giovedì 7 agosto 2025

L'Amaca


Quando il Ponte sarà tra noi
di MICHELE SERRA
Può una grande opera pubblica essere indispensabile, sicurissima e formidabile volano economico se ne parla il governo, e inutile, pericolosa e rovinosa se ne parla l’opposizione? Il Ponte sullo Stretto, ammesso che lo si realizzi per davvero entro questo secolo dopo il via libera del Cipess, sembra fatto apposta per inchiodare entrambe le fazioni al proprio ruolo in commedia. E qualcosa non va, perché l’opera è la stessa; pregi e criticità, vantaggi e svantaggi sono gli stessi per chiunque abbia letto qualche carta e quattro articoli decenti sull’argomento.
Perché dunque questa tragica incapacità di cogliere gli uni le opinioni e le obiezioni degli altri? Perché i pontisti diffondono l’idea cretina che chi si oppone al ponte lo fa solo per tutelare il benessere di libellule e vongole (faccio per dire) e gli antipontisti vedono, nel progetto, solo speculazione, mafia e distruzione ambientale?
Per quel poco che ne so e quel pochissimo che conto, io sono contrario a quel progetto.
Preferirei non diventasse esecutivo. Non perché i ponti non mi piacciano (ne sono affascinato), ma perché credo sia il tipico modo italiano di trascurare l’ordinario, che è la nostra colpa atavica, confidando nello straordinario. Maledetti italiani, che hanno la cupola del Brunelleschi e non sanno riparare una buca. Geni e cialtroni.
Detto questo, semmai il Ponte verrà davvero eretto e inaugurato (anche se molto probabilmente non solamente io, anche il Salvini saremo nel frattempo serenamente trapassati), e se reggerà venti e mafie (anche del Nord), e se la Sicilia sarà più forte e vicina e la Calabria beneficata, se il malaffare nei limiti della decenza, se libellule e vongole sapranno adattarsi alle mutate condizioni, ne sarei felice. Non dico disposto ad applaudire, ma disposto ad accettare gli applausi degli altri.

mercoledì 6 agosto 2025

Grande Francesco!

 “Ormai c’è un conformismo sonoro che mi manda ai matti. Sento sempre dietro gli artisti la mano implacabile del produttore, tutti allineati sugli stessi suoni, gli autori quasi sempre gli stessi, le voci appiattite da un uso esagerato dell’autotune”.

“Ogni tanto sento qualcosa che mi piace ma le canzoni che uscivano in quegli anni in Italia e all’estero non sono paragonabili a quello che si sente oggi: non è un caso che siano durate nel tempo. Non voglio sembrare giurassico, ma trovo più musica in un disco dei Pink Floyd o di Pino Daniele che non in un pomeriggio passato a sentire le radio o nella puntata di un talent show”.


Così Francesco De Gregori a La Repubblica 


D’accordo su tutto.

L’Ultimo

 


E quindi?

 



Effettivamente

 



Si giudicano tra loro

 

Cosa resterà
DI MARCO TRAVAGLIO
L’unica certezza dell’ultima puntata del caso Almasri è che nessuno finirà a processo: non la Meloni, archiviata; non Nordio, Piantedosi e Mantovano, perché il Parlamento negherà l’autorizzazione a procedere. Dell’indagine non resterà nulla, a parte due cose: 1) la vergogna di un governo che scarcera un aguzzino senz’avere il coraggio di dire di essere ricattato dai libici; 2) le menzogne della destra per coprire tutto, miste a un’ignoranza crassa – alimentata dai media – sui doveri della magistratura. Dopo la denuncia di Li Gotti, i pm dovevano aprire il fascicolo. E, accertata la natura ministeriale dei reati, passarlo al Tribunale dei ministri. Che doveva indagare, valutando chi fece cosa e le funzioni dei singoli indagati. La Meloni gioca sul verbo “condividere” per deridere i giudici che archiviano lei e non i tre. Ma i giudici non dicono che non sapesse o dissentisse dai tre: parlano di “condivisione” nel senso di partecipazione attiva e funzionale alle scelte incriminate. Cioè la liberazione di Almasri dopo l’arresto su mandato di cattura della Cpi (favoreggiamento e omissione di atti d’ufficio); e il suo rimpatrio su un aereo dei Servizi (peculato). Gli ordini di arresto internazionali e i voli di Stato non sono funzioni del premier, che per Costituzione “dirige la politica generale del governo”. Ogni ministro risponde delle proprie funzioni: se il premier o gli altri ministri sono d’accordo o meno con lui, è un fatto politico, non penale (sennò ogni reato ministeriale manderebbe alla sbarra l’intero governo).
Nel 2011, indagato per Ruby, B. si coprì di vergogna e di ridicolo per far dichiarare ministeriale la sua concussione al capogabinetto della Questura di Milano, cioè la telefonata per far rilasciare la marocchina spacciandola per nipote del presidente egiziano. Camera e Senato, con la mozione “Ruby nipote di Mubarak”, sollevarono conflitto di attribuzione alla Consulta, che rispose picche: dare ordini alle Questure è compito del ministro dell’Interno, non del premier. Un altro precedente lo cita a sproposito la Meloni: Salvini indagato per gli sbarchi negati a varie navi Ong nel governo Conte 1. Sulla Diciotti, Conte solidarizzò con lui fino ad autodenunciarsi con Di Maio e Toninelli: ma furono tutti e tre archiviati perché non era compito loro, ma del ministro dell’Interno, fornire alle navi il Pos per lo sbarco. Su Open Arms invece Salvini, subito dopo la crisi del Papeete, disobbedì a Conte, che non attese l’indagine per dissociarsi: lo fece in tempo reale con due lettere in cui gli ordinava di fare sbarcare almeno i fragili e i minori. Se Meloni avesse fatto lo stesso con Nordio, per tener dentro Almasri o almeno porre il segreto di Stato, avrebbe evitato l’ennesima figuraccia a se stessa e all’Italia.

