domenica 4 gennaio 2026

Pare anche a me...

 A chi inviamo le armi? 

di Marco Travaglio 

L’attacco criminale e terroristico di Trump allo Stato sovrano del Venezuela, nella miglior tradizione del “cortile di casa”, è una conferma e al contempo una lezione per chi non vuole capire come va il mondo.

1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).

2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”. Se gli attacchi criminali della Nato alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia e lo sterminio israeliano a Gaza non fossero bastati, ora c’è il Venezuela a denudare l’ipocrisia e la doppia morale dei “buoni”: alcuni governi europei condannano debolmente gli Usa, altri pigolano, la von der Leyen farfuglia di “transizione democratica”, l’inutile Kallas predica “moderazione” a bombardamenti e colpo di Stato avvenuti, la Meloni si e ci copre di vergogna e di ridicolo vaneggiando di “intervento difensivo legittimo”. La fiaba dell’“aggressore” e dell’“aggredito” era buona solo per l’invasione russa dell’Ucraina. Così come le giaculatorie euro-mattarelliane sulla “pace giusta” e sul diritto di tutti gli ucraini (non solo dei locali) a decidere le sorti del Donbass: e, di grazia, chi dovrebbe decidere il presidente del Venezuela, se non il popolo venezuelano? Nel 2019 ben altro premier, Conte, rifiutò di riconoscere il golpista Guaidò che Trump voleva imporre a Caracas, unico in Europa con papa Francesco. Poi arrivarono i camerieri Draghi e Meloni. Ora, per coerenza, l’Ue dovrebbe inviare armi ai seguaci di Maduro aggrediti e sanzionare con 22 pacchetti gli Usa aggressori. Ovviamente non ci pensa nemmeno: a Trump dice sempre sì quando dovrebbe dire no (dazi, gas, armi e 5% di Pil alla Nato) e no quando dovrebbe dire sì (il piano di pace sull’Ucraina). In fondo i nostri sgovernanti lo preferiscono quando fa la guerra che quando prova a fare la pace.

A cosa serve un direttore d'orchestra

 

DI CORRADO AUGIAS

Vivaldi, Bach e Händel si dirigevano da soli. Poi le cose si complicarono con Mozart e Beethoven.
Allora nacque la figura del maestro sul podio
E si fondò quel necessario patto di fiducia tra lui e i suoi musicisti


Insomma, diciamolo francamente: a che serve un direttore d'orchestra?

Nel silenzio immobile di una sala da concerto dove le sole cose in movimento sono il braccio destro dei suonatori di arco e le mazze del timpanista che tambureggiano, talvolta con frenesia, le caldaie d'ottone che ha davanti, in questa immobilità sospesa, dicevo, c'è solo lui che, sul podio, si agita, accenna, indica qua e là, chiude gli occhi, li apre, batte o non batte un tempo, flette sulle ginocchia, in una parola mima a gesti – in realtà dovrebbe anticiparli – i suoni che si vanno levando dalla compagine che ha di fronte.

La risposta semplice alla domanda che ci siamo posti è dunque: che fa il direttore d'orchestra? Dirige l'orchestra. Controdomanda: ma una buona orchestra, con un bravo primo violino non potrebbe, per così dire, dirigersi da sola?

Andiamo con ordine. Una volta era così. Vivaldi, Bach e Händel eseguivano le loro opere imbracciando lo strumento o seduti quasi fossero primi inter pares con gli esecutori. Date le dimensioni di quelle orchestre, che raramente superavano i trenta elementi, e la semplicità della musica (che nulla toglie alla bellezza, sia chiaro) dirigevano o dal violino o dalla tastiera del cembalo.

Con Mozart già le cose si complicano. Il genio di Salisburgo amava molto l'improvvisazione, questo richiedeva grande concentrazione da parte dei suonatori. La rivoluzione però avviene con Beethoven. Intanto cresce con lui il numero degli esecutori, poi le partiture si fanno più complesse, nella sua genialità Ludwig Van inserisce accordi mai usati prima, dissonanze, note ribattute, ripete fino a sette volte la stessa cellula ritmica. Con lui la musica entra nella modernità.

