domenica 12 ottobre 2025

Vergognosa

 

Improvvisamente, come una gazzosa su un tavolo all’Oktoberfest, la Roccella perennemente in letargo, che è anche, purtroppo, ministra, se ne esce con una delle più stupide idiozie di questi ultimi lustri, una pernacchia alla ragione, uno schiaffo a tutti i normodotati: le “gite” ad Auschwitz sono utili solo per incolpare il fascismo. Mai, a memoria d’uomo, nessuno aveva tentato di farsi notare  con la sua dabbenaggine senza limiti, un timbro certificante l’inutilità del proprio operato, la pochezza intellettuale, il cretinismo galoppante affliggente i pochi neuroni in possesso! 

Non si permetta Roccella di chiamare “gite” i viaggi della memoria in uno dei luoghi più insultanti l’umanità intera. Non si permetta nemmeno di pensarlo. Chi considera gite le visite a ciò che resta del campo dì concentramento più grande, è un inqualificabile pusillanime, un peto della società. 

Ed inoltre: la Shoah avvenne per mano nazista durante il periodo fascista. Le leggi razziali furono emanate dal fascismo, il nazismo e il fascismo italiano furono grandi alleati. Pertanto è d’obbligo accostare il fascismo alla Shoah. Storicamente incontrovertibile. 

E pertanto: se ha bisogno di notorietà, se ozia ad infiascare aria fritta, non tocchi tematiche sacre. Partecipi a qualche talk condotto da suoi adepti, ce ne sono tanti, faccia pubblicità, canti per strada, spari fregnacce come i suoi colleghi. Vedrà che alla fine qualcuno la noterà. 

Senza alcuna stima!

Ma dai!

 


Quando vai alla giornata del Fai a Villa Rezzola a Pugliola e scopri, a tarda età, che la canfora è un albero e non dei sassolini in bustine per scacciare le tarme!

Stranezze

 


E' il momento!

 



Sempre su Micron

 

