martedì 18 febbraio 2025

Che si sono detti

 

Make Eu Great Again
di Marco Travaglio
Il summit chez Macron con gli altri sette nani più tre è stato un successo storico per l’Europa e ha oscurato preventivamente i negoziati di Trump e Putin a Riad per la pace in Ucraina.
Macron. “Ciao a tutti, sono Emmanuel e non mi buco da due anni: da quando dissi che non dovevamo umiliare Putin”. Von der Leyen: “Ci hanno rimasti soli, quei due cornuti. Ma dobbiamo reagire rendendogli pan per focaccia”. Meloni. “’A cosa, ’a cometechiami, ma statte zitta ché voi tedeschi nun c’avete più manco er pane, artro che ’a focaccia. A rega’, io l’avevo detto che ’a guera era persa e serviva ’na via d’uscita accettabbile p’entrambe le parti. Nun m’avete voluto ascolta’”. Scholz. “Scusa, quando l’avresti detto? Noi non abbiamo sentito niente. Anzi, quando ho sondato Putin, mi avete massacrato”. Meloni. “Ma se je l’ho detto ai due comici russi! Nun v’hanno avertiti? Io so’ così, so’ spontanea: quanno c’ho ’na cosa dentro, ’a dico ar primo che càpita. Se poi nun volete sentì, è ’n probblema vostro”.
Von der Leyen. “Siamo tutti d’accordo di fare qualcosa. Ma cosa?”. Tusk. “Io un’idea ce l’avrei. Siccome Trump vuole che spendiamo il 5% di Pil per le armi, noi spendiamo il 10 e lo spiazziamo”. Scholz. “Bravo fesso, così i nazisti mi vanno al 90% e con tutte quelle armi magari gli torna il vizietto e ti invadono pure la Polonia”. Von der Leyen. “Io quoto la proposta Kallas: truppe Ue a Kiev contro il nuovo Hitler. Così, se Zelensky firma la pace a Riad, lo costringiamo a tornare in guerra: io gliela buco quella pace!”. Starmer. “Con me sfondate una porta aperta: noi i soldati in Ucraina non dobbiamo neppure mandarli perché li abbiamo già lì da undici anni. Da vivi li chiamiamo ‘addestratori’ e da morti ‘contractor’. Pure Emmanuel era d’accordo, no?”. Macron. “Ma sei di coccio: non mi drogo più. E poi, se diciamo solo ‘guerra’, mi sa che al vertice di pace non ci fanno entrare”. Sánchez. “Dite alla Kallas, e pure a Mattarella, di studiare storia: se non era per i russi, ancora marciavamo al passo dell’oca”. Rutte. “Signori, mettetevi nei miei panni. Ho avuto la Nato leccando il culo a Biden e ora Trump mi ha messo il grembiule e la crestina di pizzo. Propongo un comunicato di cinque parole: “Ave, Donald, morituri te salutant’. Che dite, può andare?”. Macron. “Mai! Non sarebbe dignitoso. Meglio: ‘Ave Donald, morituri te salutant, tiè!’. Così gli facciamo vedere chi siamo”. Rutte. “Seee, e se quello poi si offende? Io aggiungerei: ‘Senza nulla a pretendere’. Magari un posto nella tenda me lo trova. Porto il formaggio a cubetti”. Meloni. “’A Ru’, vedi che Putin porta er caviale e ’a vodka e te sfonna. Lassa perde, date retta: stamosene a casetta nostra, poi a cose fatte chiamo Elon, che quarcosa me racconta sempre”.

Ben 132!

 





L'Amaca

 

Russi, filorussi e antirussi
DI MICHELE SERRA
Erano russi gli oppositori avvelenati o morti in carcere, come Navalny.
Sono russi anche i russi costretti all’esilio per sopravvivere senza essere eliminati. Sono russe le femministe Pussy Riot, perseguitate dal regime e accusate di “attivismo antireligioso” (come in Iran!). Era russa Anna Politkovskaya, assassinata sotto casa per avere scritto dei crimini orribili dei militari russi in Cecenia.
Fossero anche, i russi che si oppongono a Putin nel nome della democrazia e della libertà di parola e di pensiero, una esigua minoranza, in buona parte sottoterra, basta la loro esistenza a rendere bugiarda e odiosa l’accusa di “propaganda antirussa” che i pappagalli del regime ripetono contro chiunque attacchi Putin. Essere contro Putin non vuol dire essere “antirussi”, vuol dire essere anti-Putin. Anche un idiota capirebbe la differenza. Un nazionalista, no. Il nazionalismo è una delle vie più dirette verso la stupidità.
Tra i tanti imbrogli ideologici dei quali si macchiano i nazionalismi, questo è forse il più odioso e il più inaccettabile, nonché il più frequente, e non solo in Russia: accusare le opposizioni di essere “nemiche della Patria”, come se la Patria fosse in concessione esclusiva di una sua sola parte politica. Una truffa che può fare presa, bene che vada, sul popolino sprovveduto, eterna vittima degli imbrogli del potere. Non su chi ha avuto in concessione un cervello, e prova a usarlo. Disse la figlia di Politkovskaja: “purtroppo i russi non sono abituati a pensare”. È la più filorussa delle frasi, ma per capirlo bisogna essere – appunto – abituati a pensare.