Il primo violino che dà con l'archetto qualche indicazione ai colleghi non basta più. S'impone la figura di un elemento estraneo all'esecuzione materiale dei suoni che coordini tutti gli altri. La tragedia di Beethoven fu che quando provò egli stesso a farsi direttore, la sordità incalzante gli impedì di udire completamente i suoni per cui si rese necessario che un vero direttore, alle sue spalle, desse le giuste indicazioni di tempo ed espressive. Una brutta sera Beethoven si girò, scoprì il trucco, e fuggì dal teatro rosso di vergogna e di umiliazione.

Si comincia a intravedere la risposta alla domanda iniziale con le parole tempo, espressione. Certo che una buona orchestra potrebbe eseguire un brano di repertorio anche senza direttore, ma la presenza del direttore – anzi del maestro concertatore come giustamente si diceva una volta – serve a fissare e coordinare quei due elementi che sono interdipendenti e variabili.

Si dirà: ma non è già tutto scritto in partitura? Non esistono i metronomi? Esistono ma non bastano, la scrittura musicale, per nostra fortuna, ha dei margini d'approssimazione che possono variare di volta in volta. Lì entra il direttore, il vero direttore intendo.

Qualunque mestierante può salire sul podio, dare un attacco, battere il tempo come si faceva una volta addirittura con un bastone. Il grande compositore barocco Giovanni Battista Lulli, poi naturalizzato francese (Jean-Baptiste Lully) batté per errore il bastone sul suo alluce mentre dirigeva un Te Deum per la guarigione di Luigi XIV, fu colpito dalla cancrena, ne morì.

L'atto fisico del dirigere si può imparare con relativa facilità, poi però subentrano aspetti intangibili, oso dire spirituali, forse esagerando. Una compagine orchestrale è il miglior giudice per valutare la solidità di un direttore; dopo dieci minuti tutti sanno già chi hanno davanti, se vale pena di seguirlo o se è meglio restare fissi sulla partitura e trascurare i suoi gesti.

Si è dato il caso, di particolare severità, di suonatori che hanno addirittura sbagliato di proposito qualche nota per rendersi conto se quello/a là sul podio se ne accorgeva. In poche parole, direi che l'essenza dell'arte del dirigere sta nella capacità di possedere la visione generale della partitura (torna la parola concertazione) comunicandola agli altri. Lì, ogni direttore, ogni vero grande direttore, dice la sua.

Riferisco un famoso aneddoto, un direttore ospite che stava provando il Tristano di Wagner alla Scala, chiese a Victor De Sabata se prendeva per qualche minuto in mano la bacchetta mentre lui andava al centro della sala a controllare la sonorità. Il suono che ascoltò era completamente diverso da quello che lui aveva prodotto fino a quel momento. Il grande De Sabata aveva immediatamente imposto all'orchestra la sua cifra, il suo stile.

Il numero dei maestri da cui le grandi orchestre nel mondo consentono di essere dirette è molto ridotto. Non è snobismo ma una specie di salvaguardia. Sempre vale la regola che i grandi direttori creano grandi orchestre, quelli deboli ne causano un rapido declino.

Poi certo c'è lo stile personale. Ci sono i direttori che dirigono solo con gli occhi e altri che si sbracciano. Von Karajan non ci metteva nemmeno gli occhi perché dirigeva a memoria e a occhi chiusi; Leonard Bernstein al contrario arrivava a fare qualche saltello sul podio, sempre magicamente a tempo perfetto per cui la sua ricaduta a terra coincideva al millesimo con il tempo forte d'una battuta.

