giovedì 3 aprile 2025

Dritto al sodo

 



Ancora loro!

 



Mo' m'inkazzo!

 



Pino e JD

 

Tra ruggine e rancore. Il viaggio di JD Vance dall’inferno al potere
Elegia americana. Per fuggire dal terzo marito della madre tossica, cresce con la nonna che una notte dà fuoco al nonno alcolizzato. Nella vita, gli diceva: “Devi avere uno scopo”. Quindi l’Iraq e Thiel
DI PINO CORRIAS
Uno è il nonno iracondo che le spara sempre più grosse, coadiuvato dalle sue numerose sinapsi bruciacchiate dal sole della Florida e da una formidabile ignoranza che al netto di tutti i misfatti, imbrogli, reati, bugie, lo rende persino più innocente dell’“Idiota” di Dostoevskij, se fosse fatto di inchiostro.
L’altro è il nipote giovane e se possibile ancora più cattivo: JD Vance, tutta l’energia in quegli occhi infossati nel buio del viso che hanno visto l’inferno. E da quelle fiamme di tragica infanzia – per colpa del padre alcolizzato, della madre eroinomane, della nonna violenta – ha tratto così tanta energia da diventare potente come uno di quei supereroi malvagi della Marvel, che ogni mattina si danno il compito di farla pagare al mondo
Di Donald, il nonno milionario che secondo il New York Times passa il 25 per cento del suo tempo a giocare a golf, sappiamo quel che ha già combinato. Di Vance ci allarma quello che combinerà, vista l’anagrafe che lo avvantaggia di quasi quarant’anni sul suo mentore e visto quello che è diventato il Partito Repubblicano evangelizzato dai furori armati dei suprematisti bianchi.
Vance odia quasi tutto quello che lo circonda, a cominciare dall’Europa “decadente e scroccona”. Odia le nostre democrazie liberali che ha dichiarato “inservibili”. Odia le università sovversive. Odia il Messico “che ci invade”, il Canada “che ci sfrutta”, la Cina “che ci minaccia”, l’Iran “che guida l’asse del male”.
Odia gli immigrati che fa rastrellare dalla sua addetta alla sicurezza nazionale, Kristi Noem, che li esibisce accatastati nei gabbioni, come un tempo gli schiavi della nascente America. Odia le donne, anche se non proprio tutte, quelle lontane dal focolare, quelle che non fanno figli e che ha definito “infelici gattare”. Odia i diritti civili, a cominciare dal “divorzio facile” che consente “di cambiare coniuge come biancheria intima”. Sostenendo che la scusa di divorziare da un uomo violento “è uno dei grandi trucchi che la rivoluzione sessuale ha inventato”. Odia il diritto all’aborto per il quale auspica il “divieto assoluto”, senza riconoscere neppure l’eccezione per stupro e incesto che ha definito “inconvenienti”. E pretende che non andrà consentito in nessuno Stato “per impedire che George Soros faccia volare le donne nere in California per abortire”. Crede, come tutti i sovranisti, alla “grande sostituzione”, la planetaria cospirazione delle élite che vogliono “sostituire i veri americani bianchi con una sottoclasse di immigrati”. Odia la solidarietà e la compassione.
In compenso Vance ama i soldi e il potere, che sono la misura di tutte le cose. Come insegnano la vita e la Bibbia che rilette dai neocon premiano con la ricchezza gli uomini di buona volontà, mentre puniscono alla pena della povertà i meno meritevoli, infiacchiti dall’assistenza pubblica che invece di stimolarli al riscatto, li condanna al ghetto della dipendenza infinita.
