sabato 29 marzo 2025

L'Amaca

 

Una discussione bombardata
di MICHELE SERRA
Ricevendo una delegazione dell’Aeronautica, il presidente Mattarella ha detto che «le profonde trasformazioni geopolitiche, tecnologiche, strategiche» richiedono una risposta rapida, e con una voce sola, da parte dell’Europa. Se non lo fa, l’Europa si condanna alla subalternità, perché «le nuove minacce ibride, dalla guerra cibernetica all’uso strategico dello spazio, stanno alterando il contesto di regole faticosamente costruito dalla comunità internazionale dopo la seconda guerra mondiale».
Con Musk che usa il cosmo come il bigliardo di casa, Trump che vuole annettersi la Groenlandia (territorio europeo), i carri russi in Ucraina, il macello di Gaza che continua con zero possibilità che siano i vicini europei a dire o fare qualcosa di umano e di utile, quelli espressi dal capo dello Stato sono pensieri inevitabili, e preoccupazioni diffuse in una parte rilevante della pubblica opinione.
Eppure è quanto basta, nei peggiori bar del Paese, per essere tacciati di bellicismo, di essere al soldo dell’industria delle armi, di preparare la guerra.
In attesa che qualcuno chieda a Mattarella “chi ti paga?”, ci si domanda se e quando sarà possibile parlare di difesa europea (che in questo momento vuol dire anche difesa della democrazia, se è lecito farlo presente) al riparo dal bombardamento ideologico che ammorba il dibattito.
Se il nuovo governo degli Stati Uniti dice, nelle chat così come nei discorsi istituzionali (la differenza, sotto Trump, è impercettibile), che è finita l’ora della difesa europea pagata dagli americani, è più ragionevole prenderne atto oppure imitare Meloni, che fa finta di niente? E avere manifestato per decenni contro le basi americane in Europa, non dovrebbe suggerire un giudizio più circospetto di fronte all’ipotesi che in Europa ci siano le basi europee?

venerdì 28 marzo 2025

Forse rosichiamo ma...

 


Lo ammetto, potrebbe essere vista come invidia, frustrazione, rigurgito esistenziale. Non lo è, garantisco. Guardate il tutto come rivendicazione sociale. Tutto qui. Di cosa sto parlando? Il Sior Bezos, quello dei pacchi consegnati, dal 24 al 26 giugno ha sequestrato quasi interamente Venezia per festeggiare le sue seconde nozze. Il suo veliero immenso da 500 milioni di euro già staziona nei pressi della città lagunare. Per i suoi ospiti, che arriveranno sicuramente con voli personali, alla faccia di chi centellina persino i meteorismo per cercare di non inquinare, e che sono oltre duecento, sono stati prenotati già sei mega hotel ad una media di 3200 euro per stanza, e tutti i taxi motoscafo presenti a Venezia, la quale, già da tempo immemore deturpata da una forma di turismo tendente alla razzia, dovrà sopportare anche questa smargiassata di ultra ricconi. 

E allora in cosa sperare? Nel tempo, nella meteorologia, in giornate particolari dove vento, onde e piogge potrebbero insufflare nelle teste coronate da dollari che in fondo in fondo, a guardar bene, i miliardi non riescono ancora a divaricare tanto profondamente il già eclatante sopruso sociale che i ricchi muovono contro gli apparenti comuni mortali. Un livella di giustizia filosofica per intenderci! 

E per finire all'unisono: tutti a corvare!     

Actung!

 

La Nuova supremazia della Germania

È il vero nemico della difesa comunitaria. L’Unione europea verrà disgregata: c’è un solo Stato che può estendere il debito oltre misura e farsi carico delle spese necessarie a preparare la guerra

Andrebbe fatta un po’ di chiarezza sul Piano Riarmo-Europa, che è stato ribattezzato Prontezza 2030 per volontà dell’italiana Meloni e del socialista spagnolo Sánchez e che nella sostanza resta quello che è: l’instaurazione di un’economia di guerra, grazie alla quale gli Stati europei mobilitano 800 miliardi di euro contro i due “nemici strategici” che sono Russia e Cina, oltre a Corea del Nord, Iran, parti imprecisate dell’Africa.

