Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 4 febbraio 2025
Elena
Solo ora si accorgono della prepotenza Usa
DI ELENA BASILE
Le relazioni internazionali odierne sono caratterizzate da alcuni fattori che non hanno precedenti. Il rischio di conflitto nucleare assorbito nelle dinamiche delle superpotenze è dato per scontato dagli analisti. L’utilizzo di armi nucleari è coniugato con la guerra convenzionale nelle dottrine militari. La deterrenza intesa come Mutual Assured Defence ha lasciato il posto alla ricerca delle garanzie per poter effettuare un primo colpo nucleare senza conseguenze. L’orologio dell’apocalisse, nato nel 1947, aveva posizionato le lancette a sette minuti dalla mezzanotte, ora simbolica dell’Armageddon nucleare. Nel 2023 gli studiosi hanno ri-cronometrato l’orologio spostando le lancette a soli 90 secondi dall’apocalisse.
Se la propaganda è sempre esistita, tuttavia l’esistenza di tre agenzie di stampa internazionali che dettano le veline ai media del mondo occidentale, la concentrazione dei gruppi mediatici in grandi agglomerati, l’osmosi tra proprietà dei media e oligarchie finanziarie, costituiscono requisiti essenziali che forgiano il pensiero unico. Ci troviamo in una fase del capitalismo finanziario nella quale il lavoro è stato parcellizzato e arretra almeno dagli anni Ottanta rispetto al capitale. Il mantenimento di società affluenti e di standard di vita abitudinari, nel momento in cui la tassazione è rifuggita dal capitale e dalle élite, è stato possibile in virtù del debito, del graduale smantellamento dello Stato sociale e di un ordoliberismo divenuto parte strutturale dei trattati europei. L’Ue si è costruita come un gabinetto d’affari, dominata dalle lobby e dagli interessi delle oligarchie, con uno spaventoso deficit democratico. Impone nei vertici intergovernativi indirizzi non scelti dal cittadino europeo, attuati da un organo burocratico che non risponde al Parlamento, anch’esso del resto ibrido, privo di iniziativa legislativa. Il gioco democratico e la dialettica sociale presenti negli Stati nazionali sono scalzati dal ricorso agli elementi di sovranazionalità funzionali alle politiche economiche procicliche, in grado di approfondire le asimmetrie tra Nord e Sud, comprimere la domanda e gli investimenti nei beni comuni, nutrire con copiose iniezioni di liquidità il minotauro del debito. Questi, in estrema sintesi, i dati peculiari odierni che influenzano gli scenari mondiali in modo strutturale e duraturo. La militarizzazione del dollaro è espressione del denial, termine psicoanalitico che ben si adatta alla postura statunitense. Il tentativo di rinnegare la realtà del declino del mondo occidentale e dell’organizzazione del Sud globale intorno al rivale strategico Cina e ai Brics risulta perdente e pericoloso.
In questa cornice vanno inserendosi le variabili della politica contingente: l’elezione di Trump, l’avanzare delle destre europee, l’ancorarsi della burocrazia Ue e della politica democristiana della falsa sinistra al “deep State” statunitense. L’elezione di Trump ha sconvolto le élite europee. È sbalorditivo ascoltare gli esponenti delle due destre (centrodestra e centrosinistra). Scoprono oggi che gli Stati Uniti sono un impero aggressivo, che sono una oligarchia illiberale, che hanno rinunciato al multilateralismo e perseguono in Europa i propri interessi geopolitici economici ed energetici. Hanno avuto bisogno del linguaggio grezzo e poco mediato di Trump per realizzare quello che a un analista attento è evidente da diversi decenni. Le politiche di Trump non sono diverse da quelle precedenti degli Stati Uniti, è cambiata soltanto la forma, si difende in modo rozzo l’ideologia della forza contro il diritto internazionale, il suprematismo bianco, l’egemonia Usa. Con i democratici si respingevano i migranti ma si spendevano buone parole sull’uguaglianza di tutte le razze, si era complici dei crimini a Gaza, ma non si dimenticavano i buoni sentimenti, si perseguivano i propri interessi in un’ Europa vassalla, utilizzando il popolo ucraino come carne da macello per erodere il potere russo, si criminalizzava un giornalista eccezionale per coraggio e candore come Assange. È esilarante ascoltare Romano Prodi o Dominique de Villepin, esponenti democristiani del centrosinistra e gollisti che hanno mostrato competenza politica, e che oggi appaiono allarmati dall’impero e auspicano un’Europa, polo strategico autonomo, nella Nato. Non si sono accorti del ventennio unipolare, delle guerre per l’esportazione della democrazia, delle Primavere arabe e del disastro libico, della guerra civile fomentata dagli Stati Uniti in Siria, dell’utilizzo del jihad ai fini del predominio, dell’influenza della finanza sulla politica, delle rivoluzioni colorate. Dai bombardamenti di Belgrado in poi non hanno osservato l’impero in azione. Chissà, hanno creduto in buonafede allo zio Tom, che sollevando la bandiera a stelle e strisce portava democrazia, dollari e pace ovunque.