In quanto a dipendenza infinita, James David Vance deve tutto alla sua biografia che fu, in principio, persino commovente. Nasce il 2 agosto 1984 nella piena decadenza di Middeltown, Ohio, città della Rust Belt, la “cintura della ruggine”, tutte le fabbriche dell’acciaio chiuse dalla crisi economica, le ville della passata ricchezza abbandonate e in rovina, i negozi chiusi. È il paesaggio di macerie che racconterà nella sua Elegia americana, il libro delle sue memorie, pubblicato nel 2016, destinato a diventare il manifesto della sua rabbia permanente. La sua famiglia è un disastro. Per fuggire dal terzo marito della madre tossica, cresce nel Kentucky, con la nonna che si vanta di possedere 19 pistole e che una notte ha dato fuoco al nonno alcolizzato, stufa di subire insulti e violenza. È la nonna che gli insegna il viatico della vita: “Da dove veniamo è chi siamo. Ma chi diventare lo scegliamo ogni giorno”. JD lo usa come suo biglietto di sola andata. Studia in un college statale. A vent’anni si arruola nei Marines, parte per l’Iraq per “dare una lezione ai terroristi”. Dirà: “È laggiù che ho scoperto di avere uno scopo”. Torna, vince una borsa di studio per veterani, si iscrive all’Università di Yale, si laurea in Scienze politiche. L’incontro decisivo è con Peter Thiel, il miliardario della tecno-destra, il socio di Elon Musk in PayPal, che lo assume in una delle sue miniere finanziarie della Silicon Valley. Debutta in politica dopo il clamoroso successo della sua biografia che diventa un film e insieme un manifesto sul rancore della white trash, la “spazzatura bianca”, che brucia sotto i velluti dell’America woke. A nome di quel rancore, attacca il miliardario Trump ogni volta che può, lo definisce “un farabutto”, “il grande frodatore”, “un oppioide per le masse”, “un disastro morale” e persino “l’Hitler d’America”. Ma quando si candida al Senato, anno 2022, sceglie di rimangiarsi tutto, si butta a destra seguendo Thiel che si è già genuflesso a Trump. Diventa il terzo profeta del Maga, il movimento Make America Great Again, indossa il cappellino rosso e tutti i valori della nuova destra, il patriottismo guerriero, la devozione al duro lavoro e alla famiglia, la religione come strumento di dominio politico, la mascolinità. Thiel e Musk fanno tutti gli investimenti necessari per metterlo al fianco di Trump nella nuova corsa per la Casa Bianca. Vance si inchina. Dichiara: “È vero, qualche volta non sono stato gentile con il mio comandante in capo. Poi ho scoperto che è stato e sarà il migliore presidente per l’America e che ha svelato la corruzione come nessun altro”. Chiede legge, ordine, muri e deportazioni a ogni comizio. È lui che si inventa la storia degli haitiani che a Springfield mangiano i cani e i gatti dei vicini di casa. È lui che dopo l’attentato di Butler, Pennsylvania, accusa Biden di essere il mandante dell’uomo che ha sparato a Trump. È lui a fargli da spalla mentre umilia Zelensky in diretta planetaria. È lui che si incarica del disastroso viaggio in Groenlandia insieme con la moglie Usha, dove agli abitanti promette: “Ci prenderemo cura di voi e della vostra sicurezza”. Con le buone o le cattive. Così come la sua nuova America si prenderà cura delle terre rare in Ucraina. Del Canale di Panama. Del petrolio degli Emirati. Delle macerie di Palestina. Dello spazio, della luna, di Marte. Parola di JD Vance, che ha il tempo dalla sua parte. E lo sguardo che serve.

