martedì 29 luglio 2025

Il ras dei bari

 




Quando uno è un acclarato ribaldo frega anche quando gioca da solo!

Disattenzioni

 



Ellekappa

 



Natangelo

 



Nella tragedia del genocidio

 

Gaza, lo sterminio a tre ore da noi
DI PINO CORRIAS
Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, seduti ogni sera, davanti agli sbuffi di polvere che si alzano sulle macerie di Gaza, alle esplosioni che illuminano la notte di Khan Younis, ai cadaveri senza identità accatastati nelle fosse comuni, ai bambini ridotti a scheletri, ci chiediamo quanto veleno militarista, quanto veleno religioso, quanto veleno ideologico occorrano per trasformare una vendetta in un massacro senza fine. E come sia possibile ritrovarci a respirare di nuovo dentro al nero inchiostro della premonizione di Primo Levi: “Siccome è successo, succederà ancora”.
Al netto delle briciole concesse da Israele, un corridoio lungo dieci ore al giorno ai camion degli aiuti umanitari, siamo tutti precipitati indietro nel tempo. Di nuovo spettatori del lager, testimoni di un massacro che avviene davanti al mondo, a tre ore di volo dalle nostre vacanze, dai nostri fantocci della politica e della diplomazia, dalle balbettanti corrispondenze dei nostri telegiornali che chiamano lo sterminio “un nuovo raid delle Forze armate”, o peggio, “una nuova offensiva”. E dicano, come niente fosse “bombardata la tendopoli di Deir El Balah” e poi “nuova strage tra gli sfollati in fila per il cibo, oggi sono 32”, senza spiegarci come sia possibile bombardare una tendopoli che è “area umanitaria” per eccellenza, e sparare sugli sfollati, che sono donne e bambini, aggrappati alle loro pentole vuote.
Due inferni sulla Terra ha fabbricato il fanatismo ideologico, negli anni 30 dell’altro secolo: lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti voluto da Hitler e dalla sua Germania uncinata, classificato come Soluzione finale. E lo sterminio per fame, imposto in Unione Sovietica da Stalin e dagli apparati comunisti, contro il popolo ucraino, l’Holomodor. Sei milioni di morti il primo. Tra i tre e i cinque milioni, il secondo.
Netanyahu e il suo governo, Israele e il suo esercito, li stanno imbracciando entrambi contro i palestinesi imprigionati a Gaza, per vendicare i 1200 ebrei uccisi da Hamas e i 250 rapiti, tutte vittime del 7 ottobre 2023, in un raid preparato per mesi dai miliziani, senza che gli occhi satellitari di Israele si accorgessero di nulla, come nel nulla erano finiti gli allarmi dei Servizi segreti militari. Per poi deflagrare nel furore di questa vendetta infinita e finale, 21 mesi di bombardamenti, che nessuno riesce più fermare.
Le bombe e la fame. I missili e le malattie. Quasi 60 mila palestinesi sono già morti sotto le bombe, altre migliaia di vittime sono scomparse sotto le macerie. I jet e i droni hanno raso al suolo il 70 per cento di tutto: le case, gli ospedali, le strade. Da marzo – secondo il piano ideato come seconda fase del massacro – l’esercito ha bloccato i camion di cibo e acqua degli aiuti internazionali al di là dei valichi di frontiera, per poi fucilare, ogni giorno, i civili che si addensano in folle rese isteriche dalla fame, nei punti in cui viene distribuita la farina: l’alimento indispensabile alla sopravvivenza, trasformato in trappola mortale.
