giovedì 9 gennaio 2025

Osho!




Questo rimane con noi...

 



Natangelo

 



Ciao Fabio!

 



L'Amaca


Come criceti nella ruota
DI MICHELE SERRA
Io sarò anche vecchio; legato a vecchie usanze di un vecchio mondo. Ma il video di quel signore che, in America, prende un taxi a guida automatica che lo deve portare in aeroporto; e il taxi comincia a girare in tondo; e il passeggero non può farci nulla, non può intervenire, non può afferrare il volante, non può scendere, può solamente telefonare all’operatore che, da remoto, cerca di capire che cosa sta accadendo, e dopo qualche minuto (un’eternità!), sempre da remoto, riesce a rimettere finalmente il taxi in strada. Beh, quel video mi terrorizza. Per me è panico allo stato puro.
È il sunto implacabile di un processo che ha per fine ultimo l’esclusione di ogni azione umana diretta e in presenza, l’abolizione della manualità, la cessione di ogni facoltà a centrali invisibili. Si dirà: ma quello è l’errore di un sistema concepito per sollevarci dalla fatica e semplificarci la vita. Beh, lo spero, ma non ne sono per niente sicuro.

Il motore di quel sistema è la massimizzazione del profitto attraverso l’abolizione del lavoro umano, troppo costoso (un “salto” che, da solo, aiuta a capire gli smisurati guadagni dei tecno-padroni, inimmaginabili ai tempi del capitalismo classico). Anche volendo fingere che non esista un gigantesco problema sindacale, chiamiamolo così: come definire “migliore” un sistema che impedisce di scendere da un taxi? Abbiamo ancora il diritto di scendere? La facoltà di dire “no grazie”? O tutti, di qui all’eternità, dovremo comunque “chiamare l’operatore”, e supplicarlo di non lasciarci girare in tondo come criceti nella ruota?

Ritratto al Pino

 

