Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 27 febbraio 2024
Donna felice
L’altra prima donna
di Marco Travaglio
Siccome la Sardegna è stata retrocessa all’età dei nuraghe da una classe dirigente indecente che si spera verrà spazzata via in giornata (memorabile la legge regionale che impone lo scrutinio entro e non oltre le ore 19, che a metà giornata la Regione dichiara “meramente indicativa”, per dire l’utilità di dare più poteri alle Regioni), scriviamo senza i dati definitivi delle Regionali. Ma alcune cose le sappiamo già.
2) Alessandra Todde, perfetta incarnazione del populismo gentile e competente dei 5Stelle contiani, sembra aver vinto, ma anche se perdesse di un soffio avrebbe compiuto un miracolo: grazie al curriculum, allo stile fermo ma pacato, al fattore-novità e anche al fattore-donna, ha convinto prima i vertici e poi gli elettori del Pd a sostenerla ed è riuscita a raggiungere il candidato delle tre destre malgrado l’operazione-sabotaggio di Renato Soru. Se poi dovesse anche vincere, diventerebbe la prima presidente di Regione nella storia dei 5Stelle, la prima espressa dall’alleanza M5S-Pd e la Sardegna sarebbe la prima Regione strappata dai progressisti alla destra dal lontano 2015.
3) Il Terzo Polo, per una volta, arriva terzo, ma solo perché correvano in tre: il famoso Centro piace tanto alla gente che piace e ai giornaloni, ma non esiste nella realtà, sempreché si possa chiamare Centro l’ammucchiata di Soru con Calenda, Rifondazione e una lista filo-Hamas (l’Iv renziana non è neppure pervenuta) pur di far perdere i progressisti; e pare che non entrerà neppure in Consiglio regionale. Una prece.
4) L’unica formula vincente contro le destre è un’alleanza fra 5S, un Pd davvero rinnovato e i rossoverdi: quella che sostenne il Conte-2 fino in fondo. Astenersi centrini, perditempo e perdivoti da “campo largo” e “riformismo”.
5) Oltre al buon ricordo lasciato come premier, l’arma segreta di Conte è il fatto di essere il leader più sottovalutato del mondo.
6) Dopo le fumisterie e le ambiguità fin qui esibite sui temi più caldi per tenere insieme i vari Pd, la Schlein dimostra che quando compie una scelta netta la azzecca: quella di scaricare i Soru e gli Zedda, che han fatto il loro tempo (altro che terzo mandato) e puntare sulla più fresca Todde. Il che non vuol dire che ora Pd e M5S debbano andare insieme ovunque a qualunque costo: dipenderà dalla carica di novità dei candidati. Perché è sull’asse nuovo/vecchio, non destra/centro/sinistra né tantomeno moderatismo/estremismo o riformismo/populismo che gli italiani giudicano e votano. Ma, si sa, non c’è peggior sardo di chi non vuol sentire.
Festa e Cappellini
La populista senza popolo
DI STEFANO CAPPELLINI
Non c’è cosa peggiore, per una leader populista affezionata alla cantilena “io sono il popolo e voi non siete niente”, che sbattere il muso sul voto popolare.
A Giorgia Meloni è bastato meno di un anno e mezzo a Palazzo Chigi per provare in Sardegna la sgradevole esperienza e dimostrare, suo malgrado, che questa destra di governo è tutt’altro che invincibile: è minoranza nell’isola, dove i candidati delle opposizioni Alessandra Todde e Renato Soru valgono insieme il 54 per cento, e forse le Europee dimostreranno che lo è anche nel Paese. Ci prendiamo la libertà di dirlo anche se al momento in cui scriviamo non c’è ancora il verdetto ufficiale a favore di Todde, perché non è uno 0,1 per cento in più per Truzzu che può cambiare il senso di queste riflessioni.