Riunione difficile

 



Solo un caso

 



lunedì 17 febbraio 2025

Sanremo Selvaggia

 

Olly batte l’“alieno” Corsi e salva il Festival normalizzato da Conti
ARISTON, CALA IL SIPARIO - Al fotofinish. L’elemento disturbante, il cantautore insolito è stato battuto al televoto dall’erculeo e sbracciato rugbista
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Ci abbiamo sperato. Abbiamo creduto – almeno per un attimo – che in questo Festival della normalità, in questo Festival della restaurazione tra bambini, mamme, figli, malattie, guantini e velette, Lucio Corsi sarebbe riuscito a far saltare i piani reazionari di Carlo Conti. Ed era quasi fatta. Lui, l’alieno, questa creatura fiabesca che, come nel Piccolo Principe, sembrava precipitata sul palco con un aereo, stava per scombinare tutto, e vincere.
Vincere su questa prodigiosa opera di normalizzazione in cui i rapper – addomesticati – sono sembrati cantanti dello Zecchino d’oro. In cui i bambini sul palco erano dei geni: o dei mostri di memoria o dei piccoli Mozart, perchè la natalità si incentiva così, facendoti credere che se metti al mondo un figlio ti nascerà un prodigio della musica, mica quello che si scaccola giocando alla Playstation. Ogni volta che partiva il jingle “Viva l’Italia viva l’Italia viva l’Italia uè”, ho pregato che Corsi – l’unico cantante a non essersi normalizzato mentre perfino Elodie era passata dal sembrare Due Lipa a Mina- riuscisse a vincere sulla medietà. Ne sono stata quasi certa quando Carlo Conti, sul palco dopo l’esibizione di Corsi con Topo Gigio, lo ha fatto arrabbiare. Il conduttore si era permesso di interrompere la magia, la performance romantica in cui il cantante e il topolino cantavano Modugno, trascinando il pubblico in una dimensione onirica. 

