lunedì 13 gennaio 2025

Situazione web

 

La meta-verità: tutti i fake dei censori Usa
IL FLOP DEL MONITORAGGIO FACEBOOK - I danni dei ‘buoni’ Da Hunter Biden alle guerre a Gaza e in Ucraina: lo scrupolo “dem” di ripulire l’informazione ha spesso prodotto disinformazione
DI VIRGINIA DELLA SALA
Mark Zuckerberg ha annunciato che negli Usa abolirà i fact-checking su Facebook e Instagram, probabile preludio a una futura estensione anche altrove. Ha detto che le etichette poste sui contenuti che miravano a mettere in guardia dalle fake news hanno “distrutto più fiducia di quanta ne abbiano creata”. Dal lancio del programma nel 2016, Facebook ha collaborato – a pagamento, ma i contratti sono confidenziali – con oltre 100 fact-checker indipendenti in decine di Paesi, che esaminano notizie dubbie e post virali, contrassegnandoli con avvisi se risultano falsi. Tuttavia si è rivelato per sua ammissione un sistema politicamente troppo parziale, magari in buona fede ma spesso utilizzando due pesi e due misure, per lo più pressato dal controllo democrat.
Biden. Nel 2020, Facebook e Twitter hanno bloccato la diffusione di un articolo del New York Post basato su email trapelate da un portatile di proprietà del figlio Hunter. Inizialmente, Facebook ha ridotto la visibilità delle notizie perché si riteneva che il contesto non fosse chiaro, aggiungendo una nota che diceva: “Se abbiamo segnali che un contenuto è falso, ne riduciamo temporaneamente la distribuzione in attesa della revisione da parte di un fact-checker di terze parti”. Il blocco è stato poi annullato di fronte all’evidenza e Meta ha dovuto ammettere sospetti per una presunta campagna di disinformazione russa. Lo stesso ad di Meta ha ammesso: “Il dossier non era disinformazione russa, non avremmo dovuto sminuire la notizia”. L’ultimo contenuto controverso ha riguardato il video di Biden in Puglia, circolato come prova del suo stato psicofisico compromesso. Fact-checker di tutto il mondo hanno provato a rintracciare manipolazioni, ma anche a guardare le clip integrali, il dubbio restava. E infatti, non sembra essere stato censurato.
Trump. È stato invece Elon Musk, appena acquistato Twitter, a diffondere i cosiddetti “Twitter files”, che svelavano le sistematiche censure sulle notizie scomode per il Partito democratico in funzione anti-Trump. Anche Twitter, con filtri e black list, oscurò su richiesta dello staff di Biden gli scandali di Hunter e i suoi affari con l’Ucraina. Inoltre, nel 2021 Trump fu sospeso a tempo indeterminato da entrambi i social, dopo l’attacco a Capitol Hill, per istigazione alla violenza. In quel caso, il board confermò sì la decisione del social network, ma lo “sgridò” per aver imposto, testualmente, “una sanzione indeterminata e senza standard della sospensione a tempo indeterminato”. Non gli oscurarono la pagina, insomma, ma neanche stabilirono un tempo per la sospensione.
Covid. Zuckerberg ha raccontato al Congresso Usa di aver avuto le maggiori pressioni. Mentre il Covid si diffondeva, Facebook sopprimeva i suggerimenti secondo cui il virus poteva essere una creazione umana, facendo infuriare il New York Post che ne aveva parlato con un articolo di opinione. Mesi dopo un rapporto dell’intelligence Usa del 2023 affermava che le sue agenzie erano state “incapaci di determinare l’origine precisa del Covid-19”. La Cina insisteva sulla falsità dell’ipotesi. Nel dubbio, Facebook revocò il divieto.
Vaccini. Sempre Zuckerberg ha raccontato che durante la pandemia, i funzionari di Biden avevano telefonato ai dirigenti di Meta per “urlare” e “imprecare” chiedendo di rimuovere qualsiasi post antivaccino. Peccato che la moderazione di Facebook abbia talvolta bloccato anche post che cercavano di fornire informazioni utili in materia di salute, dovendo fare spesso marcia indietro. Nel 2021, invece, Meta fu accusata di aver verificato erroneamente un articolo sul vaccino anti-Covid-19. Un rapporto del British Medical Journal denunciava cattive pratiche cliniche di un appaltatore che svolgeva ricerche per Pfizer. Era stata aggiunta un’etichetta sostenendo che la storia era “mancante di contesto” e poteva “fuorviare le persone”. I redattori del BMJ protestarono.
Russia&Ucraina. Due pesi e due misure talvolta anche sulle guerre. L’11 marzo 2021, per dire, mentre partivano nuovi aiuti Usa a Kiev (6 miliardi in armi e 6 per i profughi) Facebook censurava tutti i media statali russi. Lo stesso faceva Twitter. A quel punto il gruppo americano decide di esentare gli utenti Facebook e Instagram di alcuni Paesi dal rispetto dei divieti contro il linguaggio d’odio, purché fosse rivolto contro politici e soldati russi. “A causa dell’invasione russa dell’Ucraina, siamo tolleranti verso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole sui discorsi violenti come ‘morte agli invasori russi”, aveva detto Andy Stone, capo delle comunicazioni Meta, specificando che però avrebbero continuato a non consentire “appelli credibili alla violenza contro i civili russi”. Circolava invece senza problemi l’allarme su Zaporizhzhia come una catastrofe nucleare tipo Chernobyl “per un miliardo di persone in 40 Paesi” anche se l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non rilevò “alcun impatto critico sulla sicurezza”. E questo è il campo di ciò che all’apparenza non pare venga sottoposto a moderazione, come nel caso del dissidente nazionalista Aleksei Navalny, trovato morto nella sua cella nella colonia artica Ik-3. Nonostante il presidente russo sia stato definito “assassino”, non c’è stata traccia di contestualizzazione o contestazione, così come è circolata senza troppi problemi l’ipotesi del “complotto occidentale” per accusare Putin.
Gaza. Da marzo, Instagram ha creato una squadra per moderare i contenuti sulla guerra israelo-palestinese. Peccato che in migliaia da ogni parte del mondo abbiano denunciato l’oscuramento di contenuti filo-Palestina. Al punto che il portavoce di Meta, Andy Stone, aveva dovuto parlare di un “bug generalizzato”. Per fare alcuni esempi: un utente ha fatto ricorso contro la decisione di Meta di lasciare un post su Facebook in cui sosteneva che Hamas aveva avuto origine dalla popolazione di Gaza e rifletteva i loro “desideri più intimi”, paragonandola a un’orda selvaggia”. La società ha dovuto annullare la sua decisione originale e rimuovere il post. Tempo dopo, un giornalista ha fatto ricorso contro la rimozione del suo post che parlava di una intervista ad Abdel Aziz Al-Rantisi, un cofondatore di Hamas. “Questo caso evidenzia un problema ricorrente nell’applicazione eccessiva della politica aziendale sulle organizzazioni e gli individui pericolosi, in particolare per quanto riguarda i post neutrali”, recitava la decisione presa dal Consiglio di revisione.

