venerdì 12 aprile 2024

Mannaggia!

 


Reduce dalla semi disfatta di San Siro - De Rossi cambia e sorprende, il piolismo mai! - cazzeggiando oltre la mezzanotte, entro nel giorno del lancio di Pastiche, il nuovo lavoro di Francesco il Poeta assieme a Checco Zalone che Apple Music m'agevola a sparare in coclea e che, ahimè, corrobora l'ennesimo viziaccio di inforcare, prima di consegnarmi a Morfeo, gli AirPods, auto rassicurandomi di poterle toglierle in tempo prima del quotidiano viaggio notturno. 

Ed ecco dunque Pastiche con l'inedito "Giusto o sbagliato" del Maestro, corroborato alla grande da Checco, del quale Francesco canta Alejandro, La prima Repubblica, sempre accompagnato da Zalone al piano, che se la cava alla grande. 

Morfeo al solito mi stacca dal sensoriale e una volta terminato l'album, ecco che il random appleiano mi spara in cervice Ruggero dei Timidi con la sua Torna! che, ronfando, mi convince di essere arrivato nelle Malebolge - il ritornello "Torna a Udine" è veramente infernale - capolinea probabile, me tapino, a seguito dell'insano scialacquare. 

Ora signori della mela morsicata: che random utilizzate? Se uno ascolta De Gregori, come potete proporgli, con tutto il rispetto, Ruggero dei Timidi? Come passare da Proust a Vannacci! 

(Comunque Pastiche lo consiglio caldamente. Francesco e Checco, "Giusto e Sbagliato" ampiamente degregoriana.) 

Vamos!       

giovedì 11 aprile 2024

Desiderio




Similitudini

 


Quanto ti stimo Daniela!

 

