iniziato a flirtare con Cruciani, ad andare a pranzo con Giambruno, a invitare nel podcast Vannacci, Gasparri, Capezzone, Sechi, il social media manager di Meloni, ad andare in barca con La Russa e Santanchè, a dichiarare pubblicamente che Salvini – patatone – gli era stato vicino quando era malato e che Meloni comunica meglio di Schlein. Ci mancava solo che dicesse “e comunque Crosetto è anche un bell’uomo”. Quindi no, Fedez che corteggia Meloni perché vada ospite da lui (lo aveva già anticipato mesi fa) e di conseguenza a promuovere il sì al referendum, non stupisce. Appena Meloni ha accettato perché molto preoccupata per l’esito del referendum, il rapper si è precipitato a inviare mail (il 12 marzo) a Conte e Schlein per simulare par condicio e – giustamente ignorato dagli altri due – si è portato a casa l’intervista alla premier.

Ripeto. Fedez fa Fedez. Il problema è Giorgia Meloni che fa Chiara Ferragni. Per anni Chiara Ferragni ha rifiutato qualunque intervista con i giornalisti, a parte i pochissimi di cui si fidava. Regina dell’autonarrazione, ha sempre temuto il confronto, le domande, le critiche (chi vi ricorda?). Lei si raccontava da sé sulle sue pagine, era protetta dal suo cerchio magico di mamma e sorelle, restituiva al Paese un’immagine di sé perfetta e inaffondabile. Esattamente come Giorgia Meloni, laddove mamma Anna era mamma Marina, dove Arianna era Valentina Ferragni e i giornalisti – a parte l’esercito dei lecchini – erano tutti degli stronzi. Pericolosi. Infidi. Capaci di tutto, perfino di fare domande scomode.

Poi, un giorno, Chiara Ferragni è inciampata in Fedez e ha capito che lui le avrebbe allargato il pubblico, senza ancora sospettare che le avrebbe pure accorciato la vita di almeno 20 anni (Fedez è più logorante del lavoro nelle miniere di carbone nel Sulcis). E così, in effetti, è stato. Ferragni è diventata nazionalpopolare e anche molti maschi under 25 (un pubblico che lei non aveva) hanno iniziato a conoscerla. Giorgia Meloni, alla vigilia del voto per il referendum sulla giustizia, ha completato la sua trasformazione in Chiara Ferragni. Dopo una sfilza di rifiuti a interviste serie e rigorose di giornalisti che non fossero i paladini del sì (nel senso di “Sì Giorgia, obbedisco”), ha deciso di chiudere la campagna referendaria sedendosi sulla scomodissima poltrona del podcast di Fedez. Proprio lei, quella che in pieno Pandorogate sbraitava dal palco di Atreju: “ll vero modello da seguire non sono gli influencer che fanno soldi a palate indossando vestiti o mostrando borse o facendo eco al design o promuovendo carissimi panettoni, facendo credere che si farà beneficenza ma il cui prezzo serve solo a pagare cachet milionari. Il vero modello da seguire è quello di chi quelle eccellenze le inventa, le disegna e le produce. E ai giovani bisogna spiegare che crearli quei prodotti è più straordinario che limitarsi a mostrarli!”.

Per la cronaca, Fedez replicò: “È singolare che pochi minuti fa la presidente del Consiglio abbia deciso di salire sul palco per parlare delle priorità del Paese. Avrà parlato della disoccupazione o della manovra che stanno facendo col c*lo o della pressione fiscale? No, ha deciso di dire ‘diffidate dalle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro presidente del Consiglio”. Insomma, si schifavano reciprocamente, poi devono aver pensato che l’uno poteva tornare utile all’altra e improvvisamente né il governo né gli influencer che esibiscono ricchezza fanno poi così tanto schifo. Del resto la nostra premier esibisce maglioni da cinquemila euro di Cucinelli e compra ville milionarie con piscina, la ricchezza non fa schifo neppure a lei.