La parola ReArm scompare dal titolo, ma non dal testo, scritto da due baltici: l’estone Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera, e il lituano Andrius Kubilius, commissario alla Difesa.

Le minacce russe e cinesi sono molteplici, stando al Libro Bianco Ue: è in pericolo “la libertà d’azione nell’aria e nello spazio”; crescono le “minacce ibride con attacchi informatici, sabotaggi, interferenze elettroniche nei sistemi di navigazione e satellitari, campagne di disinformazione, spionaggio politico e industriale, armamento della migrazione”. Armamento della migrazione è orrenda traduzione di Weaponisation of Migration, migrazione usata come arma dai summenzionati nemici.

Come ai tempi della guerra antiterrorista globale scatenata dopo l’attentato al Qaeda del 2001 (ma pensata anni prima), il nemico esistenziale “minaccia il nostro stile di vita e la capacità di scegliere il nostro futuro attraverso processi democratici”. Quale stile? Se è lo stile basato sulla giustizia sociale e il pluralismo delle idee, il Riarmo lo squassa: il Welfare sarà ancor più decurtato e agli apparati militari-industriali sarà affidata la cosiddetta way of life.

Quanto all’uso russo e cinese della disinformazione, converrebbe andarci piano. Si descrive una “Cina autoritaria che estende il potere sulle nostre economie e società”, e si sottace l’immenso reticolato di influenze/ingerenze occidentali nel mondo. Per i sostenitori di ReArm Europe – termine insensato: lo Stato europeo non c’è, dunque ognuno farà da sé – l’interferenza russa o cinese è guerra ibrida, mentre la planetaria ingerenza occidentale si chiama soft power, “potere soffice”, anche quando rovescia governi come in Ucraina nel 2014, con soldi e violenza, o delegittima esiti elettorali non allineati alla Nato, come quello in Romania del dicembre 2024.

L’ordine da difendere è quello “basato sulle regole” (rules-based order) che dalla fine della Guerra fredda ha violato ogni legge internazionale in difesa di una sola regola: il dominio unipolare Usa sul pianeta, peraltro fallito. Le difficoltà che abbiamo davanti – migrazioni, disinformazioni – non nascono mai a casa nostra. Sono bombe lanciate dall’esterno contro l’immacolato, mite Occidente. Le “fabbriche russe sfornano milioni di fake news al giorno”, ammonisce gridando Roberto Benigni.

Ma la questione centrale è un’altra. Il Piano Riarmo disgregherà l’Unione in modi non subito percepibili, ma fin d’ora evidenti: infatti c’è un solo Stato che può oggi estendere il debito oltre misura, facendosi carico delle ingenti somme destinate a riarmo e infrastrutture (1.000 miliardi di euro): ed è la Germania. Gran parte degli altri, tra cui Roma e Parigi, sono talmente indebitati che l’Ue, sbilanciandosi, rischia la bancarotta. La rischia anche ostinandosi ad armare la guerra di Kiev, proprio mentre Trump tenta la pace, ingiusta come tutte le paci, con Zelensky e Putin.

Macron promette di proteggerci con le atomiche, ma ne ha poche: con 290 testate contro le 6.000 russe non crei gli equilibri della deterrenza. Inoltre il presidente non sa quello che dice, vende la pelle dell’orso senza averlo preso: il prossimo capo dello Stato, nel 2027, sarà un nazionalista. Marine Le Pen, se vince, vuole iscrivere la sovranità inalienabile dell’atomica nella Costituzione.

