domenica 15 dicembre 2024

Tristezza

 

Non totalmente d’accordo ma triste, soprattutto sul presunto lifting levigante le rughe…
Bruce Springsteen, c’era una volta il Boss
di Gino Castaldo
Le barzellette volgari, il costo esorbitante dei concerti, l’irriconoscibile viso levigato. Il lamento di un fan che ha perso il suo eroe
Racconta barzellette su mariti che cornificano le mogli, nega di essere miliardario una volta pizzicato da Forbes che gli attribuisce un patrimonio di 1,1 miliardi di dollari, nega ogni responsabilità nella crescita incontrollata dei prezzi dei biglietti ai “suoi” concerti. Non sembrerebbe, ma stiamo parlando proprio di lui, di Bruce Springsteen.
È con grande difficoltà che scrivo questa confessione che, ne sono certo, mi porterà feroci critiche da parte della agguerritissima comunità springsteeniana di cui mi onoro di aver fatto parte. Di più, posso affermare con assoluta certezza che aver avuto il privilegio, come inviato di Repubblica, di seguire il Boss in ogni luogo del mondo – l’ho visto a New Orleans alla prima delle Seeger Session, l’ho visto in Sudafrica, nel Connecticut, davanti allo Slane Castle che sorge nei pressi di Dublino, l’ho visto in ogni città italiana, da solo e con la E Street Band – è stata una delle occasioni più esaltanti e gratificanti della mia carriera.
Non erano racconti come tutti gli altri. Quando finiva un concerto in Italia, c’era sempre qualcuno del pubblico che mi si avvicinava e con lo sguardo sognante mi stringeva le mani e mi diceva: mi raccomando, ora tocca a te, domani sul giornale vogliamo leggere quello che è successo qui, questa sera. E io scrivevo, con addosso l’adrenalina che mi dava questa sensazione unica di condivisione, di responsabilità collettiva. Solo Springsteen produceva questo effetto e io, umile cronista, mi sentivo il messaggero degli Dei, in missione per conto di una superiore causa, onorando il vecchio adagio secondo il quale il mondo si divide tra chi ha visto il Boss in concerto e chi non lo ama, perché chi non lo ama non lo ha mai visto dal vivo e Springsteen dal vivo ha sparso fuoco ed energia come nessun altro. È stato eroe di mille battaglie, l’indistruttibile guerriero del rock che combatteva dal palco con la sua logora spada Fender che sembrava più potente di quella laser di Obi-Wan Kenobi.
