martedì 30 dicembre 2025

Natangelo

 



Ribaldi a Fiumicino

 

Fiumicino, il Comune corre per la quarta pista dell’aeroporto cara ai Benetton
DI GIANNI DRAGONI
In pieno periodo di festività natalizia si è riunita ieri la commissione consiliare competente su urbanistica, edilizia, Riserva del litorale. All’ordine del giorno la “proposta di riperimetrazione” della Riserva naturale statale del litorale romano, “finalizzata al progetto di ampliamento dell’aeroporto Leonardo da Vinci”. È scattata così la procedura accelerata per dare il disco verde alla richiesta di AdR, la società di gestione dello scalo, di modificare i confini della “Riserva naturale” e superare gli ostacoli al piano di espansione dell’aeroporto.
In commissione è intervenuto Baccini, forte della delega all’urbanistica che ha tenuto per sé. Il sindaco di solito non partecipa alle commissioni, ma la posta in gioco è alta e non ha voluto far mancare il suo sostegno. E il disco verde c’è stato, anche se la commissione ha solo funzioni consultive, non vota.
Baccini ha illustrato una proposta di delibera favorevole alla “riperimetrazione” della Riserva naturale e alla quarta pista, che sarà portata all’approvazione del consiglio comunale previsto il 13 gennaio, malgrado le preoccupazioni di larga parte della popolazione, manifestate da anni dal Comitato FuoriPista e, nella seduta di ieri, dai consiglieri di opposizione, Pd, Avs e Lista civica. Si temono l’aumento del rumore causato dall’incremento del traffico e altri effetti nocivi sulla salute, oltre ai danni all’ambiente. Il passaggio chiave è la “riperimetrazione” della Riserva naturale di Fiumicino. Con l’ampliamento del sedime aeroportuale 151 ettari verrebbero sottratti alla Riserva che per legge è intoccabile, a meno che non venga compensata con altre aree idonee.
Il progetto di AdR, inoltrato al Comune di Fiumicino dall’Enac, l’ente pubblico dell’aviazione, prevede però una compensazione solo parziale del terreno della Riserva che verrebbe mangiato dalla nuova pista. Verrebbero restituiti solo 80 ettari, con una sorta di spezzatino, sono aree oggi sparse sul territorio. Altre aree verrebbero recuperate da terreni agricoli, mettendo a rischio 5-600 posti di lavoro.
Il controverso progetto voluto dai Benetton dunque va avanti. Baccini ha detto che il prossimo consiglio comunale voterà anche una bozza di accordo tra il Comune e “il proponente”, che sul piano formale è l’Enac, ma nella sostanza è AdR, cioè la famiglia Benetton.
Secondo AdR l’ampliamento è necessario per il previsto raddoppio dei passeggeri dai 51 milioni di quest’anno a 100 milioni entro il 2050. I Benetton mettono sul piatto 9 miliardi di euro di investimenti, una somma che fa gola alla politica. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, è allineato con gli ex azionisti di Autostrade. Il Comitato FuoriPista osserva che il numero dei voli a Fiumicino è lontano dalla saturazione e che “le previsioni di traffico di AdR sono sovradimensionate del 25%”. “In commissione abbiamo sollevato questioni sulla tempistica così abbreviata per una discussione che meriterebbe maggiori approfondimenti”, ha detto al Fatto Barbara Bonanni, consigliera di Avs. “A mio avviso oggi non risultano trattati in maniera approfondita tutti i problemi che potrebbero manifestarsi. Inoltre non è stato fatto uno studio epidemiologico sui rischi per la salute della popolazione”.
Se, come appare scontato, il consiglio comunale approverà la delibera proposta da Baccini, dovranno pronunciarsi entro 60 giorni la Commissione Riserva del ministero dell’Ambiente e la Regione Lazio. In caso di parere favorevole, la pratica avrà bisogno di un decreto del ministero dell’Ambiente.

Riassumendo

 

