sabato 2 novembre 2024

L'Amaca

 

Bezos ci crede veramente
DI MICHELE SERRA
Si può fare anche un’ipotesi “ingenua” sulla decisione dell’editore Jeff Bezos di impedire ai giornalisti del Washington Post di fare il loro endorsement per Kamala Harris.
L’ipotesi è questa: non lo ha fatto per convenienza economica, per mettere al riparo i suoi interessi personali nel caso di una vittoria di Trump. Lo ha fatto perché crede veramente nella neutralità dell’informazione e ritiene che un giornale (perfino un giornale come quello) non abbia tra le sue prerogative fondamentali l’identità politica, il percorso culturale e civile che lo ha portato, nei decenni, a essere quel giornale e non altri. È più o meno quello che Bezos ha spiegato, nero su bianco, di fronte alla reazione indignata dei giornalisti e di moltissimi lettori.
Se possibile questa lettura, che esclude calcolo economico, è perfino più inquietante di quella maliziosa. Perché rimanda a un’idea asettica, fredda dell’informazione, riconvertita a servizio “tecnico”, a merce ben confezionata ma senza spigoli. Un’informazione che parli apoliticamente della politica è un compito quasi impossibile (a meno di affidarlo all’intelligenza artificiale, che da buon servo non può che obbedire), ma se Bezos ci crede è perché nel mondo della compravendita globale, del quale è uno degli imperatori, livellare i gusti, limare le asprezze, uniformare i linguaggi, pacificare i conflitti è il primo obiettivo.
Perché mai un giornale dovrebbe essere di sinistra, o di destra, o altro? Un giornale deve essere decentemente prodotto e piacere a tutti. Evoluzione, molti anni dopo, del cartello “qui si lavora e non si parla di politica” che negli anni del boom già diceva tutto quello che c’era da dire.

venerdì 1 novembre 2024

Ahhh l’amor!






Paragone






Però…



Però qualcosa dobbiamo necessariamente dirla: è certificato che a volte sia un imbelle, che il suo comportamento in campo in fase di copertura istighi alla violenza. Ma Rafael detiene, come pochi, la scintilla, ha in tasca il magico acciarino capace d’infuocare un match. Non si può lasciarlo in panchina, chi metterebbe nel sottoscala la lampada di Aladino? Raggelante è la constatazione che in società alberghi madame Incompetenza: dall’americano ignavo, all’ex campione tutto e solo muscoli, al povero allenatore in cerca di protagonismo. Come disse un tempo il grande Gino: “tutto sbagliato, tutto da rifare!”

Attorno a Bruneo

 