Topper
Il lusso casalingo che ti fa sentire come negli hotel di chef Barbieri
DI MAURIZIO CROSETTI
La setta del topper, quella congregazione di maniaci che quando entrano in una camera d’albergo vanno immediatamente a controllare se sul materasso c’è la mitica imbottitura supplementare, sarà felice: l’accessorio reso famoso in tivù da Bruno Barbieri fa ingresso nel paniere dell’Istat insieme allo speck, ai pantaloncini corti e al cono gelato. Ma se l’affettato, il pistacchio/cioccolato e le braghette fanno parte da sempre delle nostre vite, del topper ignoravamo l’esistenza fino all’avvento di “4 Hotel” nel 2018. Ora, pare non se ne possa fare a meno. Ma è poi vero? Ci sarà un motivo se per millenni il genere umano ha riposato più o meno bene anche senza il materassino (e comunque, il medico non ha sempre detto che per la schiena è meglio il letto un po’ duro?). Potenza delle mode e degli influencer. Se si fa un giro sul web, si scopre che alla non tanto modica cifra di euro 205,54 è possibile farsi portare a casa il Topper Bruno Barbieri, “selezionato dal massimo esperto di buon riposo”, un tipo che peraltro nella vita farebbe lo chef ed è diventato personaggio cazziando aspiranti cuochi che scuocevano la pasta. Adesso, furbacchione, fattura le tendenze da lui stesso indotte, i bisogni inesistenti che bucano lo schermo.
Quanta nostalgia per le televendite dei materassi di Mastrota e Gabriella Golia, o per l’antico spot di Carosello con i bimbi che saltavano sopra il letto (“Bidibodibù/Bidibodiè”). Siamo passati dal neorealismo dei materassai che li squartavano, ne risistemavano l’imbottitura di lana, li ricucivano e li consegnavano come nuovi alle massaie, al famigerato topper (dall’inglese, “cosa che sta sopra”).
A occhio non ci abbiamo guadagnato un granché, a parte Barbieri.
Forse è solo suggestione, un guasto nell’immaginario collettivo. Un oggetto familiare e casalingo come il materasso, luogo dove si nasce e dove si muore, dove ci si rigira nelle notti insonni e dove si fa l’amore, è diventato oggetto del desiderio. Ci sono i topper da 39 euro e quelli in seta da 500, imbottiture in schiuma che memorizzano le forme del corpo (ma vogliamo davvero essere memorizzati proprio lì, povere membra che non siamo altro?) e in piuma d’oca, sì, addirittura quelle, a dispetto di un’epoca che giustamente rispetta gli animali. Perché, scusate, pelliccia di visone no e topper di papera sì? Dove sta scritto?
A Madrid c’è persino una nobile squadra di calcio, l’Atlético, chiamata “colchoneros”, cioè materassai, perché i colori sociali bianchi e rossi ricordano le righe delle tele che rivestivano, appunto, i materassi (senza topper). Qualcosa di popolare e popolaresco sul letto che narra i destini dell’umanità, le sue gioie e le sue pene, le sue malattie e il suo ardore, e comunque dormiamo per un terzo della vita, con o senza imbottitura.
Si dice “letto di dolore”, “dormire tra due guanciali”: il linguaggio racconta sempre chi siamo. Ma adesso, cosa dirà di noi? Forse, che siamo diventati gente che lecca un cono gelato in braghette, distesa sul topper.
