domenica 17 novembre 2024

Rimugino


Sai che penso a volte?
Che non ci meritiamo questa vita, questo incastonarci su questa palla in periferia di questo piatto della nostra galassia, una piccola galassia anonima; non riusciamo a concentrarci, amandola, sulla pochezza, sulla pusillanimità, vaporosa e per certi versi inutile, della nostra condizione bipede pensante. Scacciamo pensieri utili, abbracciando, inseguendola, una forma di notorietà cinica e bieca; non sopportiamo l’idea di scomparire, di divenire polvere; c’aggrada molto la perfezione, la bellezza esteriore, il palco, i flash; tendenze cialtrone ci portano a ridicolizzare tomi e letture, vere perdite di tempo pensiamo; invece il trucco per accettare il gioco risiede proprio lì: divorare libri t’inebria il cuore, collocandoti fieramente al tuo posto; dai che lo sai, lo sappiamo: è una giostra, ci siamo saliti senza volerlo, ma oramai che siamo avvinghiati al cavalluccio perché scendere, perché scassarlo? Godiamocelo tanto vedi laggiù? Altri sono già frementi di salirvici, appena tutto si fermerà!

Quindi...

 



Prima Pagina


 

Intervista

 

“Con le leggi del governo le mafie hanno vita più lunga”
GRATTERI & NICASO - Per il pm e lo storico, non colpire la corruzione rende ‘ndrangheta &C. più forti: siamo assuefatti A conquistare il mondo (e l’Artico) le Triadi cinesi

DI MADDALENA OLIVA

Qualche mese fa, sono volati insieme nelle Americhe per indagare i principali flussi di cocaina, nell’anno in cui la produzione globale ha segnato un nuovo livello record, con oltre 2.700 tonnellate e 355mila ettari coltivati: tra Bogotà, Cartagena e selva colombiana. Convinti che, anche nella dimensione più ibrida, il narcotraffico resti il principale motore che muove le mafie e soprattutto quei guadagni che hanno permesso, negli anni, alle organizzazioni criminali – dalla ’ndrangheta alle Triadi cinesi – di diventare parte strutturale del sistema economico e del capitalismo. Il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri e lo storico Antonio Nicaso tornano in libreria, il 19 novembre, con Una Cosa sola. Come le mafie si sono integrate al potere: un viaggio, lungo i continenti e gli ultimi decenni, per spiegare come le mafie si sono trasformate. E come, anche se ci sforziamo di non vederle, sono ancora lì, più ricche e potenti che mai.

Procuratore Gratteri, lei ha sottolineato come “abbattere le mafie sia un’utopia, colpa delle riforme sbagliate”. A cosa si riferisce?

G: Alla miopia diffusa e alla necessaria determinazione che manca, avendo in mente l’obiettivo di sconfiggerle, le mafie.

Eppure Giorgia Meloni, appena eletta, aveva assicurato che “la lotta alla mafia ci troverà in prima linea; da questo governo criminali e mafiosi avranno solo disprezzo e inflessibilità”.

G: Tutti i governi degli ultimi venti anni hanno fatto poco o niente. A oggi la situazione non è cambiata. Soprattutto, non si è fatto nulla per stare al passo con l’evoluzione delle mafie, anche nel cyberspace. Non si è investito, penso per esempio a una migliore preparazione delle polizie giudiziarie. E tutto quello che si è fatto e si sta pensando di fare non aiuterà chi è in prima linea. Le priorità ora sono altre, come l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il ridimensionamento del traffico di influenze, la separazione delle carriere, l’impossibilità per i giornalisti di pubblicare il contenuto delle ordinanze di custodia cautelare, la stretta sulle intercettazioni e i trojan per i colletti bianchi…

E, se aggiungiamo la delegittimazione del lavoro dei magistrati, si crea così un ambiente più favorevole alla penetrazione mafiosa…

G: Purtroppo, sì. Le mafie incontrano sempre meno resistenza, e grazie a reati come la falsa fatturazione riescono a penetrare in ambiti imprenditoriali e geografici senza timore. Chi un tempo veniva percepito come vittima oggi è complice. L’errore è sempre quello di ignorare il contesto in cui le mafie operano, evitando di colpirle sul terreno viscido della corruzione e della collusione. Invece di recidere il reticolo di potere che da oltre 160 anni alimenta e legittima, si continua ad aggirare il problema, come fossimo assuefatti. La corruzione sta consentendo alla ’ndrangheta di radicarsi lontano. Le camorre sono sempre più agguerrite, Cosa nostra è tornata alle vecchie abitudini e si muove senza farsi notare. E le mafie garganiche iniziano a espandersi.

Da più parti, la politica vuole mettere mano alla legislazione antimafia. Una riforma è necessaria?

N: Le leggi non sono scritte sulla pietra. Il metodo mafioso sta cambiando, adeguandosi al mercato. Sarebbe auspicabile un confronto sereno, ma al momento pare impossibile.

Le mafie sembrano aver abbandonato la violenza per diventare parte strutturale dell’economia. Come, e se, stiamo contrastando questo fenomeno?