Ma da qualche tempo ci sono strane dissonanze che turbano il sonno della devozione. A cominciare dall’ultimo prodotto, Road diary, il documentario diretto dal fedelissimo Thom Zimny, che racconta le gesta del tour 2023, quello della ripartenza, dopo sei anni di pausa con la E Street Band. La prima impressione è di stanchezza. Non tanto fisica, come sarebbe normale, visto che il Boss ha 75 anni, quanto di linguaggio, di comunicazione. Il documentario è semplice, banale, mostra le prove e le performance del tour, ma ripete luoghi comuni già sentiti cento volte, l’epica della band, la famiglia on the road, il non tradire le attese dei fan, il vincolo spirituale col fratello nero Clarence Clemons, gli esordi nei Castiles, non c’è niente ma proprio niente di nuovo, a parte, com’è stato notato da più parti, una inedita disponibilità ad affrontare l’idea di mortalità.
Uno Springsteen più maturo, più disposto ad accettare che la vitalità possa avere dei limiti? Sì, ma allo stesso tempo mentre si racconta mostra quel volto innaturale, senza una ruga, liscio come quello di un bambino. Lo so è terribile da dire, è qualcosa che molti fan pensano, ma non osano neanche formulare, ma le rughe del boss sarebbero le più espressive e intense rughe del mondo, se solo le avesse lasciate esistere. E poi le chiusure, gli arroccamenti, a partire da quel rumoroso silenzio seguito alle polemiche sul dynamic pricing dei concerti (il “prezzo dinamico”, flessibile in base alla richiesta, ndr). I fan si lamentavano, facevano notare che forse c’era un problema, che bisognava spendere troppi soldi per ottenere un biglietto, e Bruce zitto, fece parlare il manager Landau che si giustificò, ma senza convincere nessuno.
Giorni fa la caduta. Forbes lo segnala tra i “miliardari” e lui risponde in modo goffissimo: no, ma non credo, poi io spendo molto, pago molto bene la band, e altre amenità che hanno solo peggiorato quella che era una pura e semplice constatazione, difficilmente confutabile. In Road diary la prima canzone che canta è Ghosts, nella quale grida “I’m alive!”. “Possiamo fare un po’ meno del solito?” gli chiede qualcuno della band. No, risponde Bruce, non possiamo fare questo al pubblico, voglio un vero rock show, come atto di responsabilità verso quelli che non hanno visto i concerti degli anni Settanta.
A parte un paio di battute formidabili come quella di Little Steven che all’investitura di direttore musicale alle prove senza il boss dice: “Well, you know, 40 anni in ritardo, ma va bene...”, il documentario affonda in una sensazione di dejà vu. E poi le barzellette raccontate all’evento benefico Stand up for heroes, non battute politiche, battutacce sulle scappatelle dei mariti con escort prosperose.
È vero, i pezzi nuovi inseriti in concerto hanno a che fare col passare del tempo, ma “the rust never sleeps” ammoniva Neil Young, la ruggine non dorme mai e bisogna contrastarla con strumenti adeguati, non facendo finta che non ci sia. E dire che per tanti anni a insegnarcelo è stato proprio lui.

