martedì 1 luglio 2025

Ronf Ronf

 

I russi russano
DI MARCO TRAVAGLIO
Siccome siamo il popolo più ostile al riarmo, la propaganda guerrafondaia è in piena azione per convincerci che non c’è alternativa. I russi avanzano in Ucraina salvo brevi parentesi da 40 mesi, ma ogni attacco è il più terribile di sempre (strano: due mesi fa i russi, tutti homeless ubriachi, avanzavano a dorso di muli e motorini). Anche la frase più banale in russo, tipo il “non ci sconfiggerete” di Lavrov, diventa una “minaccia all’Europa”. Invece non solo Kiev, che almeno è in guerra, ma pure Polonia, Finlandia e i tre Stati baltici che riabilitano le mine antiuomo per spargerle ai confini con Russia e Bielorussia, inviano segnali di pace. Ogni guasto o black-out, incidente o ritardo è colpa degli hacker e cyber-sabotatori russi. Che vantano più avvistamenti della Madonna di Civitavecchia: spingitori di migranti dall’Africa, mandanti di Al Bano e Iva Zanicchi, truccatori di ogni elezione vinta da chi deve perdere, istigatori di proteste pro Pal, autori di fake news sul cancro di Kate e del video di Macron menato dalla moglie, seminatori di merda nella Senna per le Olimpiadi di Parigi, spie che usano “telecamere antistupro” e “di sicurezza”, “antenne sui tetti delle ambasciate”, “droni russi su Cernobbio per spiare il Centro di ricerca Ue o uno stabilimento Leonardo” (si scoprì poi che non erano né droni né russi, ma interferenze nostrane ai sensori antincendio guasti), computer privati (Libero: “Accendi il pc, Putin ti spia”) e persino “Hvaldimir, la balena beluga sospettata di essere una spia russa e trovata morta in Norvegia” (Rep e Libero). Ieri le cronache sul blocco radar che ha mandato in tilt i voli al Nord e sull’ennesima giornata di paralisi dei treni al Centro-Sud erano affiancate da un rapporto degli 007 britannici su “attacchi cyber da Mosca” e da titoli ammiccanti sul “caos trasporti”: come se a spiegarlo non bastasse Salvini.
Non vi dico l’effetto straniante di leggere queste minchiate sul volo Roma-Trieste, atterrato con la consueta ora e mezza di ritardo per “ritardato arrivo dell’aeromobile” (scusa che vale per l’intera giornata, tanto nessuno domanderà mai il perché della ritardata partenza del primo volo che si trascina dietro tutti gli altri), più un ulteriore quarto d’ora perso sulla pista perché non si riusciva a collegare la presa elettrica del velivolo a quella dell’aeroporto. Appena sceso, ho cercato i sabotatori russi armati di tronchesi, ma devono essermi sfuggiti. Strano che nessuno abbia ancora smascherato gli agenti putiniani che han segato i tubi per far crollare l’insegna di Generali sul grattacielo-banana di Milano. Forse perché ormai hanno capito l’antifona: appena giunti in Italia, scoprono che i servizi pubblici e privati riescono a non funzionare benissimo anche senza di loro. E si riposano.

L'Amaca

 

Violenza e sale in zucca
di MICHELE SERRA
Il problema dei violenti è che spesso sono anche sciocchi. O meglio: non essendo abbastanza intelligenti, si illudono che la violenza possa risolvere ciò che la loro ragione non arriva a capire.
Prendete questa dichiarazione del signor Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele e falco del governo Netanyahu: “L’obiettivo finale della guerra (ovvero dell’ecatombe di Gaza, ndr) è la completa sconfitta di Hamas, in modo che nessuno possa mai più massacrare i nostri cittadini e rapirne centinaia”. Detto che l’aspirazione alla sicurezza degli israeliani, specie dopo il 7 ottobre 2023, è del tutto comprensibile e legittima, è mai possibile che nessuno riesca a spiegargli che ciò che lui chiama “distruzione di Hamas” ha assunto le forme e i modi della cancellazione di un popolo; e dunque, anche ammesso che la detestabile egemonia di Hamas a Gaza possa avere fine, l’odio dei superstiti sarà inestinguibile, e dopo Hamas nascerà qualcosa di peggiore e di ancora più esiziale per Israele?
Ammesso e concesso che al signor Ben Gvir delle persone palestinesi, bambini e donne compresi, non importi nulla, come può non capire che quello che sta accadendo a Gaza non solo non giova alla sicurezza degli israeliani, ma la rende più precaria che mai?
Le macerie e le stragi chiamano altro sangue, e alla lotteria della Storia non è detto che sia il sangue altrui. Ma i Ben Gvir di tutto il mondo non hanno abbastanza sale in zucca per capirlo, e come tutti i fanatici gettano le basi della loro rovina. Trascinando, nella loro rovina, anche gli innocenti.

