sabato 14 marzo 2026

Sempre bravi

 



Manca poco e arriva lui...


 

Natangelo

 


Luccichio

 

Predappio o Lione:essere antifascisti


di Paolo Nori 

Mia nonna Carmela si chiamava Carmela e era comunista. Mio nonno Gaspare si chiamava anche lui Gaspare e era anarchico e comunista. Mia mamma Liliana si chiamava, come si può immaginare, Liliana e era socialista. Mio babbo Renzo si chiamava Renzo e era anche lui socialista. Io mi chiamo Paolo e non so cosa sono.

Loro quattro, quando sono nato io, nel 1963, erano tutti e quattro antifascisti, mio nonno aveva fatto il partigiano, solo che io non ho mai sentito nessuno di loro dire, di sé, “Io sono un antifascista”, chissà perché. Forse perché in Emilia, negli anni Sessanta, non c’era bisogno, di dirlo, che si era antifascisti. Era una cosa ovvia.

Io sono sempre un po’ stato un bastiancontrario, e le parole antifascismo e resistenza, quando ero un ragazzo, non mi dicevano tanto, perché eran parole che io le sentivo prevalentemente dai palchi ufficiali, e io, le cose ufficiali, non mi sono mai fidato tanto, delle cose ufficiali, chissà perché. Dopo, negli anni Novanta, è diventato presidente del Consiglio uno che ha smesso, di parlare, dai palchi ufficiali, di resistenza e antifascismo e io, che sono un bastiancontrario, ho avuto l’impressione che queste parole qua, la loro assenza dai palchi ufficiali le avesse vivificate, e ho preso la tessera dell’Anpi, va mo là. Ma definirmi antifascista, io ho sempre pensato che, negli anni Venti, Trenta e Quaranta definirsi antifascista, rifiutarsi di prendere la tessera del partito nazionale fascista era una cosa che costava, che si pagava cara, io per rispetto di quegli antifascisti lì, degli antifascisti veri, mi viene da dire, non mi sono mai definito, un antifascista, neanche negli anni Novanta.

Dopo, nel 2012, ho partecipato a una trasmissione su Rai3, facevo un servizio di due minuti e mezzo a settimana, e una volta eravamo andati a Predappio per il compleanno di Mussolini e io nel servizio avevo detto che certe cose viste da lontano sembravano in un modo, viste da vicino sembravan diverse. Come quel raduno lì che io vederli da casa pensavo: “Ma non si può, ma è illegale, ma non possono mica, ma è una vergogna, ma perché non li arrestano?”. Be’, quel raduno lì, eravamo andati con la troupe, a Predappio, eravam lì, sul viale, era arrivata una corriera con un autista che quando era arrivato aveva tirato giù il finestrino aveva detto, forte: “A noi!”, e a me era venuto da pensare: “A noi cosa?”. Dopo c’era uno, vestito con gli stivali di pelle, il cinturone di pelle, il fez, le spalline e tutto che aveva detto: “Eia eia”, e due o tre lì intorno avevano detto: “Alalà!”. Che io avevo pensato “Ma cos’hanno?”. Cioè era come un mondo, sembrava un raduno come di quelli che vivono nel medioevo, cioè non che ci vivono, che lo ricreano, e questi qua, quel giorno lì, ricreavano un mondo che era proprio diverso dal mondo che ci viviam noi tutti i giorni, usavano proprio anche una lingua diversa, una lingua dove i cuori erano infiammati, le autorità maschie, e infaticabili, e ardimentose, e l’esercito invitto e insonne, le giornate fauste o gloriose, le teste calde, la volontà granitica e le folle esultanti, tutti i bambini si chiamavan balilla, le certezze eran supreme, e i giuramenti sacri, e le camicie nere e tutto questo, però, tutto questo mondo surreale conviveva, a Predappio, con l’universo nostro, quello della crisi, quello degli sconti, del meno venti per cento, e tre calendari del duce 6 euro, che si vedeva che era una cosa che “Dài, si fa per dire”. Solo che poi abbiamo incontrato un signore che aveva ottantasei anni che ci ha detto che lui era partito volontario a diciotto anni, che aveva fatto parte della guardia del duce, e che c’era il suo nome in un libro, e ci ha fatto vedere il libro, e la pagina dove c’era il suo nome, piccolino, evidenziato con un evidenziatore viola, e io, poi, quando ero tornato a casa che avevo trovato qualcuno in Rete che si chiedeva “Ma quel raduno là, ma quelli là, che si son trovati là, ma non si può, ma è illegale, ma non possono mica, ma è una vergogna, ma non c’era nessuno che li arrestava?”, ecco io, dopo che ero stato là, avevo pensato che quel signore lì, di ottantasei anni, quella lì era stata la sua vita, e avevo pensato che arrestarlo, cosa vuoi arrestare, la sua vita? E come fai a arrestare una vita? Una vita non la puoi mica arrestare, al massimo ci puoi convivere, che è più difficile, ma forse è più intelligente. E quando era andato in onda il servizio, era stato criticato sia da sinistra, avevano detto che era un pezzo vergognosamente di destra, che da destra, che avevano detto “Ma che cazzo fa questo qua, prende per il culo?”. E io, che sono un bastiancontrario, ero compiaciuto, dal fatto che mi criticavano sia da destra che da sinistra, mi sembrava di essere così bravo.