Dunque la Germania, che nell’originario atlantismo postbellico andava imbrigliata (“Americani dentro, Russia fuori, Tedeschi sotto”), riemerge con serie mire egemoniche. Il cancelliere in pectore Merz non ha aspettato i colleghi Ue per annunciare il proprio piano di riarmo, nel discorso al Parlamento del 18 marzo, e per opporlo a un’aggressività russa data per certa e imminente, contro i tedeschi e il resto d’Europa. Sono d’accordo gli alleati socialdemocratici e i Verdi, che sono i primi spregiatori della Russia di Putin. Nel voto più delicato, il 21 marzo alla Camera dei Länder, la Linke (“Sinistra”) ha votato a favore, con la scusa che parte dei fondi a debito andrà ai governi regionali cui partecipa.

Parlare di abbandono dell’austerità perché il tetto del debito viene sforato è mezza verità. La svolta tedesca frantumerà ancor più l’Europa. E intanto Merz spenderà meno per il reddito di cittadinanza (Bürgergeld) e l’integrazione dei migranti. Infine imporrà il silenzio Ue sulle guerre di sterminio di Israele in Palestina.

È la conferma della rivoluzione mentale iniziata da Scholz con il “cambio epocale” annunciato nel 2022 in tema di difesa (100 miliardi di euro, tre giorni dopo l’assalto all’Ucraina) e dilatato al massimo da Merz. Si conclude così una lunga epoca della nazione tedesca e in particolare della sua socialdemocrazia, che torna alle origini weimariane pre-naziste, quando il ministro della Difesa socialdemocratico Gustav Noske represse varie insurrezioni sociali e seminò migliaia di morti comunisti, tra cui Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (“Se c’è bisogno di un segugio sanguinario, un Bluthund, eccomi qua”). Il riarmo di Merz è il culmine di un lungo processo iniziato con la supremazia economico-finanziaria tedesca che impose nel 1997 i vincoli del Patto di stabilità, poi si accanì contro la Grecia, umiliando un Paese membro come mai era avvenuto nell’Ue. L’evento è tuttora descritto come “gran successo dell’euro” e del whatever it takes. I greci si pronunciarono in un referendum contro il rigore dell’Ue (privatizzazioni e tagli sociali). Furono tacitati come se non avessero votato.

La regressione tedesca è spettacolare, rispetto agli anni 60 e 70 del secolo scorso. Viene sepolta l’esperienza di Willy Brandt, che dopo anni di arroccamento antisovietico costruì la distensione – la Ostpolitik – e sfociò nel 1973-1975 nella Conferenza sulla sicurezza europea di Helsinki. L’Atto finale della Conferenza obbligava i firmatari, tra cui Usa e Urss, al rispetto dei confini, alla soluzione pacifica dei conflitti, alla non ingerenza nei reciproci affari interni, alla difesa dei diritti umani.

Se l’Atto fosse durato avrebbe sostituito la Nato, quando nel 1991 furono sciolti Patto di Varsavia e Urss. Gli occidentali avrebbero protetto le minoranze russe nell’Europa post-sovietica (nei Baltici, in Ucraina, in Georgia). Non lo fecero. La lingua e i diritti dei russi sono oggi calpestati da Kiev come nei Baltici: il 25% della popolazione lettone è russa e così si dica per il 24% degli estoni e il 4,5% dei lituani.

Se la questione della diaspora russa non sarà risolta, sarà difficile far finta che Mosca abbia attaccato nel 2022 senza mai esser stata provocata, dopo 14 allargamenti della Nato e otto anni di guerra di Kiev contro russi e russofoni del Donbass (14.000 morti).