La “Succession” parigina: Macron punta sul caos
DI BARBARA SPINELLI
A prima vista sembra inspiegabile, la testardaggine capricciosa con cui Emmanuel Macron sforna un primo ministro dopo l’altro – l’ultimo è Sébastien Lecornu, fedelissimo, incaricato ben tre volte – pur di non ammettere l’evidenza: i partiti di centro che lo sostengono sono sempre più striminziti, la sua politica è stata sconfitta alle elezioni del giugno 2024, le ore del suo soggiorno all’Eliseo sono contate. Lunedì Lecornu spiegherà quel che l’Eliseo vuole e concede, ma presto cadrà anche lui, come i due premier (Michel Barnier, François Bayrou) che l’hanno preceduto. Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: in particolare la scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze e la riforma delle pensioni che gli elettori di estrema destra e di sinistra respingono, chiedendone una più giusta.
Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano giornali e reti tv, ma così solo non è. Lo appoggiano i grandi patrimoni, le multinazionali, le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). È a loro che Macron promette regali fiscali da quando fu eletto nel 2017. Con loro si identifica, mentre la sua popolarità crolla al 13-14%.
Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero. Giornali e televisioni insistono sulla riforma delle pensioni che sinistra ed estrema destra vorrebbero abrogare, e su finte mini-concessioni del binomio Macron-Lecornu. La riforma non sarebbe abrogata ma dilazionata o perfino sospesa, in attesa che passi quando sarà eletto il nuovo presidente, in teoria nel 2027 ma forse prima se Macron dovrà dimettersi. Ma ancor più temuta dall’establishment economico-finanziario è la tassa sugli ultraricchi – detta anche tassa Zucman, dal nome dell’economista Gabriel Zucman. Un’imposta minima, applicata ai patrimoni di chi ha redditi annui superiori a 100 milioni di euro: aiuterebbe a salvare lo stato sociale e anche le pensioni, grazie a un introito 15-25 miliardi. Ma la confindustria erige un muro massiccio a difesa dei regali fiscali di Macron e preme in prima linea sui deputati socialisti. L’organizzazione imprenditoriale ha diffuso nelle settimane scorse un opuscolo confidenziale – un kit di mobilitazione – che spiega ai singoli deputati la catastrofe che potrebbe derivare dalla tassa Zucman o tasse somiglianti: fuga di capitali, instabilità, caos infine. Il kit cita l’esodo dei capitali in Norvegia, quando fu approvata una tassa simile. Omette di dire che quell’imposta colpiva i redditi annui superiori a 1,7 milioni di euro, non i 100 milioni annui indicati da Zucman. La tassa viene descritta come diabolica “predazione della ricchezza”. Anche in questo caso la maggioranza dei francesi la sostiene (86%), mentre la classe politica sopisce, tronca e ascolta le lobby.
Per capire qualcosa del caos francese occorre andare indietro nel tempo e individuare il momento in cui l’idea di democrazia “rappresentativa” ha vacillato non solo sotterraneamente, ma in maniera palese. È accaduto poco prima della nascita dell’euro. Nel 1998, il presidente della Banca centrale tedesca, Hans Tietmeyer, se ne uscì con una dichiarazione dirompente: a decidere è il “plebiscito permanente dei mercati”, oltre a quello degli elettori. Nel 2007 Greenspan disse la stessa cosa: grazie alla globalizzazione sono i mercati mondiali a prendere le decisioni politiche. Monti espose tesi analoghe, da presidente del Consiglio, quando disse che non poteva negoziare il salvataggio dell’euro a Bruxelles “tenendo pienamente conto” del proprio Parlamento (Spiegel, intervista del 6.08.2012). Da allora l’appello alla sovranità popolare viene assimilato al populismo o sovranismo. Nella strategia di Macron la sinistra francese doveva essere sfasciata, e il tentativo di unione nelle Legislative del 2024 andava affossato. È quello che è accaduto.
Oggi il Partito socialista è un intruglio, ma su un punto è sicuro: la criminalizzazione dell’ex alleato Mélenchon, che propugna idee redistributive della socialdemocrazia classica e avversa l’economia di guerra in Francia e Europa. Accusato delle peggiori nefandezze – antisemitismo, filo-putinismo, radicalismo – Mélenchon è ben più temuto e ostracizzato dell’estrema destra di Le Pen-Bardella. Il Partito socialista rischia di imboccare la strada centrista proprio quando il centrismo vive in Francia un declino spettacolare. È la strada che esalta la “cultura del compromesso e dell’umiltà”, abusivamente chiamata socialdemocratica. Di fatto non è più sinistra. E la terza via di Blair, naufragata da tempo in Inghilterra. O di Keir Starmer, sull’orlo del naufragio.

Il comico continua

 

