mercoledì 19 febbraio 2025

L'Amaca

 

La realtà in polvere
DI MICHELE SERRA
In questo momento di grande subbuglio del mondo, tutto sta cambiando. Ma niente sta cambiando quanto il racconto stesso del cambiamento.
I bene informati (voglio dire: le persone che hanno accesso a fonti più o meno qualificate, ma mai così squalificate da potere ignorare del tutto la realtà) sono sempre stati una minoranza.
Una larga maggioranza di umani era del tutto esclusa dal racconto del mondo.
Oggi la minoranza degli informati è largamente sopraffatta, per quantità e per volume della voce, dalla moltitudine che segue sui social, e quasi solo sui social, una poltiglia verbale e iconografica che riesce difficile perfino definire “notizie”. Nella migliore delle ipotesi sono fatti complicati ridotti a schizzi emotivi, polvere di realtà.
Nella peggiore sono fattoidi, dicerie o invenzioni, calunnie gonfiate a dismisura, propaganda spudorata.
È stato scritto, spiegato, detto e ridetto: siamo nel mezzo della sostituzione della realtà con altri materiali. Di questo si tratta.
Ma a scriverlo e a leggerlo, che la realtà non è più un ingrediente necessario per comunicare, per avere consenso politico, per sentirsi in società, è sempre la medesima minoranza. La notizia (perfino questa notizia) non raggiunge, forse non sfiora nemmeno, la massa smisurata che crede, con Elon Musk, che “l’informazione adesso siamo noi”, e dunque vediamo solo quello che ci piace vedere, crediamo solo in ciò che ci piace credere.
Guardavo l’altra sera il drammatico “docu” di Ezio Mauro su Navalny. Pensavo al silenzio, alla disinformazione, all’esclusione della grande maggioranza dei russi dalla verità su quell’omicidio di Stato. Poi mi sono detto: ma i duecento milioni di follower di Musk, sono messi molto meglio?

Daje di sfottò

 



Serenità e fiducia nel futuro

 

Un articolo che infonde serenità e fiducia nel futuro...