Lezione tomasea

 

Israele “siamo noi”: e “noi” stiamo devastando Gaza
DI TOMASO MONTANARI
In questi giorni terribili, nei quali il massacro accelera verso esiti ancora più mostruosi, Gaza scompare dai siti dei grandi giornali, dalle aperture dei telegiornali, dalla coscienza mainstream. Non vediamo, non sentiamo, non ce ne curiamo: i dazi, la Groenlandia, le sanzioni alla Russia. Questo ci riguarda, Gaza no. Come non ci riguardano il Sudan, il Myanmar o il Congo. E la ragione, come ha scritto con la consueta precisione Paola Caridi, è “il razzismo sostanziale” con cui guardiamo: “Non solo non sono bianchi, ma non contano nelle dinamiche politiche internazionali, perché ci sono ‘gli interessi occidentali’ che debbono essere protetti. Anche fuori da un indefinito occidente. Sono massa, sono poveri, sono sfigati, non sono rilevanti. La politica-politica si fa da altre parti”. Per tutti questi pezzi di mondo non vale il paradigma ‘un aggredito e un aggressore’, perché ce n’è un altro, sovraordinato: ‘noi e loro’.
Il primo paradigma vale solo se l’aggredito siamo noi: se siamo l’aggressore, allora subentrano ‘lotta al terrorismo’, ‘buoni contro cattivi’. Così è per il diritto umanitario internazionale, prodotto occidentale per occidentali: guai se è il Sudafrica a mettere sotto accusa ‘uno di noi’. Ciclicamente, questo brutale egoismo a geometria variabile (nel 2001, per dire, Putin era uno dei crociati del bene contro il ‘terrore islamico’) torna a vestirsi di legittimazioni ideologiche, attingendo al pozzo senza fondo dell’invenzione della tradizione. “Solo l’Occidente conosce la Storia”, recitano le Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione Valditara-Galli della Loggia. Ed “è attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti”, “che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzitutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli”. Tutto detto in chiaro: il suprematismo occidentale affastella la sua mitologia, dalla Bibbia alle saghe nordiche. Uno schemino puerile, pieno di debolezze ed errori. Antropologi hanno spiegato che il “ministero dell’Istruzione … esprime ideologie predefinite invece di acquisizioni scientifiche”, l’Associazione Italiana Studi Cinesi è andata al fondo del problema, chiarendo che “il concetto di ‘Occidente’, che riflette l’essenzializzazione di una dimensione culturale e temporale specifica, è vago dal punto di vista sia del tempo sia dello spazio. Semplificazioni che possono risultare in una mistificazione della realtà storica”.
Gli storici del Medioevo hanno deplorato, “in un testo destinato a indicazioni (cioè orientamenti, tracce per la programmazione didattica e per il lavoro in classe), la pretesa di inseguire le verità ultime”, la Società Italiana di Didattica della Storia ha denunciato il fatto che il documento “subordina la storia a un progetto politico”, cancellando “la storia, intesa come ricostruzione scientifica del passato, per sostituirla con un racconto che la storiografia conosce come ‘biografia della nazione’ e che annovera da tempo fra le tradizioni inventate. Questo testo non prescrive di studiare la storia italiana, ma una sua versione mitologizzata”. Come tutte le mitologie, anche quella dell’identità occidentale è pervasiva: non domina solo i discorsi delle destre, ma anche di altri che pensano sé stessi come alternativi. Per esempio, quello di Roberto Vecchioni in piazza del Popolo, un impressionante rigurgito di razzismo culturale: “Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?”. Il cerchio si chiude quando, dallo stesso palco, uno scrittore dice che noi europei “non siamo gente che invade paesi confinanti, non siamo gente che rade al suolo le città, non massacriamo e torturiamo civili con gusto sadico”. Ebbene, non è esattamente quello che sta facendo Israele a Gaza? Ripetiamo, come un atto di fede coloniale, che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, l’unico baluardo di civiltà: la nostra. Che Israele ‘è come noi’, anzi: siamo noi. Siamo dunque proprio noi che radiamo al suolo l’antica città mediterranea di Gaza, le sue persone, i suoi monumenti, la sua storia. Ma guai a dirlo, perché ‘noi queste le cose non le facciamo’ anche quando è evidente che le stiamo facendo qui e ora. Cosa potrebbe essere più illuminante di questo clamoroso ritorno del rimosso, compiutosi in piazza di fronte a decine di migliaia di persone? Ci indigniamo per il Manifesto di Ventotene, ma abbiamo costruito un’Europa che è il suo opposto; difendiamo le radici cristiane della nostra civiltà, ma la nostra morale di rapina e guerra è violentemente anticristiana; ci appropriamo di Socrate, ma chiamiamo traditore chi disobbedisce al pensiero unico della guerra e delle armi. Occidentali, non umani: ‘Gaza non siamo noi’. Che il massacro continui.

