mercoledì 31 dicembre 2025

Auguri!

 

L’augurio per il 2026 è che possiamo gustare appieno delle gioie che incontreremo ed affrontare le difficoltà con l’aplomb simile a quello di questo signore. Auguri a tutti!



All'olfatto....

 



Accade

 


Elena

 

Come la Ue dei servitori manipola i suoi cittadini
DI ELENA BASILE
G’aslight, lo storico film del 1944, thriller psicologico basato sulla manipolazione di una donna indotta dal marito, con una mirata gestione delle luci nella villa in cui ella vive in solitudine, a dubitare della propria sanità mentale, ha coniato un termine utilizzato nel linguaggio psicologico: gaslithing, la manipolazione di un individuo costretto a dubitare della propria percezione della realtà. Questa tecnica mi appare pericolosamente diffusa nella nostra società malata. È applicata alle relazioni interpersonali come alle dinamiche internazionali.
I dissenzienti, le poche voci che non si piegano alla narrativa uniforme dello spazio politico-mediatico europeo, sono discriminati, ridicolizzati, dopo il caso Jacques Baud sanzionati. Se gli stessi si permettono di denunciare il sopruso, appellandosi allo Stato di diritto, alle Costituzioni democratiche, ai principi iscritti nei trattati europei, vengono silenziati in quanto critici della democrazia occidentale e quindi tifosi delle autocrazie, del nemico. Si è aggrediti, ma se si risponde all’aggressione si diviene immediatamente rei, anzi gli unici colpevoli.
La stessa tecnica è applicata alle relazioni internazionali. La Russia dal 2007 in poi ha chiesto alla Nato di tenere conto delle proprie esigenze di sicurezza. La territorialità della sicurezza si insegna in un corso di diritto internazionale agli studenti diciottenni. Ma oggi viene negata da diplomatici, accademici e giornalisti occidentali. Non si tratta di ricreare le zone di influenza vigenti nel bipolarismo della guerra fredda. Si devono solo applicare i principi della Carta di Parigi dell’Osce per comprendere che nessuno Stato potrebbe non considerare una minaccia l’installazione di basi militari e nucleari ai propri confini. Alle richieste di Mosca, l’Occidente ha risposto con il gaslithing. Si è ridicolizzata la percezione del pericolo da parte della Russia, le si è imposto l’allargamento della Nato ai suoi confini, affermando che con esso non si espandeva l’alleanza militare, ma la culla della democrazia. Dopo 15 anni di tentativi di mediazione, Mosca invade l’Ucraina. La guerra nel linguaggio brussellese (un capolavoro di buona fede euro-atlantica) è considerata “non provocata e non giustificata”.
In Medio Oriente l’occupazione illegale israeliana della Palestina dal 1967 in poi, le spedizioni punitive ricorrenti a Gaza che lasciano migliaia di morti tra la popolazione civile, soprattutto bambini, portano all’efferata reazione di Hamas il 7 ottobre 2023. Gaslithing: i palestinesi sono colpevoli e la loro percezione di essere un popolo martoriato da uno Stato canaglia che non rispetta il diritto internazionale è considerata insana, antisemita.
Gli esempi sono infiniti. L’Ue è priva di divisionie tra i poteri. Non ha legittimità democratica. La censura dei media russi e dei dissenzienti, l’islamofobia, la mancanza di conoscenza e di rispetto delle altre forme di civiltà la caratterizzano. In un libro che dovrebbe essere letto da tutti, Grazie Islam, Franco Cardini illustra il crogiuolo di culture grecoromana, persiana, ebraica, ellenistica e musulmana che fino al XVI secolo ha creato la regione della sapienza. Siamo debitori all’Islam nelle scienze come nell’umanesimo. Nel XVI secolo, rivoluzione scientifica e industriale, lo sviluppo capitalistico basato sul profitto e il dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura distaccano il mondo occidentale dalle altre civiltà. La ybris e la soggezione degli altri popoli va a braccetto con le conquiste scientifiche, politico-sociali e culturali. Un’egemonia che nel XXI secolo traballa. Nel multipolarismo riemergono le altre culture e forme di civiltà alla pari con quella occidentale. L’Ue ha tradito i suoi valori ed è un crogiuolo di contraddizioni. Il debito e gli eurobond, fino a ieri tabù, sono oggi uno strumento di governance: non per rafforzare la convergenza economica e lo Stato sociale, ma per una guerra suicida contro una potenza nucleare. Alcuni diplomatici affermano che i 90 miliardi di eurobond per l’Ucraina sono un segnale della potenza e dell’autonomia strategica europea. L’Europa braccio armato degli interessi neocon Usa e dello Stato profondo americano corrisponderebbe ai nostri ideali?
L’autonomia strategica può fondarsi sull’individuazione di un interesse comune al popolo europeo, sull’unitarietà del comando, sulla difesa costruita insieme a un’Unione politica federale. Se, come ho cercato di dimostrare in Approdo per noi naufraghi, l’Ue è priva di legittimità democratica, non ha un popolo né un interesse comune, allora la maggiore integrazione, il voto a maggioranza e il debito per la guerra sono segnali dell’asservimento a poteri noti. Servire per comandare. Il ministro Tajani pensa sul serio che la guerra a Mosca sia nell’interesse dell’Italia? La maggioranza Ursula manipola la pubblica opinione. Ecco un’altra forma di gaslithing.