Chi ferma chi
DI MARCO TRAVAGLIO
“Se hai fermato la guerra a Gaza, puoi fermare anche Mosca”. L’ha detto ieri, che Dio lo perdoni, Zelensky a Trump. Come se la guerra in Ucraina si potesse arrestare fermando chi la sta vincendo. E come se le due situazioni fossero paragonabili. A Gaza, in due anni di vani tentativi di annientare Hamas, Netanyahu ha sterminato 67 mila palestinesi. E Trump l’ha fermato (per il momento) per salvare la faccia agli Usa e gli affari con gli Stati del Golfo, oltreché per la sua benedetta ossessione di pacificare il mondo con la paura (la Teoria del Matto). In Ucraina, dal febbraio 2022, c’è una guerra tradizionale fra due eserciti armati fino ai denti e da tre anni esatti (dopo l’invasione russa e l’unica vera controffensiva di Kiev) Mosca non fa che avanzare e Kiev arretrare. Putin controlla quasi il 20% dell’Ucraina (115 mila kmq) e nei primi nove mesi del 2025 ha conquistato 4-5 mila kmq su tutto il fronte lungo 1.350 km, a un ritmo di circa 500 al mese (superiore a quello del 2024). Il che significa che non solo la Russia non si è indebolita per le sanzioni e le armi Nato all’Ucraina, ma si è rafforzata e continuerà ad avanzare. Chi rischia il tracollo sono gli ucraini, falcidiati da perdite impossibili da compensare. Mentre Putin recluta 30 mila volontari al mese e arruola altri 135 mila soldati di leva, la commissione Bilancio del Parlamento di Kiev comunica di aver finito i fondi per gli stipendi dei militari; 1,5 milioni di ucraini si nascondono dai reclutatori per non andare al fronte e almeno 150 mila sono sotto inchiesta per aver disertato; per la corruzione dilagante e i bombardamenti sulle fabbriche, il 60% dei droni prodotti in loco sono difettosi.
Questo è l’unico punto di contatto fra Gaza e l’Ucraina: la presenza di due leader che hanno perso la guerra, ma continuano a raccontare e a raccontarsi di poterla vincere, condannando a morte decine di migliaia di persone e danneggiando il proprio Paese. Uno è Netanyahu. Ma l’altro non è Putin, come racconta e si racconta Zelensky: è lui. Non sappiamo cosa gli abbia risposto Trump quando gli ha chiesto di fermare Mosca (magari fornendo a Kiev i missili Tomahawk da sparare su Mosca e San Pietroburgo nell’illusione che Putin si arrenderà anziché rispondere con ancor più durezza). Ma la realtà è identica da tre anni: è l’Ucraina che deve accettare un compromesso sui territori che lo stesso Zelensky 10 mesi fa ammise di non poter recuperare e su quelli che perderà nei prossimi mesi se costringerà il suo esercito in rotta a combattere ancora. A Gaza la guerra è finita perché Trump ha fermato l’alleato dell’Occidente che la stava perdendo. In Ucraina serve un disegnino per spiegare a Zelensky chi è l’alleato dell’Occidente che sta perdendo?

L'Amaca

 

Quante cose cancella la guerra
di Michele Serra
A parte l’impatto mortale sulle persone e sulle cose, uno dei difetti peggiori della guerra è che si mangia tutto il resto. Non si riesce a parlare d’altro, perfino in Paesi come il nostro che delle guerre in corso è spettatore passivo — benché molto rissoso nei commenti politici. Magari anche in funzione della propensione nazionale all’emotività (niente attiva l’emotività come una guerra), l’agenda politica italiana, pagina dopo pagina, sembra sepolta anch’essa sotto le macerie di Gaza.
L’economia, per esempio, che siamo abituati a considerare la materia prima del conflitto politico e dell’azione dei governi. È vero che i nostri salari sono i più miseri d’Europa? Che la produzione industriale stenta a reggere un ritmo accettabile? Che i costi energetici sono costantemente altissimi, molto più alti che altrove? Che la sanità pubblica è in costante deperimento, e mancano medici e infermieri? Che il precariato degli insegnanti (tema del quale sento parlare da quando facevo il liceo, dunque da tempo immemorabile) resta una piaga strutturale della scuola italiana non solo per gli insegnanti medesimi, anche per l’efficienza del sistema scolastico?
La piazza mediatica, che è parte organica della piazza politica, sembra ipnotizzata da droni e bombardieri. Solo i dazi di Trump riescono, ogni tanto, a irrompere sulla scena e a conquistare le prime pagine. Per il resto, grosso modo, qualcuno sa che c’è una proposta per introdurre il salario minimo, pochissimi hanno sentito dire che nella vicina Francia è in piedi, e molto dibattuta, un’ipotesi di tassa patrimoniale per dare una mano al Welfare. Proprio come ai tempi d’oro delle guerre imperialiste, la lotta di classe è la prima a essere sovrastata dal fragore delle armi.