Guerre fatue
La drôle de guerre
di Marco Travaglio
Fra le varie minchiate che si sentono in questi giorni, svetta il disco rotto sulla “guerra dei 30 anni fra magistratura e politica”. Che non è mai esistita: esiste la parte criminale della politica che abusa del suo potere per violare le leggi e aggredisce la parte legalitaria della magistratura che esercita il potere di farle rispettare. Il paradosso è che ora l’assalto parte da una premier che, non essendo una criminale, non ha processi: solo una denuncia per un atto di governo. Eppure la ridicola frottola della “guerra”, un tempo confinata sulla carta straccia berlusconiana, ora troneggia sul Corriere a firma del suo direttore: “Giudici e politici: ma quando finirà la ‘guerra dei 30 anni’?”. Si parla d’indagini e processi come fenomeni atmosferici (tipo la pioggia che arriva quando meno te l’aspetti). O, peggio, come “vendette” architettate da una Spectre che pilota i 9 mila magistrati centellinando e cronometrando iscrizioni, avvisi, arresti, rinvii a giudizio e sentenze contro i “riformatori”. Ma basta interpellare un cronista giudiziario qualsiasi (il Corriere qualcuno dovrebbe ancora averlo) per sapere che – a parte le denunce sporte da cittadini, che non dipendono dalle Procure – le indagini nascono da comportamenti gravi o comunque sospetti: le “notizie di reato”, che vengono scoperte quasi sempre per puro caso.
Mani Pulite partì dalle mazzette a Chiesa scoperte da Di Pietro grazie agli articoli di un cronista del Giorno querelato dal manager. Tangentopoli cadde pezzo a pezzo perché imprenditori e politici a caccia di attenuanti facevano a gara a denunciarsi a vicenda per le mazzette che gli uni pagavano e gli altri chiedevano, su su fino alla maxitangente Enimont da 150 miliardi che decapitò il pentapartito. I 21 miliardi di B. sui conti svizzeri di Craxi dopo la legge Mammì li svelò Tradati, prestanome di Bettino. Le mazzette Fininvest alla GdF, oggetto del primo invito a comparire a B., le confessarono alcuni finanzieri corrotti anche da altre aziende. La corruzione berlusconiana dei giudici romani la raccontò la Ariosto ai finanzieri che la sentivano su un libretto al portatore di B. usato dal fidanzato Dotti per pagare un pezzo di antiquariato. La mazzetta di B. a Mills la svelò quest’ultimo in una lettera al commercialista. Il caso Ruby emerse quando il premier B. chiamò la Questura per far rilasciare la minorenne marocchina contro il parere della giudice minorile. E il caso Santanchè affiorò quando alcuni dipendenti raccontarono di aver lavorato mentre risultavano in cassa Covid. Che dovevano fare i pm con questa montagna di notizie di reato: mangiarsele? La “guerra dei 30 anni” finirà quando i politici rispetteranno il Codice penale e la Costituzione. O, in alternativa, li aboliranno.
L'Amaca
Resistere alla tempesta
DI MICHELE SERRA
Un branco di radicali lunatici” secondo Trump, “un verminaio” secondo Musk. Si riferiscono a Usaid, l’agenzia americana fondata nel 1961 da John Kennedy per aiutare i Paesi poveri. “Usaid deve morire”, ha twittato il presidente con il suo gergo da gangster (lui parla spiccio: è ora di essere spicci anche parlando di lui). Usaid è uno dei tanti rami da tagliare, ramo particolarmente odioso per i nuovi padroni d’America perché ha il dna del solidarismo e della cooperazione internazionale.
Sicurezza interna, Difesa e poco altro, questo rimarrà di pubblico e di finanziato nel paese di Trump: uno Stato armato, e al resto — sanità e istruzione in primo luogo — ci pensano le carte di credito di chi può, e chi non può si arrangi perché è finita la pacchia, come direbbe il trumpetto di casa nostra.
Ho pensato ai funzionari di Usaid, che per metà saranno burocrati impigriti, per metà gente appassionata e competente che cerca di aiutare il prossimo. Immagino i loro sentimenti quando il loro presidente, come un imperatore che mostra il pollice verso, annuncia la morte non solo e non tanto del loro lavoro, quanto del loro impegno, delle loro idee, della loro storia, che è anche uno dei tanti pezzi nobili della storia americana.
Trump e Musk vogliono radere al suolo qualunque istituzione, nazionale e internazionale, che cerchi di tenere vive parole e opere di cooperazione e di pace. Oms, Fao, Unesco, le ogm di ogni ordine e grado, il solidarismo cristiano, il volontariato laico, qualunque cosa puzzi di gentilezza, di sovranazionalità, di operativo esercizio di fratellanza, è il loro nemico. In molte stanze, arredate molto diversamente da Mar-a-Lago, donne e uomini di buona volontà stanno cercando di capire come resistere alla tempesta. Sono loro, per ora, la sola vera opposizione a Trump.