“C’erano una volta Adolf, Benito, Renzi Grillo e Vannacci…”
IL LIBRO DI VESPA - Il modello “butta dentro tutto”
DI DANIELA RANIERI
Ormai lo si sa, anche se nelle redazioni si finge il contrario: il libro natalizio di Bruno Vespa non è propriamente un libro, è piuttosto un minestrone di gossip politico inserito dentro un contenitore fittizio che ogni anno cambia per giustificare una nuova uscita. Più specificamente: si tratta di una risma di pizzini che i politici mandano all’opinione pubblica e/o a soggetti terzi, avversari ma più spesso alleati o nemici interni, attraverso il medium Bruno Vespa, il quale per dar loro legittimità li infila in un saggio di levatura opinabile su argomenti vari, con preferenza il fascismo e Mussolini. L’argomento è solo un pretesto: Vespa deve avere una specie di ufficio marketing che ogni anno gli referta cosa è andato di moda nei mesi precedenti (quest’anno era guarda caso Mussolini, dalla serie Tv sul libro di Scurati ai cimeli dei governanti); quel che “tira” di più diventa la scocca, la quale poi va farcita col vero contenuto del libro, che appare nel sottotitolo: l’Italia di oggi, con inchino ai potenti di turno (purché non siano Conte). Questo consente al libro di essere venduto e regalato a Natale dalla piccola borghesia come preteso oggetto di “cultura”.
Quest’anno il contenitore è Hitler e Mussolini. L’idillio fatale che sconvolse il mondo, e tu che sei stato in coma per 30 anni pensi che si tratti di una riedizione in chiave divulgativa dell’opera di De Felice; poi però leggi il sottotitolo: “(e il ruolo centrale dell’Italia nella nuova Europa)” e capisci, man mano che si avvicina l’uscita del “libro” ed escono come fucilate le anticipazioni sulla stampa a edicole unificate, che è tutto un alibi per elogiare la Meloni che ha rifatto grande l’Italia in Europa (almeno nella masseria di Vespa).
Oltre che alla suddetta Meloni, il libro contiene (e in definitiva è) una serie di mini-interviste inoffensive: a Schlein, Tajani, Salvini, Conte, Renzi, Calenda, Crosetto e persino alla new entry Vannacci, ospite in estate nella mitologica masseria, con cui Vespa entra in un’imbarazzante, empatica complicità: “Ha preso una valanga di preferenze. Ho fatto i conti con lui”; “Con il generale Vannacci celiamo sul fatto che lui non esclude mai nulla”, “Il generale ricorda sempre nelle preghiere serali Paolo Berizzi, il giornalista della Repubblica autore di una violentissima campagna contro il libro: un modo infallibile per portarlo al successo”. A proposito di idillio fatale.
In questa specie di Dagospia ripulita, è chiaro che di Mussolini e Hitler, al libro in sé come creatura vivente (è pur sempre fatto di carta, che viene dagli alberi, ahinoi), non frega palesemente niente. Ma Vespa entra in confidenza pure con loro: “Diventano così ‘umani’, così ‘normali’, che finisci per dargli del tu, pronto a raccoglierne le confidenze. Eccomi, dunque, accanto a un ragazzo austriaco un po’ disadattato di nome Adolf”, e naturalmente Mussolini è “Benito”, “un focoso giovanotto romagnolo” (giusto per non alimentare la leggenda metropolitana che lo vuole figlio segreto del Duce). Come prendere la Storia e farne salsicce del discount.
L’anno scorso, la cornice era diciamo la geopolitica, da cui il titolo Il rancore e la speranza. Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni, in un mondo macchiato di sangue, dove il sangue e il rancore venivano sbrigativamente dilavati dalla schietta, caparbia Meloni (“Io sono del segno del Capricorno. Molto schematica”), e dentro cui Vespa infilò di tutto: Israele, l’Ucraina, Zelensky, Renzi, Berlusconi, Calenda (come a Porta a Porta; mancavano solo i fanghi sciogligrasso e il plastico della casa di Cogne); non mancavano le fake news, tipo quelle su inesistenti video di bambini israeliani decapitati da Hamas o sui prodigi economici del governo Meloni, decantati dalla stessa senza contraddittorio. Sì, perché quando un potente parla, Vespa trascrive automaticamente senza verificare, senza obiettare, come uno sciamano in trance sotto l’effetto di mescalina.
Il nostro preferito è quello del 2020, dove Vespa, in palese carenza di potenti da adulare, sfiorò l’apoteosi. Titolo: Perché l’Italia amò Mussolini (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus); in esso veniva avanzata l’audace analogia tra il Duce e il Covid: “Questo libro racconta la storia di due dittature, quella di Benito Mussolini e quella del signor Covid (sic, ndr). Si apre con una passeggiata in piazza Venezia: stracolma per i grandi proclami del Duce negli anni del consenso… deserta durante il drammatico lockdown della primavera 2020. Entrambe le dittature hanno soppresso o limitato la libertà degli italiani… ma se allora Mussolini ebbe un’enorme popolarità interna e internazionale, l’Italia ha resistito al virus con un odio sordo, sconfiggendolo con la disciplina in primavera e rivitalizzandolo con la confusione in autunno”: in pratica Mussolini (anzi: Benito) ha sì tiranneggiato gli italiani, ma meno di Conte che li ha chiusi in casa.
Ottima l’annata del 2021: Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando), come no, s’è visto. Notevole nel 2017 Soli al comando. Da Stalin a Renzi, da Mussolini a Berlusconi, da Hitler a Grillo. Storia, amori, errori (“Che differenza c’è tra Kennedy e Trump? E tra Stalin e Putin? Tra Renzi e De Gasperi? Tra Mussolini e Berlusconi? Tra Hitler e Grillo? Sotto ogni cielo, i popoli sono sempre stati affascinati dagli uomini soli al comando”: stupefacente). Sublime nel 2015 Donne d’Italia. Da Cleopatra a Maria Elena Boschi, presentato al Tempio di Adriano proprio da Renzi, a riprova che di tutto si trattava fuorché di cultura.