Conti aveva trasformato quella performance in una gag. Proprio lui che non si era mai intrattenuto con un ospite per più di 30 secondi, con Topo Gigio non la finiva più di gigioneggiare. E quindi è finita che Corsi era uscito dal palco bestemmiando con Topo Gigio che squittiva costernato, e diciamolo, non era possibile immaginare nulla di più distopico, di più destabilizzante di tutto questo nel Festival di Carlo Conti. Un Festival in cui la fantasia, così mestamente piegata dalle regole della normalizzazione, si era ribellata nel modo più inatteso. Della serie: tu porti sul palco bambini che fanno gli adulti? E io trascino i pupazzi per bambini in risse coi cantanti. Nonostante questa imprevedibile meraviglia, Lucio Corsi è arrivato secondo. Lui, l’imprevisto, l’elemento disturbante, il cantautore insolito e mingherlino è stato battuto al televoto dall’erculeo e sbracciato rugbista Olly. La favola ha lasciato il posto a una realtà ben poco poetica, in cui il l’immaginazione è stata sostituita da complotti immaginati. In particolare, quelli sulla manager del vincitore Olly, ovvero Marta Donà. Quest’ultima ha vinto sabato sera, ha vinto l’anno scorso con Angelina Mango, due anni fa con Marco Mengoni e pure nel 2021 con i Maneskin. Questo ha portato molti commentatori (e non solo gente a caso su Twitter, ma pure Enrico Mentana per esempio) a elaborare, più o meno esplicitamente, la più classica delle teorie del complotto secondo cui Marta Donà riuscirebbe a decidere da sola il vincitore del festival. Molto contemporaneo: i poteri forti, ancora più occulti delle multinazionali- le etichette discografiche – e degli stati sovrani – la Rai -, che manovrano il risultato, una sorta di Soros della musica italiana. Trump con una teoria del genere è diventato presidente degli Stati Uniti, quindi è collaudatissima. Ora, a parte che non si capisce come Marta Donà abbia potuto convincere il 31% degli spettatori a votare per Olly, che ha vinto grazie al televoto (come anche Mengoni e i Maneskin ai loro tempi), a parte che, guarda caso, la prima volta che nasce una polemica del genere la manager in questione è una donna, a parte che tutte quelle canzoni sono poi andate molto bene anche all’Eurovision – dove i Maneskin hanno vinto, Mengoni è arrivato quarto e Angelina Mango settima. A parte tutto questo, in almeno due dei tre precedenti stiamo parlando di Marco Mengoni, ottanta dischi di platino e 5 milioni di copie vendute in carriera, e dei Maneskin, la band italiana più famosa a livello internazionale nella storia del nostro paese. Capirei la polemica se avesse fatto vincere i Jalisse, ecco. Ma soprattutto, i Maneskin, dopo che l’hanno sostituita con un altro manager, alla fine si sono sciolti. O quasi.
In fondo, nel Sanremo della restaurazione, quello in cui Conti ha riportato sul palco tutti i vecchi sovrani della tv (da Scotti a Clerici), anche la paura del complotto, delle trame che si sviluppano dentro e fuori “il palazzo” era prevedibile. Così come era prevedibile che l’ancien régime rappresentato da Conti avesse problemi con una collana preziosa che in questo caso era la catena Tiffany al collo di Tony Effe, nel caso di Maria Antonietta la collana di diamanti che contribuì a minare la reputazione della regina dissipatrice. Tony, però, non ha guidato la rivoluzione. Qualcuno, anzi, l’ha visto scappare con suo areo privato prima che il Festival finisse, come un Assad qualunque. Con il suo baule pieno di collane. E sul palco, tra muscoli e coriandoli, è rimasto il vincitore Olly con la sua “Balorda nostalgia”. Del resto, di nostalgia, in questo Festival, se ne è vista parecchia.

L'intervista al saggio

 