Niùspeiper

 

Altro che social: le fake news stanno sui giornali
DI FRANCESCO SYLOS LABINI
In Italia, come in altri Paesi occidentali, la gran parte dei mezzi di informazione è controllata da pochi gruppi editoriali che sono nelle mani degli ultraricchi: Cairo (Corriere della Sera, La7), Agnelli (Repubblica, La Stampa), famiglia Berlusconi (Mediaset), Caltagirone (Il Messaggero, Il Mattino, ecc.), Angelucci (Il Giornale, Il Tempo, Libero, ecc.). Il risultato di questa sovrapposizione tra potere mediatico ed economico è il condizionamento dell’informazione che ha comportato una perdita di credibilità e prestigio e lettori. Dal 2013 al 2020, secondo i dati di Accertamenti diffusione stampa (Ads), che molti considerano sovrastimati, i quattro maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore e La Stampa) hanno perso tra il 44 e il 54% delle copie. Tendenze analoghe sono riscontrate in altri Paesi occidentali: nel Regno Unito nello stesso periodo i maggiori quotidiani hanno avuto un calo del 30%, mentre il Washington Post ha perso 77 milioni di dollari nel 2023 e metà dei lettori dal 2020.
Malgrado il crollo di copie vendute, l’interesse nell’investimento degli ultraricchi nei mezzi d’informazione sta nella possibilità di definire e controllare la narrazione dominante. Tuttavia, dal conflitto d’interessi di memoria berlusconiana, che riguardava il controllo delle vicende italiane, siamo ora passati a una situazione in cui la politica, e l’oligarchia che ne dirige le mosse, sono allineate a livello sovranazionale con gli interessi geopolitici dei Paesi occidentali. Se in Italia la narrazione è prodotta da un piccolo gruppo di giornalisti che la sostiene e la ridefinisce nei principali quotidiani e talk show televisivi è a livello internazionale che bisogna guardare in questa fase di sconvolgimenti planetari. Nei Paesi occidentali la narrazione è prodotta da tre grandi agenzie di stampa: l’American Associated Press, l’agenzia francese semi-governativa France press e l’agenzia britannica Reuters. Queste tre agenzie diffondono la maggior parte delle notizie internazionali che sono riprese da tutti i mass media modellando così la narrazione a livello internazionale. Questa è la nuova frontiera della (non) libertà d’informazione che ha dunque superato i confini nazionali e in questa epoca di trasformazioni globali svolge un ruolo chiave per orientare le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali e, a quanto pare, per trascinarle verso la guerra.
A far fronte a questo panorama claustrofobico e inquietante ci sono, con tutte le loro contraddizioni, i social media. Anche se l’ambiente dei social è un calderone disordinato in cui si muovono attori di ogni tipo, è ancora possibile costruirsi (in particolare su YouTube) una rete di riferimenti di qualità. Tra i social TikTok, l’unico non di proprietà dei colossi americani ma del gigante cinese Byte Dance, ha avuto un notevole successo nei Paesi occidentali. È questo successo che spinge a limitare e controllare TikTok con la motivazione che agenti “nemici” potrebbero utilizzarlo per diffondere fake news in uno scenario da guerra ibrida e per influenzare le opinioni. Di volta in volta quando accadano risultati inaspettati alle elezioni, come ultimamente in Romania, vengono chiamati in causa i social. Ad esempio, da più parti è stato sostenuto che una campagna di disinformazione, basata su fake news immesse su Facebook e Twitter, sia stata condotta dalla Russia e abbia influenzato le elezioni presidenziali degli Stati Uniti quando vinse Trump nel 2016. Tuttavia, uno studio pubblicato nel 2023 (le analisi serie richiedono tempo) su Nature (https://shorturl.at/Pxs5G) ha concluso che “non è stata trovata alcuna prova di una relazione significativa tra l’esposizione alla campagna di influenza russa all’estero e i cambiamenti negli atteggiamenti, nella polarizzazione o nel comportamento di voto”. Se in alcuni casi particolari, come è stato mostrato da studi scientifici, le fake news si possono diffondere velocemente sui social, in genere la diffusione dell’informazione è molto articolata e complessa, influenzata sia dalle dinamiche di comportamento degli individui sia dai meccanismi di funzionamento delle piattaforme. Inoltre, mentre l’attenzione si è concentrata principalmente sul fenomeno delle fake news sui social si è trascurato un fatto evidente: il problema delle fake news è molto più profondo poiché coinvolge anche i media tradizionali che plasmano la narrazione del dibattito pubblico.
Oggi si stima che almeno la metà della popolazione del mondo, ovvero 3,9 miliardi di persone, utilizzi i social a fronte di 2,1 miliardi nel 2015. Se questa crescita si contrappone al calo verticale dei lettori dei maggiori quotidiani bisogna considerare un altro dato chiave: i social sono visti dalle giovani generazioni, mentre i media tradizionali si rivolgono ormai solo ai più anziani. Si sta venendo così a creare una spaccatura generazionale: miliardi di persone, soprattutto di giovane età, possono avere accesso allo stesso tipo di intrattenimento, immagini e video e i cambiamenti innescati sono giganteschi, ancora largamente incompresi e stanno avvenendo in tempo reale. Inoltre, nascono in continuazione nuovi social e il controllo capillare di ognuno di questi è una chimera che solo una politica che non sa più come contrastare l’abisso che separa la realtà dalla sua narrazione può inseguire.