Resta solo da capire quanto la mossa di Giorgia Ferragni sia furba. Ha intercettato nuovi elettori o vecchi detrattori di Fedez? Perché la premier ha accettato convinta di poter allargare la platea giovane dei potenziali votanti, ma non ha tenuto conto del fatto che questa ospitata ha il sapore della mossa disperata, della premier che chiede aiuto, per il referendum sulla giustizia, a uno che fino a ieri (e forse oggi) era il best friend di Luca Lucci e altra bella gente. A uno che ormai ha la credibilità sotto le sneakers. E non sono neppure le amicizie di Fedez il problema, visto che Meloni ne ha anche di peggiori. È proprio l’operazione in sé a essere grottesca.

Meloni inizia a scimmiottare la propaganda trumpiana, quella delle ospitate dai peggiori podcaster del Paese, corteggiando soprattutto il pubblico meno istruito, giovane e principalmente maschile. In un momento, per giunta, in cui gli effetti dell’elezione di Donald Trump si fanno sentire a suon di bombe e/o scenari inquietanti in mezzo mondo, compreso il nostro Paese. E in cui per molti sta diventando chiaro che per scongiurare l’eventualità che si finisca in qualche baratro con Trump, è meglio liberarsi al più presto di chi gli giura fedeltà (la presidente del Consiglio, per esempio). Non so se la scelta di Giorgia Ferragni sia saggia, so però che fine ha fatto Chiara Ferragni quando si è convinta che per allargare la platea e “vendere di più” avesse bisogno del marito: ha pensato che Fedez fosse un trampolino, ha scoperto un attimo dopo che era una botola. Quel “sì” le è costato carissimo. Chissà che questa corsa al “sì” non costi altrettanto caro alla novella sposa.

Vicini alla meta

 

Import-escort per il Sì


di Marco Travaglio 

Oltre a Polito el Drito, che tenta di smentire a suon di balle le verità scritte l’altroieri sul Corriere da Gabanelli e Ferrarella, cioè da due giornalisti veri, il parterre de rois del Sì s’arricchisce di due nuovi testimonial a presa rapida. Il primo è Flavio Briatore, che sviluppa in un video imperdibile il suo ragionamento (si fa per dire) pro separazione delle carriere: “Votate sì, votate sì, votate sì. Non è un fatto politico, è un fatto – per noi italiani – di essere salvaguardati dalla giustizia. La mia coscienza mi dice di farlo. Sono il classico esempio di persecuzione. La Guardia di Finanza sicuramente mandata dal pm mi ha sequestrato lo yacht e l’hanno venduto all’asta sotto Covid a un prezzaccio. Dobbiamo votare Sì”. A parte le parole “coscienza” e “persecuzione”, davvero suggestive, e la frase dal sen fuggita sull’“essere salvaguardati dalla giustizia”, che non è male, colpisce l’argomento che mira a coinvolgere il maggior numero di italiani: Finanza e magistratura, per questioncine fiscali poi brillantemente risolte in Cassazione, gli hanno confiscato lo yacht “Force Blu”, che per lui vale 19 milioni di euro, e poi l’hanno svenduto all’asta per 6 milioni a Bernie Ecclestone. Ergo, bisogna separare le carriere. Intanto sfugge il nesso logico fra le carriere unite e i giudici di Cassazione che danno ragione a Briatore e torto ai loro colleghi di grado inferiore e pure ai pm (forse, da separati, avrebbero rivenduto lo yacht a un prezzo maggiore). Ma poi: chi di voi non ha uno yacht da 19 milioni e non si identifica in Briatore?

L’altro testimonial del Sì è Davide Lacerenza, fidanzato e socio della figlia di Vanna Marchi (Stefania Nobile, ovviamente pregiudicata per truffa) nella celeberrima “Gintoneria” milanese, arrestato un anno fa per detenzione e spaccio di droga e favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione (coca ed escort erano registrate nei libri contabili alla voce “champagne”), fresco di patteggiamento a 4 anni e 8 mesi e affidato ai servizi sociali per disintossicarsi. Insomma un altro martire della malagiustizia, che infatti ha postato uno straziante video-appello sui social: “Voglio che tutti i miei follower votino Sì. È un argomento serio. La vittoria sarà degli italiani quando ci sarà la divisione delle carriere”. Seguono immagini di Nordio che parla di altri processi ingiusti (oltre a quello a Lacerenza): Socrate, Gesù e Galileo. Poi un filmato di B. Perché la sua è una nobile battaglia ideale nel nome di “Silvio Berlusconi, che si è sempre battuto” contro “questi comunisti così accaniti” che si permettono di stroncare un giovane self made man del ramo import-escort. Tipo Gratteri con le sue insinuazioni sui delinquenti che votano Sì. Ma con testimonial così, che bisogno ha la Meloni di andare da Fedez?

mercoledì 18 marzo 2026

Richiesta

 Non c’è qualche meteorite sfaccendato in qualche zona dell’universo per una giusta estinzione?