Robecchi

 

Che auguri. Il 2025 nell’algoritmo (social) del nostro totale scontento
DI ALESSANDRO ROBECCHI
C’è sempre qualcosa di vagamente disturbante nelle rievocazioni, memorie, riassunti, immagini a collage dell’anno appena passato, che ci investono, ben montate, commentate con rispettosa calligrafia, a ogni fine anno. Sono gli highlight del nostro scontento, collage emotivo-giornalistici, riassunti a scorrimento veloce che servono a ricordarci cose che ci ricordiamo benissimo, ma che riviste tutte insieme, stesso peso, stesso tono, stessa linea narrativa, perdono consistenza.
Un meccanismo che ricorda un po’ l’ipnosi da social, lo scorrere annoiato del pollice sui millemila milioni di video che mostrano cose diverse eppure identiche. Quelli che lavano i tappeti, la ricetta del vin brulé, una che dice i cazzi suoi mentre si mette il fondotinta, lo scherzo al fidanzato/a, il consiglio del mese, milionari a Dubai, l’aggeggio elettronico che non potete non avere, e via così all’infinito. Parzialissima e passiva visione del mondo attraverso una finestra – macché, una feritoia – gentilmente concessa dall’algoritmo. Risultato: un’ipnosi abbastanza ottundente, dove tutto sembra uguale, e forse lo è, e non vi stupireste più di tanto nel vedere uno che lava un tappeto mentre mette il fondotinta e spiega come scattare foto col nuovo modello di telefono.
Così tra oggi e domani e poi per qualche giorno, ci scorrerà addosso – di nuovo! – il 2025, annus piuttosto horribilis, con lo stesso campionario di ripetizioni, di già visti, di già saputi. Un bombardamento e una lite, poi Zelenzky da Trump, il genocidio a Gaza, la partita dell’anno, poi l’attore famoso defunto, poi la lite politica, le deportazioni dei poveracci, il Venezuela, Garlasco, la Groenlandia. E poi da capo: il genocidio, ancora, l’inflazione, armi, armi, armi, la politica, la casa nel bosco, Giorgia di qui e Giorgia di là, il ponte, Sinner, il genocidio di Gaza, di nuovo Garlasco.
Visto in tre minuti serrati, un anno – un anno come quello che finisce oggi – sembra appiattito e monodimensionale. Scorrevole, ecco, un piccolo trailer addomesticato di quel che abbiamo vissuto, una storia per così dire già revisionata, con gli spigoli smussati, più un amarcord che un bilancio.
Ma se fosse davvero un algoritmo, questo raccontino dell’anno che vediamo ripetuto in varie salse in questi giorni, sarebbe orientato alla perfezione. Per dirci, tutto sommato, che niente va come vorremmo. Quel che dovrebbe diminuire aumenta – armi, spese militari, spreco di energia, consumo di suolo, risorse –; e tutto quel che dovrebbe aumentare – in termini di giustizia, eguaglianza e diritti – cala vistosamente. Qui e ovunque. La forbice delle diseguaglianze si allarga anziché restringersi, le democrazie sono un po’ meno democratiche, una decina di miliardari controllano il flusso delle informazioni sul pianeta, il diritto internazionale conta come il due di picche, l’innovazione tecnologica sarà obbligatoria per tutti ma a vantaggio di pochissimi, il controllo sociale sarà capillare e il welfare un lusso sacrificabile. Non male, eh, come quadretto.
Mi piacerebbe pensare (vaste programme) che siamo parte dell’algoritmo e che possiamo in qualche modo modificarlo e condizionarlo un po’ anche noi, un vecchio sogno novecentesco. Però, se dovessi augurare qualcosa a tutti noi, direi che è questo: di non trovarci qui tra un anno a dire del 2026 le stesse cose, a guardare un piano inclinato che si è inclinato ancora di più. Un programma minimo, mi rendo conto, ma forse gli auguri sono l’unica cosa in cui conviene essere moderati. Buon anno.