N: La criminalità organizzata oggi dispone del più grande ammontare di capitali liquidi, pari all’8-10% del Pil mondiale. Ma per impoverirla si fa poco, in Europa, per esempio, si confisca meno dell’1% dei beni illegalmente conseguiti. Quanto alla violenza, le mafie l’hanno quasi sempre centellinata: per prosperare sanno che serve profilo basso e collusione con i poteri forti.

G: Le mafie non vengono considerate un rischio geopolitico. Forse per evitare di combatterle seriamente, come si è fatto con il brigantaggio e con il terrorismo. E anche con gli stessi Corleonesi. Se le mafie riconoscono il ruolo primario dello Stato e lo Stato non utilizza tutte le risorse necessarie a contrastarle si crea una sorta di stasi che sta bene a molti.

Il narcotraffico resta la principale fonte di ricchezza, anche ora che tutto è più ibrido?

N: Non c’è mai stata tanta cocaina in circolazione. E alle piazze di spaccio tradizionali si sono aggiunte quelle virtuali, garantite dai mercati nel darkweb.

Voi siete stati precursori nel leggere questa mutazione. Credete che – visto il dibattito sul ddl cyber, nato con l’inchiesta della Procura di Milano – i reati informatici vanno equiparati a quelli di mafia?

G: Sono mondi che oggi tendono sempre più a sovrapporsi. Non capire questa evoluzione significa ritardare gli interventi normativi utili a non perdere ulteriormente terreno.

Se guardiamo alle mafie made in Italy, la regina resta la ’ndrangheta?

G: È la mafia che si è più adeguata alla globalizzazione, non siamo più negli anni 90 quando era considerata una mafia stracciona. Oggi è presente in almeno 40 Paesi, ha rapporti commerciali con le organizzazioni criminali più importanti e accumula profitti enormi grazie al traffico di droga.

E a livello globale?

N: Direi le Triadi, le mafie cinesi. Ci sono segmenti di questo franchising criminale che si sono impadroniti di traffici importanti, come droghe sintetiche e contraffazione, ma soprattutto tengono in mano gran parte della finanza criminale: il 90% delle cosiddette banche sommerse lo gestiscono loro.

Nel libro descrivete l’Artico come territorio di “conquista” delle organizzazioni criminali.

N: Sono le nuove frontiere, specie con lo scioglimento dei ghiacciai e la possibilità di rendere navigabile la rotta artica.

Le mafie non sono state sconfitte – spiegate – perché hanno sempre fatto parte di un sistema di potere egemone, quello dei ceti dominanti. Ancora oggi non c’è indagine di mafia che non contenga un pezzo di politica. Come se ne esce?

G: Bisogna prima stabilire se c’è realmente la volontà di uscirne, perché se continuiamo a combatterle solo con manette e sentenze faremo poco, rispetto a ciò che servirebbe. A costo di ripetermi, bisognerebbe sedersi senza pregiudizi attorno a un tavolo e studiare misure efficaci ed efficienti, nel rispetto della Costituzione, per far fronte alle mafie con un approccio olistico. La prima linea è rappresentata da famiglie e scuola. Se non investiamo in istruzione e occupazione, non riusciremo a bonificare i territori. Ovviamente mi riferisco ai luoghi di origine delle mafie. Al Centro-Nord la partita è più difficile e le armi vanno affinate: oltre alla confisca dei beni, bisogna spezzare le collusioni e i legami con il mondo politico, delle imprese e delle professioni, magari con strumenti nuovi sul piano normativo.

La forza delle mafie è direttamente proporzionale alla debolezza della politica. Considerata la maggiore pervasività della presenza mafiosa, dobbiamo dedurre che mai la politica è stata così fragile?

G: Non posso che essere d’accordo con lei. Le mafie ingrassano quando la politica è debole, divisa, litigiosa. Quando i poteri dello Stato fanno di tutto per delegittimarsi a vicenda, non danno una buona immagine di sé. Vedo solo “caciara”, mentre servirebbe senso delle istituzioni e volontà politica nel combattere sia le mafie sia la corruzione.

Le mafie creano tradizionalmente una domanda di legittimazione sociale. Oggi, da Milano a Napoli e a Palermo, accettiamo la placida convivenza…

N: Mi piacerebbe che il mio amato Paese si svegliasse non soltanto dopo delitti eccellenti e stragi, ma per senso di responsabilità, per rispetto dell’art. 54 della Costituzione, quello che invita a adempiere le funzioni pubbliche con disciplina e onore.

Lo scrittore calabrese Corrado Alvaro diceva che “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. Profetico?

N: Anche se a smentirmi sono i fatti, mi piace pensare che Alvaro fosse troppo pessimista. Tangentopoli e le recenti inchieste giudiziarie hanno messo in luce fenomeni di corruzione che hanno minato la fiducia nelle istituzioni e nei comportamenti onesti. Bisogna invece educare al rispetto delle leggi e alla creazione del bene comune: la lotta alle mafie inizia dai banchi di scuola, dal primato del sacrificio rispetto a quello della scorciatoia e della raccomandazione. Serve una mentalità nuova. E serve prendere posizione: il silenzio è complicità.

