mercoledì 1 ottobre 2025

Ringraziamenti

 



Natangelo

 



A proposito di

 

Cingolani al Corriere spiega il genocidio “made in Leonardo”
DI DANIELA RANIERI
Roberto Cingolani, che è stato ministro (della Transizione ecologica, mai transitata) nel “governo dei migliori” draghiani e quindi è infallibile per definizione, ha rilasciato un’intervista al Corriere per spiegare come le critiche rivolte a Leonardo, l’azienda italiana di armi di cui Cingolani è Ceo, di sostenere il genocidio dei palestinesi da parte del governo israeliano siano “una montatura gravissima”, alimentata anche dal report di Francesca Albanese all’Onu sul divieto di export di armi a Paesi in guerra. Intanto, dice Cingolani al vicedirettore Fubini che lo “intervista”, la legge che vieta di esportare armi verso Paesi in guerra non è applicabile nel caso specifico, perché gli F-35 che Israele usa contro la popolazione palestinese sono stati costruiti sì da Leonardo, ma prima dell’inizio dello sterminio, quindi nulla quaestio; dopo il 7 ottobre 2023, sostiene Cingolani, l’organismo del ministero degli Esteri preposto alle esportazioni degli armamenti non ha più concesso l’autorizzazione verso Israele, quindi Leonardo è non pulita, ma pulitissima.
Secondo, la bazzecola della manutenzione di elicotteri e aeroplani che Leonardo fornisce all’esercito israeliano è presto spiegata: secondo Cingolani si tratta di velivoli da addestramento non armati (addestramento chissà per cosa, allora: forse per gite fuoriporta sulla riviera di Gaza). Comunque, le chiacchiere stanno a zero: si tratta di contratti stipulati in passato e la legge qua dice che vanno onorati (chissenefrega del diritto internazionale). Ma non si potrebbe, in teoria, recedere unilateralmente dal contratto? Per carità, trasecola Cingolani: “Qualunque recesso unilaterale di un’azienda quotata… porterebbe a un contenzioso legale”, e chi ha voglia di mettere in mezzo gli avvocati per soli 70 mila morti? “Vi accusano anche per la collaborazione in corso con Israele nei radar militari. Questi sì che sono strumenti di guerra”, gli fa le pulci Fubini, esperto in cose di guerra, infatti sostenne in Tv che la Russia ha perso in Ucraina o comunque è in grande difficoltà perché i russi “fanno gli assalti coi motorini sotto i droni, mandano i muli nelle retrovie a portare il materiale militare”, etc. Non scherziamo: per Cingolani la questione radar è “complicatissima”, ma in realtà è semplicissima: nel 2008 “Finmeccanica – ora Leonardo – completa l’acquisto di una quota di maggioranza di una compagnia americana di nome Drs Technologies, che produce sistemi elettronici per la difesa”. Ora, questa Drs è “un’azienda di diritto statunitense, non italiano, quindi risponde alla giurisprudenza del suo Paese, perché si occupa di sicurezza nazionale”; ah, ma allora è tutto risolto: sappiamo che gli americani hanno la moralità sotto le scarpe quando si tratta di soldi. Di fatto, continua paziente il Ceo delle armi, “Leonardo può essere socio di maggioranza, ma questa azienda americana deve seguire le indicazioni del suo governo”. Ci mancherebbe. A posto, allora? Qui viene la parte complicata, in realtà semplice in modo disarmante: “Nel 2022 Drs ha acquistato Rada, un’azienda israeliana che fa radar”, e questa azienda, tu guarda il caso, “opera sotto la giurisdizione del governo israeliano benché sia controllata da Drs”, cioè l’azienda di cui Leonardo è socio di maggioranza, praticamente un conoscente alla lontana. Beh, ma allora a postissimo. Abbiamo avuto così la dimostrazione geometrica, sul principale quotidiano italiano, che le accuse di complicità di Leonardo nel genocidio sono pretestuose, “ideologiche”, “emotive”, “una forzatura inaccettabile”. Potrà mai perdonarci per aver pensato male? “Noi su queste questioni non possiamo fare nulla”, rimarca l’ex ministro. A voler essere pignoli, potrebbero vendere, cedere o regalare le azioni di Drs, lavandosi via il sangue dei bambini dalle mani, ma siamo giusti: davvero vale la pena perdere un bel po’ di fatturato per un così trascurabile dilemma morale?