Non ci sono cattive orchestre, diceva polemicamente, Gustav Mahler, ma solo cattivi direttori. Toscanini batteva il tempo con la precisione di un metronomo; Furtwängler al contrario aveva un gesto così vago, ondeggiante, che non s'è mai capito come facesse l'orchestra ad attaccare in tempo perfetto.

È questo felice bailamme che assicura la vita alle stagioni concertistiche. Non varrebbe tanto la pena di riascoltare per l'ennesima volta una sinfonia già ascoltata chissà quante volte, se non fosse la curiosità di sentire come se la caverà un nuovo direttore. Discorso che vale ancora di più per la musica lirica dove s'aggiunge la difficoltà supplementare degli attacchi ai cantanti oltre che all'orchestra, ovvero dell'uso di una gestualità che vale per le voci e di un'altra leggermente diversa per l'orchestra.

Una cosa è certa, come in tutti i lavori di squadra, nessun direttore può lavorare se non ha la fiducia dell'orchestra. È sempre così, l'allenatore di calcio deve avere la fiducia dei giocatori, il direttore di un giornale deve avere la fiducia dei suoi redattori. Un direttore, sfiduciato dall'orchestra, dovrebbe avere il buon senso di fare il famoso passo indietro che non è un segno di resa ma di buon senso e di buona educazione nel rispetto per le funzioni degli altri e per le proprie. 

L'Amaca

 

Un vecchio quadro sforacchiato 

di Michele Serra 

Il 2026 sul pianeta Terra è cominciato così: un triste governo familista e repressivo, quasi certamente illegittimo e insediato grazie a brogli elettorali, è stato deposto in modo certamente illegittimo da una potenza straniera. La domanda potrebbe essere: dove sono i buoni, in questa storia? E la risposta potrebbe essere la stessa che ci diamo ormai da parecchi anni: ammesso che un tempo ci siano stati, i buoni non ci sono più. Ci sono i forti e ci sono i deboli. Il resto è polvere, sogni, bolle di sapone.

Le ragioni e i torti sono come un vecchio quadro sullo sfondo. Dai colori stinti, e con qualche colpo di pallottola che lo sforacchia. Per prendere le parti di Maduro bisogna assomigliare molto alla figura comica del "cretino di sinistra" come lo dipingeva Vargas Llosa; e per definire "intervento difensivo" il calco dello scarpone di Trump sul Venezuela, come ha fatto Palazzo Chigi, bisogna essere diversamente comici.

Si prova quasi invidia per i fanatici, loro almeno possono trovare, dentro questo sconquasso, una ragione per schierarsi e per orientarsi. Ma gli altri? Quelli che si illudono che esista ancora un varco, nelle relazioni tra gli Stati, per farsi strada tra i missili, i droni, il polonio, la giustizia sommaria, le aggressioni militari, gli anatemi religiosi, l'imperialismo russo e quello americano, il suprematismo bianco e il fondamentalismo islamico?

Appellarsi all'Onu, alla luce dei fatti, equivale a invocare il Congresso di Vienna o il Concilio di Trento come punti di riferimento. I boss del mondo hanno un obiettivo comune, che è far dimenticare ogni regola. Nella morte delle regole i violenti sguazzano. Tutti gli altri attendono informazioni sul da farsi.

sabato 3 gennaio 2026

Voglia di fermarsi

 

Va beh, dai: la voglia di fermarsi qui diventa enorme!

La Cameriera ciociara che legittima un intervento militare contro uno Stato sovrano col rapimento del suo presidente è uno sbeffeggio del diritto internazionale, come se, giocando a Monopoli, si desse ragione allo zio pazzo che crede che con quattro stazioni si possano schiaffeggiare i giocatori ogniqualvolta che passano dal Via!



Tutto chiaro

 Siccome di default penso sempre l’opposto di quello che dice Banderuola Calenda, mi è chiaro lo scenario: il dittatore Trump avido di petrolio ha rovesciato il governo venezuelano mandando letteralmente a fare in culo il diritto sovrano internazionale.



Domandina

 


Biondastro canaglia!