È sufficiente grattare la vernice dorata dei proclami e della propaganda per scoprire che sotto resta poco. Il voto dei sardi non ha smentito solo il luogo comune dell’imbattibilità di Meloni, ma soprattutto la mitologia del suo legame con il Paese reale. Occorreva infatti uno speciale isolamento dalla realtà per imporre alla coalizione un candidato, il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, che è stato bocciato in misura particolare da chi lo conosceva meglio: i cagliaritani.
Abbagliata dall’idea di estendere i possedimenti territoriali del suo partito, la presidente del Consiglio ha finito per credere alla sua stessa narrazione. Pochi giorni fa è andata in Sardegna a benedire la corsa del suo candidato. Contributo della lista di FdI a Truzzu: 14 per cento. Abituata com’è a dividere il mondo in amici, pochi, e nemici, quasi tutti gli altri, la presidente del Consiglio tende a fidarsi solo della parola di chi la rassicura e la blinda dentro certezze impermeabili ai fatti e, come nel caso delle manganellate della polizia ai ragazzini, impermeabili pure alla decenza.
Sui fatti di Pisa non una parola degna di un premier, nemmeno dopo l’intervento di Sergio Mattarella, come del resto già era accaduto dopo i saluti romani ad Acca Larentia, al contrario, solo rilanci e falsificazioni affidate alle note trumpiane del partito («Disordini alimentati dalla sinistra»).
Difficile per Meloni, che per educazione sentimentale ha una qualche abitudine a vivere in dimensioni parallele — la destra missina si è autorappresentata per decenni come un manipolo di coraggiosi resistenti alla barbarie della democrazia — invertire la tendenza ritrovandosi tra i velluti e gli stucchi di Palazzo Chigi, che in generale non hanno mai aiutato nessuno a fare bagni di umiltà.
Non ne esce meglio il principale rivale interno di Meloni, Matteo Salvini. Se la responsabilità politica del disastro Truzzu è tutta della leader di Fratelli d’Italia, quel cheSalvini porta a casa per la Lega è un risultato modestissimo, sotto il 4 per cento. L’indebolimento di Meloni servirà a poco a Salvini, se questa è la forza elettorale della Lega. Complicato recuperare terreno sull’originale quando il destino ti ha precipitato nei panni della copia.
Per le forze di opposizione, e più ancora per quegli italiani che chiedono al centrosinistra serietà e concretezza per fermare questa destra, la vittoria sarda è un grande balsamo. Per Schlein era fondamentale portare a casa il primo vero successo elettorale della sua segreteria; persino Conte durante la campagna elettorale nell’isola ha dato segnali di interesse verso la costruzione di un’alternativa.
Di motivi per non sopravvalutare la portata di questo successo ce ne sono però molti. Il primo è che sul voto ha pesato il giudizio pessimo che i sardi hanno dato dei cinque anni di giunta Solinas e della maldestra operazione Truzzu con la quale Meloni pretendeva di cancellarli. In Abruzzo, tra pochi giorni, potrebbe essere un’altra storia.
Il secondo motivo è che in Sardegna Pd e M5S hanno passato cinque anni insieme all’opposizione e alla fine hanno costruito con credibilità un’alleanza intorno a Todde, grillina non tentata dalle filastrocche del né destra né sinistra. Tutto il contrario di quanto fin qui è avvenuto a livello nazionale, dove Conte ha lavorato più per distinguersi dal Pd e metterlo in difficoltà appena possibile. Le distanze tra dem e grillini sulla politica estera, e non solo, sono enormi.
Infine resta l’equivoco del “campo largo”: in Sardegna non lo era, mancava quel pezzo di opposizione che si è schierato con Soru e che per poco non ha consentito a Truzzu di farcela. Per il Pd non essere riuscito a sbrogliare il caso Soru è un anticipo delle difficoltà che incontrerà quando si tratterà di fare da perno per mettere in piedi un’alleanza nazionale. Quando, cioè, Matteo Renzi metterà veti su Conte e viceversa; quando sul programma bisognerà trovare sintesi difficili dopo anni di contrapposizioni; quando Carlo Calenda tornerà a non volersi alleare con Fratoianni e Bonelli dopoché sull’isola si è apparentato a Rifondazione comunista e agli indipendentisti di Liberu, che l’8 ottobre commentarono la strage di Hamas in Israele con un post titolato “se non hai niente da perdere o ti arrendi o resisti”.