Centrini

 

Centro anziani
di Marco Travaglio
Da anni ci domandiamo cosa diavolo sia questo “Centro” che manca molto ai giornaloni e poco agli elettori. E finalmente, con le discesine in campetto di Sala e Ruffini, abbiamo capito: è la Rsa dell’Uds, l’Ufficio deretani scoperti. Quando uno che piace alla gente che piace finisce il mandato e non si sa più dove piazzarlo, si prova alla Consulta o alla Rai. Se non ce la fa, lo si parcheggia al Centro. Ora Ruffini, uomo dai riflessi pronti, scopre che 19 mesi fa la Meloni definì le tasse “pizzo di Stato” e poi fece 20 condoni, quindi lascia l’Agenzia delle Entrate, previa intervista sdegnata al Corriere e presenza a un convegno di tal Fioroni, da tempo degente nel Centro. Intanto Sala si accorge che tra un anno sarà a spasso e prenota una stanza e un girello al Centro, previa intervista a Rep. Tanto basta a mandare in orgasmo gli onanisti a mezzo stampa e a gettare nel panico le tre tenutarie dell’Rsa: Tajani, che gestisce l’ala destra in comodato gratuito da Mediaset (ma Pier Silvio garantisce: “Non vendo FI, nessuno s’è fatto avanti per rilevarne delle quote”, manco fosse la Magneti Marelli); e le comari Calenda e Renzi, che rissano sul ballatoio sinistro. Calenda lancia Gentiloni (parlandone da sveglio) come nuovo premier. Renzi fa il nome di Gabrielli – che, poveretto, non meritava – e ricorda: “Sono tutti nomi nati alla Leopolda”, quindi spacciati. Lo Russo, sindaco di Torino, preferisce Sala: “Con lui si vince”, ma nessuno capisce in che senso, visto che lui sta nel Pd e l’altro nel Centro. Per Tabacci, ex Dc, ex centrodestra, ex centrosinistra, fu Bonino, fu Draghi, fu Di Maio, “i consensi di Ruffini cresceranno perchè c’è uno spazio enorme” (gli esattori, specie in Italia, sono popolarissimi).
Quindi l’Rsa è sold out: Ruffini, Sala, Gentiloni, Gabrielli, Renzi, Calenda. Più leader che elettori. Ma Ruffini, per chi gli crede, assicura che non farà politica. Invece Sala ha un progetto ben chiaro: “Serve nell’alleanza una forza più liberaldemocratica che non sia un cespuglietto di una sinistra molto spostata a sinistra” e “parli a una parte dell’elettorato che non vuole sentirsi di destra, ma è spiazzato da una proposta troppo estrema” (testi di Giuli-Annunziata-Valerio). Ma cosa dovrebbero fare esattamente non è dato sapere. Le lingue dei giornaloni leccano in ordine sparso: “papa straniero”, “nuovo Prodi”, “nuovo Ulivo”, “cattolico moderato”, “cattolico di sinistra”, “sinistra moderata”, “gamba di centro”, “cosa bianca” e soprattutto “federatore”, anche se non è chiaro chi dovrebbe federare, se le vittime siano d’accordo e soprattutto chi lo voti. Se però passa il lodo Francia (governa chi ha meno voti), o il lodo Georgia-Romania (se prende più voti il candidato sbagliato si rivota finché non vince quello giusto), per il Centro è fatta.

L'Amaca

 

Il western senza fine
di Michele Serra
Nei B-movie americani di genere horror c’è sempre la scena madre in cui i vermi giganti, o il mostro della laguna nera, o gli alieni, devono fare i conti con l’epica della Frontiera: arriva qualcuno che gli spara. Giustizia è fatta. Poi bacia la sua ragazza, scampata per miracolo ai mostri. The end.
Esistono parodie esilaranti (per esempio Mars Attacks! di Tim Burton) nelle quali questa attitudine a replicare il western anche in caso di guerra intergalattica viene presa radicalmente per i fondelli. Vidi anche (non ricordo più in quale film) una esilarante scazzottata tra l’eroe americano e un viscido alieno a forma di polpo gigante. Come se l’intero universo potesse essere racchiuso, per l’eternità, in un saloon.
In queste ore, e non è un film, pare che grossi droni non identificati sorvolino le città americane; e pare che rinomati campioni del “non vogliono dircelo”, insospettiti dal silenzio delle autorità, abbiano stabilito che si tratta sicuramente di alieni, non si sa bene se in arrivo o in partenza.
Pare, infine, che non pochi caratteristi di estrema destra, il più autorevole dei quali sta per insediarsi alla Casa Bianca, abbiamo digitato, ma sul serio, “abbatteteli!” sui social, riscuotendo l’ovazione dei milioni di sparatori d’America.
Sanno di arrivare molto dopo la propria parodia? Temo di no. Davvero credono che il rapporto con eventuali alieni possa essere risolto come in Mezzogiorno di fuoco? Temo di sì.

sabato 14 dicembre 2024

Vamos!




Giusti aumenti

 



Ben detto!

 