Testimonianza

 

No, pazienti cronici e la Sanità perduta
di Francesca Mannocchi
Due giorni fa, affaticata e frustrata dal mio rapporto con la Sanità Pubblica ho scritto un lungo post. Raccontavo delle mie estenuanti attese col centralino del Cup della Regione in cui vivo, il Lazio. La difficoltà di accedere a un servizio, la facilità di trovare una struttura che privatamente, invece, potesse garantirmi quello stesso servizio nel giro di poche ore. Nelle ore successive, e ancora adesso - mentre scrivo - ho ricevuto centinaia di mail e messaggi di cittadine e cittadini che vivono, scoraggiati come me, un rapporto con le istituzioni che fiacca e svilisce. Sono pazienti ma anche medici, parenti di malati ma anche infermieri. Sono cittadini del Nord, come del Sud, di Regioni in cui la Sanità dovrebbe essere un'eccellenza e altri che invece hanno in sorte una Sanità che era già al collasso prima che il collasso diventasse un'abitudine.
Ho la sclerosi multipla, la mia impegnativa era per una risonanza magnetica e forse ho sbagliato io a fare riferimento al Cup quando avrei dovuto informarmi coi miei medici di riferimento, che ringrazio - sempre - per la cura e l'abnegazione che mettono nel gestire un numero di malati che fa impallidire. Ma questo è un dettaglio, come illustrano i messaggi che ho ricevuto e continuo a ricevere. Puoi essere malato di cancro come di una malattia cronica come la mia, può esserci su carta la legge x o y che dovrebbe tutelare un diritto, il punto è che di fronte a un malfunzionamento, a una disfunzione, alle carenze della Sanità Pubblica siamo portati a pensare: niente di nuovo sotto il sole. È la malasanità di questo Paese.
Questa frase è un sentimento e dunque una condotta. Significa che ci siamo arresi. Significa che ci siamo abituati a pensare che la Sanità pubblica non sia un diritto ma uno spazio inabitabile e se abitabile comunque scomodo. Ci siamo abituati a pensare che essere comuni cittadini alle prese con la Sanità pubblica implichi, naturalmente, fatica, ostacoli e la possibilità di non raggiungere mai il traguardo che ci siamo dati: cioè un appuntamento, una visita medica, in ultima analisi la cura che ci spetta. Avere a che fare con la Sanità Pubblica è come pensare di dover sempre meritare qualcosa che invece ci spetta e ci spetta di diritto, perché lo dice la Costituzione, perché paghiamo le tasse anche per questo, perché è così che dovrebbero funzionare le democrazie: luoghi in cui i diritti e i doveri sono abitati dai cittadini con fiducia, con l'abitudine a dare perché si vuole in cambio la consuetudine dell'avere. Invece sembriamo arresi all'ingiustizia, rassegnati al malfunzionamento, destinati all'abbandono. E in questo girovagare kafkiano delle richieste e delle attese, per ogni persona che si intestardisce ad avere quello di cui ha diritto, ce ne sono dieci che smettono di curarsi. Perché per ogni persona che al terzo giorno di centralini intasati decide di chiamare una clinica privata e pagare cure che dovrebbero essere coperte dallo Stato, ce ne sono sempre di più che quelle cure non possono permettersele e semplicemente smettono di curarsi. E ogni cittadino che si arrende, allunga la lista dei fallimenti della politica.
In un Paese, il nostro, che è stato il primo in Europa a riconoscere il diritto alla salute nella Costituzione, come sancisce l'articolo 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Mancano poche settimane all'ottantesimo anniversario del 25 Aprile, è il giorno che celebra la Resistenza, l'antifascismo, il giorno che ci ricorda cosa questo Paese abbia subito ma anche quanto abbia combattuto per tornare a essere libero, grazie a tanti partigiani e tante partigiane. Come Tina Anselmi.