Questione di cellule
DI MARCO TRAVAGLIO
Le reazioni bercianti della destra e della sinistra di destra agli arresti dei “finanziatori di Hamas dall’Italia” oscillano tra il ridicolo e il vergognoso. Non staremo qui a menarla con la presunzione di non colpevolezza di cui cianciano sempre quando viene indagato uno di loro per non parlare dei fatti: qui dagli atti appare probabile che gli arrestati finanziassero davvero Hamas. Ed è una gioia scoprire che il governo ha trovato finalmente qualche magistrato buono: infatti elogia i pm, il gip che dà loro ragione (ma non perché sia “appiattito” in quanto “collega”), l’indagine (benemerita, mica uno “scontro fra giustizia e terrorismo”) e financo le intercettazioni (quelle che di solito Nordio definisce “barbarie medievale” e vuole abolire). In attesa del processo alla “cellula terroristica di Hamas” in quel di Genova, i soliti politici reclamano scuse e dissociazioni da chi è stato visto o fotografato accanto al famigerato Hannoun. Che risiede a Genova dal 1983, raccoglie da sempre soldi e li invia a Gaza dichiarandoli alla dogana, è indagato in Italia dal 2001, è nel mirino di Israele da ancor prima, è stato sanzionato dagli Usa nel 2023, ha sempre inneggiato alla lotta armata palestinese, ma non risultava finora aver commesso reati. A parte due fogli di via da Milano per comizi infuocati, non aveva subìto neppure un’espulsione, che non si nega a nessuno. Se però ha finanziato stragi di civili come quella del 7 ottobre, merita una severa punizione.
Il guaio è che Hamas dal 2006 è il governo legittimo della Striscia di Gaza, avendo vinto le elezioni dell’Anp a cui l’Ue e gli Usa l’avevano incoraggiata a partecipare (poi si preferì non votare più). Chi voleva aiutare i gazawi, incluse le famiglie dei morti e dei detenuti in Israele, doveva passare da Hamas. Che peraltro, con i 7 milioni inviati in 24 anni dalla temibile cellula genovese, sarebbe durata due giorni: per sua fortuna a coprirla di miliardi erano Qatar, Egitto, Iran, Algeria, Siria e Turchia. Tutti amici nostri e artefici della “pace in Medio Oriente” (a parte l’Iran, ancora cattivo, e la Siria, diventata buona quando un terrorista dell’Isis ha rovesciato Assad). Voi direte: ma il Qatar dell’emiro al Thani, amicone di Renzi e Meloni che ora strillano per gli spiccioli di Hannoun anziché dissociarsi? Quello. E chi lasciava passare le centinaia di milioni l’anno girati da Doha ad Hamas? Netanyahu, che si vantava di sostenere Hamas contro l’Olp e poi sterminò 70 mila palestinesi in due anni per la legge del taglione. Anche Hannoun invocava per gli israeliani la legge del taglione, senza peraltro (almeno che si sappia) torcere un capello ad alcuno, e ora è un “terrorista”. Il bello di quando accusi qualcuno di terrorismo è che sai dove cominci, ma non sai dove finisci.

lunedì 29 dicembre 2025

Sono loro

 



BB

 

Il cinema, e molto di più: tutta la bellezza di Brigitte

L’incarnazione francese del desiderio (prestò il profilo anche alla Marianne). I film, le canzoni e gli amori: ha conquistato tutto e tutti
Il cinema, e molto di più: tutta la bellezza di Brigitte

La Francia oggi è in lutto profondo, non solo perché la Bardot era l’ultima icona di un cinema che non c’è più, di una fabbrica dei sogni in cui la Diva è più memorabile dell’attrice e la sua presenza più carismatica del regista, ma perché fu il simbolo del profondo cambiamento di una società pronta ad avviare un gigantesco processo di modernizzazione. Brigitte Bardot incarnò questa rivoluzione alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta con la bellezza insolente del suo corpo “selvaggio, animale, libero, che esplode sullo schermo”, come scrisse il critico Jean Douchet, capace di scuotere e sconvolgere “i costumi sociali in Francia e nel mondo”. Ma non solo corpo. In lei tracimava una personalità ribelle e anticonformista, che si manifestò clamorosamente settant’anni fa, quando apparve in tutta la sua incontenibile esuberanza erotica nel film di Vadim “Et Dieu… créa la femme” (1956) girato a Saint-Tropez. Brigitte interpretava Juliette, ninfetta di Saint-Tropez disputata da due fratelli. Da noi, l’occhiuta censura democristiana si coprì di ridicolo, ritardandone l’uscita di due anni, cambiando il rapporto di parentela da fratelli a cugini e il titolo nel più pudico “Piace a troppi”. Come film, era mediocre. Ma le disinvolte avventure di Juliette avevano saputo “esprimere l’aria del tempo, i cambiamenti del costume in atto: emancipazione della donna, liberazione sessuale, rivolta giovanile contro le ipocrisie” (Morando Morandini).

Figlia dell’alta borghesia parigina, Brigitte ne detestava i canoni, inculcati nel collegio Hattemer, uno dei più chic della capitale francese. Frequentò scuole di danza e portamento, la bellezza precoce fa capolino sulla copertina di Elle: ha appena 14 anni, diventa mannequin, due anni dopo viene adocchiata da Marc Allegret, regista specializzato nella scoperta di giovani sconosciuti, solo che è l’amico Vadim, figlio di emigrati russi, a insistere per contattarla. I due si innamorano, lui le insegna i rudimenti dell’arte drammatica, lei ne approfitta per emanciparsi dalla famiglia: “Sono stata educata in modo molto borghese, molto severo. Ho frequentato una scuola cattolica. Ero sorvegliata da una governante. Sono stata controllata sino all’età di 15 anni. Non uscivo per strada mai da sola. Ho voluto reagire. Liberarmi. Cancellare questa macchia borghese che si stava diffondendo dentro di me”. A 18 anni Brigitte sposa Roger. A 22 gira “Et Dieu…”.