lunedì 30 giugno 2025

Neil

 

Fumantino, ecologista, militante: la fiamma di Neil Young è eterna
DI ANDREA SCANZI
Vai a vedere Neil Young, 80 anni a novembre, e ti chiedi come lo troverai. Dubbio lecito: un tempo gli eroi eran tutti giovani e belli, mentre adesso son quasi tutti vecchi e provati. Da una parte i mostri sacri di ieri, con tutto il loro passato irripetibile. E dall’altra gli artisti bagatellari (non tutti ma troppi) di oggi, con tutto il loro presente prescindibile.
E invece il vecchio Neil è in gran forma, e il palco è ancora casa sua. Per questo tour, lui che i grandi classici non li ha mai garantiti dal vivo, propone pure una scaletta conciliante e addirittura indulgente, perfetta per il fan talebano come pure per chi di Young conosce giusto Harvest e poco più.
Copenaghen, terza data europea del suo Love Earth World Tour, che andrà avanti fino a metà luglio ma che purtroppo non toccherà l’Italia (e per questo, se lo si vuole vedere, tocca spostarsi). Uno spazio verde enorme e strapieno, poco distante dall’aeroporto. Neil si presenta alle 20 spaccate, dopo un apripista danese tutt’altro che irrinunciabile (Peter Sommer). Sedici brani, quasi tutti torrenziali, con code chilometriche di chitarra/basso/batteria (a partire da Be The Rain e Sun Green). Cento minuti di musica che parte piano – complice qualche guaio tecnico nella iniziale Comes a time – e deflagra canzone dopo canzone, fino a un’ultima mezz’ora semplicemente irresistibile.
La generazione di Neil – Pink Floyd, Rolling Stones, Led Zeppelin, Eric Clapton, Bob Dylan eccetera – è incredibile e inspiegabile. Hanno vissuto mille vite, bevuto e fumato di tutto. Eppure, se non sono morti prima e sono arrivati chissà come fino a questo nostro presente cacofonico e vuoto, mangiano ancora in testa a tutti.
Young, poi: da bambino gli diagnosticarono diabete e poliomielite. Col successo – vissuto malissimo e ottenuto con un album che continua a mal sopportare – si è scornato con droghe, alcol e depressione. Ha perso troppi amici per overdose e suicidio, sentendosi ogni volta dannatamente in colpa come se tutto (anzitutto il dolore) dipendesse da lui.
Negli anni ha avuto un aneurisma, problemi di udito, altri acciacchi ancora. Eppure adesso te lo ritrovi lì, stesso look iconico di sempre e stessa voce benedetta dai demoni. Talento totale, scorbutico, poliedrico. Carisma a fiotti, chitarrista viscerale, mai di maniera bensì passionale e brutalmente sincero.
Gibson per la parte elettrica (dominante), Martin per quella acustica. Con lui ci sono i The Chrome Hearts, schietti e privi di fronzoli come Young.
L’unica concessione dal periodo Crosby Stills Nash & Young è Name of Love. Gli evergreen eseguiti non sono pochi: Hey hey, My my, The Needle and the damage done, Old man, Harvest Moon, Down by the River, Rockin’ in a free world. A un certo punto, proprio durante l’ultimo bis, il cielo si mette a piovere di colpo, ma lo fa giusto quaranta secondi, non per disturbare ma come tributo ulteriore a un artista molto più rigoroso e coerente che pazzo.
Ecologista ante litteram (aveva ragione pure lì). Militante (detesta Trump, e come dargli torto). Fumantino (con laurea ad honorem). Unico a beccarsi una denuncia da una sua casa discografica (la Geffen) perché, negli Anni Ottanta, fece effettivamente di tutto per non vendere una mazza e proporre sonorità che c’entravano pochissimo con l’idea che gli altri avevano di lui.
Tra il ’69 e il ’79 ha sbagliato al massimo mezza nota, nei Novanta ha vissuto un altro decennio di ispirazione irreale. Detesta il successo e, se potesse, cancellerebbe per davvero Harvest (e sbaglierebbe, buon Dio!).
“Padrino del grunge”, maestoso tanto nel rock più incendiario coi Crazy Horse quanto nella rarefazione acustica più ancestrale (il suo Live at Massey Hall del 1971 andrebbe insegnato nelle scuole, come pure l’Unplugged del 1993). Capace di dare del tu a qualsiasi genere. Immortale benché mortale, più sopravvivente che sopravvissuto, longevo e pressoché eterno a dispetto di se stesso.
Quando abbandonò questo mondo, Kurt Cobain citò una strofa di Young (tratta da My My, hey hey) nella sua lettera d’addio. Recita così: “È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”.
Il concerto di Copenaghen è la conferma ulteriore di come Neil abbia preso in contropiede tutti pure qui: lui brucia di continuo, senza però spegnersi mai.