“Senza gli Usa, Nato e Unione sono finite. C’era da aspettarselo”
L’INTERVISTA - “Zelensky doveva trattare nel 2022. Ma gli dissero che poteva vincere”
DI SALVATORE CANNAVÒ
Con Lucio Caracciolo, per citare l’ultimo numero di Limes di cui è fondatore e direttore, cerchiamo di “mettere ordine nel caos” internazionale.
I discorsi di JD Vance a Monaco e prima ancora quello di Peter Hegseth ai ministri della Difesa Nato hanno mostrato che il rapporto degli Usa con l’Ue è ormai conflittuale: che tipo di conflitto è e fino a dove si spingerà?
Più che conflittuale, mi sembra che gli americani abbiano voluto dare una sveglia all’Ue sul fatto che è finita la fase della doppia recita. Una recita, loro e nostra, secondo cui gli Usa erano quelli che proteggevano la nostra sicurezza e noi eravamo rifugiati sotto il loro ombrello militare. Per fortuna non c’è mai stata una vera minaccia bellica contro l’Europa, e non sappiamo quindi se sia stata solo una maschera, ma in ogni caso quella fase è finita. L’America ci ha comunicato che dobbiamo fare da soli. Il problema di fondo è che l’Europa non è in grado di farcela, non militarmente e nemmeno culturalmente
E invece gli Stati Uniti possono fare a meno dell’Europa, principale mercato del mondo?
Sicuramente sul piano militare gli Usa possono fare da soli. Quanto al piano economico, al di là di guerre finanziarie, che non credo saranno così violente, ci sono i termini di una collaborazione economica e commerciale importante. Il problema principale degli Usa, lo scopo principale di Trump, è che hanno bisogno di industrializzarsi, di riportare produzioni in casa, quello che il presidente cerca di fare con facilitazioni fiscali e meno impor.
“Doccia fredda per l’Europa” titolava la Frankfurt Allgemeine Zeitung. Eppure, non c’era da aspettarsi le mosse Usa? Non c’è stato un chiaro errore strategico nella conduzione della Ue?
Tutto è stato abbastanza prevedibile e in fondo anche previsto da chi voleva guardare le cose come sono e come appaiono. Il problema europeo è che ci siamo costruiti una narrazione priva di basi di realtà a cominciare dalla presunzione di avere una soggettività europea che non c’è mai stata, non esiste e mai ci sarà. Da questa finzione si è costruita l’idea di un’Europa oasi di pace che ora si sta rovesciando. Mentre da parte delle potenze che contano e da parte di quelle che stanno emergendo, si ragiona in termini di guerra se non militare, almeno commerciale, noi siamo serenamente convinti di abitare in questa isola felice con una popolazione che invecchia e che perde costantemente ruolo.
Dobbiamo quindi aspettarci una fase di guerre crescenti?
Siamo in una fase di inevitabile instabilità. Gli Usa vivono una profonda crisi identitaria, hanno una rivoluzione in corso e non si può pensare che questa rivoluzione non abbia effetti all’esterno. Indipendentemente dalle reali intenzioni, tutte le potenze che si immaginavano protette oggi non si sentono più tali e vedono la possibilità di espandersi: la caccia a nuovi “territori” è aperta.
Che tipo di soluzione può affermarsi in Ucraina? Trump ha davvero delle carte da giocare?
La Nato così come è stata concepita non esiste più. E sempre stata un’organizzazione centrata sull’America che a sua volta teneva rapporti bilaterali con singoli paesi tra cui il nostro. Oggi emerge soprattutto questa realtà, gli Usa hanno rapporti più rilevanti con alcuni paesi e molto meno, se non nulli, con altri. Del resto, la Nato conta 32 paesi membri (a volte perdo il conto) è diventata una specie di Onu, ma gli Usa non andranno mai a morire per la Lituania o la Macedonia del nord. Il Patto atlantico appartiene al passato. Sono molto più importanti i rapporti bilaterali e l’Italia deve fare molta attenzione a questo perché la nostra potenza di riferimento restano gli Usa.
E in Ucraina cosa succederà?
Credo che non si andrà oltre un precario cessate il fuoco. La Russia non ha ottenuto quello che voleva ma non ha rinunciato agli obiettivi di fondo e il fatto che Trump dica che l’Ucraina potrebbe essere russa fa capire che la situazione evolverà ancora.
La Russia ne esce più forte? O, silenziosamente, a uscire davvero più forte è la Cina?
Dipende dalla prospettiva con cui guardi una guerra che non finisce puntualmente sul finire del conflitto, ma si misura nel tempo. Se però vogliamo fare la fotografia attuale, oggi l’unica potenza che sta avvantaggiandosi è la Cina e su vari fronti. Nel rapporto diretto con la Russia, che dipende dalla Cina sugli idrocarburi e sul sostegno militare, ma anche più in generale perché la Cina espande la sua sfera di influenza in Asia centrale e mette in crisi l’assetto post-sovietico. Recentemente il Financial Times ha pubblicato un documento russo di analisi spietata sulla propria perdita di posizioni in Asia centrale a favore della Cina.
La Russia ha prevalso contro l’Ucraina dal punto di vista militare e purtroppo, per motivi che non riesco a spiegarmi, l’Ucraina si è affidata alle promesse europee e americane pensando di poter entrare nella Nato e conservare territori ingaggiando una guerra di lunga durata. E invece, le risorse sono quelle che sono, si è trattato di un’operazione di dissanguamento in vista di obiettivi che non si potevano raggiungere. Questo spiega il fenomeno della crisi dell’autorità politica di Zelensky, così come il rifiuto dei giovani ucraini di andare al fronte e la massiccia fuga verso l’estero di milioni di ucraini. Questo è il vero problema: non tanto il 20% di territori perduti, ma l’80% che è in condizioni disperate.
Che alternativa aveva Zelensky?
Firmare l’accordo dell’aprile 2022 sponsorizzato dalla Turchia, che avrebbe dato all’Ucraina condizioni nettamente migliori di quelle di oggi e risparmiato centinaia di migliaia di morti e feriti e milioni di rifugiati. Ma in quel frangente sono stati soprattutto gli inglesi e alcuni europei, più che gli Usa, a spingere gli ucraini a combattere assicurando loro che si sarebbe potuto vincere. Abbiamo visto come è finita.
A questo punto per l’Ue che strada si apre: quella della disgregazione o si pensare a una sua rifondazione?
Non credo a una rifondazione, l’Unione è una fondazione americana, conseguenza della decisione Usa di restare in Europa dopo la Seconda guerra mondiale e di organizzarla, militarmente tramite la Nato e poi sostenendo le alleanze politiche. Ma nel momento in cui gli Usa ci lasciano noi torneremo a quello che siamo sempre stati, paesi in conflitto, sperando che questo non comporti una guerra tra noi, come è sempre successo.