domenica 12 gennaio 2025

Meraviglia!


Alba saturnina lunare! Wooow!



Testimonianze


Se una mattina d’inverno un viaggiatore

di Paolo Di Paolo

Sono un passeggero rimasto inscatolato nel suo Frecciarossa 9504 per un abbondante paio d’ore in più del previsto, nell’ennesima giornata di caos ferroviario. Quando sali su un treno italiano ad alta o minima velocità hai l’impressione di partecipare a una curiosa lotteria del disagio (per cui una voce umana o artificiale dirà che «ci scusiamo»).

A meno di cento chilometri da Milano eccomi prigioniero della carrozza 7, finestrino affacciato sulla stazione di Fidenza. Il fermo immagine dei primi 20 minuti di sosta che diventano 30 e 60, quando il treno verrà instradato sulla linea lenta. Ma non accenna a muoversi.

Mi raggiunge una sequela di messaggi che informano il «gentile cliente», di verifiche tecniche alla linea elettrica, distinti saluti; più tardi, si parla di problemi alla linea aerea. I saluti diventano, chissà perché, cordiali. Mi pare incongruo il tema aereo, visto che il mezzo è su rotaia, poi capisco. Al terzo messaggio si allude di nuovo a verifiche: intanto «Le ricordiamo che per il ritardo in arrivo tra 60 e 119 minuti ha diritto a un indennizzo». E al minuto 123? Saluti, stavolta, di nuovo distinti.

Nell’arco narrativo di questo tempo che da fermi pare infinito, capiamo di essere nei guai quando viene distribuita l’acqua che non spetterebbe alla seconda classe.

Il treno, immobile, bofonchia come noi, sbuffa, poi all’improvviso tace, come si fosse arreso. Un oooh lungo e nervoso, una serie di imprecazioni e di telefonate. Da aggiornare quando scopriamo che questo treno oggi non fermerà a Milano centrale, sua destinazione. Quindi dove? Fuori dallo spaziotempo? Forse ci molla a Fidenza, per quel che resta del giorno o per sempre. Non so se c’è più da ridere, da piangere, da inveire. O da limitarsi a constatare questa roulette russa senza hacker che è diventata viaggiare in treno ai tempi del ministro-dei-Trasportiche-aspira-agli-Interni.

Interno giorno, vagone fermo: quando c’era lui, si dirà, i treni non arrivavano in orario. Parla, Salvini! Di’ qualcosa! Niente. E quindi? Come da indicazioni (disperate, paradossali) di Trenitalia ieri: «Evitare spostamenti».

(Ah, per tornare a casa, giuro, ho preso l’aereo).

Coerenza



Beh è coerente! Un ritardato che sparge ritardi è in piena sintonia con se stesso!