Lodi tra colleghe

 



Natangelo

 



Dategli una Picierno!

 

Le favole di Pinocchia
DI MARCO TRAVAGLIO
Prima che l’ennesimo euro-scandalo – gli incontri della lobby israeliana di estrema destra Idsf, mai registrata né autorizzata, con 19 eurodeputati, fra cui la pidina Pina Picierno – diventi la solita disputa burocratica su regole e regolette, è bene andare alla sostanza. Se la vestale del renzismo, del bellicismo e dell’atlantismo (ma solo, coerentemente, fino all’elezione di Trump), riceve i capi dell’Israel Defense and Security Forum con tanto di foto opportunity nel Parlamento europeo di cui è una dei 14 vicepresidenti, il problema politico non è se e come abbia registrato gli incontri. Né che siano avvenuti. Chi mai dovrebbe incontrare quella congrega di fanatici estremisti che teorizzano la colonizzazione illegale della Cisgiordania e reclutano mercenari per le guerre di Israele, se non la Picierno, che in quest’anno e mezzo, col giochino “E allora il 7 ottobre?”, è riuscita a non condannare mai nettamente ed esplicitamente il governo Netanyahu per lo sterminio di 50 mila (almeno) palestinesi a Gaza e a tacciare di antisemita filo-Hamas chiunque lo chiamasse col suo nome? Il problema politico è cosa ci faccia questa signora nel Pd. O, in alternativa, quale credibilità abbia il Pd quando tuona (di rado) o pigola (spesso) contro i crimini di Netanyahu&C. se poi si tiene le Picierno e altri sedicenti “riformisti” per mancanza di riforme. Un altro frequentatore dell’allegra brigata israeliana è il lituano Andrius Kubilius, commissario Ue per la Difesa, e anche lì nessuno stupore: è un altro tifoso del riarmo e non poteva non empatizzare. Ma almeno sta in un partito di destra catto-nazionalista. Non in uno di presunta “sinistra”.
Ma, in questa spettacolare farsa chiamata Europa, capita che la Commissione, cioè il governo, sia composta da Cdu, FdI, Liberali, Verdi e Pse. Infatti continua a sfornare auto-sanzioni alla Russia, ma non s’è mai sognata di discutere e men che meno votare sanzioni a Israele. Neppure per bloccare le forniture di armamenti che Netanyahu usa per radere al suolo la striscia di Gaza, attaccare la Cisgiordania aizzando e armando i coloni più violenti, il Libano, la Siria, l’Iran, lo Yemen e ogni tanto pure l’Iraq. Intanto la Picierno dichiarava con grave sprezzo del ridicolo che “l’Italia non vende armi a Paesi in guerra”. Stilava liste fantasy di putiniani. E riusciva a chiedere, restando seria, “alla Commissione e al Consiglio Ue l’inserimento di Ciro Cerullo, in arte Jorit, tra gli individui sottoposti a sanzioni” perché l’artista di strada napoletano aveva dipinto un murale su Mariupol e incontrato Putin a Mosca per portare messaggi di pace. Invece, per una che incontra i lobbisti delle guerre e delle stragi d’Israele, niente sanzioni. Anche perché dovrebbe sanzionarsi da sola.