Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 27 aprile 2025
Francescanemente
Il primo miracolo
DI MARCO TRAVAGLIO
Forse è solo un fuoco fatuo. Ma la storica foto di Trump e Zelensky seduti faccia a faccia sulle due sedie rosse e dorate fra i marmi di San Pietro, protési l’uno verso l’altro a parlare di pace a pochi metri dalle spoglie di Francesco, ha acceso le speranze del mondo intero (fatta eccezione per chi è troppo impegnato a salvarsi la faccia per preoccuparsi di salvare vite). E ha oscurato persino le immagini solenni del funerale del Papa, che sarebbe il primo a gioirne: la pace non è morta. In questi anni si è battuto solitario, incompreso, frainteso e vilipeso, per convincere i potenti della Terra a fermare le 56 guerre che la insanguinano, dall’Ucraina a Gaza in giù. E proprio nel giorno della sua sepoltura quel gesto così normale pare il suo primo mezzo miracolo: un colloquio sottovoce, lontano da orecchi indiscreti, clamori mediatici, ansie di uscire vincitori con rivendicazioni irrealistiche e minacce umilianti. L’opposto di quello di due mesi fa nello Studio Ovale. Anche i séguiti fanno sperare: dopo le bacchettate a Zelensky di questi giorni, Trump dà una botta a Putin condannando gli ultimi bombardamenti e lo sfida a non prenderlo in giro; Putin non risponde a brutto muso, ma annuncia la completa liberazione di Kursk e si dice pronto, ora che la contro-invasione è respinta, a negoziati diretti con gli ucraini “senza precondizioni”. E, sull’altro fronte, Hamas offre una tregua a Tel Aviv con la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani, mentre fila liscio il terzo round tra Usa e Iran sul nucleare malgrado l’esplosione al porto di Shahid Rajaee e Trump giura che “Netanyahu non mi trascinerà in guerra con Teheran”.
Sono solo parole che attendono la prova dei fatti. Ma parole molto diverse da quelle bellicose e belliciste che ascoltavamo fino a qualche giorno fa. Parole “disarmate”, come aveva auspicato il Papa nella lettera scritta al Corriere il 14 marzo dall’ospedale (“Disarmare le parole per disarmare le menti e disarmare la Terra”). Ed è paradossale che, a innescare almeno verbalmente questo circuito virtuoso, sia un leader rozzo, violento, antitetico al messaggio bergogliano come Trump. Perciò il Papa parlava con tutti, anche con le peggiori canaglie (“Dio condanna il peccato ma salva il peccatore”), senza sconti ma senza rotture. L’ha spiegato padre Antonio Spadaro a Daniela Ranieri: “Quando si rivolge a politici e capi di Stato, lui punta il dito sui fatti, non attacca i singoli. La sua è una diplomazia ‘sartoriale’, tende a ricucire”. Nei Vangeli la Provvidenza si serve del Male – Giuda, i sommi sacerdoti, Pilato – per propiziare la morte e resurrezione di Cristo. E nei Promessi sposi usa don Rodrigo e l’Innominato a fin di bene. Se ieri, in piazza San Pietro, qualcuno lo ha capito, quel funerale diventerà una festa.
L'Amaca
Una pace senza parole
di MICHELE SERRA
Si chiama, la nostra, “società dell’immagine”, e dunque l’istantanea di Trump e Zelensky (in ordine alfabetico) che confabulano in San Pietro, seduti su due sedie, ha un forte impatto. Se si chiamasse “società della parola” l’impatto sarebbe molto minore: senza didascalia, quella foto è solo una foto.
Che cosa si saranno detti? Qualche frase improvvisata, probabilmente, magari qualche espressione di circostanza che rimedi, almeno in parte, al disgraziato incontro/agguato nella Sala Ovale. Meglio che niente, ma un percorso di pace richiede il lavoro paziente di molte persone esperte, documenti lunghi, faticosi e sempre passibili di correzioni rigo per rigo, trattative, colloqui, tentativi parziali, mosse tattiche e obiettivi strategici. Parole messe in fila, insomma, in mezzo alle quali le sole immagini pertinenti sono carte geografiche e fotografie satellitari: questa è, tecnicamente, una pace. Parole, nero su bianco.
Ci sia concesso di dubitare che questo lavoro sia in atto; che a farlo siano persone con le dovute competenze e la necessaria esperienza; che la pace, insomma, non sia solo una suggestione legata allo scatto fortunato di un bravo reporter (quella foto è, comunque, notevole). Trump non sembra disporre di un personale politico all’altezza, Zelensky fatica addirittura a essere riconosciuto, con pieno diritto, parte in causa, e delle intenzioni dei russi, a parte le bombe sui civili e le invettive social che fanno il paio, per rozzezza e stupidità, con quelle trumpiste, sappiamo poco o niente.
Il tragico depotenziamento di tutte le sedi internazionali, a partire dall’Onu, aggrava il quadro. Sarebbero i luoghi deputati per discutere di pace. Il nazionalismo epidemico che sta devastando il mondo le sta smantellando, mattone dopo mattone.
sabato 26 aprile 2025
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