Con quel film era nata una stella. Ma l’eccesso di fama cominciò a pesarle, a stressarla. Non tollera essere diventata un sulfureo oggetto del desiderio. Si sente “prigioniera di me stessa, lo sono sempre stata. È il prezzo che ho dovuto pagare”. Si ritira dopo 56 film, molti dei quali dimenticabili, ed 80 canzoni. Una, gliel’aveva composta Serge Gainsbourg, in piena trance amorosa: “Je t’aime moi non plus” (1967). La loro travolgente relazione durò poco. Lui dedicò la canzone a Jane Birkin. Soltanto nel 2014 Brigitte lo perdonò, nell’ autobiografia “Initials B.B.”, che poi era il titolo di un’altra canzone di Serge, “fu la più bella dichiarazione d’amore che un uomo mi abbia mai fatto”. Mise la notorietà al servizio degli animali, un impegno a quei tempi non semplice. La sua franchezza divenne sempre più aguzza, la solitudine, invecchiando, una scelta. Ebbe un solo figlio, Nicolas-Jacques, da Jacques Charrier, “non sopportavo la gravidanza, la maternità” (Mémoires, 1996). Per lei era come fosse un “tumore”. Lasciò l’incombenza di allevare il figlio al padre.

Le pesava poi d’essere trattata come un monumento nazionale, del resto aveva prestato i suoi lineamenti per il volto per la Marianne, simbolo della Repubblica francese. Era stata Venere e venerata monarca che regnava sulla Francia, adorata dagli uomini, detestata dalle donne per la sua straripante bellezza. Era nel mirino dei bigotti perché immorale dalla testa ai piedi, “sia per quello che mostra che per quello che esprime”. Ieri soffiava forte il mistral, vento che spazza la Provenza e si è portato via Brigitte dalla Mandrague. Ma non dalla nostra memoria.


domenica 28 dicembre 2025

Balle balle!

 Balle coi lupi

DI MARCO TRAVAGLIO

Non è ben chiaro che ci vada a fare Zelensky da Trump per la terza volta in un anno. Né perché continui a implorare una tregua da Putin. Ma non li legge i giornaloni italiani? Non lo sa che l’Ucraina sta vincendo e presto la Russia alzerà bandiera bianca, batterà in ritirata e gli pagherà pure i danni, così lui potrà restituire all’Ue anche il prossimo prestituccio di 90 miliardi sull’unghia? Se non si fida di noi putiniani, dia retta almeno a Fubini, che è un amico vero: ieri raccontava sul Corriere che, non contenti di avere finito “i mezzi corazzati”, “fare gli assalti coi motorini e i muli” e reclutare “homeless alcolizzati in Jacuzia”, l’esercito russo è così mal ridotto che arruola “tossicodipendenti, soggetti affetti da Hiv, epatite o sifilide, uomini in declino incapaci di camminare con uno zaino”, il che spiega perché “si è impantanato nel Donbass”. In pratica i soldati di Putin hanno più malattie di lui. E – secondo fonti ucraine, quindi vere – “i soldati disperati di Putin sono così a corto di cibo da ricorrere al cannibalismo e mangiarsi fra loro”: fatto già noto in Italia da luglio, grazie a uno scoop di Iacoboni sulla Stampa. Per non parlare dei “missili ipersonici russi abbattuti da una canzone: così l’Ucraina inganna i Kinzhal di Putin” (Messaggero). Potete immaginare quanto rosichi il tiranno.


Vi basti questo fatto, svelato da Rep alla vigilia di Natale: “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne. I cacciatori si sono dovuti arruolare e così questi predatori si riproducono indisturbati e cercano cibo al di là della frontiera”. L’ultima frontiera della guerra ibrida è la cyber-zoologia. Prima Mosca sparge droni in mezza Europa, poi ci manda i lupi, con tanto di cittadinanza e passaporto russi perché nessuno li confonda con quelli finlandesi (il lupo putiniano è nazionalista e mai mangerebbe renne russe). E solo per il gusto di rovinare le consegne di Babbo Natale ai bimbi finlandesi: così imparano a entrare nella Nato. A meno che – dopo aver mobilitato i muli, poi “Hvaldimir, la balena beluga sospettata di essere una spia russa” (Rep) e i “piccioni-cyborg da usare come droni” (Corriere) – Putin non abbia deciso di iniziare l’invasione dell’Europa proprio con i lupi. Pare che i Servizi ucraini, tra un cannibale, un ubriaco e un sieropositivo, abbiano captato il suo ukase ai segugi: “Entrate in Finlandia e proseguite per Lisbona, io poi vi raggiungo”. Che aspetta la Nato a dichiarare le renne finlandesi obiettivi strategici come il Ponte sullo Stretto, a far scattare l’Articolo 5, ad alzare i caccia dalla Polonia e ad abbattere i lupi cattivi? Spetterà poi al Ris di Parma esaminarne le carcasse e accertare che erano proprio russi: basta una foto alla targa di Mosca sotto la coda.

Ciao BB!

 


Negli anni 60 fu come Simonetta Vespucci per il Botticelli,  impersonificando la Bellezza universale. Musa tra le muse il suo volto naturale era faro e simbolo della rarità narrata da scrittori e poeti. Il suo essere ribelle confermò che il non conformarsi alla mentalità corrente risiede nel paniere di ciò che comunemente definiamo Bello. Riposa in pace BB!