Nell’estate del 2002 il Pd di Enrico Letta vinse un’importante tornata amministrativa. Sappiamo cosa successe poi a ottobre. Però la Sardegna ha dato un messaggio forte e chiaro: si può fare.
L'Amaca
Perché si scomoda la magistratura?
DI MICHELE SERRA
L’apertura di un fascicolo giudiziario sul generale Vannacci per “istigazione all’odio razziale” ha l’evidente demerito di far passare per martire della libertà d’espressione l’autore di una compilation di vecchi luoghi comuni che di provocatorio non hanno un bel nulla.
Vannacci parla all’eterna Italietta (oggi governativa) che chiamava «invertiti» gli omosessuali, pensa che le donne debbano fare la calza e che le migrazioni siano un attentato all’integrità della Nazione.
Sono concetti che sui giornali di destra vengono rimasticati da trent’anni. Fossi Vannacci, chiamerei a correo l’intero archivio di Libero e della Verità, mezzo palinsesto di Retequattro e l’intera produzione social del Salvini («nella piazza Rossa si sta bene perché non ci sono rom, non ci sono mendicanti, non ci sono rompiballe»: non è forse incitamento all’odio razziale e di classe?). Così che il faldone diventi trasportabile solo con dieci Tir e si proclami il non luogo a procedere per insufficienza delle strutture.
Il gioco è risaputo, ed è sempre lo stesso: i Vannacci (che di quella risma non è nemmeno il peggiore) dicono cose concepite apposta per far trasalire i benpensanti democratici. E i benpensanti democratici subito trasaliscono, come se fosse lecito pretendere che l’universo mondo si allinei a precetti che sono tanto virtuosi quanto non somministrabili per legge. Quello delle idee è un campo libero, e con l’eccezione delle vere e plateali istigazioni all’odio etnico (quelli che inneggiano ai forni crematori o brindano agli annegamenti in mare), in democrazia tutto il resto è soggetto a una sola legge, che è quella del confronto. Per esempio il commento della Lega («Avanti generale! Avanti insieme! Avanti Italia!») è così ridicolo che si condanna da solo, senza alcun bisogno di scomodare la magistratura.
lunedì 26 febbraio 2024
Spiegazione
Strage Firenze: quattro morti per un ipermercato insensato
VENT’ANNI DI PROTESTE DEI CITTADINI - No al parco. Nel 2004 lo Stato vende l’ex Panificio Militare, il Comune non esercita il diritto di prelazione. È l’inizio della fine: un progetto di cementificazione privata
DI TOMASO MONTANARI
Mohamed El Farhane, Mohamed Toukabri, Taoufik Haidar, Luigi Coclite, Bouzekri Rahimi sono morti a Firenze in un cantiere Esselunga. I subappalti a catena, un precariato selvaggio, la violazione delle norme sulla sicurezza, la mancanza di controlli e la mancanza di formazione, il caporalato, lo sfruttamento bestiale di persone migranti che le nostre leggi riducono a clandestini ma senza il cui lavoro il sistema non si regge, l’assenza di una patente a punti che impedisca alle imprese omicide di lavorare: tutto questo e molto altro avrebbe potuto travolgerli ovunque. Resta il fatto che sono morti nel cantiere di un ipermercato in un quartiere di una città che non ne aveva bisogno. La storia di quel luogo è la stessa storia della distruzione della dignità e della sicurezza del lavoro, perché è la storia del sabotaggio del progetto della Costituzione: non più il pieno sviluppo della persona umana, ma un profitto privato che travolge l’utilità sociale e reca danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
Lì sorgeva – siamo nella prima periferia nordoccidentale della città – il Panificio militare. Nel 2004 il primo, cruciale errore: quei 16.300 metri quadrati di proprietà demaniale vengono alienati a privati. Siamo nella fase finale del gigantesco processo di privatizzazione partito nel 1992 (governo Amato). Nel 1999 era stata creata l’Agenzia del Demanio (governo D’Alema), l’agenzia di collocamento che alienerà immobili pubblici per un controvalore di decine di miliardi di euro. L’apice si tocca, nel 2002, con la Patrimonio dello Stato S.p.A di Berlusconi e Tremonti, e nel 2014 lo Sblocca Italia di Matteo Renzi metterà una taglia sul patrimonio immobiliare pubblico, promettendo una quota degli utili ai Comuni che ne favoriranno la dismissione. Oggi il governo Meloni pianifica di vendere beni pubblici per un miliardo l’anno, per venti anni. Una terribile storia bipartisan: rinunciamo allo spazio pubblico, cioè a parchi, luoghi di incontro e di cultura per costruire luoghi di mercato che producono utile privato. Costruiamo un futuro in cui saremo solo consumatori, non persone. Anzi, in cui noi stessi, in corpo e anima, saremo la merce.