Nei villaggi neonazi la nostalgia del Reich è uno stile di vita

DI TONIA MASTROBUONI

UELZEN - C’è una grande pianura, a est dell’Elba, dove si annida la peste. Tra Amburgo e Hannover, le sconfinate lande intorno a Lüneburg sono diventate l’epicentro di un fenomeno inquietante, che sta crescendo a macchia di leopardo e lontano dell’attenzione pubblica. Sono insediamenti di famiglie che vivono secondo il credo “völkisch ”, l’ideologia ottocentesca da cui scaturì il nazismo, e che si stanno allargando. Stirpi brune che puntano a colonizzare la Germania cacciando tutti gli elementi che ritengono impuri: stranieri, ebrei, diversi.
Nella Piana della Bassa Sassonia, i “völkischen” trovano terreno fertile perché fu una delle aree dove il nazismo attecchì per primo. E in quella parte dell’estremo nord tedesco, le camicie brune resistettero fino all’ultimo all’avanzata degli Alleati, nella primavera del 1945. Poi, caduto Hitler, in questi villaggi sperduti arrivò un uomo che i contadini, i loro figli e le loro mogli cominciarono a chiamare affettuosamente «zio Adolf». Viveva in una fattoria a norddi Celle, sotto falso nome, allevando galline e lavorando come tagliaboschi. Tutti sapevano chi fosse e nessuno lo denunciò. Nel 1950 fuggì in Sudamerica e sparì per decenni. Era Adolf Eichmann.
In queste zone spopolate, tra fattorie antiche e case dai tetti bassi e i mattoni rossi, alcune famiglie sono naziste da generazioni. E in questi ultimi decenni, hanno attirato una miriade di persone che la pensano come loro. Tra gli storici nuclei bruni dei dintorni di Uelzen, c’è ad esempio la stirpe dei Mayer-Sande. Il capostipite, Hans-Herbert, fu il primo a issare la svastica sul campanile del villaggio, nel 1930. Più tardi, si arruolò nelle Sa e dopo la guerra rimase fedele all’ideologia hitleriana. Nel 1987, quando morì in carcere Rudolf Hess, uno dei più grandi criminali nazisti, Mayer-Sande comprò un’intera pagina di un giornale locale per celebrare un «eroe». Scrisse che «forse siamo gli ultimi di ieri, ma saremo anche i primi di domani». E non lo scrisse a caso. I suoi due figli, Götz-Dietrich e Hellmut, sono stati membri di organizzazioni neonaziste come il “Bund heimattreuer Jugend” e vicini al terrorista bruno Manfred Roeder. Tra le nipoti, spiccano Irmhild e Hildburg; la prima è fotografata spesso alle manifestazioni di estrema destra, le stesse sporadicamente frequentate da uno dei leader dell’Afd, Björn Höcke. La seconda è sposata con il deputato locale dell’Afd, Peer Lilienthal. I loro figli lavorano nelle fattorie di famiglia.
Ma dimenticate i neonazisti con le mazze da baseball, gli hooligan dalle teste rapate. Le famiglie “völkisch ” si vestono come i contadini e gli artigiani dell’Ottocento, hanno nomi che ricordano le saghe nibelunghe e le leggende di Edda, fanno una miriade di figli e cercano rifugio lontano dalle città, ritenute «la tomba della razza». E sognano, un giorno, di riprendersi quella che ritengono la loro terra. Il loro credo è «sangue e zolla», come un secolo fa.
«Attenzione: non sono rozzi. Anzi, si considerano un’élite: suonano tutti almeno uno strumento musicale, sono i primi della classe, studiano all’università per essere i migliori. E pensano non in termini di mesi o anni, ma di generazioni. Si preparano al giorno X in cui riconquisteranno la “loro” Germania». Isa von Bismarck-Osten è discendente del fratello del grande cancelliere dell’Unità tedesca, Otto von Bismarck. E puntualizza che «è molto difficile descrivere con precisione il fenomeno dei “völkischen » perché è molto esteso e variegato. E fa parte di un’enorme rete di estrema destra che è molto interconnessa e che va dagli Identitari, ai neonazisti classici, a movimenti esoterici come Anastasia, all’Afd». La incontriamo nel cuore nero della Piana di Lüneburg, nella casa di campagna di Martin Raabe, l’ex pastore protestante che ha fondato un movimento che si sta ribellando da anni alla conquista delle campagne da parte dei colonizzatori bruni, “Beherzt ”. Isa von Bismarck- Osten si è trasferita a Uelzen nel 2017. «Venivo da Colonia. E dopo un po’ ho iniziato a chiedermi: ma come mai ci sono dei ragazzini che girano con la svastica sul collo, bambini che disegnano le rune all’asilo?». E ha scoperto i “völkischen ”.
Martin Raabe e sua moglie Ernestine conducono una vita sulla lama del rasoio. Girano per i villaggi per spiegare il fenomeno della colonizzazione bruna, parlano con le scuole, con i vicini di casa dei “völkischen ” per aiutarli a resistere. Hanno creato una “croce dis-uncinata”, rosa e gialla, che invitano ad appendere sulle staccionate, alle porte dei fienili, accanto alla porta di casa. Funziona. Tanto che la coppia ha cominciato a ricevere telefonate minatorie di notte, e le croci vengono staccate, spezzate, «e qualcuno ha aggiunto gli uncini per ritrasformarle in svastiche», sorride Martin.
Ma uno degli aspetti più inquietanti dei “völkischen ” è la loro strategia di reclutamento, ci spiega sua moglie Ernestine. «Non sono aggressivi, a meno che non si cerchi di combatterli. Perché allora diventano pericolosi. Ma quando arrivano nei villaggi, cercano subito di rendersi utili. Sono quelli che ti vengono a riparare il fienile, che arruolano i loro educatissimi bambini per mettere a posto dopo le feste di paese, che si offrono di restaurare gli edifici abbandonati per restituirli alla comunità ». E si arruolano nelle associazioni locali, nei circoli di caccia, nei pompieri, infestandoli delle loro idee malate. «È molto difficile combatterli, se tanta gente dei villaggi ci dice “ma sono così gentili e disponibili” », ci racconta Martin. Un esempio classico è Thomas Kuke, esponente di spicco dei “völkischen ”, avvistato alle manifestazioni naziste a Dresda, peraltro accanto all’esponente dell’Afd Maik Hieke, e nel 2016 al “Maitanz”, una festa tradizionale vicino a Uelzen che pullulava di esponenti del partito neonazista Npd. Ma nella vita di tutti i giorni fa il fisioterapista della squadra di pallavolo di Lüneburg, in serie A. E i Kuke sono tutti attivi nella squadra dei pompieri e nelle associazioni locali.
Ernestine e Martin Raabe, però, non demordono. Sono intervenuti quando un uomo si è rifiutato di mandare suo figlio in una classe perché c’era bambino straniero o perché un membro di una nota stirpe “völkisch ”,i Fachmann, insegnava nella scuola di loro nipote. Ora non può più insegnare storia. Ma a volte nessuno riesce a rompere il muro dell’orrore. Dieci anni fa una famiglia di qui, cultrice della “Nuova medicina germanica”, si rifiutò di dare l’insulina alla figlia diabetica. Per tanti “völkischen ”, la medicina allopatica è una “diavoleria degli ebrei”. A Natale del 2015, la piccola Sighild morì tra atroci sofferenze tra le braccia della madre. Aveva quattro anni.






martedì 18 febbraio 2025

Cerco di essere chiaro!

 


Benvenuto Sire!