Tra i bugiardi

 

Chi mente a chi
DI MARCO TRAVAGLIO
Sarebbe bello poterci fidare del governo ucraino, con tutti i soldi e le armi che gli regaliamo senza essere suoi alleati nella Nato né nella Ue. Sarebbe bello potergli credere, quando nega di aver tentato di bombardare la dacia di Putin con 91 droni all’indomani del vertice di pace Trump-Zelensky e nel giorno della telefonata fra l’americano e il russo. Così potremmo crogiolarci nella balsamica convinzione che solo i russi mentono, mentre i nostri governi e i nostri amici dicono sempre la verità (anche quando raccontano che in Ucraina muoiono solo i russi). E, scartata la pista ucraina, imboccare a pie’ fermo l’unica alternativa: che l’attentato Putin se lo sia fatto da solo, o sia opera di qualche apparato russo ostile al negoziato, o un’invenzione del Cremlino per sabotare le trattative o screditare Zelensky agli occhi di Trump.
Sarebbe bello, ma purtroppo è un’ipotesi dell’irrealtà. Perché, mentre il regime russo mente ai Paesi nemici, il regime ucraino mente ai Paesi amici, per trascinarci tutti nella terza guerra mondiale. Per Kiev, gli attentatori dei gasdotti Nord Stream erano russi, poi si scoprì che erano ucraini. Il missile caduto in Polonia era russo, poi si scoprì che era ucraino, ma Zelensky seguitò a ripetere la balla e a invocare l’articolo 5 della Nato finché Biden furibondo gli intimò di tacere. L’assassinio di Darya Dugina era opera dei russi, poi fu rivendicato dai servizi ucraini. E poi gli omicidi mirati di tre generali russi, dell’ex deputato socialista ucraino Kiva, del blogger ucraino Tatarsky, dello scrittore dissidente ucraino Prilepin, le bombe contro il ponte di Kerch in Crimea, gli attentati alle petroliere-fantasma nel Mediterraneo fino a Savona: azioni terroristiche oltre confine quasi sempre attribuite da Kiev a Mosca per poi ammettere o financo vantarsi di averli fatti in proprio.
In mancanza di prove, quindi, nessuno può dire chi abbia tentato di bombardare casa Putin in un momento così cruciale dei negoziati. Così come nessuno può dire chi abbia fatto svolazzare centinaia di droni – spesso rimessi insieme con lo scotch – in tutto il Nord Europa fra settembre e novembre, proprio quando i governi dovevano far inghiottire ai riottosi cittadini i primi aumenti di spese militari. Solo che in quei casi, senza uno straccio di prova, tutta l’Ue certificò che erano russi e l’attacco di Putin all’Europa era già iniziato: anche per il drone che spiava Leonardo e il Centro ricerche Ue sul lago Maggiore, che ora s’è scoperto non essere né un drone né russo, ma un aggeggio per il wi-fi in un villino lì vicino; anche per il tetto distrutto di una casa presso Lublino, in realtà sventrato da un missile polacco fuori rotta. Funziona così: Putin mente ai nemici, Zelensky mente agli amici e l’Europa mente a se stessa.