domenica 29 giugno 2025

Eredità



Cosa ci lascia la rapto veneziana degli oligarchi plutocrati? Un amaro sapore in bocca non dettato da sentimenti d’invidia, ci mancherebbe! Riecheggia infatti il moto del Marchese del Grillo “io so io e voi nun siete un caxxo!” di questi signorotti globali, che ci hanno pure lasciato la mancetta, dopo le nostre riverenze profuse, dopo che gli abbiamo concesso il dispiegamento di forze militari a difendere la loro sacra privacy esternata da quel pagliaccio di Di Caprio che gira sempre col cappellino a coprirsi il volto, forse per la vergogna dovuta allo scarrozzare col jet privato mentre dispensa ad allocchi inviti a salvare il pianeta dall’inquinamento. La gravità di ciò che i ricconi hanno esternato è un’altra: abbiamo lasciato loro quella immotivata corona regale simbolo del potere assoluto, autocovincendoli a travalicare moralità, socialità, comune senso d’appartenenza della specie. Sono convinti, grazie a noi, di essere in grado di decidere, d’agguantare ogni bene comune a disposizione di tutti, di scorrazzare tra stati impunemente, senza alcuna remora, senza alcun dovere, godendo d’immunità, soprattutto fiscale, in grado pure di prenderci per i fondelli, gratuitamente. Se ancora qualcuno ne dubitasse, il feudalesimo è tornato più forte che mai, è tra noi, s’arricchisce depredando le risorse comuni e lasciandoci basiti per l’opinatezza eclatante dimostrata nella tre giorni veneziana, un cammeo che i nostri discendenti un giorno studieranno con voracità, visto che già sin d’ora non si comprende come sia possibile idolatrare quattro cialtroni dediti ad un capitalismo deviato e pure onnivoro, anticamera di uno sconquasso generazionale che, Dio lo voglia, potrebbe aprire ad un’età dell’oro, quella rivoluzionaria. Al momento però siamo ancora nella fase della degustazione della brioche appena lanciataci dagli sposini del pacco. Sai che culo!

L’Amaca


Il peso specifico della libertà 
di Michele Serra

Forse, dopo il Pride di Budapest, sarà più chiaro a tutti che i diritti della persona sono cosa di primissimo rilievo politico. Non un “falso obiettivo” per una sinistra disorientata e ripiegata su se stessa, non uno sfizio, e quasi un vizio, da occidentali annoiati, non uno spreco di energie distolte dalle questioni sociali e salariali.

