mercoledì 16 aprile 2025

Bell’esempio!



Credo che questa sia una delle più colossali prese per il culo mai viste! Un settantaseienne e un ultrasessantenne da oltre quarant’anni in tolda che lanciano un messaggio di speranza ai giovani!!! Gli stessi giovani dei loro tempi allorché sfancularono l’età del giusto ritiro dalle scene, e che oggi sono al parco coi nipotini!!! Standing ovation!!!

Tutti con voi!

 



Saltimbanco

 



Corsi e ricorsi

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Fra Cina e Usa. È la lite di condominio più grande di sempre: pagheremo noi
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Quando gli chiesero perché preferiva andare in galera e perdere un titolo mondiale piuttosto che andare in Vietnam a sparare ai vietcong, Muhammad Alì rispose: “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”.
Ecco, siccome ci apprestiamo ad assistere alla più grande lite di condominio del pianeta, tra Stati Uniti e Cina, vorrei ricordare che nessun cinese mi ha mai chiamato “parassita”, come invece ha fatto il vicepresidente americano J.D.Vance. Detto questo, c’è, evidente a tutti, un problemino difficile, e cioè che nella storica foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin che si dividono il mondo come un melone, ecco, in quella foto non c’è nemmeno un cinese. È un problema, dato che oggi invece la Cina è dappertutto, non solo nelle schermaglie commerciali, ma nelle nostre vite, sottoforma di merci, componenti, manifatture, tecnologia e altro. Mentre la foto di Yalta ingialliva e diventava antica, inadeguata, decennio dopo decennio, la Cina passava da medioevo feudale a biciclette e riso per tutti, poi a fabbrica del mondo, manifattura a basso prezzo, poi a avanguardia tecnologica con grandi capacità produttive. Insomma, ha fatto in ottant’anni quello che noi abbiamo fatto in trecento: anche soltanto dieci anni fa comprare una macchina cinese pareva come comprare un pedalò in lamiera; oggi invece la macchina cinese c’è, ed è una sciccheria di alta gamma.
La guerra commerciale è partita a colpi di dazi, blocco di determinate merci (le terre rare!), ripicche, sgambetti, frecciatine verbali, pernacchie, accuse reciproche. Presto la gara di schiaffoni diventerà una rissa da saloon, la logica del dispetto commerciale diventerà un tutti-contro-tutti entusiasmante. Uno spettacolo che pagheremo, ovviamente, in termini di prezzi che si alzano, inflazione e via elencando, sempre se non ci sarà la temuta recessione. Intanto si disegnano i confini ideologici delle questioni commerciali. Anche se potrebbe non convenire in termini commerciali (traduco: ci rimettiamo dei soldi) faremo accordi con Trump, comprandogli più gas e più armi (cosa che spiega bene il famoso riarmo europeo! Wow!), e questo perché siamo nella sua sfera di influenza e contro i comunisti. Quanto ai cinesi coltivano la propria sfera d’influenza e mirano ad allargarla e consolidarla, facendo balenare ogni tanto l’idea che certe merci molto ambite le hanno solo loro, quindi attenzione a tirare la corda. Hanno anche in mano una bella fetta di debito pubblico americano, visto che si parla tanto di deterrenza, si sappia che non c’è solo quella nucleare, ma anche quella finanziaria.
La lite di condominio diventa quindi anche una divertente lezione sui massimi sistemi: viene fuori che il capitalismo lo fanno meglio i comunisti, che sembrano più seri, che non rovesciano il mondo giocando a golf e non hanno la consulente religiosa. Anche a livello estetico, insomma… La scena di Trump con gli amici ricconi (“Ehi, Frank, ti ho fatto guadagnare due miliardi!”) sembra un B-movie americano degli anni Quaranta con il sindaco, lo sceriffo e il giudice che fanno comunella per spartirsi la città. Mentre dall’altra parte c’è Xi, un signore serissimo, vestito di scuro, che pare preoccupato e concentrato sul da farsi. Domani Meloni va a sentire cosa desidera il Capo e torna a riferire, mentre il ministro degli esteri ha già rassicurato tutti che l’America rimane il nostro primo partner. Traduco: non ci faremo irretire dai cattivi comunisti cinesi, e continueremo a prendere schiaffoni sorridendo.

Ragionamenti ampi

 