Le briciole appena concesse da Netanyahu “per impedire all’Onu di continuare a mentire contro di noi” serviranno poco ai gazawi (e agli ostaggi imprigionati da Hamas) se non a prolungarne l’agonia. A morire da moribondi, proprio come accadeva agli ebrei ridotti a scheletri nelle baracche di Auschwitz, prima di essere avviati ai forni crematori. O come i contadini ucraini ridotti a larve umane nei campi bruciati dalla carestia.
Ma chi sono i soldati che obbediscono agli ordini sul campo? Che facce hanno? Nessuna è mai comparsa. Israele controlla, cancella, censura tutto. Non le vediamo, ma possiamo immaginarle. Sono quelle dei normalissimi ragazzi e delle ragazze che fino a sei mesi fa, a un anno fa, giocavano a pallavolo sulle spiagge di Eilat e Banana Beach, che bevevano l’aperitivo nei pub di Jaffa, che si scattavano selfie in quella che ancora oggi le guide turistiche chiamano “l’eccitante vita notturna di Tel Aviv”.
È stata la disciplina militare a trasformarli. È stata l’ideologia della smisurata vendetta a renderli così obbedienti, così impermeabili all’orrore, così indifferenti all’omicidio di massa. A persuaderli che sparare ogni giorno, da 660 giorni, contro civili inermi sia una guerra e non un crimine. Un ordine da eseguire. Una procedura consentita dal dominio totale che Israele, da decenni, esercita sui suoi nemici, in nome della propria nazione, della propria terra, della propria storia. Decenni nei quali ha steso il filo spinato intorno ai 56 chilometri di confine di Gaza. Installato telecamere e check-point. Consentito l’assalto dei coloni nei Territori. Praticato gli arresti arbitrari dei sospetti, sequestrati senza processo in carceri vietate a ogni controllo. Garantendo la perpetua impunità dei propri reparti militari.
Al netto delle crescenti diserzioni (e suicidi) che le agenzie internazionali segnalano tra le file dell’esercito israeliano, non sono solo i decenni di guerra guerreggiata a rendere le migliaia di reclute così tanto indifferenti al destino di un intero popolo nemico, speculare al proprio. Lo è anche l’assimilazione dei canoni dell’apartheid respirati nella vita quotidiana, quella vissuta nella famosa “unica democrazia del Medio Oriente”, che li ha persuasi della completa disumanizzazione dei palestinesi, gli intrusi. Gli intralci da eliminare, i corpi da sfoltire, le masse irrilevanti da sgomberare. “Gaza sarà finalmente tutta ebrea”, ha appena auspicato Ben-Eliahu, ministro di Netanyahu. Perché “i palestinesi non sono un popolo” non sono nulla, come sostiene il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, quello che già un anno fa anticipava la strategia di Israele in forma di auspicio quando diceva che lasciar morire di fame due milioni di palestinesi “potrebbe essere giustificato e morale per liberare gli ostaggi”.
Dunque la guerra perpetua, la fame, lo sterminio. Ottant’anni fa, 2 dicembre 1948, Albert Einstein, Hannah Arendt e altri 26 intellettuali ebrei resero pubblica la loro denuncia sulla deriva del nascente Stato di Israele dove si predicava “un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale”, e che il Partito della libertà, leader il futuro premier Manachem Begin, appariva “strettamente affine ai partiti nazista e fascista nei metodi, nella filosofia politica, nell’azione sociale”. E concludeva la lettera: “È nelle azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere: dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro”. Quel “noi” di allora siamo noi oggi. Il partito di Begin è diventato quello di Netanyahu. E quel futuro è adesso.