Robecchi

 

Non in mio nome. Dalla Casa Bianca a Gaza: una lezione sul colonialismo
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Mentre scrivo questa piccola rubrica, tutto è in bilico, tutto poggia su precarissimi equilibri, tutto traballa minacciosamente. L’imposizione di una resa incondizionata al popolo palestinese, che trasformerebbe Gaza in una specie di protettorato occidentale in attesa di affidarla a qualche arabo amico – un giorno, chissà – ma circondata dall’esercito genocida di Israele, tanto per ricordare chi comanda, è il perfetto esito di un disegno coloniale. Come nell’Ottocento, gli imperatori di turno disegnano confini e poteri su un foglietto e chiamano “pace” il loro deserto. Il resto lo fa quella malattia perenne e un po’ ripugnante che si chiama Realpolitik: la conquista occidentale di Gaza, governata da Trump e Tony Blair (!), terreno di conquista per le grandi imprese della ricostruzione, con il popolo prigioniero e martoriato nemmeno consultato, in fondo, fa piacere un po’ a tutti. Trump rafforza i suoi dobermann a guardia del Medio Oriente, premiando di fatto un genocidio, Netanyahu si divincola dai suoi guai giudiziari e rischia addirittura di passare per uomo di pace, l’Europa si toglie un pensiero seccante e potrà mantenere tutti i suoi affari con uno Stato terrorista che ha assassinato deliberatamente più o meno centomila civili. Il tutto sotto la minaccia di proseguire con la soluzione finale: se con questa pistola puntata alla tempia non si accetterà l’accordo (sì, lo chiamano accordo), Netanyahu avrà mano libera (“finire il lavoro”, ndr), che significa altre migliaia di palestinesi uccisi, affamati, privati di qualsiasi diritto e dignità.
È presto per dire se tutto andrà come desidera l’imperatore, ma intanto il disegno c’è, e già si registrano numerosi consensi, perché se c’è una cosa che l’Occidente sa fare (compresa l’informazione) è vedere il mondo soltanto con i suoi occhi: noi civili e ragionevoli, bianchi, benestanti; gli altri barbari e terroristi. Se va bene faranno i camerieri e i domestici nella loro terra, che sarà governata da noi, per il loro bene, s’intende.
Si precisa in questo modo tutto ciò che il genocidio è stato: una mossa di conquista coloniale che solo i ciechi potevano non vedere. O i sordi, visto che il governo invasore lo ha detto in tutte le lingue, mostrando mappe della Grande Israele all’Onu, cucendo una cartina “dal fiume al mare” sulle uniformi dell’esercito genocida, dichiarando senza vergogna (molti ministri israeliani e molti ultras sionisti in giro per il mondo) che l’obiettivo è la soluzione finale del popolo palestinese tramite deportazione o sterminio (sulla Cisgiordania nemmeno una parola).
Resta, a parzialissima consolazione, che in questa vicenda di conquista e colonie, i popoli sembrano un po’ meglio di chi li governa. Il moto collettivo di repulsione di fronte a un genocidio, le mobilitazioni dal basso, il sincero ribrezzo per chi ha eseguito il peggior massacro della storia recente, e quindi per chi ha fornito sostegno, armi, copertura politica e informazione amica, per l’Europa paracula, per il negazionismo dei complici è piuttosto massiccio. Una buona notizia e una cattiva. La buona è che molti, moltissimi, restano umani, la cattiva è che non avranno rappresentanza politica, che assisteranno ancora una volta al balletto vergognoso di chi pensa a cosa conviene e non a cosa è giusto. Insomma sono tanti – bene – ma sono soli, e forse è bene anche questo, perché l’Impero conviene all’Impero, ma svegliarsi ogni mattina pensando “Io non sono complice di tutto questo” conta ancora qualcosa.

Un grande Prof!

 

di Tomaso Montanari
“Mentre seguiamo la Flotilla con il cuore gonfio di ansia, arriva dalla corte del Grande Gangster un
'piano di pace per Gaza'.
È una proposta oscena: immaginate se qualcuno avesse trattato con Hitler, ma non con gli ebrei, proponendo la fine della Shoah in cambio di una cessione dei beni delle vittime, e di sovranità sulle loro vite. E con la minaccia di riaccendere i forni, se gli ebrei avessero rifiutato.
Non siamo molto distanti. Il primo coautore del genocidio, Trump, insieme all'autore pricipale Netanhyau, propongono di trasformare Gaza in un protettorato americano, governato da quel Tony Blair che si è conquistato sulla pelle degli iraqeni i galloni di criminale di guerra. E se le vittime - ritenute indegne perfino di partecipare alla genesi del piano, perché inferiori e subumane: oggetti, non soggetti - dovessero dire di no, che riprenda il «lavoro»: il genocidio, lo sterminio, la soluzione finale.
In un distopico ritorno al 1948, le potenze occidentali riassumono il controllo della Palestina: un trionfo del peggior colonialismo predatorio, tutto devastazione e saccheggio. Un quadro in cui i crimini terribili di Hamas rischiano di sfigurare per inconsistenza.
Non so cosa potranno fare i palestinesi, disperati e allo stremo. Collaborazionisti, speculatori, avvoltoi di ogni tipo volteggiano sulla scena del genocidio, che naturalmente il ‘Piano di Pace' (che profanazione, usare questa parola!) ha il preciso scopo di lavare per sempre, annullando crimini e responsabilità.
So cosa dovremmo fare noi, italiani ed europei: insorgere. E invece il nostro governo nero, e quello guerrafondaio di Von der Leyen si precipitano a lodare il piano, genuflettendosi al Gangster. E l'eclissi dell'Europa, lo schianto della civiltà occidentale.
Sono sempre più vere le parole scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all'Occidente, all'ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a che fare».