Dedicata ai ruttologi

 

Sceneggiata di pace
di Marco Travaglio
Il giro di telefonate fra Trump, Putin e Scholz sull’Ucraina invasa 1.000 giorni fa ha tutta l’aria di una sceneggiata per salvare qualche faccia e prepararla a sacrifici decisi da tempo. Da ben prima dell’arrivo di Trump. Che Kiev non sia in grado di recuperare le regioni occupate e/o annesse dai russi (circa il 19% del territorio) lo si sa da due anni: lo disse il generale americano Milley nel novembre 2022; lo ribadì il flop della controffensiva del 2023, in cui gli ucraini riuscirono a perdere più terreno di quello riconquistato; e lo conferma l’avanzata russa del 2024, che ha pressoché completato la conquista del Donbass, si è allargata negli oblast di Zaporizhzhia e Kharkiv e ora minaccia di dilagare verso il centro del Paese. Malgrado le centinaia di miliardi occidentali, Kiev non ha quasi mai smesso di perdere sul campo, anzi più potenti sono le sue armi, più ampio è il territorio che serve a Putin per mettere al riparo le sue regioni di frontiera. Quella di Kursk è stata violata in agosto, col blitz-autogol che doveva distrarre truppe russe dal fronte e invece ha distolto quelle ucraine, che ora stanno per essere ricacciate indietro, mentre negli ultimi due mesi Mosca si è presa altri 1.200 kmq di Donbass. Tutti conoscono l’entità del disastro e sanno che per non farlo diventare catastrofe serve un compromesso: i russi avranno meno del 19% che occupano ora, ma più del 7% che controllavano prima dell’invasione (Crimea e parte del Donbass); Kiev non entrerà nella Nato, ma forse aderirà all’Ue (ove mai i 27 vogliano accollarsi i debiti di uno Stato fallito da anni e ora semidistrutto); e una garanzia di difesa per Kiev. Principi già accettati da Putin e Zelensky a Istanbul, nel marzo-aprile ’22, prima che Regno Unito e Usa facessero saltare l’intesa sul più bello.
Anche Biden, negli ultimi mesi, aveva tirato il freno sulle armi: quella guerra è persa e sopravanzata da ben altri fronti (Medio Oriente e Cina). Lo sa Scholz che, in crisi economica e di consensi, iniziò a trattare ben prima di Trump. Lo sa Putin, che finge di diffidare di Trump per non scoprire anzitempo le carte. E lo sa pure Zelensky, che da giugno auspica un negoziato con Putin dopo averlo vietato per legge. E ora finge di arrabbiarsi se Scholz chiama Putin e si sente dire un’ovvietà (“Si parte dai risultati sul campo di battaglia”). Il suo sdegno è a uso interno, rivolto ai nazionalisti e nazisti ucraini che han sempre bloccato ogni negoziato, da Minsk in poi, e ora vanno zittiti con un argomento piuttosto persuasivo: “Trump ci taglia i fondi e ci costringe a trattare”. Restano da avvisare gli scemi di guerra europei, tipo Ursula e gli ultimi giapponesi della vittoria immaginaria: a furia di respingere il compromesso, lo subiranno. Regalandone il merito a quei “fascisti” di Trump e Orbán.

L"Amaca


L’estinzione dello Stato
DI MICHELE SERRA
La teoria marxista-leninista dell’estinzione dello Stato come sbocco ultimo della rivoluzione proletaria sta per avverarsi, oltre un secolo dopo. Con un piccolo dettaglio: sarà il capitalismo, non il comunismo, a distruggere lo Stato borghese e l’intero castello giuridico che lo sostiene. Il trumpismo-muskismo potrebbe essere letto proprio così: il capitale non ha più bisogno di Stato e di leggi. Di qui in poi, farà da solo.
Molte delle persone scelte da Trump per formare il suo governo sono esplicitamente dei liquidatori. L’amministrazione pubblica americana, con la sua burocrazia, le sue lentezze, i suoi impicci regolamentari, è considerata da Trump e Musk un ostile viluppo di parassiti. Lo Stato, che si frappone tra il popolo e il suo Duce, va ridotto all’obbedienza. Per questo Musk si occuperà personalmente del rifacimento ab ovo della macchina statale. Già protagonista del più colossale licenziamento nella storia dell’impresa privata (appena comprata Twitter mandò a casa, dall’oggi al domani, i quattro quinti dei dipendenti), cercherà di fare lo stesso nel settore pubblico. Per i supereroi del Capitale, il popolo è solo una comparsa incaricata di applaudire la loro vittoria. Finita la scena di massa delle elezioni, non serve più.
Non si sa, al momento, quali resistenze incontreranno sul loro cammino i liquidatori dello Stato per conto di pochi e lucidi padroni miliardari. Sappiamo già, però, che il clima politico occidentale suggerisce di armarsi di pazienza, coraggio e fantasia. Sarà una lotta di lunga durata, noi che abbiamo una certa età confidiamo nei più giovani.