Poteva il sommo inviato delle banche armate non distillare un po’ di sana, per loro, inquietudine? Certo che no! E quindi via spese sociali che non servono a nulla per rimpinguarci di benedette armi!! Ai giovani in cerca di vita dignitosa elargiremo missili intelligentissime; agli anziani abbandonati pistole automatiche! Se il Dragone dei banchieri parla non solo bisognerebbe ascoltarlo silenti; ma mettere in pratica il suo aureo verbo! Armiamoci dunque!

E Lercio sia!




Scanzi e Roberto

 

Benigni, l’ex giullare che si è consacrato al cerchiobottismo
di Andrea Scanzi
Roberto Benigni è stato ospite venerdì scorso a Sanremo, ed è andata come molti temevano: il nulla ammantato di iperboli e retorica. Se è lecito nascere incendiari e morire pompieri, Benigni è purtroppo andato molto oltre: è nato Robertaccio ed è diventato disinnescato. Un ex satirico che ormai si compiace del suo equilibrismo infarcito di culturame citazionistico. Stringe il cuore vedere Benigni che, quando finge di fare “satira”, non va volontariamente oltre un livello da Bagaglino democristiano: “Carlo hai paralizzato l’Italia con Sanremo, dovresti fare il ministro dei Trasporti!”. E poi: “Ho detto Bella ciao a Marcella Bella ed è successo un casino, per par condicio ho dovuto salutare i Neri per caso”. Battute da asilo nido, prevedibili e pigre: un mesto timbrare il cartellino di un fu giullare oggi stanco cerchiobottista. Pure la celebratio agiografica e costantemente eccessiva di Mattarella era più prevedibile di un intervento di Bocchino. Ormai Benigni non parla, ma sermoneggia e idolatra. È tutto bello, tutto fantastico, tutto meraviglioso: una sorta di “buonismo d’essai”, che Benigni contrappone ostentatamente alle brutture del mondo. La sua voglia di smussare gli angoli e glorificare tutto ciò che è bipartisan (e dunque non divisivo), lo porta oltretutto a non pochi deragliamenti. Uno tra tutti proprio a Sanremo, quando ha detto che dalla bocca del nostro presidente della Repubblica escono solo parole di pace: neanche ha fatto in tempo ad affermarlo, che per poco Mattarella non ci ha fatto entrare in guerra con la Russia.
Non si capisce bene cosa sia accaduto a Benigni, ma è come se il guitto di un tempo si fosse sedato da solo. Forse per stanchezza, forse per quieto vivere, forse per un malessere esistenziale che lo corrode e gli ha tolto ogni slancio. L’uomo è oltremodo colto e intelligente, come dimostra la sua apprezzabile carriera da divulgatore. È però innegabile che, dopo la geniale intuizione de La vita è bella (film meritorio, a parte il finale orrendamente antistorico in cui Auschwitz lo liberavano gli americani e non i russi), il funambolo Roberto sia evaporato. Gli ultimi due film da regista sono orrendi, non dirige una pellicola da vent’anni e dopo La tigre e la neve (2005) ha recitato in appena due opere. Al cinema non esiste da due decenni e in tivù torna solo per recitare messe laiche iper-ecumeniche e puntualmente cerchiobottiste. Capisco che non potesse essere in eterno irriverente come il Cioni Mario, ma anche questa cosa che invecchiare significhi implodere è una solenne bischerata: i Rolling Stones fanno ancora rock, Guccini è ancora Guccini e Roger Waters è più incazzato oggi di quarant’anni fa. Benigni non è stato spento dall’età: si è spento da solo.
Nel 2016 ebbi la fortuna di intervistare Dario Fo, un altro rimasto vigile e arrabbiato sino alla fine. Mi disse: “Per Benigni ho avuto sempre un grosso affetto e stima, ma ultimamente si è messo in una condizione di non poterlo più seguire. Si adatta in base a ciò che può ricavare”. Proprio quell’anno, dopo aver ripetuto in ogni salsa che la nostra era la Costituzione più bella del mondo, Benigni divenne un supporter sfegatato del suo amicone Renzi e votò convintamente “sì” alla proposta di sventrare la Costituzione: un voltafaccia che molti mai gli perdoneranno. Tra il Benigni di Televacca e quello degli ultimi anni c’è la stessa differenza che passa tra i Metallica e Rkomi. Del resto, se nel 1983 prendevi in braccio Berlinguer e 24 anni dopo ti fai prendere in braccio da Mastella, vuol dire che qualcosa (di grosso) è successo. Qualcuno dice che il cambiamento dipenda dalla moglie Nicoletta Braschi, altri dal desiderio di uscirne “vivi” dopo il successo planetario di La vita è bella. Sia come sia, parafrasando il capolavoro di Giuseppe Bertolucci: “Benigni ti voglio bene”. Ma è davvero troppo tempo che, purtroppo, non ti riconosco più.