Click!

 

Il governo dei clic sfama l’elettore

La destra riconosce l’onda emotiva, la cavalca e la asseconda seguendo le convenienze. Senza limiti nel dire, nel disdire, nel ripetere. Basta mostrare soluzioni veloci: nel flusso non c’è tempo per ricordare
Il governo dei clic sfama l’elettore
Icona dei commenti

Cerchiamo nelle profondità del sociale le ragioni delle destre che sbancano, delle sinistre che arrancano, delle bugie che dilagano, degli elettori che arretrano, dei prepotenti che avanzano.

E se la risposta non stesse laggiù, ma proprio qui, nella tasca laterale della giacca, in questa cosa che all’apparenza dorme e invece se interrogata da 80 a 150 volte al giorno (come dicono i dati) si accende di luce propria, si spalanca come un abbraccio e ci risponde? Addestrandoci al boccone immediato ogni volta che abbiamo fame. Al sorso di informazioni ogni volta che abbiamo sete. Una goccia di dopamina alla volta. Compresa l’illusione di sapere il necessario, cioè quello che ci serve qui e ora.

Se vale nella vita quotidiana, perché non dovrebbe valere altrettanto in quella pubblica, governata dalla politica? Anche lei deve fornirci risposte con la stessa prontezza che garantiscono Google, l’IA, le folate insonni dei social. La prontezza è un diritto, la lentezza un residuo. I tempi morti producono insoddisfazione e ansia. Diventano intollerabili. Come lo sono sempre di più la complessità, il dubbio, l’esitazione. Tutti arnesi che volentieri maneggia la sinistra quando argomenta, sottilizza, distingue, specialmente se parla al suo interno, per dividersi in cento specchi. E finendo per essere così autoreferenziale da dimenticarsi di trovare connessioni emotive e narrative con chi dovrebbe ascoltarla.

Meglio una notifica di una predica. Una promessa rassicurante, invece di una ipotesi: bloccheremo il Mediterraneo con le navi, che ci vuole? Le strade saranno sicure, più leggi, più polizia. Taglieremo le tasse e l’economia crescerà. Aboliremo la Fornero, andremo tutti prima in pensione. Con noi ogni famiglia sarà felice.

Idiozie? Mica tanto se è la velocità a garantirle. Se non hai limiti nel dire, nel disdire, nel ripetere. Se sei rapido a indicare una direzione, una soluzione, a riconoscere l’onda emotiva. Per assecondarla seguendo le convenienze. E a cavalcarla come ha imparato a fare la destra. Ieri con Berlusconi, oggi con Giorgia Meloni, dentro a un comune riverbero politico che connette l’Ungheria di Orbán all’America di Trump, la Francia di

Marine Le Pen alla Spagna di Abascal e alla Germania di Afd. Tutti maneggiando messaggi brevi, emotivi, identitari, risolutivi. Tanto da diventare non solo ideologia dilagante, ma anche soluzioni operative. Proprio come offre la Rete che ci portiamo in tasca.

Analisi sociali complesse come il celebre Alone together di Sherry Turkle (2011) aggiornato e tradotto in “Insieme ma soli” (2020) ci spiega che la semplicità del meccanismo – chiedo e ottengo in un clic – ha moltiplicato con la sua velocità la potenza dello smartphone, che ormai “plasma il nostro modo di pensare, desiderare, pretendere”. In meno di vent’anni è diventato la principale interfaccia tra l’individuo e il mondo.