Le oligarchie “liberali” amano l’autoritarismo
DI ELENA BASILE
I media occidentali hanno portato a termine con successo un’operazione di grande importanza politica. La maggioranza silenziosa, il ceto medio e le classi lavoratrici sono stati plasmati: l’Occidente libero e democratico è sotto attacco; le autocrazie come Cina e Russia, le teocrazie come l’Iran, il terrorismo, ci minacciano; e la guerra è l’unica risposta salvifica. Come afferma Ori Goldberg, nella storia i genocidi hanno avuto come motivazione essenziale l’autodifesa.
L’impero Usa in declino, costretto alla militarizzazione del dollaro, muove le sue pedine negli scacchieri internazionali, indifferente al diritto internazionale. Con linguaggio orwelliano uccide la democrazia in nome di essa. L’esempio simbolico è stata la dichiarazione del presidente della Corea del Sud che ha promosso la legge marziale per difendere i propri cittadini dall’autocratica Corea del Nord. In Europa, mentre Blinken incita Zelensky ad abbassare la leva militare dai 25 ai 18 anni, la distruzione di un paese e di centinaia di migliaia di ragazzi è giustificata dalla necessaria difesa da Mosca. In Georgia e in Romania il risultato delle elezioni democratiche non è accettato. Vincono candidati che non vogliono svendere il loro Paese a interessi statunitensi ed europei. Si parla di brogli elettorali senza fornire prove. Le interferenze russe avverrebbero attraverso TikTok. Sappiamo bene che il soft power è monopolio occidentale. Le quattro agenzie di stampa internazionali che governano i media sono asservite ai poteri nostrani e specializzate, con modulazioni differenti, in un copia e incolla di veline dei servizi. È dunque col linguaggio della dittatura orwelliana globale, in grado di affermare l’opposto di quanto accade, che si denuncia TikTok e il soft power di Mosca. Se anche fosse provato che esistono finanziamenti russi per creare influencer nei social, essi rappresenterebbero un granello di sabbia nel deserto della disinformazione occidentale. In realtà, in Georgia come in Romania, i finanziamenti statunitensi ed europei a Ong, associazioni militanti e falsi istituti di ricerca sono molteplici. La registrazione in Georgia di Ong che avevano più del 20% di fondi stranieri, a imitazione di leggi esistenti in Occidente, è stata fortemente contestata dalla Commissione europea. Come è possibile che questa interpretazione al contrario del mondo attuale, non sia compresa dalla destra moderata e dal centrosinistra? La trasformazione antropologica alla quale assistiamo è dovuta al giudizio di carattere valoriale che si è riusciti a iniettare nel Dna delle classi dirigenti. Se si parte dal presupposto che l’avanzare dell’influenza europea ai confini russi apporti il bene democratico, se si parte dal presupposto che la nostra civiltà e forma di governo siano migliori di quelle degli altri, i miliziani progressisti saranno spinti a chiudere entrambi gli occhi sui mezzi adoperati per celebrare le vittorie del liberalismo. Potrebbe essere divertente notare che proprio coloro che accusano la Russia di essere legata alle “zone di influenza”, retaggio del passato, credono fermamente nel diritto Nato e Ue di estendere le proprie.
In Siria le formazioni affiliate ad al Qaeda, denominate i ribelli (come i battaglioni Azov i cui membri sono divenuti su Repubblica i lettori di Kant) sono riesumate dalla Cia con la complicità turca in funzione anti-russa e anti-iraniana. Ci troviamo di fronte a una delle tante operazioni coperte della Cia che aggredisce lo Stato sovrano siriano con milizie jihadiste. La guerra civile non si congela per anni e riesplode da sola, in modo spontaneo, quando la Russia vince in Ucraina e l’Iran dimostra a Israele di poter colpire il suo territorio. La destabilizzazione di una società riesce soltanto se c’è un pilota con fondi e organizzazione. Queste non sono fantasie. Vi sono prove, a partire dalle confessioni della Clinton. Il criminale Putin utilizza TikTok, noi la Jihad. La Turchia, che è in grado di condurre una politica autonoma per il suo esclusivo interesse nazionale, collabora con la Russia come con gli Stati Uniti secondo tattiche guidate da obiettivi geopolitici. Minare la Siria ed estendere la propria influenza in versione anti-curda è una priorità di Ankara. Al netto della retorica pro Gaza, Erdogan, impedendo i rifornimenti iraniani a Hezbollah attraverso la Siria, favorisce Israele. La Russia dovrà forse negoziare con Ankara una soluzione di tipo bosniaco, assecondando le spinte centrifughe, pro Usa, Israele e Turchia, per salvaguardare una Siria vacillante ma ancora utile all’asse russo-iraniana. Dittature e democrazie sono attori intercambiabili nella politica internazionale. Le scelte etiche esistono solo nel film autistico nostrano e degli ignari manipolati cittadini. Le oligarchie liberali scelgono l’autoritarismo con la complicità dell’intellighentia progressista.