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Raschiare il fondo

 





Tra loro...

 



Robecchi

 

Occidente e declino. Nella guerra di civiltà non siamo noi i migliori 


di Alessandro Robecchi 

Da occidentali, è il momento di rendersi conto che abbiamo qualche problemino con l’Occidente, e la cosa diventa piuttosto difficile da non vedere: l’aggressione all’Iran e l’espansionismo assassino biblico-coloniale di Israele sono più difficili da nascondere degli Epstein files. Con l’aggravante che il capo di tutti si comporta come uno squilibrato psicopatico, e il suo braccio militare in Medio Oriente ha una decisa tendenza al genocidio, all’uccisione deliberata di bambini, alla distruzione di ospedali. Insomma, una situazione in cui convincere il mondo che noi siamo i buoni e gli altri sono i cattivi è sempre più difficile, non solo nei fatti, ma anche nei simboli. Il ministro della guerra americano che, finite le comunicazioni di propaganda, recita un salmo della Bibbia, per fare un piccolo esempio, è solo un segnale che l’Impero sta velocemente scivolando verso l’irrazionale. Metteteci anche il vicepresidente invasato con gli occhi bistrati, i vari guru miliardari che forniscono censure di massa organizzate e guerra tecnologica; metteteci quella signora plasticata che ha sparato al cane perché non ubbidiva messa a capo delle deportazioni interne (Kristi Noem, poi licenziata), e – non ultimo – un comandante in capo che non ne azzecca una manco per sbaglio, che inizia una guerra pensando che finisca domani mattina e che annaspa per uscirne. Il tutto condito da fregnacce religiose e bibliche, sussulti millenaristi, preghiere davanti alle bombe, più la solita scemenza che “Dio è con noi”. Traduco: ci aiuta a bombardare civili e assassinare donne e bambini, per cui è possibile che un occidentale cominci a chiedersi se abbiamo davvero bisogno di un Dio così, o se non sia una copertura per gli squinternati che governano questa parte di mondo.

Il presupposto della famosa “guerra di civiltà”, fortunata operazione editoriale di inizio millennio, era che una civiltà (la nostra, guarda caso) fosse meglio di quella dei cattivoni dell’altra civiltà (dentro tutti, dai talebani ai pasdaran, ai palestinesi, con in più i comunisti cinesi). Ecco, ora questa cosa non sembra più tanto vera. Un po’ perché tutti quelli che siamo andati ad aiutare (Iraq, Afghanistan, Libia, per fare solo tre casi) stanno peggio di prima e non li abbiamo aiutati per niente; e un po’ perché anche i presupposti culturali alla base della nostra presunta superiorità sono decisamente in caduta libera. Il famoso distinguo per cui dei leader mondiali possono impunemente compiere crimini contro l’umanità perché sono “eletti”, mentre gli altri sono “dittatori”, lascia un po’ interdetti, così come strappa un sorriso l’antica definizione di “mondo libero”: provate a diffondere i danni di un drone a Dubai, a Tel Aviv (e tra poco anche a Washington, come annunciato dal presidente) e avrete un assaggio di quella mirabolante libertà (senza contare leggi che introducono il reato di opinione in difesa di uno stato genocida). Intanto, mentre il famoso Occidente fa i conti con il suo declino, il famigerato comunismo – uh, che brutta cosa – in soli ottant’anni ha tirato fuori un miliardo di cinesi dal medio evo per candidarsi a prima potenza mondiale, senza sparare a nessuno. L’Europa, che sarebbe Occidente anche lei, conta come il due di picche, come è giusto che sia se hai assistito in silenzio a un genocidio aiutando e giustificando i genocidi. Ecco: andare in giro a dire a tutti “siamo i migliori” non funziona più, è un atto di fede sfibrato, invecchiato male. In parole povere: un atto di malafede.