Il Signore dei Satelliti che vuole governare l’America e il mondo
STUPEFACENTE - A chi gli ha chiesto dell’uso di ketamina, ha risposto: “Ho inventato l’auto elettrica, le costellazioni satellitari, manderò l’uomo su Marte. Pensavate che fossi un tizio tranquillo e normale?”
DI PINO CORRIAS
Elon Musk, trasvolatore di tutti i cieli, porta guai molto ingombranti qui sulla Terra. Ma quando i giornali del primo mondo ne parlano, adottano iperboli scanzonate e prosa pop: il super genio che salta, lo svalvolato dei mega miliardari, l’astronauta che ci condurrà su Marte, aprendoci alla vita “multi planetaria”. Da noi è addirittura il ganzo che ha conquistato gli occhi blu di Giorgia Meloni, la abbraccia, la fa danzare sul palcoscenico glamour di New York, e su quello romanesco di Atreju, definendola con un inciampo involontario “più bella dentro che fuori”. Le ha appena offerto molto più di una sola Luna nel pozzo: l’intera batteria dei 6700 satelliti di Starlink, una collana quanto mai preziosa per l’intera Italia che a guardar bene avrà anche la forma del guinzaglio.
Peccato che Elon Musk, il suprematista bianco, abbia il cuore intossicato e nero. E non faccia per niente ridere. Dalla sua piramide di uomo più ricco del mondo, governa una fetta dell’economia globale, della politica planetaria, del costume, del linguaggio, di gran parte di quella mitologia sociale che oggi si nutre di successo, armi e potere autoritario: il sogno americano moltiplicato dai milioni di microchip.
Musk fa affari ovunque. Vende in America automobili Tesla che fabbrica in Cina. È davanti a tutti con l’intelligenza artificiale di OpenAI e sta fabbricando le interfacce neurali che la colleghino al cervello umano. Parla ogni giorno e ogni notte, a 202 milioni di follower che lo seguono sulla sua piattaforma X e a cento governi nel mondo. Li elogia, li critica. In una settimana a caso ha dato dell’idiota al Cancelliere tedesco Scholz, dello stupratore al premier britannico Starmer. Ha auspicato in Austria un nuovo governo guidato dai neonazisti di Kickl. E chiesto ai camerati di Afd di “salvare la Germania”, infettata dai socialdemocratici. Attraverso l’accordo con l’Italia – annunciato, smentito, confermato – vuole spalancare il mercato della intera Europa che per parlarsi via satellite è indietro di dieci anni.
Tutte prestazioni geopolitiche, industriali, scientifiche, impensabili per un uomo solo. Ma che diventano dettagli se paragonati al vero colpo dell’ultimo biennio, quello di essersi comprato la Casa Bianca in tante comode rate insieme con il socio Donald Trump, quello del ciuffo arancione, dei processi, delle bugie a raffica, dell’“invadiamo Panama e la Groenlandia perché ci servono”. Insomma il primo presidente pregiudicato della storia americana, di nuovo senza freni, senza inibizioni, che nei comizi gli sta un passo avanti, anche se nelle decisioni e nella propaganda gli dondola due passi indietro.
Elon è il presidente del presidente, almeno fino a quando durerà il reciproco vantaggio. Ha 25 anni meno del tycoon rieletto. Il doppio dell’energia. Cento volte i suoi soldi: 464 miliardi di dollari il suo patrimonio stimato. In quanto al potere, governa le funzioni vitali di Pentagono e Cia, cioè le due armi più potenti dell’impero americano, che dipendono dalla sua rete di satelliti Starlink, occhi e orecchie che viaggiano a 550 chilometri di altezza governano tutte le intercettazioni, tutte le comunicazioni, tutte le strategie militari, e che nel giro di qualche anno da quasi 7 mila diventeranno 42 mila. Per riuscirci ha rivoluzionato l’ingegneria spaziale al punto che anche la Nasa (con 4 miliardi di dollari appena investiti) dipende dalle sue innovazioni, l’ultima, la più spettacolare, l’immenso razzo Starship, il più potente di sempre, il primo riutilizzabile e dunque gestibile a costi dimezzati. Con una capacità di carico di 165 tonnellate, che ha già fatto sognare i generali americani e i loro strateghi che vorrebbero destinarlo al trasporto rapido delle truppe e degli arsenali, visto che impiegherebbe 90 minuti a raggiungere qualunque fronte in Asia e in Cina.
Per respirare euforia e reggere i ritmi ossessivi del lavoro, Musk consuma Ketamina, una droga che frantuma la depressione, combatte la stanchezza, induce esaltazione. È una molecola artificiale prodotta in forma liquida, in capsule, in polvere cristallina. Agisce sul sistema nervoso, influenzando i pensieri, la percezione del dolore, il senso dello spazio e del tempo. Quando il Wall Street Journal lo ha rivelato, Elon si è limitato a confermarne l’uso terapeutico e i vantaggi pratici: “Il mio consumo è nell’interesse degli investitori”. E poi: “Ho inventato l’auto elettrica, le costellazioni satellitari, manderò l’uomo su Marte. Pensavate fossi un tizio tranquillo e normale?”.
Musk è doppio, triplo, spiazzante. Innovativo nei cieli della tecnologia, reazionario in tutto il resto, ancora convinto di appartenere al “popolo eletto” a cui dio ha affidato il compito di guidare la marcia di tutti gli altri. L’uomo padrone dell’universo, libero di sfruttare il campionario di materie prime di cui si compone la Natura, da trasformare in merci e benessere. Ma con la garanzia del perpetuo vantaggio dei pasti caldi per i vincitori, dello spazio vitale per i ricchi, delle briciole per i poveri.
Non per nulla Elon Musk viene dal Sudafrica dell’Apartheid. È nato a Pretoria nel 1971, ha cittadinanza canadese, naturalizzato americano. Famiglia ricca e problematica, padre violento, sociopatico fino alla crudeltà. Madre modella e assente. Lui un ragazzino selvaggiamente bullizzato a scuola, fino al sangue e alle ossa rotte. Perciò introverso, complessato, solitario. Affetto dalla sindrome di Asperger. Con memoria leggendaria e massima dedizione allo studio, al lavoro. Salvo le cadute in “modalità demoniaca” di cui parla nella biografia di Walter Isaacson, durante le quali perde il controllo dei limiti e delle regole.
Il risultato è una vita sentimentale caotica: amanti, fidanzate, due mogli, undici figli, un paio con maternità surrogata. E poi una lunga serie di indiscrezioni che gli attribuiscono l’uso sistematico di Lsd, cocaina, ecstasy e funghi psichedelici in feste private in giro per il mondo. Dirà: “Nella vita ho avuto incredibili alti, catastrofici bassi e stress incessante”. Risultato? “Sono solo”.
Racconta chi ha lavorato con lui che “la sua vita fa schifo”. Non dorme. Non mangia. Non ammette il tempo libero. “Maniaco dei dettagli è ossessionato dal lavoro e dal sacrificio”. Peggio ancora ne parlano le ex che lo descrivono maschilista, competitivo, prepotente. Dicono abbia la sindrome del Messia: “Vuole disperatamente salvare il mondo, ma solo se sarà lui a farlo”. Naturalmente senza croce finale, solo contanti.