lunedì 3 febbraio 2025
Il vil minerale
Il sociologo Fabien Lebrun: “I colonialisti di smartphone e pc finanziano le mattanze in Congo”
LE MANI SULLE MINIERE - “Da 30 anni faide tra miliziani al soldo dei colossi estrattivi che vogliono cobalto, tungsteno & C. per l’hi-tech. L’offensiva del gruppo M23 sostenuto dal Ruanda è per non perdere il mercato”
DI MICHAEL PAURON
Abbiamo tutti dei minerali macchiati di sangue in tasca e siamo tutti complici indiretti di crimini abominevoli commessi in nome del regno del digitale. È la tesi che il sociologo Fabien Lebrun difende nel suo saggio Barbarie numérique, une autre histoire du monde connecté (pubblicato da L’Échappée, 2024), in cui rivisita la “rivoluzione digitale” alla luce della storia del capitalismo globale e del caso specifico della Repubblica Democratica del Congo. Secondo il sociologo, gli abitanti della RDC – dove la situazione umanitaria è peggiorata per l’offensiva dei ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda – sono sempre stati sfruttati per alimentare il frenetico processo della globalizzazione. “Scandalosamente” ricche, queste terre sono sempre state sfruttate a scapito dei loro abitanti. Prima per gli schiavi, poi per i minerali usati nella fabbricazione delle armi (tra cui l’uranio usato per costruire la bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945), oggi per il cobalto, il tantalio, il tungsteno e altre terre rare necessarie per la costruzione degli smartphone e delle batterie elettriche. Fabien Lebrun parla dunque di “tecno-colonialismo”, che utilizza gli stessi metodi del colonialismo e del neocolonialismo: lavoro forzato, frode, finanziamento di gruppi armati.
Nel suo libro, traccia un legame tra le guerre che da trent’anni dilaniano l’est della RDC e lo sfruttamento dei minerali necessari per costruire i dispositivi…
Le risorse necessarie per la “rivoluzione digitale” sono distribuite in modo molto disomogeneo nel mondo e la Repubblica Democratica del Congo è probabilmente l’unico Paese che presente nel suo sottosuolo quasi tutti gli elementi della tavola di Mendeleev. Da trent’anni centinaia di milizie operano nella regione. Chi le finanzia? Le potenze capitalistiche e il settore estrattivo mondiale. Dal mio punto di vista, questo è l’elemento centrale dei ripetuti conflitti nella regione. Ogni anno vengono venduti circa 1,5 miliardi di smartphone, 500 milioni di televisori, 500 milioni di PC, 200 milioni di tablet e 50 milioni di console per videogiochi, per non parlare dei miliardi di schermi e oggetti connessi che dipendono da minerali e metalli, molti dei quali si trovano in Africa centrale, almeno quelli più strategici.
Secondo lei, è dunque possibile che il gruppo M23, che sta per rovesciare Goma, sia legato ai minerali…
Nel 2021, il presidente della RDC, Félix Tshisekedi, ha firmato un accordo con l’Uganda per facilitare la costruzione di strade e il trasporto di prodotti minerari, forestali e agricoli. Quasi allo stesso tempo, diversi rapporti hanno mostrato che il fabbisogno di tantalio e minerali strategici per il 5G e le auto elettriche sarà in crescita. In questo contesto, diversi osservatori ritengono che il Ruanda, che non vuole perdere la sua parte in questo mercato, abbia rilanciato il gruppo M23 in reazione appunto agli accordi tra Uganda e RDC. Un’ipotesi plausibile soprattutto perché l’M23 ha messo rapidamente le mani sulla miniera di Rubaya, a Rutshuru, che contiene il 15% delle riserve mondiali di coltan.
Lo scorso dicembre, la RDC ha presentato diverse denunce in Francia e in Belgio contro le filiali di Apple accusandole di sfruttare “minerali sporchi di sangue”. Apple nega. Quali potrebbero essere le conseguenze?
C’era già stata una denuncia nel 2019, presentata negli Stati Uniti da un gruppo di avvocati contro Apple, Dell, Microsoft e Tesla per complicità nella morte di bambini nelle miniere di cobalto congolesi, poi archiviata nel marzo 2024. Ma il fatto che ora sia uno Stato a sollecitare la giustizia è senza precedenti e potrebbe determinare una più ampia presa di coscienza del problema.
Lei denuncia una continuità del capitalismo, dalla tratta degli schiavi all’estrazione dei metalli usati nei nostri dispositivi connessi. Cosa hanno in comune il commercio triangolare e l’estrazione mineraria in RDC?