Dopo, nel 2021, ho scritto uno spettacolo teatrale dove dicevo che io sono di Parma, e che ci son tante cose, che mi piacciono, di Parma, e tra queste il fatto che nel 1922 Parma è stata l’unica città italiana che ha resistito ai fascisti; i fascisti, guidati da Italo Balbo, avevano provato a conquistare Parma, e quando dovevano entrare nell’Oltretorrente avevano provato a passare il ponte sul torrente Parma, che a Parma è femminile, la Parma, ma erano stati respinti dalle barricate degli arditi del popolo, il cui capo era Guido Picelli. E più di dieci anni dopo, quando ormai anche Parma aveva ceduto al fascismo, e dopo che Balbo era diventato famoso per una trasvolata oceanica su un aeroplano, e in un’occasione che Balbo era tornato a Parma per fare un discorso o non so cosa, su un muro del Lungoparma era comparsa una grande scritta fatta con della vernice bianca che c’era scritto: Balbo, t’è pasé l’Atlantic mo miga la Pärma, “Balbo, hai passato l’Atlantico ma mica la Parma”.

Daniil Charms, uno scrittore russo che mi piace, ha scritto una volta “Voglio che le parole che scrivo siano come pietre, che se le butti contro la finestra si spacchi la finestra”. Ecco, quella frase lì, Balbo, t’è pasé l’Altantic mo miga la Pärma, ha un discreto valore contundente, secondo me, dicevo nello spettacolo del 2021.

Adesso, nel 2026, io sono nove mesi che vivo con un cane, femmina, una golden retriever di 11 mesi che si chiama Tata. E l’altra sera, verso le 10, l’ho portata a passeggiare sotto casa mia, a Bologna, e intanto sentivo su YouTube, nelle cuffie, una manifestazione di un partito di sinistra francese, La France Insoumise, LFI, a Lione, che in quei giorni erano sotto accusa perché a Lione, a margine dell’intervento di una parlamentare di LFI all’università, c’erano stati degli scontri e era morto un ragazzo di destra, e avevano accusato LFI di avere delle responsabilità in quella morte. E stava parlando la candidata sindaca di Lione per LFI, Anaïs Belouassa-Chérifi, parlava in francese, io capisco il francese, e ultimamente mi piace sentire dei dibattiti politici francesi, è tutto nuovo, esotico, non è come la politica italiana che i politici italiani, prima che parlino, mi sembra di sapere già quello che diranno, i politici francesi no, non li conosco bene, mi sembrano più interessanti e l’altro giorno, portavo in giro la Tata, a un certo punto il discorso di Anaïs Belouassa-Chérifi, a Lione, è stato interrotto da un coro, c’erano duemila persona, che, in coro, si sono messi a cantare “Siamo tutti antifascisti”. In italiano. Io, ero lì con la Tata, son scoppiato a piangere. E mi son fermato mi sono detto “Ben ma cosa fai, piangi? Come mai piangi?”. È una settimana che ci penso.E dopo una settimana mi sono risposto che anche per me, che sono un bastiancontrario un po’ tardo, è arrivato il momento che posso dire, senza remore, senza dubbi, che sono un antifascista, che sono antifascista come sono emiliano, come sono parmigiano, e ho scoperto che sono contento, di mettermi a piangere quando sento, in Francia, a Lione, duemila persone che cantano, in italiano, “Siamo tutti antifascisti”, piango, e sono contento, stupito, e antifascista, ho scoperto l’altra sera intanto che portavo in giro la Tata.