Marx e il capitale nella borsa chic
LAVORO E VALORE - Le teorie del grande economista tedesco spiegano perfettamente le pratiche odierne della produzione del lusso: come le sacche pagate al produttore 90 euro e rivendute nei negozi a 1.800
DI DANIELA RANIERI
Peccato non avere più una sinistra in Italia: qualche parlamentare avrebbe potuto alzarsi dai banchi su cui oggi i politici vecchi e giovani passano il tempo chattando su WhatsApp o scrivendo scemenze sui social, o prendere il microfono nel corso di una di quelle interviste per strada da cui si ricavano pastoni di stronzate per i Tg, per dire perentoriamente che è ora di smetterla con lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti.
Roba vecchia, obsoleta, già rottamata da apposito Jobs Act renzista con conseguente cancellazione dell’articolo 18 e ridicolizzata come fissa da parrucconi dai giornali progressisti.
Quel che emerge nell’ambito dell’inchiesta per sfruttamento del lavoro con cui il tribunale di Milano ha messo in amministrazione giudiziaria la Giorgio Armani Operations è la pedissequa prova che Marx aveva ragione, e aveva descritto tutto al dettaglio. Libro Primo, capitolo 23 de Il Capitale: “La forza-lavoro non è comprata per soddisfare mediante il suo servizio o il suo prodotto i bisogni personali del compratore”; vale a dire che Giorgio Armani, coi suoi soci compratore ultimo della forza-lavoro, non sfrutta il lavoratore cinese per vivere nel lusso; “lo scopo del compratore è la valorizzazione del suo capitale, la produzione di merci che contengano una maggior quantità di lavoro di quella che paga, che contengano quindi una parte di valore che a lui non costa nulla e che ciò nonostante viene realizzata mediante la vendita delle merci”. Per capirci: Giorgio Armani vende una borsa a 1.800 euro. Vedendola luccicare dalla vetrina o sulle riviste patinate, ci si immagina fabbriche lucenti in cui lavorano geni della moda che cuciono a mano mentre Giorgio vigila sorridente. Invece, la Armani appalta la produzione della borsa ad aziende appaltatrici italiane; queste, per il sistema piramidale tipico di ogni settore del lavoro attuale (non del 1848), non hanno nemmeno una sede di produzione, e subappaltano la produzione ad altre aziende, cinesi. Perché cinesi? Per abbattere il costo del lavoro, sfruttando il più possibile i lavoratori. Cucire borse 16 ore al giorno consumandosi gli occhi e il naso con coloranti chimici per 2-3 euro l’ora è uno dei lavori che gli italiani divanisti non vogliono più fare. Le aziende italiane oggetto dell’inchiesta della Procura sono la Manifatture Lombarde e la Minoronzoni, che comprano la borsa finita a 93 euro e la rivendono a Armani a 250, la quale Armani (non indagata), la rivende a 20 volte il prezzo di produzione. Ma Armani lo sa? Quando i carabinieri di Tutela del Lavoro sono entrati in uno di questi opifici cinesi vi hanno trovato un ispettore della Giorgio Armani Operations che faceva il “controllo di qualità”. Delle condizioni dei lavoratori? No, dei prodotti. Verificava che le colle usate fossero resistenti al sole, che la pelle fosse morbida, etc., come la clientela di lusso esige da un marchio tanto. Come dice Marx, “la produzione di plusvalore o il fare di più è la legge assoluta di questo modo di produzione”. Cosa vuol dire “fare di più”? Che il capitalista deve aumentare sempre di più la quota di lavoro non retribuito necessario per produrre una merce e “rivestirla” di plusvalore. Altrimenti, “si ottunde lo stimolo del guadagno”.
I salari potrebbero pure aumentare, senza che ciò faccia diminuire i profitti degli imprenditori (è ciò che succederebbe se si facesse finalmente una legge sul salario minimo, voluta dal M5S, prima osteggiata poi debolmente appoggiata poi voluta anche dal Pd, avversata dai liberali, da alcuni sindacati e dalla finta underdog Meloni); solo che, mannaggia, così si ridurrebbe l’accumulazione di capitale, che è come l’accelerazione crescente di un razzo supersonico.
Armani, come altri marchi simbolo del lusso italiano per cui i ricchi turisti russi, arabi, giapponesi fanno follie, è un’azienda la cui merce luccica perché possiede una patina ulteriore assicurata dalla comunicazione e dal marketing: comprando una borsa Armani non si compra solo un prodotto fatto di materiale resistente ai raggi solari e pelle morbida, ma l’eleganza, l’abbondanza, il fascino italiani, anche se è stata materialmente fabbricata da cinesi sfruttati che lavorano senza misure di sicurezza (nelle aziende lombarde erano stati rimossi i dispositivi di sicurezza dei macchinari, gli estintori erano senza revisione e i materiali chimici e infiammabili non erano custoditi correttamente) e dormono in fabbrica su materassi accatastati per terra coi cucinini dentro i bagni.
Ha voglia il ministro del “Made in Italy” Urso a dare avvio in pompa magna al “nuovo ciclo di attività del Consiglio Nazionale per la Lotta alla Contraffazione e all’Italian Sounding”, per difendere “la Proprietà Industriale dalla concorrenza di operatori economici sleali”, fingendo di non vedere che la borsa tarocca e quella ‘vera’ sono prodotte dallo stesso operaio sfruttato e che i concorrenti sleali (di forza-lavoro) sono in casa nostra. E non è detto che lo sfruttato sia cinese: quanto prende il fattorino del corriere che ci consegna la borsa Armani quando la compriamo sul sito del venditore?
Nel sistema piramidale del capitale ogni nodo della filiera è truccato, a garanzia del padrone e dei padroni politici che gli reggono il moccolo. Basta non fare nessuna legge e ignorare l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma davvero?
Marx lo dice così: “La grandezza dell’accumulazione è la variabile indipendente, la grandezza del salario quella dipendente, non viceversa”, brutale e chiarissimo.

Attorno al forziere

 