A 17 anni, nel 1944, Tina Anselmi assiste all'impiccagione di un gruppo di giovani partigiani nella piazza del suo paese, Bassano del Grappa. In quel momento capisce che non può restare spettatrice della violenza dei nazifascisti, così si unisce alla Resistenza, e diventa una staffetta partigiana. Tina Anselmi, nome di battaglia Gabriella. Dopo la guerra studia Lettere a Milano, è militante sindacale e politica, in anni in cui essere una donna nel sindacato e in politica prevedeva tenacia, coraggio ma soprattutto pazienza. È con questa virtù, la pazienza, che Tina Anselmi, la partigiana Gabriella, è diventata la prima donna Ministra della Repubblica (al Lavoro, nel Governo Andreotti III, nel 1976), presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2, e poi Ministra della Sanità. I compagni di partito la chiamavano la «Tina Vagante», perché era indipendente, imprevedibile. È con la sua indipendenza di pensiero, con la laicità di una credente, che ha saputo cambiare la storia del Paese. Nel 1977 è tra i primi firmatari della legge italiana che apriva alla parità salariale per iniziare a abolire le discriminazioni di genere fra uomo e donna. Con la stessa laicità nel 1978 firma la legge 194 sull'aborto, nonostante le fortissime pressioni contrarie dalle gerarchie ecclesiastiche. Con tenacia e pazienza, ha lottato per la Sanità Pubblica. La riforma sanitaria 883 del 1978 porta il suo nome.
Parlando alla Camera, poco prima dell'approvazione della legge, nel descrivere i caratteri della Sanità Pubblica che desiderava per il nostro Paese, Tina Anselmi disse che il nuovo sistema dovesse avere: «Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza dei trattamenti, rispetto della dignità e della libertà della persona». Universalità, eguaglianza, rispetto, dignità e libertà. Difficile trovare parole che esprimano meglio una comunità di cittadini e i loro diritti e difficile trovare parole che esprimano meglio il fondamento della democrazia. Nella sua autobiografia, molti anni dopo l'entrata in vigore della riforma sanitaria, Tina Anselmi scrisse: «La nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile. Una pianta che attecchisce solo in certi terreni precedentemente concimati. E concimati attraverso l'assunzione di responsabilità di tutto il popolo. Ci potrebbe far riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni - Quanto libere? - non è soltanto progresso economico - Quale progresso e per chi? È giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. È tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. È pace».
La democrazia è una pianta che attecchisce su terreni concimati attraverso l'assunzione di responsabilità di tutti. Significa che democrazia è la somma delle responsabilità individuali, non il risultato delle singole solitudini. Significa che la politica deve trovare parole per dare voci a queste solitudini arrese, e poi trovare fondi e posti letto. Deve guardare in faccia quelle solitudini, guardare in faccia chi rinuncia a curarsi perché è umiliato da una sanità che lo ha reso cliente e non paziente, guardare in faccia anche l'adattamento, la tolleranza, la sopportazione che i cittadini più pazienti destinano a un sistema che è un pachiderma pieno di falle. Ci siamo abituati a pensare che la buona sanità sia un'eccezione in mezzo alle crepe dell'insieme, che la mala gestio sia inevitabile, e che, di conseguenza, per sopravvivere serva l'astuzia, la prossimità col potere, l'arroganza. O l'elemento che racchiude tutte le caratteristiche precedenti: il denaro. I cittadini non sono in vendita, la democrazia non è in vendita. La democrazia è uno sforzo comune, ce lo hanno insegnato i padri e le madri partigiani, i padri e le madri Costituenti: nessuna conquista è irreversibile.
Sarebbe bene rispettare la loro memoria ogni giorno. Cominciando a pagare le tasse, tutti. Abitando così diritti e doveri con l'impegno e la cura che le cose deperibili richiedono.