Robecchi

 

Ceto medio soffre le pene dell’inferno e gli resta da mangiare solo un panino
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Dovendo qui occuparci di creature immaginarie, lasciamo stare gli unicorni e parliamo di ceto medio. Formula piuttosto vaga, un po’ economica, un po’ sociologica, un po’ comoda per dire molto, ma anche niente. Con una certezza: in Italia il ceto medio – più degli unicorni – soffre le pene dell’inferno, al punto che un recentissimo sondaggio (Demos & Pi, per Repubblica) segnala allarmato che sempre meno italiani si sentono “ceto medio”, con uno scivolamento cospicuo verso il “ceto medio-basso”. Traduco: si sentono (e sono) più poveri, ma vedremo che non è solo questo.
Senza perdersi nella complessità dei numeri, in soldoni, gli italiani che si identificano come “ceto medio” sono oggi il 45 per cento: Erano il 50 un anno fa, il 52 nel 2019 e addirittura il 60 per cento nel 2006, vent’anni fa. Insomma, non è difficile oggi entrare in un bar, o salire su un treno, ed esclamare: “Guarda! Una volta qui era tutto ceto medio!”.
Secondo le tabelle e le regole (che mai come in questo caso sembrano statiche di fronte a una situazione dinamica) sarebbe ceto medio chi guadagna tra i 15 e i 50 mila euro l’anno, il che già rende l’idea della precarietà della formula “ceto medio”. A 15 mila euro, infatti, sei piuttosto povero, a seconda di dove vivi, anzi di dove sopravvivi, e considerarti ceto medio richiede una certa dose di fantasia e ottimismo. Verso i 50 mila, specie se hai figli a carico e abiti in posti con prezzi londinesi, tipo Milano o altre lande che va di moda chiamare “attrattive”, non rischi la povertà – per ora – ma nemmeno puoi ambire al salto di specie verso la riccanza. A tutti sarà evidente la povertà di questa spannometrica classificazione, dato che “ceto medio”, è una categoria più sociologica che economica, che potremmo far coincidere con una categoria politica, cioè quella chi si chiamava, un tempo, “borghesia”, piccola o media anche lei, ma insomma, un gradino sopra il proletariato, a cui guardava spesso con malcelato disprezzo (ricambiata, ovviamente). Questo per dire quanto le parole siano inadeguate.
Ma insomma, non è una cosa nuova, e un’altra ricerca (Cida-Censis, maggio 2025) ci raccontava della crisi: il 45 per cento del “ceto medio” riduce i consumi, e il 51 per cento incoraggia i figli ad andare all’estero. Per quanto sfocate, come tutta la realtà che si ordina in cifre e colonne, sono pur sempre fotografie, e tutte smentiscono un abbaglio durato decenni. La leggenda di quando si credeva, appunto, che fosse tutto ceto medio, si recitava la favoletta che “tanto gli operai non ci sono più” e si teorizzava la fine della manifattura sostituita dal terziario. Via! Tutti impiegati! Hurrà! Dimostrando così, tra l’altro, di non aver capito nulla di capolavori della letteratura politica italiana, tipo le avventure di Fantozzi, che sulla proletarizzazione del “ceto medio” costruì la sua esilarante epopea.
Pure dal punto di vista politico, le cose sono tutt’altro che semplici, anche se una cosa è sicura: il ceto medio aumenta in presenza di una decente redistribuzione della ricchezza, cosa dimenticata da anni. Con, anzi, uno sbilanciamento verso il basso, per cui è sacrilegio e spreco immane aiutare chi resta indietro (esempio: il reddito di cittadinanza) ed è invece giusto e sacrosanto concedere privilegi fiscali ai ricchi (esempio: le ridicole tasse di successione in Italia). Insomma, è la vecchia storia: sul tavolo ci sono dieci panini, i ricchi ne mangiano nove e poi urlano: “Ehi, ceto medio! I poveri vogliono mangiare il tuo panino!”.