Dal suo schermo tascabile passano le notizie, le cose desiderabili e quelle detestabili, le proteste e le campagne, le delusioni, l’indignazione, la rabbia e il suo risarcimento emotivo. Tutto on demand. Tutto immediato. Tutto certificato da una risposta che non chiede verifiche, le garantisce in velocità. Perché nel frattempo “l’attesa è diventata una condizione intollerabile”. Una insofferenza che in pochi anni si è trasferita nella sfera politica. Dove vince la semplificazione sulla complessità, il flusso di molti messaggi sulla coerenza dei messaggi tra loro, l’ammirazione per la linea corta del comando, rispetto a quella lunga della concertazione.

È il nuovo “paradigma della immediatezza digitale” che offre visibilità, prossimità, reattività. E chi è più bravo a garantirle – meglio ancora a soddisfarle – sbaraglia la concorrenza. Magari non per sempre. Ma qui e ora sì, chi se ne frega della coerenza.

Giorgia Meloni ha promesso il taglio delle accise sulla benzina e le ha aumentate. L’alleggerimento delle tasse e le ha appesantite. Il blocco dell’immigrazione e i numeri la smentiscono. La lotta alle élite che invece sono diventate alleate. Peggio di lei solo Salvini che a forza di promettere la costruzione del Ponte e la distruzione della Fornero, ha mandato in malora i treni e incidentalmente i conti della Lega.

Ma lo scroll continuo delle notizie a cui ci ha abitualo lo smartphone, fa in modo che la responsabilità e la titolarità di una promessa, duri quanto un trend. Oggi vale. Domani forse. E comunque si troverà un nemico a cui addossare la colpa dell’inciampo: i giudici, i mercati, la sinistra, l’Europa. È sempre sufficiente “reimpostare la narrazione” con l’uso strategico della saturazione mediatica, come fanno Putin, Netanyahu e Trump usando i missili, Xi Jinping con la sorveglianza totalitaria, Orbán predicando ai suoi 500 organi di disinformazione nazionale. Nel suo piccolo, la Meloni si arrangia mimandosi underdog in villa, un ossimoro che produce più ammirazione che disappunto, mentre Salvini campa palleggiando con il presepe, il rosario, i migranti.

Se il flusso è continuo, non c’è tempo per ricordare, verificare, indignarsi. Tanto più che l’appartenenza si fonda sulla identità simbolica. È la fede emotiva che dà sostanza ai populismi, dove la razionalità conta meno di niente, come s’è visto in quella maestosa messa in scena funebre per la morte di Charlie Kirk, un odiatore universale, celebrato come un santo. O alla festa di Atreju, passata dalle pozzanghere pagane del Campo Hobbit agli scintillanti applausi in stile Meeting di Comunione e liberazione. Con l’intermezzo musicale di nani, ballerine e portieri.

Controllando gran parte dei media e interamente l’agenda politica – con poca e marginale opposizione a sinistra – la comunicazione della destra di governo è diventata una performance di presenza, non una contabilità dei risultati. La benemerita ricerca delle incongruenze entra anche lei flusso, per essere spazzata via dal flusso. La politica dell’immediatezza funziona, Meloni non flette nei sondaggi. La sua comunicazione è personalizzata, familiare, non spiega, sorride, narra e connette. È un dispositivo di potere. È la nuova egemonia culturale che la destra ha già conquistato. Annettendosi non Dante o il Futurismo, ma il controllo dei media pubblici e gran parte di quelli privati. Colonizzando le autorità amministrative e le catene decisionali. Disarticolando i poteri di controllo, la Corte dei Conti ieri, appena possibile l’autonomia della magistratura e quella del Quirinale. Sempre più a destra, verso una deriva autoritaria, una società ingiusta. Che in assenza di contromisure, controproposte, controstrategie, governerà con un clic.