Intrecci

 

Ballo in Musk
di Marco Travaglio
Il caso Sala era partito malissimo, col ministro della Giustizia che timbra il fermo dell’iraniano senza sapere dagli Esteri dell’arresto dell’italiana, e con l’annuncio delle dimissioni della direttrice del Dis nel bel mezzo della crisi. Ma si è concluso benissimo e nei tempi giusti, col rilascio della Sala e, prevedibilmente, la non-estradizione dell’ingegnere di Teheran negli Usa e una qualche scappatoia per riconsegnarlo al suo Paese, alla vigilia della visita di Biden e a 12 giorni dall’insediamento di Trump. Il merito è di Giorgia Meloni, che ha preso in mano il dossier con riserbo e tempestività, come spiega Padellaro a pag. 5. Gliel’hanno riconosciuto anche le opposizioni e hanno fatto bene, così come da oggi faranno bene a ricominciare a opporsi. Ma facendo tesoro del caso Sala. Non per ammorbidire la battaglia contro il governo. Ma per liberarsi della zavorra più letale: l’ipocrisia, che spesso le ingabbia in battaglie di retroguardia, lasciandole poi col cerino acceso in mano. Un banco di prova sarà l’accordo del governo con SpaceX-Starlink, il gruppo di Elon Musk che ha già in orbita 7mila satelliti e li porterà a 42mila per coprire il mondo intero con la connessione Internet a banda larga. Un affare mostruoso sia per Musk sia per i clienti, che potrebbero assicurarsi la rete web spaziale sul 100% del territorio senza i buchi e i rischi della connessione terrestre via cavo.
Se esistesse una tecnologia in mano pubblica con le stesse prestazioni, andrebbe scelta quella. Ma non esiste: Musk è monopolista perché è partito prima, ha capitali che i governi non hanno e l’Ue chiacchiera molto, ma è all’anno zero col progetto Iris 2: 290 satelliti che, ove mai andassero in orbita, costerebbero molto di più ed entrerebbero in funzione nel 2035. E nel frattempo? È sacrosanto pretendere massima trasparenza: l’eventuale contratto non potrà essere affidato alle bizze (e alle dosi di ketamina) di Musk, dev’essere garantito dal governo Usa; e la chiave di criptazione dei dati dev’essere in mani italiane. Ma mettiamo da parte l’ipocrisia: Musk è il genio pazzo che sappiamo, ciclotimico sul piano clinico come su quello politico, tant’è che nel 2020 votò Biden (e piaceva un sacco all’internazionale dem) e ora sponsorizza Trump e i neonazi tedeschi e austriaci. Però i satelliti non sono né nazi né liberali né comunisti. Tocca affittarli da chi li ha. E oggi li ha solo lui. Garantiamoci le migliori condizioni di sicurezza e finiamola con le ipocrisie sull’Uomo Nero. Le nostre telecomunicazioni sono già in mano a privati stranieri. I negoziati con Starlink per Space X non li ha avviati la Meloni, ma Draghi. E i presunti nemici di Musk, da Macron alla Cina, stringono lucrosi accordi con lui. Giusta la trasparenza, purché non diventi coglionaggine.