A Firenze, dunque, nel 2004 lo Stato vende l’ex Panificio Militare, e il Comune non esercita il diritto di prelazione. È l’inizio della fine: un progetto di cementificazione. Gli abitanti insorgono per farne un parco pubblico, e nel 2005 si riesce a bloccare la speculazione edilizia. Ma, nel 2011, Renzi sindaco annienta le previsioni urbanistiche “e apre la strada che porterà alla costruzione dell’ennesimo supermercato. Così, nel vuoto pianificatorio, vincono cementificazione e rendita” (scrive l’urbanista Ilaria Agostini): a 20 grandi spazi urbani di Firenze viene cambiata la destinazione d’uso, regalandoli al mercato. E non si può dimenticare che se quel pezzo di città fosse rimasto pubblico, qualunque cosa vi si fosse costruita, sarebbe successa molto difficilmente una strage del genere: per l’incredibile situazione normativa che, in tema di appalti, permette ai privati ciò che lo Stato non consente a se stesso. Perché, a dirla tutta, a causare stragi come questa sono imprenditori che usano la libertà che viene loro lasciata comportandosi padroni di tutto, anche della vita dei lavoratori. Sul sito del Comune di Firenze, la scheda sull’ex Panificio militare dice tuttora che “diventerà uno spazio vivibile per gli abitanti della zona”. Questa triste propaganda non nasconde il nesso tra il destino dei corpi individuali e fisici, il destino della democrazia e il destino dello spazio pubblico. Non è un caso che alcune delle più significative forme di resistenza e di proposta di un altro modello sociale siano sorte nelle lotte intorno al destino di parchi urbani.
Nel maggio del 2013, per esempio, il comune di Istanbul progettò di distruggere il parco Gezi – vicino a Piazza Taksim – per farvi appunto un nuovo centro commerciale. Le proteste che ne scaturirono, e che si diffusero poi in altre città della Turchia, furono forse l’ultimo grande gesto collettivo di democrazia in quel grande Paese. Un filo lega la possibilità di essere comunità nello spazio pubblico alla capacità di elaborare proposte politiche che superino la società di mercato in cui tutto è merce, e non c’è spazio né per un parco né per un lavoro sicuro né per i diritti dei migranti, schiavi del profitto privato e insieme ostaggi di una politica fondata sulla paura.
Per questo, come ha chiesto l’abate Bernardo di San Miniato, il cantiere Esselunga dovrebbe ora lasciare spazio solo a quel parco che i cittadini del quartiere chiedevano (e certo non basta il triste giardinetto che, nel progetto attuale, dovrebbe accompagnare il supermercato). Ora dovrebbe essere proprio Esselunga a capirlo, donando il terreno alla città. Ma se così non fosse, una amministrazione comunale degna di questo nome dovrebbe lottare per ogni mezzo per rendere di nuovo comune ciò che è stato privatizzato. Per restituirlo alla vita.
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