Votano si ma a volte no !

 

Partito guerrocratico
DI MARCO TRAVAGLIO
Dopo tanti pareggi, ieri il Pd ha vinto la gara di bellicismo con le destre. Tutti gli eurodeputati dem presenti (i 17 iscritti, esclusi gli indipendenti Strada e Tarquinio) hanno votato Sì alla relazione che precipita l’Europa in stato di guerra. Come loro, fra gli italiani, si sono espressi solo i forzisti: FdI si è astenuto, mentre Lega, M5S, Verdi e SI han detto No. Se si fosse votato al Parlamento italiano, il riarmo sarebbe finito in forte minoranza: alla Camera, su 400 deputati, i Sì sarebbero stati circa 140 (calcolando anche Iv, Azione, Moderati e qualcuno del Misto, assenti in Ue); e al Senato, su 200, circa 70. Splendido segnale: la dissidenza militante delle poche voci fuori dal coro serve a qualcosa. La stragrande maggioranza degli italiani è contraria a dirottare sulle armi i fondi sociali e a scomputare dal Patto di stabilità le spese militari (anziché quelle di welfare, sanità, scuola, ricerca). E la classe politica non può non tenerne conto. Per il Pd, invece, il segnale è pessimo: solo ai tempi di Renzi dopo la sbornia iniziale (quando ancora non lo conoscevano) si era registrato un tale abisso fra elettori ed eletti. Cosa deve ancora accadere perché i vertici prendano atto che la convivenza fra i progressisti e i guerrafondai autonominatisi “riformisti” (per mancanza di riforme) è impossibile e avviino le pratiche di divorzio? Per quanto tempo pensano di continuare la pantomima di un partito la cui segretaria dice no e il gruppo parlamentare dice sì su questioni cruciali come il futuro dell’Europa, della pace e della guerra? Cos’hanno fatto di male gli elettori, che due anni fa scelsero la Schlein per cambiare il Pd e lo vedono ogni volta dire una cosa e far l’opposto? Quanto può durare l’equivoco di un partito che mantiene i consensi giocando a nascondino con le mozioni e le supercazzole senza mai scegliere da che parte stare e dicendo contemporaneamente sì, no, ni, forse?
È bene che si sappia su cosa si è votato ieri: un documento delirante che “accoglie con favore il piano ReArm Europe” (su cui il Pd si era appena spaccato in Europa e si era opposto in Italia); addita la Russia come “la minaccia più grave e senza precedenti nella storia del mondo” (peggio delle orde barbariche, di Napoleone e di Hitler) perché avrebbe “dichiarato guerra ai Paesi europei” (quando?); impegna l’Ue ad armare l’Ucraina fino alla “vittoria militare decisiva” contro la prima potenza nucleare, in pieno negoziato; a “programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani” con “dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate”; e, dulcis in fundo, a “investimenti nella Difesa pari al 3% del Pil”. Così l’Italia passerebbe di botto da 32 a 64 miliardi di spesa militare l’anno. Pd e FI hanno detto Sì. Una prece.

L'Amaca

 

Un americano a Roma
di MICHELE SERRA
Trump è stato eletto dagli americani per fare gli interessi degli americani, dice il Salvini. Vero. Ma, per quanto possa essere incredibile, anche il Salvini, almeno in teoria, sarebbe stato eletto dagli italiani per fare gli interessi degli italiani. E può capitare, per una amara congiura del destino contro il Salvini, che gli interessi degli uni e degli altri non siano coincidenti; e anzi, entrino in conflitto.
E dunque continuare a ripetere che «con Trump bisogna trattare», nel momento in cui quello ti ha dichiarato una guerra commerciale senza tregua, ricorda da vicino — sebbene siano in ballo le mozzarelle e il prosecco, non vite umane — quelli che volevano trattare con Putin mentre bombardava l’Ucraina e faceva rapire i bambini dalle sue truppe di invasione. È sempre un’intenzione lodevole, trattare: ma per farlo bisogna essere in due, e i prepotenti non trattano, aggrediscono e umiliano, invadono e minacciano.
Del Salvini, dunque, rischiamo di dover dire che è stato eletto dagli italiani per fare gli interessi degli americani. E che gli farebbero bene due chiacchiere con Zaia (incredibilmente: nel suo stesso partito) che, da veneto eletto dai veneti per fare gli interessi dei veneti, maledice i dazi, e invoca una risposta “europea” a Trump.
Ma Europa è una parola troppo stretta per il Salvini. Sospesa la fase del colbacco, è entrato in quella del cappello da cowboy. Ha una specie di vocazione all’esotismo, pur di non passare per europeo per lui vale tutto.
Prima o poi potremmo vederlo con il turbante, o con l’elmo vichingo, nemmeno a Cinecittà ne conoscono uno come lui.
Diversi lettori mi segnalano che la frase “la proprietà è un furto”, da me attribuita genericamente “al marxismo” nell’Amaca di ieri, era invece di Proudhon. Mi scuso per l’errore, dovuto all’abisso temporale che mi separa dal mio catechismo giovanile. (michele serra)