Piccolino

 



Natangelo

 



Elena e il 2025

 

Così si trasforma il 2025 nell’anno del negoziato
DI ELENA BASILE
Pagine e pagine sui grandi media per descrivere le beghe interne che hanno costretto alle dimissioni dal Dis Elisabetta Belloni, mai soddisfatta nelle sue piccole e grandi ambizioni di potere, trombata in tutti gli incarichi a cui il suo partito personale, fatto di relazioni pubbliche e connivenze di alcuni giornalisti, frequentatori dei palazzi, l’avevano candidata. Cerchiamo invece di occuparci di cose serie. Può il 2025 diventare l’anno della mediazione in Ucraina? Possono cessare le morti dei giovani ucraini che la demoniaca amministrazione democratica degli Usa ha già chiesto possano coinvolgere anche i diciottenni? Finiranno il lutto e le distruzioni di un Paese che i governi occidentali, autodefinitesi con linguaggio orwelliano “filoucraini”, hanno deciso a tavolino, considerando evidentemente una popolazione intera carne da macello?
La guerra potrebbe sicuramente continuare. È vero che gli strateghi militari onesti da tempo l’hanno considerata persa da parte ucraina. Gli stessi ucraini, dopo il fallimento dell’ultima controffensiva nel settembre del 2023, la dichiararono persa e affermarono di dover passare alla guerra asimmetrica, in altre parole agli attacchi terroristici che leggiadre signore a capo di think tank atlantisti hanno avuto la sfrontatezza di difendere. Tuttavia se l’Europa, come vogliono i tecnocrati odierni, sacrificherà le proprie risorse finanziarie per comprare armi americane da inviare a Kiev, la guerra potrà continuare ancora per mesi o per tutto l’anno. Gli americani avrebbero tutto da guadagnarci. Le lobby delle armi e dell’energia premierebbero Trump per un’operazione geopolitica che, senza allargare ulteriormente il debito statunitense, continuerebbe a erodere il potere russo e a distruggere quella minima capacità negoziale e di autonomia strategica che l’Ue si era permessa di sognare. Il fastidioso asse franco-tedesco continuerebbe infatti a cedere il passo alla Polonia, alla nuova “Lega anseatica”.
Eppure la possibilità di far prevalere il bene comune dell’Europa e dell’Ucraina sarebbe facilmente realizzabile, soprattutto ora, dopo quasi tre anni di guerra che si spera abbia stemperato, con la diffusa sofferenza, i più bellicosi nazionalismi. Bisognerebbe puntare sulla mediazione tra interessi contrapposti, tenendo presenti le condizioni sul campo militare, oggettivamente a vantaggio di Mosca. Non si tratta, tuttavia, di una “resa” alla prepotenza e all’aggressione, contro cui il democratico Occidente si opporrebbe. Lasciamo queste menzogne senza fondamento agli analisti che hanno un’agenda politica. Concentriamoci su una possibile soluzione del conflitto con vantaggi reciproci.
Come ha appena confessato Blinken, molto prima dell’aggressione russa, l’Ucraina era stata rifornita di armi quale pedina atlantica da usare contro la Russia. I neoconservatori statunitensi hanno deciso una strategia offensiva negli anni 90 e vi sono rimasti fedeli. Ma hanno perso la scommessa. La politica che ancora ha la pretesa di rappresentare gli interessi dei popoli europei dovrebbe oggi far comprendere alla nuova amministrazione che la strategia espansionistica della Nato si è rivelata (come Kennan e Kissinger avevano già previsto) perdente. Bisogna ritornare ai principi di Helsinki: non ingerenza negli affari interni di un altro Stato, autodeterminazione dei popoli, sicurezza comune e indivisibile dell’Europa. La neutralità dell’Ucraina, la fine delle sanzioni e dei tentativi costanti di “rivoluzioni colorate” nel vicinato della Russia, accanto al riconoscimento immediato delle conquiste russe dei quattro oblast ucraini, ma temporaneo e possibilmente oggetto di un negoziato futuro nell’ambito di una nuova architettura di sicurezza (Mosca non ha bisogno di territori, ma di sovranità e sicurezza), potrebbero essere i fattori di una illuminata mediazione. L’Europa avrebbe tutto da guadagnare dalla riproposizione di una cooperazione energetica, economica e geopolitica con Mosca. Gli Stati Uniti, pacificato lo scacchiere europeo, potrebbero dedicarsi con maggiore tranquillità al contenimento del vero rivale strategico in Asia: la Cina. La politica in Asia e in Medio Oriente potrebbe basarsi su un dialogo e una collaborazione con gli emergenti in grado di riesumare il multilateralismo moribondo delle Nazioni Unite, riformabili solo se si lavora a una sintesi degli interessi occidentali e dei Brics. Non mi sembra purtroppo che con Trump si possa rivoluzionare la strategia del blob statunitense, intesa a destabilizzare il Medio Oriente come regione di influenza cinese in Asia. Una classe dirigente europea competente, non corrotta, capace di visione strategica, potrebbe godere tuttavia oggi di condizioni ottimali per esercitare la propria influenza nello scacchiere russo-ucraino. Utopia? No! Sarebbe sufficiente voler perseguire i reali interessi dei popoli: quello europeo e quello ucraino.