Il fascismo che è in loro

 

"Le sentenze sulla strage inchiodano l'Msi Proteggevano Bellini, Meloni non ha più scuse"
di Franco Giubilei
«C'è una sfilza di terroristi che arrivano tutti dall'Msi, chi proteggeva Bellini erano senatori del Msi, e la presidente del Consiglio comunque rivendica la sua formazione politica in quel partito». Mancano pochi giorni al 2 agosto, quando saranno quarantacinque anni dall'esplosione della bomba alla stazione di Bologna, e il presidente dell'Associazione familiari delle vittime Paolo Bolognesi torna con durezza ancora maggiore sulla polemica che l'anno scorso lo vide protagonista degli attacchi alla premier Giorgia Meloni.
Argomento, oggi come allora, il legame mai reciso fra la destra di governo attuale e il partito che fu di Giorgio Almirante, a sua volta imparentato – lo sostiene Bolognesi sulla base delle condanne definitive a Gilberto Cavallini, Paolo Bellini e ai mandanti della strage – con gli ambienti neofascisti da cui provengono i protagonisti di quell'evento terribile. È in questo clima che Bologna si prepara alla commemorazione del 2 agosto, con i discorsi nel piazzale della stazione e la partecipazione della ministra dell'Università Anna Maria Bernini.
Bolognesi, che dopo 29 anni sta per lasciare la guida dell'Associazione a Paolo Lambertini per raggiunti limiti d'età (ne ha quasi 81), intanto, rincara: «Ci sono tante altre cose passate in giudicato che inchiodano la presidente del Consiglio, che diceva che parlare di una genesi dei terroristi attraverso il partito di destra Msi metteva a rischio l'incolumità del Consiglio dei ministri».
Perché sente il bisogno di tornare sulla polemica con la premier?
«Perché mentre un anno fa c'erano sentenze d'appello, oggi quelle pronunce sono passate in giudicato, e adesso rispondiamo, in modo che così abbiamo già risolto il problema: parlo della condanna all'ergastolo di Gilberto Cavallini per il suo ruolo nella strage di Bologna e di quella di Paolo Bellini, oltre che dei mandanti».
E qual è il rapporto con la destra attuale?
«Bellini ha dichiarato più volte, senza essere mai smentito, che era infiltrato in Avanguardia Nazionale per conto di Almirante (allora segretario del Msi, ndr). Sempre Bellini era aiutato, quando si chiamava Da Silva, da uno o più senatori dello stesso partito. Siccome Giorgia Meloni diceva che il Movimento sociale è il suo partito di formazione, non deve prendersela se si parla di queste cose, perché sono i processi che le hanno portate alla luce. Un altro esempio? Carlo Cicuttini, allora segretario di una sezione dell'Msi a Manzano, in Friuli, telefonò ai carabinieri per una macchina sospetta che esplose, uccidendo tre militari: la strage di Peteano del 1972. Il Movimento sociale reperì 32 mila dollari per l'operazione alle sue corde vocali che ne rendesse la voce irriconoscibile».
Il 2 agosto dell'anno scorso la premier ha detto che i suoi attacchi erano ingiustificati e fuori misura.
«Gli attacchi sono venuti fuori dagli atti dei processi: se leggessero le sentenze dovrebbero ammettere che alcune persone del loro ex partito hanno avuto un passato di un certo tipo e che sono in sintonia con il mondo delle stragi».
Secondo lei ci sarebbe un rapporto fra le idee di Licio Gelli e la separazione delle carriere prevista dalla riforma della giustizia?
«Il Piano di rinascita democratica di Gelli, colui che ha voluto, organizzato e finanziato la strage di Bologna, prevedeva la separazione delle carriere per mettere la magistratura sotto il controllo dell'Esecutivo».
Ma questo stabilisce una relazione con l'operato del governo attuale?
«Dico solo che il progenitore della riforma è stato Gelli, che tutti i vertici dei servizi erano della P2 e sono quelli che hanno gestito il caso Moro, la strage di Bologna e l'uccisione di Piersanti Mattarella. Se ci dimentichiamo questi percorsi allora sono tutte fandonie. Quello di Gelli era un piano golpista».
Su cosa si fonderebbe la continuità fra il passato eversivo, il Msi e la destra attuale?
«Quella implicata nella strage è tutta gente che viene dal Movimento sociale e noi abbiamo una presidente del Consiglio, che ha giurato sulla Costituzione antifascista, che però non riesce a dirsi antifascista. Io ci vedo una continuità con quella gente: o la scarichi, oppure la continuità c'è. La premier d'altra parte rivendica con orgoglio di essersi formata nell'Msi».
Meloni ha anche detto, sempre rispondendole un anno fa, che i suoi attacchi mettevano in pericolo l'incolumità di chi è al governo democraticamente eletto.
«Io ho detto solo la verità (uno dei temi del discorso di Bolognesi era il mancato riconoscimento della matrice fascista della strage di Bologna, ndr), semmai l'incolumità era la mia, non la sua. Lei è a capo del governo, mentre io sono solo il presidente dell'Associazione familiari delle vittime della strage. Chi è l'indifeso, io o lei?».—

Come è umano lei!