Che bel cambiamento
di Marco Travaglio
A parte il Codice etico che raccomanda ai candidati di fare i bravi, il Pd ha pronta un’altra infallibile soluzione contro gli scandali tipo Bari e Torino: ripristinare il finanziamento pubblico ai partiti. Cosa c’entri coi capibastone beccati a comprar voti mafiosi e non, non è dato sapere. Ma ormai non passa giorno senza che il “nuovo” Pd faccia qualcosa per apparire uguale o peggiore di quello “vecchio” sul tema cruciale della legalità. Ieri, per dire, il Senato votava la schiforma Bongiorno-Zanettin che rende ancor più difficili i sequestri di smartphone, pc e tablet nelle indagini: oggi il pm può acquisirli all’istante per estrarne documenti che provano il reato; domani serviranno ben due autorizzazioni del gip, una per il sequestro e un’altra per l’estrazione, entrambe impugnabili al Riesame e in Cassazione, con in mezzo un’udienza con avvocati e consulenti (intanto l’indagato cancellerà tutto da un altro device). Le destre (quindi anche Renzi e Azione) han votato sì, il M5S no e il Pd ha pensato bene di astenersi. Intanto salvava Renzi, Boschi&C. dai giudici su chat e mail del processo Open (i 5S unici contrari). Probabilmente non pagherà pegno nelle urne, per la tecnicità del tema. Ma il ritorno al finanziamento pubblico lo capiscono tutti.
L’idea del finanziamento pubblico per evitare le mazzette poteva reggere quando nacque, nel 1974, dopo lo scandalo petroli (tutti i partiti, maggioranza e opposizione, a libro paga dell’Unione petrolifera in cambio di sconti fiscali). Poi i partiti iniziarono a incassare soldi dallo Stato e continuarono a prendere mazzette dai privati. Tante Tangentopoli locali fino a quella nazionale del ’92. Perciò nel ’93 gl’italiani corsero al referendum per abolire il finanziamento pubblico. Questo però rientrò dalla finestra come “rimborso elettorale”. Che, calcolato a forfait e senza ricevute, copriva 4-5 volte le spese. E saliva di anno in anno con voti bipartisan, fino a diventare una tassa-monstre di 10 euro l’anno per ogni elettore (contro 1,1 del ’93). Nel 2009 i partiti avevano già rapinato le nostre tasche per 2,2 miliardi. Senza rinunciare alle mazzette. E piangevano pure miseria. Nel 2013, per frenare l’avanzata dei 5Stelle e di Renzi (ancora in versione grillina di “rottamatore”), il governo Letta introdusse il finanziamento pubblico indiretto e volontario col 2xmille delle tasse. Ma, siccome la credibilità dei partiti è rimasta sottozero, devolvono in pochi: 16 milioni di euro in tutto all’anno. Di qui l’ideona di rimetterci le mani in tasca senza che ce ne accorgiamo. Con un’altra scusa: “Senza finanziamento pubblico fanno politica solo i ricchi”. Infatti, appena fu ripristinato sotto mentite spoglie, arrivò il miliardario B.. E, appena fu abolito, vinse il M5S senza un soldo.

L'Amaca

 

Il totalitarismo più subdolo
DI MICHELE SERRA
Matteo Renzi è molto arrabbiato con i giudici. Ne ha diritto, volendosi attenere ai trascorsi. Ma ne sta facendo un caso personale, come è tipico dei caratteri molto egoriferiti. E sbaglia, rovesciando in torto lesue buone ragioni. Non c’è dibattito parlamentare sulla questione giudiziaria che non lo veda schierato, con la sua falange ristretta ma disposta a tutto in sua difesa, per ostacolare quanto più è possibile le facoltà d’azione degli inquirenti. Evidentemente considerati, in massa, indegni del loro compito, sospettabili di abusi e soperchierie.
Come se non esistessero, nella magistratura come ovunque, interpreti corretti del loro potere e delle loro funzioni. Se le mansioni dei piemme (e aggiungo: dei giornalisti) dovessero essere calibrate sul comportamento dei meno equilibrati tra loro, magistratura e giornalismo dovrebbero essere costretti in un recinto implacabile di limitazioni e di impedimenti. Ma così, per fortuna, non è. È la funzione che viene regolamentata, non le persone che la interpretano malamente, come licenza di colpire e di intimidire.
Vendicarsi dei propri giudici malaccorti, o dei propri diffamatori mediatici, cercando di imporre drastici limiti di azione alla magistratura nel suo complesso, o al giornalismo nel suo complesso, serve solo a passare dalla parte del torto, buttando anche le buone cause nel calderone del rancore.
Più passa il tempo, più mi sembra che Renzi sia uno scialatore del proprio talento. L’ideologia dell’ego induce all’errore come qualunque altro totalitarismo. Forse, anzi, è il totalitarismo più subdolo. Uno non se ne accorge, quando si vuole troppo bene, di essere il tiranno di se stesso.