Punti di vista

 

Un piano nel buio
DI MARCO TRAVAGLIO
Se – e sottolineo se – il governo di Israele e il vertice di Hamas, cioè le due organizzazioni terroristiche che tengono Gaza sotto sequestro, accetteranno e applicheranno alla lettera il piano Trump, per i gazawi sarà la prima buona notizia dopo due anni. Non solo perché smetteranno di morire – di fame, di incuria e di bombe – ma anche perché entrambi i guardiani del loro inferno ritireranno le grinfie dal loro futuro. Il che non vuol dire che nascerà lo Stato palestinese, ma almeno si potrà ricominciare a parlarne e riavviare faticosamente il percorso interrotto nel 2009 dall’ascesa di Netanyahu. Che, se l’intesa reggerà, sarà il vero sconfitto. Predicava la deportazione dei palestinesi dalla Striscia e l’annessione di Gaza e Cisgiordania: non avrà né l’una né l’altra. Ha iniziato sei guerre bombardando Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen e Qatar senza chiuderne una. Appoggiava Hamas per cancellare la già debolissima Anp, che invece ora torna in gioco nel piano Trump. Aveva promesso di sbaragliare Hamas, che ora tratta il futuro dei suoi leader (l’esilio dorato in qualche Paese arabo) e miliziani (l’amnistia, in attesa di tornare sotto una nuova sigla meno compromessa). L’unico successo di Bibi potrebbe essere il più ignominioso, la grazia dal presidente Herzog per il suo processo per corruzione, che dimostrerebbe platealmente il suo vero movente: la guerra infinita come unica alternativa alla galera.
Infatti le stesse clausole che sembra avergli strappato Trump erano già sul tavolo un anno fa, come han raccontato l’ex capo di stato maggiore Herzi Halevi e il negoziatore Gershon Baskin: già nel 2024, prima della sanguinosa offensiva su Rafah e della reinvasione della Striscia, Hamas era pronto a rilasciare tutti gli ostaggi e a farsi da parte in cambio del ritiro dell’Idf. Ma Netanyahu rifiutò ciò che ora è costretto a digerire per ordine dell’unico alleato rimasto, peraltro sempre più spazientito. Intanto sono morte altre migliaia di palestinesi e diversi ostaggi israeliani. Certo, un piano che vede Trump e il criminale di guerra Blair al vertice di un protettorato con i satrapi del Golfo (i soli però dotati dei capitali per la ricostruzione) puzza di colonialismo lontano un miglio. Ma lo sterminio di Gaza e le prospettive di annessione e deportazione fanno di qualsiasi alternativa il meno peggio. Tantopiù che la cosiddetta Ue, sotto i cui occhi e le cui finestre s’è consumata la mattanza, non ha mosso un dito per aiutare i palestinesi, fermare Israele, programmare dopoguerra e ricostruzione, impegnata com’è a inventarsi nemici per buttare centinaia di miliardi in armi. In questo vuoto pneumatico, il piano Trump è l’unico che abbiamo. Se non ne emerge un altro, critichiamolo finché vogliamo, ma teniamocelo stretto.

Intristito

 

Il catechismo di San Siro
di Luigi Garlando
Brando: «Dai, nonno, non è mica la fine del mondo». Ambrogio: «Peggio. È la fine di San Siro». B: «Lo rifaranno più giovane e più bello. Come Wimbledon». A: «Io tua nonna non la voglio più giovane e più bella. Mi sta bene così». B: «Vedrai che razza di cattedrale costruiranno gli archistar…». A: «Ma non conterrà lo spirito di Rivera e Mazzola che ci hanno celebrato dentro. I muri parlano, Brando». B: «Altri tempi, nonno. Lo vedi come è bella Milano con i suoi grattacieli? Tenersi quello stadio decrepito sarebbe come mettersi il frac e poi andare alla Scala in ciabatte». A: «Per i miei piedi gonfi, niente di meglio della ciabatte». B: «Il vecchio stadio non potrebbe ospitare gli Europei». A: «Anche il Duomo è vecchio. Allora, tiriamolo giù e mettiamoci un bel bosco verticale con la Madonnina tra le piante». B: «E poi il nuovo San Siro porterà un sacco di soldi. Negozi e ristoranti…». A: «Una volta cacciavano i mercanti dal tempio, ora li invitano». B: «Comunque non è stato un colpo di stato. Ha deciso il Consiglio comunale». A: «Sì, hanno votato di notte, al buio, perché si vergognavano». B: «Il nuovo San Siro ti piacerà, nonno». A: «Ce le ha le rampe?». B: «No». A: «Lo vedi? Quelle rampe erano un catechismo che ha educato generazioni di bambini. Ti ricordi la prima volta che ti ho portato?». B: «Volevo vedere il campo e non arrivava mai…». A: «Quello era il catechismo! La gioia va meritata, camminando in salita sulle rampe, come Dante e Virgilio verso il paradiso. Ti ricordi come si chiamavano gli estintori?». B: «Meteor». A: «Bravo, Brando. Non dimenticare mai il vecchio San Siro».