L'Amaca

 


Colpire i pozzi per colpire i popoli

di Michele Serra

Il petrolio potrà anche essere rimpiazzato da altre fonti di energia. L'acqua no, l'acqua è la condizione stessa della vita, potervi accedere oppure no equivale a sopravvivere e prosperare, o diventare polvere e scomparire. La rete idrica di Gaza è stata uno dei primi obiettivi degli israeliani per annichilire i palestinesi. Le immagini della distruzione di un pozzo agricolo in Cisgiordania, coperto di cemento per impedirne il ripristino, è stata (almeno per me) una delle sequenze visive più strazianti, più feroci della sopraffazione dei coloni invasori ai danni dei contadini e dei pastori indigeni.

Dai giganteschi desalinizzatori di acqua marina sulle rive del Golfo Persico dipende l'esistenza dei ricchi Stati della penisola arabica e per questo quegli impianti, assai vulnerabili, sono obiettivi militari di prima grandezza. (Lo spiega molto bene, nella sua newsletter True Blue, Cristina Sivieri Tagliabue).

Assetare e affamare la popolazione civile potrebbe diventare, o è già diventata, pratica corrente delle guerre moderne, che come è ampiamente documentato si differenziano da quelle classiche per il coinvolgimento sempre più esteso dei civili (bambini compresi). I civili, lungo i secoli, dovettero temere razzie, violenze e stupri, ma solo al passaggio degli eserciti. O fame e sete solo durante gli assedi. Oggi la presenza materiale degli eserciti è appena un aspetto del potere di distruzione della guerra, e forse non il più micidiale. Colpire i pozzi, o avvelenarli. Colpire i popoli, dunque, non più solo gli eserciti. La guerra moderna è genocida per potenza tecnologica e, viene da dire, per vocazione culturale.

Idioti al potere

 

Il trionfo del Cretino 


di Marco Travaglio 

Mentre la geniale guerra di Trump&Netanyahu sortisce l’agognato regime change democratico a Teheran (Khamenei figlio al posto di Khamenei padre), come già a Caracas (la vice di Maduro al posto di Maduro), mandando definitivamente in malora l’economia europea, una domanda resta sospesa: tra i governi cretini d’Europa, qual è il più cretino? La risposta giunge da Giuli, ministro della Cultura. Che scomunica il presidente della Biennale di Venezia, Buttafuoco, intellettuale di destra nominato dal governo, perché l’ha riaperta agli artisti di tutti i Paesi, a prescindere dai governi, in quanto “deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni e accogliere anche quelle in conflitto”. Vale per Usa e Israele, ma fin qui tutto ok. E vale per la Russia, e qui infuria la canea. Mentre l’India riacquista l’energia da Mosca, Trump autorizza gli alleati a farlo e tanti ne approfittano (beati loro), noi siamo ancora mummificati alla comica russofobia di quattro anni fa, quando la Bicocca sospese il corso di Nori su Dostoevskij, il Festival Fotografia di Reggio cacciò un fotografo russo (che tornò a Mosca, manifestò contro la guerra e fu arrestato dalla polizia di Putin), la Scala bandì Gergiev, l’Ue mise in fuga soprano, pianisti, ballerini, scienziati, atleti olimpici e paralimpici.

Poi qualcuno propose di fare lo stesso con gli israeliani al Festival di Venezia perché il governo Netanyahu fa molto peggio di Putin e lì cascò l’asino: tutti dissero giustamente che un conto sono gli artisti, un altro i governi. Si sperava che valesse per tutti, invece la Reggia di Caserta, che aveva invitato il russo Gergiev e l’israeliano Oren, cacciò il primo e fece esibire il secondo, fra gli applausi di Giuli, noto “liberale”. Che ora, anziché fare almeno il sovranista e mandare a farsi fottere i 22 governi Ue che minacciano di tagliare i fondi alla Biennale e Zelensky che ci dà ordini come fossimo una colonia ucraina, dichiara guerra a Buttafuoco perché va “contro l’opinione del governo” e “isola la Biennale dal mondo libero”. E un bello ’sticazzi non ce lo vogliamo aggiungere? Dove sta scritto che il governo comanda sugli enti culturali? Mollicone, quello che voleva spezzare le reni a Peppa Pig e ora presiede la commissione Cultura (tutto vero), spera che “i russi non partecipino” perché “il Cremlino non ammette voci libere”. Invece Arabia, Emirati, Qatar, Azerbaigian, Cina, Egitto, Turchia, Guatemala &C., da sempre presenti alla Biennale, sono “mondo libero” e nessuno li discute. Ora abbatteranno il Colosseo perché l’han fatto Vespasiano e Tito, o la Cappella Sistina perché la fece affrescare da Michelangelo il papa guerrafondaio Giulio II? Anzi no, cancelliamo la domanda: questi giganti del pensiero potrebbero prenderla per un suggerimento.