Di fioretto

 

Marina, in arte Edda
di Marco Travaglio
È con il cuore ricolmo di orgoglio patriottico che apprendiamo dai Cinegiornali Luce quanto segue: Sua Eccellenza Sergio Mattarella ha conferito il Cavalierato del Lavoro a Marina Berlusconi, figlia di cotanto pregiudicato, pluri-prescritto, frodatore fiscale, corruttore di giudici e finanziatore della mafia che uccise Piersanti Mattarella (fratello di Sua Eccellenza). La presidentessa del gruppo Mondadori, rubato dal genitore con una sentenza comprata da Previti e a lei consegnato come suo, sfoggiava – informa la virile cronaca di Francesco Specchia su Libero – un “fisico esile d’acciaio temperato, la guaina severa d’un abito scuro da protocollo, lo sguardo umido e fiero, la salda stretta di mano al Presidente che l’attende sul proscenio”. E “osservarla alla consegna dell’onorificenza è un fatto di una certa rarità”, ma non perché il Cavalierato si dà una volta sola: perché “la Cavaliera”, per “una discrezione al limite dell’umano, tende a divincolarsi dai riflettori accesi”, tant’è che sul Colle avevano spento tutte le luci e brancolavano a tentoni. Il che non ha impedito al “saggio Mattarella” di “elogiare l’Italia dell’impegno e dell’operosità in netta ripresa economica contro tutti i gufi” (tipo l’Istat, che nelle stesse ore annunciava la crescita zero). Né alla Cavaliera di ricevere, “in un immaginario passaggio di consegne, l’onore che fu di papà Silvio” (costretto poi a rinunciarvi per motivi penali) e di sfoderare “ricordi di un nitore quasi letterario”, tipici di una “Wolf che risolve i problemi di Tarantino” grazie all’“occhio della Cavaliera: il miglior segno di continuità” (con l’occhio della madre nella Corazzata Potëmkin di Fantozzi).
La nostra eroina – aggiunge sobrio Luigi Mascheroni sul Giornale – “ha donato tutta se stessa al lavoro e alla famiglia”, “puntuale, scontrosa, generosissima – talis Silvius talis Marina – irremovibile, affettiva… per nulla fredda, femmina alfa che rispetto alla Meloni è l’omega”, ligia ai “Comandamenti del padre: lavorare, crederci e investire”. Manca delinquere, ma solo per motivi di spazio. Infatti “quelle poche parole che ha detto sono risuonate come sentenze”, senza offesa per nessuno. E se “ha bacchettato la Meloni sugli extraprofitti delle banche”, tipo Mediolanum, non è per vile pecunia o allergia ereditaria al fisco, ma “per un’oscillazione dall’area liberal a quella liberale”: che avevate capito. Insomma, per dirla col poeta, “Meno male che Marina c’è”. Vergin di servo encomio, Mario Ajello del Messaggero ha una visione paradisiaca: “Chissà se Berlusconi, vedendo da lassù questa cerimonia per la figlia più berlusconiana di lui che s’intrattiene con Caterina Caselli, starà cantando ‘Insieme a te non ci sto più’”. O magari, per dire, “Nessuno mi può giudicare”.

L'Amaca


Quando il nemico è l’etica pubblica
DI MICHELE SERRA
Si capisce che il sottosegretario alla Salute Gemmato sia molto risentito per gli attacchi politici che lo riguardano. Non dev’essere piacevole. D’altra parte, se si assumono incarichi di governo, si deve sapere che il profilo professionale e lo status economico cessano di essere affare proprio, e diventano affare pubblico. E avere una partecipazione, anche piccola, in una struttura privata che pubblicizza se stessa come alternativa al malfunzionamento della sanità pubblica, non è difendibile per un viceministro alla salute pubblica.
Gemmato, naturalmente, ha infiniti predecessori. I conflitti di interesse e le incompatibilità tra ruolo pubblico e faccende personali sono, in Italia, un inciampo molto frequente, e per altro ogni volta superato con un “oplà!”, un sorriso allegro (Berlusconi) o un’autoassoluzione, corredata dalle pacche sulle spalle degli amici e dalla amareggiata denuncia di quanto siano cattivi e meschini gli avversari politici, quanto carogne i giornalisti.

E sì, capita che gli avversari politici siano cattivi e i giornalisti carogne. Ma il problema rimane, e porgerlo su vassoio d’argento o farne una polpetta avvelenata non ne cambia la sostanza: può o non può uno dei responsabili della sanità pubblica nazionale avere interessi in una struttura privata che per vendere meglio i suoi servigi punta i riflettori sulle inefficienze del sistema pubblico? Gentile viceministro Gemmato, si rassegni: la risposta è no. Poi lei può farsene una ragione tutta sua, pensare che si tratti solamente di una trama ostile e rimanere serenamente al suo posto. Ma guardi: si sbaglia. Il suo nemico non è la sinistra. È l’etica pubblica.