No: qualcosa che riguarda l’essenza stessa della democrazia, in grado di costringere un intero continente, classe politica e opinione pubblica, a riflettere su se stesso, con l’odio fascista che si mette (inutilmente) di traverso e il truce governo ungherese isolato e costretto alle corde assieme al cospicuo novero dei suoi alleati europei, governo italiano in primo luogo.

Il Pride (con il suo ampio corollario di movimenti e di attivisti) è un fiume gonfio di libertà, il folklore da un lato, l’eccesso di pedanteria ideologica dall’altro, non levano peso a una materia per nulla fumosa, fatta di persone in carne e ossa e di vite quotidiane (non si dice sempre che la politica deve occuparsi della vita quotidiana delle persone?).

Orbán lo sa benissimo, che la sostanza di quel movimento è una visione plurale e liberale della società, e per questo, in sintonia con il suo faro politico Putin, non lo sopporta: fino a vietarlo. Ieri (sabato 28 giugno) ha perso clamorosamente una battaglia importante, e ancora non si sa chi vincerà la guerra. Ma di qui in poi il vecchio argomento “si parla troppo di diritti, poco di politica vera” ha perso ragione d’essere.

Avanti marsc!


Polli Aia 

di Marco Travaglio 

Leggendo in rapida successione due interviste dei generali Portolano e Tricarico e l’editoriale crivellato dal maresciallo Panebianco con raffiche di mitra, stavo per convertirmi al riarmo. Dice il Portolano, arrapatissimo dalle decine di miliardi che stanno per piovere dal cielo, che dobbiamo “puntare su organici, droni, copertura aerea, munizioni, forze corazzate, artiglieria, genio, batterie equipaggiate con missili di nuova generazione”. Per far che? Per avere la “prontezza operativa” a “sostenere un conflitto come quello russo-ucraino in corso”. Ora, la Russia ha invaso la confinante Ucraina per impedirle di entrare nella Nato e di continuare a bombardare le regioni russofone del Donbass. Evidentemente c’è un Paese confinante con noi che medita di invaderci per impedirci non di entrare nella Nato (ci siamo da sempre), ma di bombardare la minoranza ladina in val di Fassa o quella tedesca in Sudtirolo? Il Tricarico, affranto per la “crisi vocazionale che ha reso il mestiere delle armi meno appetibile”, vuole rimpinguare l’esercito, riportare in caserma i 7 mila soldati di Strade sicure e “rendere richiamabile nella riserva chiunque ha lasciato il servizio attivo da un certo numero di anni: per esempio io”, che ha appena 83 anni. Perché “i granai sono vuoti” (forse voleva dire arsenali) e c’è “una guerra alle porte”. Con chi, per riservatezza, non lo dice. Ma si lascia sfuggire che, “se l’Italia venisse attaccata come Israele dall’Iran, non potremmo difendere i cittadini”. Per la verità è Israele che attacca l’Iran e questo risponde, ma non è uso attaccare Paesi a cazzo: se evitiamo di bombardarlo, è probabile che non bombardi noi e le cellule di Hezbollah in Val Brembana restino dormienti. Poi c’è il mar. Panebianco, che divide i nemici del riarmo fra “amici del giaguaro” (i “putinian-pacifisti”), “europeisti della domenica” e “sonnambuli” che perdono tempo in “calcoli complicati su quanto costerà ai cittadini” con tagli a “sanità, pensioni, scuola e altro”: quisquilie.
Quando stavo per arrendermi, ho letto l’articolo di Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa) sul “pavone Trump” e i “polli europei” al vertice Nato dell’Aia: “Il 5% del Pil alla Difesa non ha nulla di militare: i piani di sviluppo delle forze armate si fanno definendo cosa occorre per conseguire le capacità stabilite, il tempo necessario e il costo, e poi reperendo le risorse. Non certo stabilendo a priori percentuali di Pil”. Trump vuole solo che “gli europei comprino armi Usa per riequilibrare la sua bilancia commerciale”. E i “polli” scattano sull’attenti, “schiacciati tra l’incudine del 5% di Trump e il martello degli 800 miliardi a debito imposti dall’Ue: il primo per favorire gli Usa, il secondo la Germania. In entrambi i casi, paghiamo noi”. Cornuti e contenti.

sabato 28 giugno 2025