Attraverso la storia della tecnologia e del Congo, riesamino il concetto di capitalismo, le sue radici e il suo sviluppo. Il mio punto di partenza è il concetto di “accumulazione primitiva del capitale” studiato da Karl Marx nel Capitale, ovvero il lungo periodo, dal XVI al XIX secolo, della tratta degli schiavi e del commercio triangolare, che ha unito Europa, Africa e America. È l’inizio della mondializzazione, che ha contribuito ai primi profitti, o capitali, soprattutto in Europa attraverso i conquistadores e i coloni. Assistiamo alla nascita dell’estrattivismo, prima dell’oro e dell’argento, estratti in modo massiccio nel continente americano a partire dal XVI secolo. Guardando alla storia, notiamo che esiste una continuità tra l’emergere di una rivoluzione industriale e la necessità di estrarre risorse naturali. Il Congo ne è un esempio: uomini, donne e bambini sono stati “sfruttati” come schiavi per soddisfare la domanda europea di zucchero, caffè e cacao. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, è la foresta a essere stata sfruttata, in modo intensivo, soprattutto per il caucciù , sulla scia dell’espansione dell’industria automobilistica. Durante le guerre del XX secolo, sono stati estratti metalli per l’industria degli armamenti, tra cui l’uranio del Katanga, mentre negli anni ‘90, la ricchezza del sottosuolo del Paese è servita per fa fronte all’informatizzazione del mondo.
Lei spiega che il concetto di estrattivismo era praticamente scomparso. Quando è ricomparso?
È tornato venticinque anni fa, durante il cosiddetto “boom minerario”, che corrisponde allo sviluppo della tecnologia digitale, ma anche alla forte domanda dei Paesi emergenti (India, Cina…). Questo periodo è paragonabile al XVI secolo, il “secolo dell’oro”. C’è una continuità.
Cosa intende per “tecno-colonialismo”?
Le pratiche e la mentalità delle istituzioni coloniali perdurano nella divisione internazionale del lavoro e la produzione globalizzata: estrattivismo, frode e lavoro forzato che può essere paragonato alla schiavismo. Per alimentare la nostra globalizzazione, dobbiamo far lavorare uomini e donne congolesi.
Lei mette in discussione il linguaggio dell’attuale capitalismo digitale che parla di “dematerializzazione”. Perché?
Il termine “dematerializzazione” è centrale nell’ideologia capitalista contemporanea. Oggi si parla di cloud, di cyberspazio. In realtà, per costruire uno smartphone servono sessanta metalli, settanta per un’auto elettrica. Quanto più miniaturizziamo, tanto più utilizziamo elementi della tavola di Mendeleev. Nei prossimi venti o trent’anni dovremo estrarre più metalli di quanti ne abbiamo estratti in tutta la storia dell’umanità. Non abbiamo mai vissuto in una società così materiale. Parlare di “dematerializzazione” allora è falso. E lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, che richiede l’elaborazione e lo stoccaggio di un’enorme quantità di dati. Ciò vuol dire costruire ancora data center, che richiedono l’uso di cemento, vetro, acciaio e acqua per il raffreddamento. Le energie rinnovabili si basano sullo stesso tipo di risorse. L’ideologia del capitale parla di “transizione”, ma non c’è transizione, c’è solo accumulazione. Elon Musk sa che i minerali si stanno esaurendo e vuole trovarli sulla Luna e su altri pianeti. Emmanuel Macron e altri vogliono cercarli nei fondali marini. La Russia e la Cina sotto i poli. Tutti sanno che il XXI secolo sarà un secolo estrattivista e che questi nuovi settori eviteranno il collasso del capitalismo. Ma il suo crollo è già iniziato.
Nel suo libro difende la disconnessione. Come raggiungerla in un mondo ultraconnesso?
Molti pensano che sia impossibile. Ma se consideriamo il posto che i dispositivi connessi stanno prendendo nelle nostre vite e le conseguenze che il nostro modo di vita sta avendo in Congo, mi sembra ovvio che bisognerà rivedere le nostre tecnologie e il modo in cui sono progettate, ed esigere che siano meno potenti e meno efficaci, in modo che ci sia una minore pressione sulla terra, sulla geologia, sulla terra e sulle persone. Bisogna reintrodurre la nozione di limite, non abbiamo scelta, iniziare una decrescita minerale e numerica, interrogarci sulle nostre reali esigenze e non su quelle create dall’industria.
Traduzione di Luana De Micco
* di Afrique XXI (giornale online partner di Mediapart)
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