I fantasmi di Istanbul
DI MARCO TRAVAGLIO
Quando il bugiardo seriale Trump dice che la guerra in Ucraina non è sua, ma di Biden e Putin, dice la verità (anche se alla lista mancano Bush jr., Obama e la Clinton). Ma quando tira in ballo Zelensky, dice una mezza verità. Se Zelensky avesse dichiarato la neutralità dalla Nato e rispettato gli accordi di Minsk sull’autonomia e il cessate il fuoco per il Donbass, come chiedevano la Germania di Merkel e Scholz e la Francia di Hollande e Macron, avrebbe evitato l’invasione russa del 2022. Ma, se non lo fece, è perché eseguì gli ordini Usa e Nato. Ora, il presidente Usa che dice la verità sulla guerra manda ai matti i nostri americani a Roma, infatti son diventati tutti antiamericani. E si sono ridotti a negare ciò che tutti vedevano e scrivevano tre anni fa: il negoziato russo-ucraino in Bielorussia e poi a Istanbul subito dopo l’invasione. Sennò dovrebbero riconoscere che Putin non ha mai inteso prendersi l’intera Ucraina (la invase con 175 mila uomini, meno della metà dell’esercito attivo ucraino) per poi papparsi l’Europa, ma impedire che Kiev entrasse nella Nato e tentasse di riassoggettare la Crimea e il Donbass fuggiti dal nuovo regime filo- Nato dopo la “rivolta” del 2014.
Paolo Mieli e Federico Fubini del Corriere a Prima Pagina (Radiorai) si affannano a negare che il negoziato fosse una cosa seria e avesse raggiunto intese importanti quando, dopo il blitz di Johnson a Kiev, Zelensky lo fece saltare il 15 aprile 2022. “Una frottola”, per Mieli. “Un mito” della “retorica di Travaglio e altri”, per Fubini, convinto che Putin a Istanbul volesse sostituire Zelensky con “un governo fantoccio filorusso” per “prendersi tutta l’Ucraina”. Il guaio, per lorsignori, è che a raccontare quanto l’accordo fosse vicino e vantaggioso per Kiev rispetto alle condizioni che dovrà subire ora non è Travaglio, ma tutti i protagonisti del negoziato. Come il capo- delegazione ucraino David Arakhamia, capogruppo parlamentare del partito di Zelensky: “I russi erano pronti a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità: dovevamo promettere di non aderire alla Nato. Questa era la cosa più importante, il punto chiave per loro. Tutto il resto era solo retorica sulla denazificazione, la popolazione di lingua russa e bla-bla-bla”. Ma poi “Johnson è venuto a Kiev e ha detto che non avremmo dovuto firmare nulla coi russi: solo combattere e basta”. E un altro negoziatore ucraino, Oleksandr Chalyi: “A metà aprile del 2022 eravamo molto vicini alla conclusione della guerra con un accordo di pace. Putin si rese conto di avere sbagliato e fece tutto il possibile per fare la pace con l’Ucraina. Decise lui di accettare il Comunicato di Istanbul, totalmente diverso dalla proposta originale russa”.
E Oleksii Arestovych, consigliere di Zelensky: “Gli accordi di Istanbul erano stati messi a punto al 90% in vista dell’incontro con Putin… Pensai che la trattativa fosse andata a buon fine, tant’è che stappammo una bottiglia di champagne. Quello era l’accordo migliore che avremmo potuto stipulare”. Zelensky ne parlava ogni giorno. “Su Crimea e Donbass trovare un compromesso con Putin” (8.3). “Non possiamo entrare nella Nato, dobbiamo ammetterlo” (153). “Neutralità e accordo su Crimea e Donbass per la pace” (27.3). “Lo status neutrale e non nucleare dell’Ucraina siamo pronti ad accettarlo: la Russia ha iniziato la guerra per ottenere questo. Poi servirà discutere e risolvere le questioni di Donbass e Crimea. Ma capisco che è impossibile portare la Russia a ritirarsi da tutti i territori occupati: porterebbe alla Terza guerra mondiale” (28.3). Il 28.3 Mosca riceve una proposta scritta di Arakhamia: “Trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina” in 18 articoli. L’Ucraina si impegna a non entrare nella Nato; ma non rinuncia all’Ue e Putin non si oppone; imminente vertice Zelensky-Putin a fine aprile sul destino di Donbass e Crimea, da sottoporre a referendum in loco. Mosca rinuncia alla smilitarizzazione totale dell’Ucraina, pur chiedendole di non ospitare basi militari straniere, e promette di ritirarsi dalle aree di Kiev e di Kharkiv, cosa che inizierà a fare il 1° aprile. Le due delegazioni concordano il famoso Comunicato.
I progressi continuano anche dopo la strage di Bucha, fino al blitz di Johnson del 9.4. E al ritiro degli ucraini il 15, mentre si discutono le dimensioni del futuro esercito ucraino e i Paesi garanti della sicurezza di Kiev. Dirà il presidente turco Erdogan: “L’opportunità storica che avrebbe salvato la vita di decine di migliaia di persone e impedito sofferenze e distruzioni è stata sprecata, anzi sabotata”. L’altro mediatore, il premier israeliano Bennett, ricorderà che dopo l’invasione Putin gli garantì l’incolumità di Zelensky, da lui subito informato. E racconterà che al Comunicato le due delegazioni erano giunte dopo essersi scambiate “17-18 bozze” di trattato di pace: “Putin era pragmatico e capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky”, portatore di “analogo pragmatismo”. Poi, dopo Bucha, “nessuno fu più pronto a pensare in modo non ortodosso” e prevalse “la legittima decisione degli occidentali di continuare a colpire Putin… Hanno bloccato la mediazione. Pensai che era sbagliato. C’era davvero una chance di cessate il fuoco”. Ma per i nostri guerrapiattisti tutto ciò non è mai avvenuto. Un’allucinazione collettiva. L’ennesima fake news putiniana diffusa dai turchi, dagli israeliani e soprattutto dagli ucraini.