 

Fantozzi va in Scozia
DI MARCO TRAVAGLIO
È falso che lo strepitoso accordo sui dazi Usa alla Ue siglato in Scozia da Trump con Trump davanti a Von der Leyen manchi di trasparenza. Ecco il verbale dello storico summit.
Ore 10. VdL raggiunge il golf resort di Trump a Turnberry camminando sulle ginocchia, per non sembrare troppo alta. Vorrebbe bussare alla porta, ma le dita le scivolano a causa della sudorazione a mille. L’usciere-parrucchiere-tinteggiatore di Trump sente il fruscio e apre: “Perché non ha bussato?”. E lei: “Non ho le mani…”. Lui le stacca di netto lo strato di lacca dalla cofana (“Sua Maestà è allergico”) e rovescia sul pavimento un pacco di ceci e chiodi invitandola a farci due passi, sempre carponi (“Sua Altezza gradisce le posture penitenti”).
Ore 11. VdL continua a scorticarsi le ginocchia in attesa di Trump, che fa tardi sul green.
Ore 11.30. Arriva Trump in tenuta da golf roteando una mazza in titanio. Ma poi abbassa lo sguardo, vede il sangue sul pavimento e risparmia all’ospite ulteriori sevizie. VdL ringrazia a nome dell’Ue: “Com’è umano, lei”. Lui prende posto su una poltrona in pelle umana (quella di Rutte, che gliel’ha donata con dedica “Al mio Paparino” scritta col sangue). Lei strappa il privilegio di sdraiarsi ai suoi piedi, a pelle di leone.
Ore 12. Inizia, serratissimo e a tratti drammatico, il negoziato. Trump: “Voi europei siete ladri e parassiti”. VdL: “È vero, Maestà, e anche usurai!”. Trump: “Rivoglio tutto indietro. Dazi al 15%”. VdL: “Non sarà poco, Altezza Reale? Facciamo il 20!”. Trump: “No, cara la mia bertuccia, sennò pure quegli invertebrati dei tuoi alleati ti fanno la pelle, e a me servi viva. Non sai i guai quando cambi la servitù al giorno d’oggi”. VdL: “È un bel presidente, un apostolo, un santo! Non so come sdebitarmi, Duca-Conte, ho la salivazione leggerissimamente azzerata”. Trump: “Tranquilla, Cita, troveremo il modo”. VdL: “Idea! Mio Re, vi compriamo anche 750 miliardi di gas e di armi, ovviamente a prezzo quadruplo. E ci metto pure una batteria di pentole antiaderenti per la sua signora, pardòn Regina”. Trump: “Ok, babbuina, ma facciamo prestino ché il golf mi attende. Vuoi tirare pure tu due pallette?”. VdL: “Io non mi permetterei mai di giocare, si figuri se mi permetterei di vincere, Sire”. Trump: “Dimenticavo: come la prenderanno le tre emme?”. VdL: “Mio Signore, emme in che senso?”. Trump: “Macron, Merz e Meloni!”. VdL: “Ah, quelli: parlano, parlano, poi digeriscono pure i sassi. Scattano sull’attenti perfino per me, si figuri per lei!”.
Ore 12.06. Dopo ben 6 minuti di corpo a corpo, VdL accenna a una riverenza da sdraiata. Trump le passa sopra: “Ops, scusa, credevo fosse il tappeto”. “Ma sono qui apposta! Se non l’avesse fatto lei gliel’avrei chiesto io, Santità!”.